EREDI VICENZA TESTAMENTO OLOGRAFO IMPUGNAZIONE

EREDI VICENZA TESTAMENTO OLOGRAFO IMPUGNAZIONE

COME IMPUGNARE UN TESTAMENTO OLOGRAFO GUARDIAMO UNA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI VICENZA SEMPRE ATTENTO E RIGOROSO

 

LA DECISIONE DELL CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

 

La Suprema Corte di Cassazione, a sezioni unite civili, con recente sentenza (n. 12307 del 7 ottobre 2014 / 15 giugno 2015) – successiva alla riserva in decisione della presente causa ma che il Collegio non potrebbe certo ignorare – sciogliendo un annoso contrasto giurisprudenziale in ordine allo strumento processuale (in particolare, querela di falso o disconoscimento) richiesto per contestare l’autenticità di un testamento olografo, ha statuito che la parte la quale contesti l’autenticità dell’olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura (con onere della prova gravante sulla parte stessa).

In breve, per quel che qui più specificamente può interessare, le Sezioni Unite della Cassazione hanno al riguardo rilevato Come la proposizione di accertamento negativo che ponga una quaestio nullitatis in seno al processo consenta:

– da un canto, di rispondere all’esigenza di mantenere il testamento olografo definitivamente circoscritto nell’orbita delle scritture private;

 

 

I FATTI DI CAUSA

 

in data 30.11.2005 l’E. faceva pubblicare il testamento asseritamente redatto dalla sig.ra G.;

– ricorrevano nella vicenda singolari circostanze e coincidenze che apparivano strane e rendevano sospetta l’attribuzione testamentaria asseritamente riferibile alla de cuius, come per esempio l’aver lasciato l’intero patrimonio ad un estraneo;

– la stranezza della vicenda aveva indotto la Procura della Repubblica ad aprire delle indagini, prima in ordine alle cause del decesso della G. (disponendo anche l’autopsia sulla salma) e poi sull’autenticità del testamento, indagini che però non approdavano a nulla, in particolare il perito grafologico, dott. G. Ranoldi, incaricato dal G.I.P. del Tribunale di Vicenza di effettuare una perizia calligrafica, avendo escluso che la scrittura testamentaria potesse dirsi falsa;

– la perizia Ranoldi era però da ritenere erronea come dimostrato dal consulente attoreo dott. A.D.L., il quale aveva sottoposto a puntuali rilievi critici l’elaborato del perito del Giudice penale, pervenendo all’opposta conclusione dell’apocrifia della scheda testamentaria che apparentemente istituiva il convenuto erede universale della G.;

– le attrici pertanto, quali eredi legittimi che avevano fatto espressa accettazione dell’eredità, dichiaravano di disconoscere la firma e la scrittura di G.A.M. nel testamento pubblicato, chiedendo che venisse disposta una C.T.U. calligrafica;

la G., ad ogni modo, non era persona in grado di intendere e di volere nel momento (2 febbraio 2004, a poche ore dalla morte) in cui avrebbe redatto le disposizioni di ultima volontà, essendo affetta da disturbo psichiatrico (che si manifestava ad esempio con alcuni sintomi persecutori), avendo avuto contatti anche con i locali servizi sociali per una maggiore assistenza, tanto da essere stata in passato (all’incirca nel 1993) ricoverata presso il reparto di psichiatria dell’Ospedale di Vicenza, essendo solita, una volta rimasta vedova, dire alle persone con cui veniva in contatto che avrebbe loro lasciato i propri beni, e in definitiva essendo adusa a comportamenti anomali ed anormali, quali vivere chiusa in casa con le tapparelle sempre abbassate, nutrendosi frugalmente (in pratica solo di latte), quasi versasse in condizioni di indigenza, a dispetto del suo status di persona più che benestante.

LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DI VICENZA 

  1. I) accerta e dichiara che il testamento datato 02.02.2004 e pubblicato il 30.11.2005 con atto del notaio M. n. rep. (…) è apocrifo non essendo stato redatto dalla sig.ra G.A.M., e per l’effetto lo dichiara nullo e privo di efficacia;
  2. II) accerta e dichiara che le attrici sigg.re G.L. e S.M. sono legittime eredi della de cuius G.A.M., ciascuna per la quota di 2/8, e conseguentemente assegna alle attrici medesime le rispettive quote indivise di spettanza su tutti i beni facenti parte dell’asse ereditario della de cuius;

 

divisione ereditaria bologna

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI VICENZA

IL TRIBUNALE DI VICENZA, Prima Sezione Civile, in composizione collegiale, riunito in Camera di Consiglio e composto dai Magistrati:

dott. Francesco LAMAGNA – Presidente

dott. Antonio PICARDI – Giudice rel.

dott. Biancamaria BIONDO – Giudice

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile iscritta a ruolo al n. 2469/2006 R.G. e promossa con atto di citazione notificato in data 04/04/2006, n. 6755 Cron. Ufficiale Giudiziario addetto all’Ufficio Notifiche presso il Tribunale di Vicenza

da

G.L., nata in P. il (…), ivi residente in Via F. n. 3/a, C.F. (…)

S.M., nata in P. il (…), residente in V. in D. n. 2939, C.F. (…)

Entrambe rappresentate e difese dagli Avv.ti Giovanni MANFREDINI e Andrea LETTER, del Foro di Vicenza, con domicilio eletto presso lo studio dei medesimi, in Vicenza – Stradella dei Munari n. 6, come da mandati a margine dell’atto di citazione

attrici

contro

E.G., nato in B. (V.) l'(…), residente in V. in C. M. n. 23, C.F. (…), rappresentato e difeso dall’Avv. Carlo SPILLARE, del Foro di Vicenza, con domicilio eletto presso lo studio del medesimo, in Vicenza – Viale della Pace n. 174, come da mandato in calce alla copia dell’atto di citazione notificato

convenuto

e con la chiamata in causa di

B.L., nato in P. il (…), residente in A. T. (P.) in Via D. n. 155, C.F. (…)

B.D., nata in P. il (…), residente in T. (P.) in Via R. n. 36/A, C.F. (…)

G.S., nata in P. il (…), domiciliata in S. G. delle P. (P.) in Via G. n. 19, C.F. (…)

terzi chiamati – contumaci

In punto: impugnazione di testamento.

Svolgimento del processo

Con atto di citazione, ritualmente notificato in data 04/04/2006, le sigg.re L.G. e M.S., nella loro qualità di eredi ex lege della sig.ra G.A.M., chiedevano l’accertamento dell’inesistenza, nullità, inefficacia, ovvero l’annullamento, del testamento olografo che avrebbe istituito il convenuto G.E. erede universale della loro congiunta, per apocrifia ovvero perché formato dalla de cuius in condizioni di incapacità mentale, svolgendo conseguente domanda a che, accertata la loro qualità di eredi legittime, venisse a ciascuna assegnata la rispettiva quota indivisa (di 2/8) di tutti i beni mobili e immobili in proprietà della de cuius.

Le attrici, in sintesi, esponevano e deducevano che:

– la sig.ra A.M.G., deceduta in Vicenza il 6 febbraio 2004, al momento della morte aveva 72 anni ed era rimasta vedova da pochi mesi a seguito della morte del marito, O.A., avvenuta il 5 settembre 2003;

– dalla morte del marito la G. viveva da sola nella casa di via P. in V., in uno stato di comprensibile difficoltà, sia per il dolore ed il lutto, sia per le sue precarie condizioni di salute e mentali;

– la G. era stata trovata morta in casa il 6 febbraio 2004 da tale G.E. (l’odierno convenuto), il quale, preoccupato perché da alcuni giorni non aveva più avuto notizie della donna, aveva chiamato i Carabinieri (i quali per accedere all’appartamento avevano dovuto forzare la porta dell’abitazione);

– l’E. era in possesso di una busta, sulla quale era scritto “da dare al Notaio di via C.”, in cui risultavano contenuti (come da verbale di apertura del giorno 11.02.2004 del S. Procuratore della Repubblica) un foglio con le ultime volontà di A.O. datato 22.02.1983, un foglio con le ultime volontà di A.O. datato 01.02.1983, una busta bianca contenente un foglio con le ultime volontà di A.O. datato 83, un foglio con le ultime volontà della G. datato 02.02.2004 (la scheda testamentaria della cui autenticità si controverte);

– il giorno immediatamente successivo alla morte della sig.ra G., l’E. si recava presso la villa di Pressana (VR), che era di proprietà per una metà della de cuius e per l’altra metà della sig.ra H.D.G., qualificandosi già quale erede della proprietà della G. (nonostante la busta contenente il presunto lascito testamentario, sequestrata dai CC, non fosse stata ancora aperta);

– in data 30.11.2005 l’E. faceva pubblicare il testamento asseritamente redatto dalla sig.ra G.;

– ricorrevano nella vicenda singolari circostanze e coincidenze che apparivano strane e rendevano sospetta l’attribuzione testamentaria asseritamente riferibile alla de cuius, come per esempio l’aver lasciato l’intero patrimonio ad un estraneo;

– la stranezza della vicenda aveva indotto la Procura della Repubblica ad aprire delle indagini, prima in ordine alle cause del decesso della G. (disponendo anche l’autopsia sulla salma) e poi sull’autenticità del testamento, indagini che però non approdavano a nulla, in particolare il perito grafologico, dott. G. Ranoldi, incaricato dal G.I.P. del Tribunale di Vicenza di effettuare una perizia calligrafica, avendo escluso che la scrittura testamentaria potesse dirsi falsa;

– la perizia Ranoldi era però da ritenere erronea come dimostrato dal consulente attoreo dott. A.D.L., il quale aveva sottoposto a puntuali rilievi critici l’elaborato del perito del Giudice penale, pervenendo all’opposta conclusione dell’apocrifia della scheda testamentaria che apparentemente istituiva il convenuto erede universale della G.;

– le attrici pertanto, quali eredi legittimi che avevano fatto espressa accettazione dell’eredità, dichiaravano di disconoscere la firma e la scrittura di G.A.M. nel testamento pubblicato, chiedendo che venisse disposta una C.T.U. calligrafica;

la G., ad ogni modo, non era persona in grado di intendere e di volere nel momento (2 febbraio 2004, a poche ore dalla morte) in cui avrebbe redatto le disposizioni di ultima volontà, essendo affetta da disturbo psichiatrico (che si manifestava ad esempio con alcuni sintomi persecutori), avendo avuto contatti anche con i locali servizi sociali per una maggiore assistenza, tanto da essere stata in passato (all’incirca nel 1993) ricoverata presso il reparto di psichiatria dell’Ospedale di Vicenza, essendo solita, una volta rimasta vedova, dire alle persone con cui veniva in contatto che avrebbe loro lasciato i propri beni, e in definitiva essendo adusa a comportamenti anomali ed anormali, quali vivere chiusa in casa con le tapparelle sempre abbassate, nutrendosi frugalmente (in pratica solo di latte), quasi versasse in condizioni di indigenza, a dispetto del suo status di persona più che benestante.

Si costituiva il convenuto sig. G.E., contrastando l’azione promossa dalle attrici, delle cui domande chiedeva il rigetto.

In sintesi – non mancando di sottolineare di sentirsi ormai perseguitato dalle ripetute iniziative intraprese nei suoi confronti (avendo dovuto addirittura subire due procedimenti penali, uno per omicidio volontario e l’altro per falsità in scrittura privata, salvo poi venire pienamente scagionato al termine delle indagini pretiminari, con conseguente archiviazione, per assoluta mancanza di indizi a carico: l’autopsia aveva accertato che la G. era deceduta per morte naturale; la perizia calligrafica svolta dat nominato perito aveva concluso per l’autenticità del testamento) – assumeva che:

– il testamento era, e per tale era stato accertato, assolutamente autentico e redatto per mano della de cuius;

– la G. neppure poteva dirsi affetta da incapacità di intendere e di volere al momento di testare, come già desumibile dalle dichiarazioni rese dalla dott.ssa M.G., medico curante della donna, e complessivamente considerando che quest’ultima:

  1. a) viveva da sola ed era autosufficiente;
  2. b) era in buone condizioni psico-fisiche, come peraltro certificato dal medico curante, che non aveva mai riscontrato alla donna patologie degne di nota;
  3. c) teneva l’agendina (allegata alla perizia) in modo del tutto intelligibile e coerente;
  4. d) era del tutto conscia di quello che faceva, tanto da scrivere sulla busta nella quale era inserito il testamento “da dare al notaio di via C.”;
  5. e) non aveva alcuna intenzione di lasciare quali eredi i propri parenti;
  6. f) era provvista di patente di guida in corso di validità;
  7. g) aveva normalmente eseguito periodici prelievi di contanti dalla filiale del suo istituto di credito, anche in data antecedente e prossima alla redazione della scheda testamentaria;

– in definitiva la G. da un lato non aveva, da moltissimi anni, alcun contatto che le lontane parenti, e dall’altro non era interdetta né alcuna istanza era stata proposta nei suoi confronti per farla dichiarare affetta da qualsivoglia incapacità, totale e/o permanente.

Così essenzialmente impostato il contraddittorio, assegnati alle parti termini per memorie ex art. 183 comma VI c.p.c., veniva disposta C.T.U. grafologica sulla scheda testamentaria, affidata alla dott.ssa Lucina Gadotti, al fine di verificarne autenticità e genuinità.

Svolta la C.T.U., nelle more degli assegnati termini per memorie di osservazioni, con ricorso depositato in data 19.06.2008 le attrici – sulle premesse che il convenuto aveva nel frattempo provveduto ad alienare a una società terza, per il prezzo dichiarato di Euro 500.000,00, uno degli immobili di pregio facenti parte dell’asse ereditario – chiedevano venisse disposto sequestro conservativo, sino a concorrenza di Euro 650.000,00, nei confronti dell’E..

Il richiesto sequestrò veniva inizialmente concesso con decreto inaudita altera parte in data 20/21.06.2008, ma poi revocato, all’esito dell’instaurato contraddittorio sull’istanza cautelare, con ordinanza del 02/04 agosto 2008.

La causa, acquisite le memorie di osservazioni alla C.T.U., proseguiva quindi con l’espletamento delle prove orali (per testi ed interrogatorio formale delle attrici).

All’udienza del 26 ottobre 2012, fissata per precisazione delle conclusioni, il G.I. ordinava l’integrazione del contraddittorio, ai sensi dell’art. 102 II comma c.p.c., nei confronti di tutti gli altri eredi legittimi della de cuius, incombente al quale parte attrice ritualmente procedeva.

Nondimeno detti eredi, G.S., B.D. e B.L., non si costituivano, per cui all’udienza del 31 maggio 2013 ne veniva dichiarata la contumacia.

All’udienza del 18 ottobre 2013, infine, la causa veniva rimessa alla decisione del Collegio sulle conclusioni precisate dai procuratori delle parti come in epigrafe trascritte, con assegnazione dei termini ex art. 190 c.p.c. per deposito di scritti conclusionali.

Motivi della decisione

La presente controversia è devoluta alla cognizione del Tribunale in composizione collegiale, ai sensi dell’art. 50 bis, comma 1, n. 6, c.p.c..

Ad avviso del Collegio le domande delle attrici, per la declaratoria di nullità del testamento olografo per apocrifia con conseguenti statuizioni successorie, devono essere accolte.

Nondimeno, prima di muovere alla disamina delle questioni di merito (ed in particolare delle risultanze della C.T.U. grafologica), pare opportuno dedicare alcune preliminari riflessioni alle eccezioni di natura procedimentale sollevate, specie in comparsa conclusionale, da parte convenuta (aventi in tesi del deducente conseguenze a sé in modo decisivo favorevoli sull’esito della causa).

A dire dell’E., in sintesi, non avendo le attrici effettuato (entro l’udienza immediatamente successiva) alcun valido disconoscimento ai sensi degli artt. 214215 c.p.c. dopo la produzione in giudizio (suo doc. 3) del contestato testamento, la scrittura privata in cui si compendia quel testamento dovrebbe intendersi definitivamente riconosciuta, con conseguente ininfluenza e/o inammissibilità della pur disposta C.T.U. grafologica.

Obiettano le attrici che alcun ulteriore espresso disconoscimento sarebbe stato da parte loro necessario, avendo già proposto in via principale espressa e specifica domanda per far dichiarare la falsità del testamento, mentre sarebbe stato del tutto superfluo reiterare tale disconoscimento all’atto della costituzione del convenuto.

Il quale ultimo peraltro si sarebbe limitato a produrre in giudizio non l’originale della scheda testamentaria (tuttora in deposito presso il Notaio che aveva proceduto alla sua pubblicazione), bensì un’ulteriore semplice copia, per di più (a differenza dell’esemplare allegato dalle attrici, corredato dall’atto di pubblicazione completo) priva dei timbri notarili.

La questione prospettata dal convenuto (oltre che pretestuosa: è inequivoca, e risulta sufficiente, la volontà espressa in atto di citazione, diretta a contestare l’autenticità del testamento, “bollato” di falsità) rimane comunque superata alla luce dei più recenti arresti interpretativi della giurisprudenza di legittimità.

La Suprema Corte di Cassazione, a sezioni unite civili, con recente sentenza (n. 12307 del 7 ottobre 2014 / 15 giugno 2015) – successiva alla riserva in decisione della presente causa ma che il Collegio non potrebbe certo ignorare – sciogliendo un annoso contrasto giurisprudenziale in ordine allo strumento processuale (in particolare, querela di falso o disconoscimento) richiesto per contestare l’autenticità di un testamento olografo, ha statuito che la parte la quale contesti l’autenticità dell’olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura (con onere della prova gravante sulla parte stessa).

In breve, per quel che qui più specificamente può interessare, le Sezioni Unite della Cassazione hanno al riguardo rilevato Come la proposizione di accertamento negativo che ponga una quaestio nullitatis in seno al processo consenta:

– da un canto, di rispondere all’esigenza di mantenere il testamento olografo definitivamente circoscritto nell’orbita delle scritture private;

– dall’altro, di evitare che il semplice disconoscimento di un atto caratterizzato da peculiare ed indubbia capacità dimostrativa renda troppo gravosa la posizione processuale dell’attore che si professa erede testamentario, riversando su di lui l’intero onere probatorio del processo;

– per altro verso, infine, di evitare che la soluzione della controversia “si disperda nei rivoli di un defatigante procedimento incidentale quale quello previsto per la querela di falso, consentendo di pervenire ad una soluzione tutta interna al processo, anche alla luce dei principi affermati di recente da questa stessa Corte con riguardo all’oggetto e alla funzione del processo e della stessa giurisdizione, apertamente definita risorsa non illimitata (Cass. ss.uu. 26242/2014)”.

Ora, al di là degli aspetti puramente nominalistici, appare evidente come l’azione promossa dalle eredi legittime della G. fosse inequivocamente ispirata all’intento di far constare l’accertamento negativo della provenienza e dell’autenticità della scrittura testamentaria, oltre che sorretta da un punto di vista probatorio da relazioni tecniche di parte (docc. 15 e 17) severamente critiche delle risultanze e conclusioni della perizia d’ufficio svolta nel procedimento penale, nonché dall’istanza istruttoria di ammissione di una C.T.U. grafologica.

Parte convenuta in conclusionale solleva un’ulteriore eccezione a rilievo processuale, assumendo in breve che il difetto di un legittimo contraddittorio (soltanto in un momento successivo integrato per ordine del G.I.) renderebbe nulle ed inutilizzabili le prove assunte, così come l’espletata consulenza tecnica d’ufficio.

Anche questa eccezione non pare al Collegio meritevole di accoglimento.

Disposta l’integrazione del contraddittorio in adesione al principio secondo cui “nelle cause aventi ad oggetto l’impugnazione di un testamento olografo per nullità, in considerazione dell’unità del rapporto dedotto in giudizio, sussiste litisconsorzio necessario anche nei confronti di tutti gli eredi legittimi, in quanto l’eventuale accoglimento della domanda porterebbe alla dichiarazione di invalidità del testamento ed alla conseguente apertura della successione legittima”, e a tale integrazione avendo tempestivamente provveduto le attrici, solo la parte originariamente pretermessa risulta titolare (come insegnano le pronunzie richiamate da parte attrice in conclusionale di replica) dell’interesse e legittimazione, ove non accetti le risultanze probatorie degli atti svolti in sua assenza, a richiederne l’eventuale rinnovazione in contraddittorio.

Rimasta invece contumace quella parte (verosimilmente per disinteresse verso il processo, ovvero perché implicitamente soddisfatta delle prove già espletate, pur preferendo evitare la formale costituzione), alcuna legittimazione ha al contrario la parte ab origine regolarmente inserita nel processo ad invocare la nullità, ovvero a pretendere la rinnovazione, degli atti istruttori a cui è stata messa in grado di partecipare.

Fatte tali puntualizzazioni in rito, muovendo all’esame del profilo realmente pregnante della causa incentrato sull’asserita apocrifia del testamento in contestazione, la perizia del dott. Ranoldi risulta fortemente criticata nella consulenza tecnica di parte attrice (doc. 17), laddove tra l’altro viene posto in rilievo:

– lo stento del gesto scrittorio delle autografe, a fronte della migliore e ben più armonica resa grafica del testamento in verifica;

– il fatto che gli scritti delle comparative, pur essendo vergati in momenti diversi, manifestano la medesima stilistica, la stessa dinamica esecutiva, l’analogo orientamento assiale ed altri aspetti sostanziali del fenomeno grafico che identificano in modo specifico la gestualità autografa della defunta (caratterizzata da difficoltà esecutive, da incertezze dinamiche e di impostazione spaziale, caratteristiche tutte che non figurano nella scheda testamentaria);

– le plurime, intrinseche differenze concernenti varie lettere (“G” maiuscola; “a” minuscola”; “z” minuscola, “V” maiuscola; “E” maiuscola) contenute nelle autografe e nello scritto del testamento;

– le evidenti differenze relative alla cifra “2” e alla cifra “4” tra le scritture comparative e la scheda testamentaria.

Conclude il consulente attoreo dott. D.L. per un giudizio di non condivisibilità del parere di autenticità rassegnato invece dal perito dott. Ranoldi – il cui assunto di fondo sarebbe quello che la de cuius, pur scrivendo normalmente in modo molto difficoltoso, all’atto della redazione della scheda testamentaria, atto importante, “pubblico” ovvero solenne, si sarebbe impegnata e concentrata a scrivere in modo più accurato – per. il rilievo che “da una mano scrivente molto incerta, difficoltosa nella dinamica esecutiva e nella coordinazione dei movimenti non può venir fuori una redazione testamentaria precisa nella impostazione spaziale, fluida ed armonica nel tratto grafico”.

Tali plurimi ed argomentati rilievi critici contrari all’asserita autenticità della scheda testamentaria in oggetto sono stati ulteriormente approfonditi, e definitivamente sanciti, dal nominato c.t.u..

La scheda testamentaria contestata è stata sottoposta ad un accurato esame dalla consulente d’ufficio, dott.ssa Lucina Gadotti, la quale, all’esito di un accertamento peritale particolarmente attento e meticoloso, puntualmente motivato, privo di cesure logiche ed incentrato su una verifica eseguita nell’osservanza dei criteri elaborati dalla scienza grafologica, di cui fornisce esaustiva illustrazione e spiegazione, ha concluso (pag. 42 relazione) affermando il testamento olografo con firma apparente di G.A., datato “Vicenza 2 – 2 – 2004”, non riferibile alla mano della G. stessa, e qualificando tale testamento come “apocrifo”.

La c.t.u., su incarico del G.I., si è valsa delle scritture di comparazione di cui si era avvalso in sede di procedimento penale il perito Ranoldi (tanto che era stata richiesta al locale Ufficio della Procura della Repubblica la disponibilità dell’incarto processuale ivi custodito per le indagini preliminari a carico dell’E.).

La difesa del convenuto muove una prima critica di ordine generale all’operato della consulente d’ufficio, a cui addebita di essersi avvalsa, nell’inosservanza delle indicazioni sottese al mandato del G.I. (che le chiedeva di avvalersi delle medesime scritture di comparazione già esaminare in sede penale dal perito Ranoldi), solo di nove delle firme relative a documenti bancari sottoscritti dalla G., laddove il dott. Ranoldi avrebbe comparato la scrittura del testamento con ben 21 firme vergate dalla de cuius (allegate poi all’elaborato della consulente tecnica di parte convenuta, dott.ssa Rossana Agnolin).

Tale censura non coglie nel segno, in quanto (come non manca di ribattere parte attrice) il consulente d’ufficio aveva esaminato tutte le autografe del fascicolo reso disponibile dalla Procura, tanto che le parti in contraddittorio avevano dato atto a verbale, all’udienza del 5 dicembre 2007, che “non sono stati rinvenuti nel fascicolo gli altri documenti utilizzati dal CTU dr. Ranoldi come scritture di comparazione e richiamate in tale perizia”.

Inoltre (cfr. pag. 4 relazione di C.T.U.), accertato che le firme della G. inserite nel fascicolo del P.M. su moduli allegati rispettivamente alla lettera U. dell’01.07.2004 e a quella CrediVeneto del 27.02.2004 erano in copia fotostatica, la dott.ssa Gadotti su sua richiesta veniva dal G.I. autorizzata ad utilizzare le macrofotografie pervenute dallo stesso dott. Ranoldi.

Nessuna violazione per carenza di verifiche potrebbe pertanto ascriversi alla consulente d’ufficio (la previa ricognizione del materiale comparativo disponibile era avvenuta nel legittimo contraddittorio delle parti e dalle parti tutte accettata, senza che mai venisse rivolta al G.I. alcuna istanza per far constare in contraddittorio l’insufficienza del materiale comparativo e provvedere, nei limiti del possibile, ad integrarlo).

Di modo che la censura, su cui parte convenuta incentra un’eccezione di nullità e/o inutilizzabilità della C.T.U. Gadotti, deve essere disattesa.

Del resto, è sufficiente una ricognizione dell’ampia relazione del consulente d’ufficio nominato nel procedimento civile per apprezzare il carattere assolutamente approfondito degli accertamenti peritali, fondati su meticolose indagini, sotto plurimi profili, del materiale comparativo acquisito, costituito da firme e scritti apposti dalla G. su documentazione bancaria nonché “domestica”, quali moduli bancari e carte di uso corrente ed informale (agenda, fogli, biglietti: cfr. pagg. 5/6 relazione ed allegati alla stessa).

Posta questa premessa per così dire metodologica circa la correttezza dell’esame del consulente, la dott.ssa Gadotti, a conclusione di accertamenti tecnici assolutamente approfonditi (può al riguardo occorrendo farsi più estensivo rinvio all’assai articolato elaborato), ha in sintesi rassegnato le seguenti valutazioni:

  1. a) il confronto tra la scrittura del testamento in verifica e gli scritti della G. consente di evidenziare molteplici diversità, sia nella disposizione grafica che negli aspetti stilistici:
  2. b) il dinamismo grafico che caratterizza la scrittura del testamento in verifica è sostanzialmente diverso da quello che caratterizza le scritture autografe della G.;
  3. c) la scrittura del testamento in verifica presenta, rispetto alle scritture comparative, significative diversità nella forma, sia delle lettere omografe che dei numeri;
  4. d) la differenza rilevata di stacchi interletterali (di cui nel documento in verifica si può constatare un maggior numero di quanto lo siano le parole o i gruppi corrispondenti delle comparative) è indice di diversità di automatismo del gesto grafico e, quindi, di diversità di mano;
  5. e) alcuni aspetti della pressione del tratto, rilevati nella scrittura del testamento contestato, differiscono da quelli che connotano le autografe;
  6. f) il differente andamento rilevato per i valori dell’angolosità degli occhielli di comparative e contestata non consente di attribuire la scrittura del testamento alla stessa mano che ha eseguito le scritture A13/I – A14/I e A/12 (si tratta delle scritture della de cuius su biglietti rispettivamente allegati 14, 16, 13: il Collegio rileva in proposito come la differenza del valore medio dell’angolosità tra le scritture comparative considerate e testamento trovi un’esplicazione addirittura plastica nella rappresentazione grafica delle curve di Gauss di cui all’allegato 60 alla relazione di C.T.U.).

La diversa considerazione del consulente tecnico di parte convenuta (che in buona sostanza fa propri precedenti rilievi del perito nel processo penale) – secondo cui l’apprezzamento delle condizioni specialissime in cui di solito viene vergato un testamento olografo non potrebbe rimanere irrilevante, non potendo quelle condizioni non avere un’influenza diretta sull’autore, ed anzi, esercitando un’influenza più o meno accentuata nell’atto di composizione dello scritto, costituiscono uno stato d’animo atto a determinare lungo il percorso diversità di espressione grafica nelle caratteristiche di base della scrittura e peculiarità di dettaglio, sia all’interno del testo che in confronto con la grafia autografa del testatore – viene confutata dal c.t.u. dott.ssa Gadotti.

Quest’ultima rileva che, pur essendo vero che nella scrittura di un testamento possono essere indotte modificazioni rispetto alla scrittura abituale, “la scrittura, proiezione della personalità dello scrivente, mantiene le proprie caratteristiche essenziali: quelle stesse caratteristiche che consentono, anche se vergata in un contesto di ufficialità, di riferirla in modo univoco al suo autore” (pag. 30 relazione).

Tale opzione viene fortemente avversata dalla difesa del convenuto, a dire della quale la c.t.u. avrebbe trascurato i numerosi studi in campo psicologico e comportamentale, che avrebbero invece stabilito la determinazione sul comportamento umano della sfera mentale dell’agente, sfera mentale a sua volta fortemente condizionata dalle emozioni che quel soggetto vive in quel determinato momento.

Richiama al riguardo le analoghe considerazioni e conclusioni rassegnate dal perito penale dott. Ranoldi.

In definitiva la tesi della c.t.p. del convenuto, facendo propria l’impostazione del perito del procedimento penale, è (cfr. parere grafologico dott.ssa Agnolin, inviato al c.t.u. e da questa allegato alla relazione definitiva) che il testamento sarebbe stato vergato proprio dalla G., la quale avrebbe prestato la “massima attenzione redattiva”, non potendosi spiegare altrimenti che la scrittura del testamento contestato “apparentemente diversa dalla scrittura autografa vergata sui biglietti, presenti in realtà un numero elevatissimo di analogie e uguaglianze, sia formali che strutturali, relative tanto alla scrittura nel suo insieme, che ai singoli elementi grafici”.

Concludendo, la c.t.p. dott.ssa Agnolin, che le rilevate analogie non potrebbero essere fatte ad arte da un falsario, posto che le “uguaglianze” sarebbero troppe per essere il frutto di un tentativo di imitazione.

Un addebito (ulteriore) che parte convenuta muove all’operato della c.t.u. è poi quello secondo cui la dott.ssa Gadotti avrebbe lasciato volutamente inevase numerose questioni poste dalla prima alla sua attenzione, al punto da doversi ritenere compromesso e negato il diritto di difesa della parte, per di più ispirando alcune risposte ad uno spirito dialetticamente polemico se non proprio, talvolta, immotivatamente sarcastico.

Ora, muovendo da quest’ultimo rilievo, è pur vero che in alcuni passaggi delle sue risposte conclusive il c.t.u. sembra indulgere a valutazioni ironiche che ben avrebbe potuto, molto più opportunamente, omettere (essendo oltretutto del tutto prive di rilievo ai fini della risoluzione delle problematiche in discussione).

Ma ciò non toglie che certune “flessioni di stile”, ispirate ad un’eccessiva vis polemica, nulla possono togliere all’indubbio spessore tecnico-scientifico dell’elaborato Gadotti (apprezzato anche in separato provvedimento di altro Giudice di questo Tribunale, doc. 21 attrici, su cui infra incidentalmente sarà dato tornare, laddove viene rilevato che “l’esame operato dall’esperto nominato dal G.I. appare condotto con un’accuratezza ed una completezza tali da meritare una valutazione di affidabilità nonostante le censure ad esso mosse dall’E. facendo leva o sugli opposti risultati della perizia grafica espletata in sede penale…”).

Alla confutazione delle osservazioni del c.t.p. di parte convenuta, il cui carattere asseritamente insufficiente viene stigmatizzato dall’E., la consulente d’ufficio dedica in realtà numerose pagine (29 e ss.) della relazione finale, fitte di numerose considerazioni ed altrettante puntigliose controdeduzioni, pervenendo nondimeno alla conclusione (pag. 41 relazione), a cui il Collegio reputa di dover aderire, secondo cui “a fronte di poche concordanze, le differenze riscontrate fra scrittura del testamento e scritture comparative sono tali e tante che non possono essere riferite allo stesso scrivente, ma costituiscono la proiezione di due personalità grafiche diverse. Non è sufficiente la corrispondenza di alcuni elementi grafici, oltretutto riproducibili su un intento imitatorio, per poter attribuire il testamento a G.A.”.

In definitiva, il Tribunale è dell’avviso di dover condividere e far proprie da un punto di vista tecnico valutazioni e conclusioni del consulente tecnico d’ufficio, laddove postula il carattere apocrifo della scheda testamentaria in esame, fornendo un oggettivo supporto giustificativo alla pronuncia del Collegio, di accoglimento della quaestio nullitatis (se non proprio quaestio inexistentiae, cfr. citare sezioni unite n. 12307/2015) presupposta dall’azione introdotta dalle attrici.

Ferma la decisività dell’esito della consulenza grafologica, la cui attendibilità come detto non appare affatto incrinata da decisivi elementi tecnici contrari, neppure il giudizio di verosimiglianza per così dire morale e psicologica potrebbe apprezzabilmente ritenersi favorevole alla tesi difensiva del convenuto.

L’E. assume che il testamento olografo integralmente devolutivo dell’asse ereditario al di fuori della famiglia d’origine della testatrice fosse evenienza del tutto coerente con la volontà più volte manifestata in vita dall’anziana di non voler lasciare alcunché dei propri averi ai parenti, con i quali da moltissimi anni aveva reciso ogni significativo legame affettivo.

Se è pur vero che le attrici (sorella e nipote della de cuius) hanno confermato all’interrogatorio formale che i rapporti personali con la congiunta si erano compromessi sin dagli anni sessanta (parrebbe a seguito di divergenze ed incomprensioni occasionate da una divisione ereditaria), nondimeno gli esiti istruttori neppure hanno acclarato, per altro verso, un decisivo legame affettivo dell’anziana donna con l’E. e la sua famiglia al punto di giustificare una decisione di beneficiare in modo assoluto quello, rendendolo destinatario unico ed universale di un assai ingente patrimonio.

L’espletamento delle prove testimoniali è stato stimolato soprattutto dalle attrici, nella verosimile prospettiva di evidenziare gli accentuati tratti di anomalia degli ultimi anni di vita della G., e in tal modo comprovarne una condizione mentale tale da giustificare il recepimento della domanda subordinata (o alternativa) di invalidazione del testamento per incapacità di intendere e di volere della testatrice.

Prove che (se, va detto incidentalmente, di certo non hanno fornito contributi decisivi a tale tesi, tanto che le attrici neppure hanno insistito per una C.T.U. psichiatrica, né il G.I. condivisibilmente ha ritenuto di disporla d’ufficio) comunque hanno evidenziato le condizioni peculiari in cui conduceva la propria esistenza la G., rimasta vedova e sostanzialmente sola, con un carattere singolare e/o anomalo (o forse semplicemente di persona ormai esclusa dal mondo ed impaurita), tanto da sentire l’esigenza di attorniarsi di alcune persone che, pur per lo più ad essa estranee da un punto di vista familiare, sembravano disposte ad aiutarla in alcune incombenze pratiche di ordine quotidiano e domestico.

Se tra queste persone, alla luce delle prove testimoniali assunte, poteva sicuramente annoverarsi l’E. (e famiglia), costui peraltro non era l’unico soggetto che abitualmente interloquiva con una certa familiarità con la donna.

Tra queste altre persone vi era per esempio il sig. G.Q., il quale nella sua lunga deposizione ha circostanziato le frequentazioni con la G. e, fino a quando era stato in vita, col marito T. (O.) A., ai quali coniugi (e dopo la morte di quello alla de cuius) prestava innumerevoli, gratuiti servigi per aiutarli nel vivere quotidiano (il teste ha spiegato di provenire da una famiglia abitualmente impegnata nel volontariato).

Le consuetudini di vita con l’E., e la di lui famiglia, non sono risultate di una pregnanza tale da giustificare (secondo un nesso di conseguenzialità quasi naturale) l’attribuzione della qualità di erede universale (anzi, secondo il racconto del Q., in un’occasione la G. gli aveva telefonato pregandolo di raggiungerla presso l’abitazione perché “c’era quello che ciacola”, con ciò alludendo proprio all’E.).

Con tale frase gergale denotando, ad avviso del Collegio, non un sentimento di timore verso il convenuto (come forzosamente vorrebbe evincere parte attrice, pag. 6 conclusionale), ma forse più propriamente una contingente reazione d’insofferenza per la verosimile invadenza, in alcuni momenti, dell’uomo.

In definitiva, pur non potendosi negare la presenza della figura dell’E. nel quotidiano della G., nondimeno tale consuetudine non potrebbe automaticamente avallare l’effetto di un’importante (e tantomeno esclusiva) devoluzione ereditaria, secondo un giudizio prognostico di probabilità così elevata da porre decisivamente in crisi gli elementi tecnici che diversamente inducono a ritenere l’apocrifia dell’olografo .

Il Collegio inoltre, a integrazione di tali considerazioni, neppure può esimersi da ulteriori rilievi, seppur riferibili a eventi postumi alla morte della G., che certo non sembrano tali da gettare una luce particolarmente positiva sui comportamenti del convenuto.

In particolare costui:

a)- già il giorno dopo la morte della donna si presentava presso la villa di Pressana in comproprietà tra la G. e la sig.ra H.D.G., a cui riferiva (testimonianza di questa) che la G. era morta e che egli era pertanto proprietario per metà del bene essendone l’erede (tanto da indurre la D.G. a sottolineare l’opportunità di ragguagliarla prima di tutto sulle circostanze della morte dellla donna);

b)- in pendenza della causa (allorquando la consulenza d’ufficio già sembrava orientare il giudizio verso l’apocrifia dell’olografo) alienava un immobile di consistente pregio e valore facente parte dell’asse ereditario pur nella consapevolezza della contestazione mossa dalle attrici alla validità del testamento olografo e così al suo titolo ereditario (cfr. decreto di sequestro 20/21.06.2008);

c)- revocato il sequestro a motivo esclusivamente del rilevato difetto di nesso funzionale rispetto alle domande introdotte nel giudizio di merito (sequestro che aveva temporaneamente consentito di “congelare” presso un istituto di credito attività per il considerevole importo di oltre 500.000,00 Euro riconducibili al convenuto), si affrettava a far “sparire” la quasi totalità di quei valori mobiliari nel tempo occorso alle attrici per conseguire un nuovo valido sequestro (già citata ordinanza) nel giudizio che erano state costrette ad instaurare contro l’E. e il terzo acquirente del bene ereditario per far dichiarare la simulazione o chiedere la revocatoria dell’atto di cessione: cfr. docc. 21/24 parte attrice.

In sintesi, e in una valutazione unitaria d’assieme, non proprio, quelli posti in essere dall’E., gli atteggiamenti che depongono per un corretto e leale comportamento processuale, pur nell’ovvia considerazione del desiderio di tutelare appieno i propri diritti difensivi (alla cui tutela peraltro appaiono del tutto estranei gli eventi di cui ai punti b e c che precedono).

In definitiva, sussistendo plurimi convergenti elementi (diretti così come presuntivo-indiziari), le domande delle attrici, di nullità del testamento olografo per apocrifia, con conseguente declaratoria che le stesse sono legittime eredi della G.A.M. ciascuna per la quota indivisa di spettanza, con diritto alla conforme assegnazione su tutti i beni facenti parte dell’asse ereditario, devono essere accolte.

Così definite le questioni a scrutinio, vanno da ultimo esaminati i riflessi dell’approdo decisorio sulla regolamentazione delle spese di lite.

In tale prospettiva, il convenuto sosterrà in via definitiva e per l’intero gli oneri della CTU grafologica (come liquidati con decreto del G.I.).

Quanto alle ulteriori spese processuali, pare in primo luogo conforme a giusti motivi disporre l’integrale compensazione di quelle relative al procedimento incidentale di sequestro (la domanda è stata sì alfine rigettata, ma per motivi formali o comunque diversi dall’ingiustizia sostanziale del provvedimento di vincolo cautelare).

Le spese del giudizio di merito in senso proprio (liquidate come da dispositivo ex D.M. n. 140 del 2012, scaglione di valore superiore ad Euro 500.000,00, importi tariffari medi) devono invece seguire l’ordinario principio della soccombenza del convenuto.

P.Q.M.

IL TRIBUNALE

definitivamente pronunziando nella causa di cui in epigrafe, ogni diversa istanza deduzione o eccezione disattesa o comunque assorbita, così decide:

  1. I) accerta e dichiara che il testamento datato 02.02.2004 e pubblicato il 30.11.2005 con atto del notaio M. n. rep. (…) è apocrifo non essendo stato redatto dalla sig.ra G.A.M., e per l’effetto lo dichiara nullo e privo di efficacia;
  2. II) accerta e dichiara che le attrici sigg.re G.L. e S.M. sono legittime eredi della de cuius G.A.M., ciascuna per la quota di 2/8, e conseguentemente assegna alle attrici medesime le rispettive quote indivise di spettanza su tutti i beni facenti parte dell’asse ereditario della de cuius;

III) pone in via definitiva e per l’intero le spese della CTU grafologica (come liquidate con decreto del G.I.) a carico del convenuto;

  1. IV) dichiara integralmente compensate le spese del procedimento incidentale di sequestro conservativo promosso dalle attrici in corso di causa;
  2. V) condanna il convenuto a rifondere alle attrici le spese processuali del giudizio di merito, liquidate in Euro 436,50 per anticipazioni, Euro 20.000,00 per compensi professionali, oltre a CPA ed IVA (se dovuta) come per legge.

Conclusione

Così deciso in Vicenza, nella Camera di Consiglio della Prima Sezione Civile del Tribunale, addì 28 gennaio 2016.

Depositata in Cancelleria il 3 febbraio 2016.

 

Contattaci adesso per una consulenza legale.

Avvocato Sergio Armaroli
Via Solferino
Bologna, Italia