PISA INCIDENTE GRAVE Danno non patrimoniale – Lesione interessi persona

PISA INCIDENTE GRAVE RISARCIMENTO

risarcibilità del danno non patrimoniale

Danno non patrimoniale – Lesione interessi persona – Irrilevanza economica – Categoria unitaria – Danno morale – Natura non patrimoniale

PISA INCIDENTE GRAVE Danno non patrimoniale - Lesione interessi persona
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PISA INCIDENTE GRAVE Danno non patrimoniale - Lesione interessi persona
PISA INCIDENTE GRAVE Danno non patrimoniale – Lesione interessi persona

 

Tribunale|Pisa|Civile|Sentenza|5 gennaio 2021| n. 15

Danno non patrimoniale – Lesione interessi persona – Irrilevanza economica – Categoria unitaria – Danno morale – Natura non patrimoniale

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PISA INCIDENTE GRAVE Danno non patrimoniale – Lesione interessi persona

 

Acclarata nei termini indicati la esclusiva responsabilità del conducente dell’auto sotto il profilo dell’an debeatur, procedendo alla valutazione del quantum debeatur, quanto al danno non patrimoniale subito dall’istante, deve rilevarsi che, all’esito della progressiva evoluzione della disciplina postcodicistica in tema di risarcimento del danno alla persona, la Corte di Cassazione ha ancora recentemente avuto modo di operare un intervento razionalizzatore, con il quale è venuta a ricondurre le plurime voci di danno nel tempo elaborate nell’ambito di un “sistema bipolare”, costituito dal danno patrimoniale ex art. 2043 c.c. e dal danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828). Con particolare riferimento a quest’ultimo, nell’avvertita insufficienza dell’interpretazione che ne segnava la coincidenza – limitandone corrispondentemente la risarcibilità – con l’unica ipotesi tipica positivamente prevista (art. 185 c.p.), quale oggetto del rinvio ivi contenuto, restrittivamente interpretata come sostanziantesi nel mero patema d’animo o sofferenza psichica di carattere interiore (danno morale), la Corte, in considerazione anche della proliferazione delle fonti normative prevedenti la risarcibilità del danno morale successivamente determinatasi, è pervenuta, da un canto, a rimarcare il carattere interiore e privo di obiettivizzazione all’esterno del danno morale, espressamente qualificato come “soggettivo”; per altro verso, a precisare che esso non esaurisce l’ambito del danno non patrimoniale, costituendone un mero aspetto, al contempo svincolandone la risarcibilità dalla ricorrenza del reato (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828). Nel porre in rilievo che la Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, la Corte ha sottolineato come il danno non patrimoniale costituisca categoria ampia e comprensiva di ogni ipotesi in cui risulti leso un valore inerente la persona (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828), facendo al riguardo richiamo anche ai molteplici interventi della Corte Costituzionale che hanno segnato l’evoluzione interpretativa in argomento. In tale quadro, si è in giurisprudenza di legittimità affermato non poter essere il danno non patrimoniale più inteso, come viceversa in precedenza, in termini di sostanziale coincidenza con il solo danno morale. Le Sezioni Unite della Suprema Corte sono quindi giunte ad affermare che il profilo specifico in linea descrittiva di danno esistenziale ( sempre inquadrabile nel danno non patrimoniale) consiste in “ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare non reddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno” (v. Cass., Sez. Un., 24/03/2006, n. 6572). Le Sezioni Unite hanno altresì sottolineato che tale profilo di “danno esistenziale” non consiste in meri “dolori e sofferenze”, ma deve aver determinato “concreti cambiamenti, in senso peggiorativo, nella qualità della vita”. Ne emerge dunque una figura di danno alla salute in senso lato ( danno non patrimoniale ) che, pur dovendo – diversamente dal danno morale soggettivo (v. Cass., 10/08/2004, n. 15418) – obiettivarsi, a differenza del danno biologico, rimane integrato a prescindere dalla relativa accertabilità in sede medicolegale (v. Cass., Sez. Un., 24/03/2006, n. 6572). Esso si sostanzia invero in una modificazione peggiorativa della personalità dell’individuo, che si obiettivizza socialmente nella negativa incidenza sul suo modo di rapportarsi con gli altri, sia all’interno del nucleo familiare, che all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita relazione. Così come quello patrimoniale, anche il danno non patrimoniale ha natura di danno-conseguenza, quale danno che scaturisce dal fatto- evento. Il danno non patrimoniale deve essere dunque riconosciuto e liquidato nella sua interezza, essendo pertanto necessaria, laddove il risarcimento non risulti in termini generali e complessivi domandato, l’analitica considerazione e liquidazione in relazione ai diversi aspetti in cui esso si scandisce. Quando il danneggiato chiede il risarcimento del danno non patrimoniale la domanda va cioè intesa come estesa a tutti gli aspetti di cui tale ampia categoria si compone, nella quale vanno d’altro canto riassorbite le plurime voci di danno nel corso degli anni dalla giurisprudenza elaborate proprio per sfuggire agli angusti limiti della suindicata restrittiva interpretazione dell’art.2059 c.c. Tale quadro normativo risulta definitivamente confermato dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 26972\2008 secondo cui il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 cc si identifica con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica . Il suo risarcimento postula la verifica della sussistenza degli elementi nei quali si articola l’illecito civile extracontrattuale definito dall’art. 2043 cc. L’art. 2059 cc non delinea una distinta fattispecie di illecito produttiva di danno non patrimoniale , ma consente la riparazione anche dei danni non patrimoniali . Posto che l’art. 2059 è norma di rinvio alle leggi che determinano i casi di risarcibilità del danno non patrimoniale ( in primo luogo all’art. 185 c.p. che prevede la risarcibilità del danno non patrimoniale conseguente a reato ), va anche rilevato che , al di fuori dei casi determinati dalla legge, in virtù del principio di tutela minima risarcitoria spettante ai diritti costituzionalmente inviolabili , la tutela è estesa ai casi di danno non patrimoniale prodotto dalle lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione : per effetto di tale estensione va ricondotto nell’ambito dell’art. 2059 cc il danno da lesione del diritto inviolabile alla salute ,trovando adeguata collocazione nella norma anche la tutela riconosciuta ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia concernenti la fattispecie del danno da perdita del rapporto parentale nel caso di morte del congiunto. Va peraltro riaffermato e ribadito che, nell’ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, le formule danno morale e biologico non autonome sottocategorie di danno ( così come il danno esistenziale ), assumendo esclusivamente connotazione descrittiva tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali . Può pertanto concludersi nel senso di recepire quanto acquisito dalle Sezioni Unite, secondo le quali il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale nel senso che deve ristorare integralmente il pregiudizio, ma non oltre. In particolare, il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 cc, identificandosi con il danno determinato dalle lesione di interessi inerenti la persona non connotati di rilevanza economica, costituisce categoria unitaria non suscettiva di divisioni in sottocategorie : il riferimento a determinati tipi di pregiudizio , in vario modo denominati ( danno morale, danno biologico , danno da perdita del rapporto parentale ) risponde ad esigenze descrittive ma non implica il riconoscimento di distinte categoria di danno ; è compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato , a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione . Viene in primo luogo in considerazione , nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato , la sofferenza morale . Definitivamente accantonata la figura del danno morale soggettivo, la sofferenza morale integra pregiudizio non patrimoniale . Deve pertanto unitariamente considerarsi il danno non patrimoniale nella specie consistito nella sofferenza patita nel momento della percezione della perdita ( il vecchio danno morale soggettivo inteso quale sofferenza immediata e transeunte) e nel dolore che accompagna il soggetto che l’ha subita ( vecchio danno esistenziale ) costituendo essi componenti dell’unitario complesso pregiudizio che va integralmente e unitariamente ristorato. Nella presente causa il (…), all’epoca del sinistro, avvenuto in data 20.01.2015, aveva 17 anni. Parte attrice ha provato in corso di causa che lo stesso (…) si è dovuta astenere dalla frequentazione scolastica e dall’attività sportiva (giocava a calcio), nonché dalla frequentazione nel tempo libero degli amici; a tutt’oggi lamenta in alcuni periodi forti dolori ed è costretto ad assumere antidolorifici, e lamenta il danno estetico (naso, denti, cicatrici, ginocchio, ecc.) e quindi un peggioramento della propria vita di relazione; in particolare l’attore giocava a calcio nella (…) categoria allievi ed ha smesso di giocare; i suoi ex-compagni di squadra, nel frattempo progrediti, giocano in varie squadre semi-professionsitiche o amatoriali dove percepiscono dei rimborsi spese; a seguito del sinistro l’attore non ha potuto frequentare per 3 mesi la scuola (professionale IPSIA di Pontedera) ed è rientrato a frequentare le lezioni soltanto a fine marzo; per recupererare il tempo perduto e non venire bocciato ha frequentato ripetizioni private e studiato con enormi sacrifici riuscendo a fine anno a venire promosso; nel tempo libero andava a correre, andava al mare dove giocava con gli amici, attività che ha dovuto cessare; ha smesso di uscire con gli amici ed ha potuto ricominciare ad uscire soltanto dopo molti mesi dopo che gli erano stati rimessi i denti; aveva un flirt con una ragazza che lo ha lasciato a seguito del sinistro; ha difficoltà tutt’ora a mangiare in quanto non può addentare panini, mele e comunque alimenti duri; ha perso il gusto; per lungo tempo è stato costretto ad assumere soltanto cibi liquidi ed ha perso peso che non ha più recuperato (era 57 kg ora ne pesa 49); per lungo tempo è stato costretto a dormire in posizione fissa e non poteva muoversi, il che provocava problemi di sonno; ha problemi nel parlare (sputa) e gli amici lo prendono in giorno, ha problemi respiratori sotto sforzo, non ha più guidato un motorino; ecc. Riguardo alle assenze da scuola, è stata prodotta in giudizio l’attestazione dell’istituto professionale comprovante le assenze dell’anno scolastico pari a gg. 45. Fatte le suindicate premesse occorre rilevare con riferimento al caso di specie, che, con riguardo all’ infortunato , il ctu medico all’uopo nominato ha accertato che lo stesso, a seguito del sinistro, “…il sig. (…) o data 20.01.2015, in conseguenza di sinistro stradale riportava frattura chiusa delle ossa nasali, frattura del seno mascellare bilaterale, ferite multiple al volto, frattura coronale degli incisivi (11, 22, 31, 41), avulsione traumatica del 21, cervicalgia post traumatica, frattura dell’apice testa perone arto inf. Dx…I postumi odierni, soggettivi ed obiettivamente rilevabili evidenziati all’obiettività sono in nesso diretto con il trauma de quo e consistono in sindrome algo-disfunzionale del naso, del seno mascellare bilateralmente e dell’apparato dentario, sindrome algo-disfunzionale del collo e del ginocchio dx. Permane altresì ipoacusia percettiva a sin.” Orbene la CTU espletata ha accertato : danno biologico permanente pari al 16 %, 35 giorni di invalidità temporanea assoluta, 20 giorni di invalidità temporanea parziale al 75 %, 25 giorni di invalidità temporanea parziale al 50%, 60 giorni di invalidità temporanea parziale al 25%. Le spese mediche sostenute ritenute congrue dal CTU ammontano ad Euro. 2.838,78 (compresa la ricevuta del dott. C. per la relazione medico-legale). Riguardo alle spese dentistiche, il CTU si è avvalso dell’ausilio di una specialista, che alla luce delle spese dentistiche già sopportate dall’attore (vedi documenti in atti), ha quantificato nel corso del tempo la somma di Euro. 64.000,00 (Euro. 14.000 già sostenuta e Euro. 50.000 nel corso degli anni). Il CTU ha riconosciuto anche una componente estetica del danno biologico proprio alla luce del danno al viso.

 

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Danno non patrimoniale – Lesione interessi persona – Irrilevanza economica – Categoria unitaria – Danno morale – Natura non patrimoniale

 

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Danno non patrimoniale – Lesione interessi persona – Irrilevanza economica – Categoria unitaria – Danno morale – Natura non patrimoniale

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI PISA

Il Giudice Onorario, dott. Rossana Ciccone, ha emesso la seguente

SENTENZA

nella causa iscritta al n. 5808/2016 R.G.,

promossa da

(…), (…) e (…) con L’avv. Ba.Si. E L’avv. Ma.Fo.

PARTE ATTRICE

Contro

(…) SPA con l’Avv. Ma.Ca.

PARTE CONVENUTA

Contro

(…), convenuto-contumace

SVOLGIMENTO DEI FATTI

Con atto di citazione ritualmente notificato (…), (…) e (…) convenivano davanti all’intestato Tribunale (…) e la compagnia assicuratrice (…) SPA per ivi sentir accogliere le seguenti conclusioni: “Voglia il Tribunale di Pisa, per le causali di cui in atti e contrariis reiectis: previo riconoscimento della responsabilità del (…) nella determinazione del sinistro de quo, sentir condannare il. (…) e la società (…) SPA in persona del legale rappresentante pro tempore in solido e/o ciascuno singolarmente nelle rispettive loro qualità, al risarcimento e/o pagamento dei danni tutti, patrimoniali e non patrimoniali, biologici, morali, materiali e non materiali, economici, patrimoniali, danno esistenziale e danno da vita di relazione, subiti e subendi dai (…) (…) e (…) in proprio e per quanto ognuno di propria competenza nel sinistro de quo pari a quella somma che emergerà in corso di causa o che sarà ritenuta di giustizia.

Si costituiva in giudizio la (…) SPA la quale rassegnava le seguenti conclusioni: “nel merito, attesa l’offerta risarcitoria cui da conto l’attore, respingere la domanda attorea, in quanto infondata in fatto ed in diritto; in subordine nel caso denegato di accoglimento della domanda, limitare la liquidazione nei limiti del dovuto e del rigorosamente provato; in ogni caso con vittoria di spese e compensi di causa” mentre rimaneva contumace il (…).

L’allora Giudice assegnatario ammetteva le prove orali richieste da parte attrice, quindi espletate le prove orali, veniva disposta anche CTU medico-legale.

Nelle more del giudizio la presente causa veniva assegnata a questo GO, quindi all’udienza del 24.09.2020 le parti precisavano le conclusioni e la causa veniva trattenuta in decisione assegnando alle parti i termini di legge per il deposito di comparse conclusionali e repliche.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Per quanto riguarda l’an per stessa ammissione del conducente il veicolo Lancia Y Tg. (…) di proprietà e condotto dal Sig. (…) il quale confermava che le modalità del sinistro oggetto del presente giudizio corrispondevano a quanto verbalizzato dai Carabinieri, intervenuti sul luogo dell’incidente: “il veicolo A Lancia Y targata (…) condotta da (…) precorreva Via M. nella frazione di San Romano del Comune di Monopoli in Val D’Arno (PI) con direzione di marcia Capanne – Ponte a Egola. Giunto all’intersezione di Via G. svoltava a sinistra omettendo di dare la propria precedenza ai veicoli provenienti dal senso opposto di marcia, entrando, pertanto, in collisione con il veicolo B marca Piaggio NRG Tg. (…) condotto da (…) che percorreva regolarmente la Via M. con senso di marcia Ponte a Egoa – Capanne” e concludevano affermando che “il conducente del veicolo A non si era attenuto a quanto disposto dall’art. 145/2 comma del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Codice della Strada) – nell’impegnare l’intersezione ometteva di dare la precedenza al veicolo che proveniva dalla destra – . Alla parte veniva pertanto contestata la relativa infrazione”.

Inoltre nessuna contestazione è stata avanzata dalla (…), compagnia assicuratrice del veicolo TG. (…), la quale costituendosi in giudizio, non ha minimamente contestato l’an della pretesa e come tale vige l’art. 115 c.p.c..

Alla luce degli elementi probatori acquisiti , deve ritenersi la responsabilità del conducente dell’auto nella verificazione del sinistro, non residuando nel caso di specie spazi di operatività per la sussistenza di un concorso di colpa del pedone nella verificazione dell’incidente , essendo esso ascrivibile all’esclusiva responsabilità del convenuto (…).

Acclarata nei termini indicati la esclusiva responsabilità del conducente dell’auto sotto il profilo dell’an debeatur, procedendo alla valutazione del quantum debeatur, quanto al danno non patrimoniale subito dall’istante, deve rilevarsi che, all’esito della progressiva evoluzione della disciplina postcodicistica in tema di risarcimento del danno alla persona, la Corte di Cassazione ha ancora recentemente avuto modo di operare un intervento razionalizzatore, con il quale è venuta a ricondurre le plurime voci di danno nel tempo elaborate nell’ambito di un “sistema bipolare”, costituito dal danno patrimoniale ex art. 2043 c.c. e dal danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828). Con particolare riferimento a quest’ultimo, nell’avvertita insufficienza dell’interpretazione che ne segnava la coincidenza – limitandone corrispondentemente la risarcibilità – con l’unica ipotesi tipica positivamente prevista (art. 185 c.p.), quale oggetto del rinvio ivi contenuto, restrittivamente interpretata come sostanziantesi nel mero patema d’animo o sofferenza psichica di carattere interiore (danno morale), la Corte, in considerazione anche della proliferazione delle fonti normative prevedenti la risarcibilità del danno morale successivamente determinatasi, è pervenuta, da un canto, a rimarcare il carattere interiore e privo di obiettivizzazione all’esterno del danno morale, espressamente qualificato come “soggettivo”; per altro verso, a precisare che esso non esaurisce l’ambito del danno non patrimoniale, costituendone un mero aspetto, al contempo svincolandone la risarcibilità dalla ricorrenza del reato (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828). Nel porre in rilievo che la Costituzione riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, la Corte ha sottolineato come il danno non patrimoniale costituisca categoria ampia e comprensiva di ogni ipotesi in cui risulti leso un valore inerente la persona (v. Cass., 31/05/2003, n. 8827; Cass., 31/05/2003, n. 8828), facendo al riguardo richiamo anche ai molteplici interventi della Corte Costituzionale che hanno segnato l’evoluzione interpretativa in argomento. In tale quadro, si è in giurisprudenza di legittimità affermato non poter essere il danno non patrimoniale più inteso, come viceversa in precedenza, in termini di sostanziale coincidenza con il solo danno morale. Le Sezioni Unite della Suprema Corte sono quindi giunte ad affermare che il profilo specifico in linea descrittiva di danno esistenziale ( sempre inquadrabile nel danno non patrimoniale) consiste in “ogni pregiudizio (di natura non meramente emotiva ed interiore, ma oggettivamente accertabile) provocato sul fare non reddittuale del soggetto, che alteri le sue abitudini e gli assetti relazionali propri, inducendolo a scelte di vita diverse quanto all’espressione e realizzazione della sua personalità nel mondo esterno” (v. Cass., Sez. Un., 24/03/2006, n. 6572). Le Sezioni Unite hanno altresì sottolineato che tale profilo di “danno esistenziale” non consiste in meri “dolori e sofferenze”, ma deve aver determinato “concreti cambiamenti, in senso peggiorativo, nella qualità della vita”. Ne emerge dunque una figura di danno alla salute in senso lato ( danno non patrimoniale ) che, pur dovendo – diversamente dal danno morale soggettivo (v. Cass., 10/08/2004, n. 15418) – obiettivarsi, a differenza del danno biologico, rimane integrato a prescindere dalla relativa accertabilità in sede medicolegale (v. Cass., Sez. Un., 24/03/2006, n. 6572). Esso si sostanzia invero in una modificazione peggiorativa della personalità dell’individuo, che si obiettivizza socialmente nella negativa incidenza sul suo modo di rapportarsi con gli altri, sia all’interno del nucleo familiare, che all’esterno del medesimo, nell’ambito dei comuni rapporti della vita relazione. Così come quello patrimoniale, anche il danno non patrimoniale ha natura di danno-conseguenza, quale danno che scaturisce dal fatto- evento. Il danno non patrimoniale deve essere dunque riconosciuto e liquidato nella sua interezza, essendo pertanto necessaria, laddove il risarcimento non risulti in termini generali e complessivi domandato, l’analitica considerazione e liquidazione in relazione ai diversi aspetti in cui esso si scandisce. Quando il danneggiato chiede il risarcimento del danno non patrimoniale la domanda va cioè intesa come estesa a tutti gli aspetti di cui tale ampia categoria si compone, nella quale vanno d’altro canto riassorbite le plurime voci di danno nel corso degli anni dalla giurisprudenza elaborate proprio per sfuggire agli angusti limiti della suindicata restrittiva interpretazione dell’art.2059 c.c. Tale quadro normativo risulta definitivamente confermato dalla sentenza delle Sezioni Unite n. 26972\2008 secondo cui il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 cc si identifica con il danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica . Il suo risarcimento postula la verifica della sussistenza degli elementi nei quali si articola l’illecito civile extracontrattuale definito dall’art. 2043 cc. L’art. 2059 cc non delinea una distinta fattispecie di illecito produttiva di danno non patrimoniale , ma consente la riparazione anche dei danni non patrimoniali . Posto che l’art. 2059 è norma di rinvio alle leggi che determinano i casi di risarcibilità del danno non patrimoniale ( in primo luogo all’art. 185 c.p. che prevede la risarcibilità del danno non patrimoniale conseguente a reato ), va anche rilevato che , al di fuori dei casi determinati dalla legge, in virtù del principio di tutela minima risarcitoria spettante ai diritti costituzionalmente inviolabili , la tutela è estesa ai casi di danno non patrimoniale prodotto dalle lesione di diritti inviolabili della persona riconosciuti dalla Costituzione : per effetto di tale estensione va ricondotto nell’ambito dell’art. 2059 cc il danno da lesione del diritto inviolabile alla salute ,trovando adeguata collocazione nella norma anche la tutela riconosciuta ai soggetti che abbiano visto lesi i diritti inviolabili della famiglia concernenti la fattispecie del danno da perdita del rapporto parentale nel caso di morte del congiunto. Va peraltro riaffermato e ribadito che, nell’ambito della categoria generale del danno non patrimoniale, le formule danno morale e biologico non autonome sottocategorie di danno ( così come il danno esistenziale ), assumendo esclusivamente connotazione descrittiva tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali . Può pertanto concludersi nel senso di recepire quanto acquisito dalle Sezioni Unite, secondo le quali il risarcimento del danno alla persona deve essere integrale nel senso che deve ristorare integralmente il pregiudizio, ma non oltre. In particolare, il danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 cc, identificandosi con il danno determinato dalle lesione di interessi inerenti la persona non connotati di rilevanza economica, costituisce categoria unitaria non suscettiva di divisioni in sottocategorie : il riferimento a determinati tipi di pregiudizio , in vario modo denominati ( danno morale, danno biologico , danno da perdita del rapporto parentale ) risponde ad esigenze descrittive ma non implica il riconoscimento di distinte categoria di danno ; è compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato , a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione . Viene in primo luogo in considerazione , nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato , la sofferenza morale . Definitivamente accantonata la figura del danno morale soggettivo, la sofferenza morale integra pregiudizio non patrimoniale . Deve pertanto unitariamente considerarsi il danno non patrimoniale nella specie consistito nella sofferenza patita nel momento della percezione della perdita ( il vecchio danno morale soggettivo inteso quale sofferenza immediata e transeunte) e nel dolore che accompagna il soggetto che l’ha subita ( vecchio danno esistenziale ) costituendo essi componenti dell’unitario complesso pregiudizio che va integralmente e unitariamente ristorato. Nella presente causa il (…), all’epoca del sinistro, avvenuto in data 20.01.2015, aveva 17 anni. Parte attrice ha provato in corso di causa che lo stesso (…) si è dovuta astenere dalla frequentazione scolastica e dall’attività sportiva (giocava a calcio), nonché dalla frequentazione nel tempo libero degli amici; a tutt’oggi lamenta in alcuni periodi forti dolori ed è costretto ad assumere antidolorifici, e lamenta il danno estetico (naso, denti, cicatrici, ginocchio, ecc.) e quindi un peggioramento della propria vita di relazione; in particolare l’attore giocava a calcio nella (…) categoria allievi ed ha smesso di giocare; i suoi ex-compagni di squadra, nel frattempo progrediti, giocano in varie squadre semi-professionsitiche o amatoriali dove percepiscono dei rimborsi spese; a seguito del sinistro l’attore non ha potuto frequentare per 3 mesi la scuola (professionale IPSIA di Pontedera) ed è rientrato a frequentare le lezioni soltanto a fine marzo; per recupererare il tempo perduto e non venire bocciato ha frequentato ripetizioni private e studiato con enormi sacrifici riuscendo a fine anno a venire promosso; nel tempo libero andava a correre, andava al mare dove giocava con gli amici, attività che ha dovuto cessare; ha smesso di uscire con gli amici ed ha potuto ricominciare ad uscire soltanto dopo molti mesi dopo che gli erano stati rimessi i denti; aveva un flirt con una ragazza che lo ha lasciato a seguito del sinistro; ha difficoltà tutt’ora a mangiare in quanto non può addentare panini, mele e comunque alimenti duri; ha perso il gusto; per lungo tempo è stato costretto ad assumere soltanto cibi liquidi ed ha perso peso che non ha più recuperato (era 57 kg ora ne pesa 49); per lungo tempo è stato costretto a dormire in posizione fissa e non poteva muoversi, il che provocava problemi di sonno; ha problemi nel parlare (sputa) e gli amici lo prendono in giorno, ha problemi respiratori sotto sforzo, non ha più guidato un motorino; ecc. Riguardo alle assenze da scuola, è stata prodotta in giudizio l’attestazione dell’istituto professionale comprovante le assenze dell’anno scolastico pari a gg. 45. Fatte le suindicate premesse occorre rilevare con riferimento al caso di specie, che, con riguardo all’ infortunato , il ctu medico all’uopo nominato ha accertato che lo stesso, a seguito del sinistro, “…il sig. (…) o data 20.01.2015, in conseguenza di sinistro stradale riportava frattura chiusa delle ossa nasali, frattura del seno mascellare bilaterale, ferite multiple al volto, frattura coronale degli incisivi (11, 22, 31, 41), avulsione traumatica del 21, cervicalgia post traumatica, frattura dell’apice testa perone arto inf. Dx…I postumi odierni, soggettivi ed obiettivamente rilevabili evidenziati all’obiettività sono in nesso diretto con il trauma de quo e consistono in sindrome algo-disfunzionale del naso, del seno mascellare bilateralmente e dell’apparato dentario, sindrome algo-disfunzionale del collo e del ginocchio dx. Permane altresì ipoacusia percettiva a sin.” Orbene la CTU espletata ha accertato : danno biologico permanente pari al 16 %, 35 giorni di invalidità temporanea assoluta, 20 giorni di invalidità temporanea parziale al 75 %, 25 giorni di invalidità temporanea parziale al 50%, 60 giorni di invalidità temporanea parziale al 25%. Le spese mediche sostenute ritenute congrue dal CTU ammontano ad Euro. 2.838,78 (compresa la ricevuta del dott. C. per la relazione medico-legale). Riguardo alle spese dentistiche, il CTU si è avvalso dell’ausilio di una specialista, che alla luce delle spese dentistiche già sopportate dall’attore (vedi documenti in atti), ha quantificato nel corso del tempo la somma di Euro. 64.000,00 (Euro. 14.000 già sostenuta e Euro. 50.000 nel corso degli anni). Il CTU ha riconosciuto anche una componente estetica del danno biologico proprio alla luce del danno al viso.

La “personalizzazione” del danno, che di fatto ha sostituito il c.d. danno morale e/o esistenziale, deve essere riconosciuta. Le tabelle di Milano, per un danno ad un minore di 17 anni del 16%, prevedono un minimo di Euro 54.924,00 ed un massimo di Euro 78.541,00. Stante la quantificazione delle lesioni si ritiene equo liquidare la misura massima. Riguardo all’invalidità temporanea, le stesse tabelle indicano un minimo al giorno di Euro 98,00 ed un massimo di Euro 147,00. Per ciascun giorno di invalidità temporanea appare equo applicare l’importo di Euro 147 per ciascun giorno per un totale di Euro 11.392,50, Spese mediche Euro 2.838,78 Spese dentistiche Euro 64.000,00 Totale Euro. 153.904,28 In data 21.09.2016, a distanza di quasi 1 anno e mezzo dal sinistro (il sinistro è del 20.01.2015) la (…) erogava assegni per complessivi Euro 15.025,00 e successivamente con lettera del 24.10.2016 la (…) erogava l’ulteriore importo di Euro 54.975,00.. Dal totale erogato dalla (…), pari a Euro 70.000,00. A tale somma andrà aggiunto il romborso della CTU anticipata da parte attrice pari a Euro 976,00.

Dalla somma non può essere detratta la somma erogata dalla compagine (…) di Euro 10.220,00 a favore del (…), in quanto trattasi di una polizza scolastica che non può in alcun modo cumularsi con il diritto al risarcimento del danno subito dal (…) in quanto si fondano su ragioni giuridiche e su titoli diverse, come per costante giurisprudenza.

Per quanto riguarda la richiesta risarcitoria da parte dei genitori si osserva quanto segue.

I pregiudizi subiti dai congiunti di una vittima vengono definiti danni riflessi o di rimbalzo, perché il danno, pur traendo origine da un illecito che ha colpito la vittima principale, può produrre dei nocumenti anche a terzi, le cosiddette vittime secondarie, le quali acquisiscono un diritto al risarcimento iure proprio.

Una recente sentenza della Cassazione, la n.7748 del 2020, ha precisato tuttavia che il pregiudizio sofferto dai familiari non è un danno riflesso, ma bensì diretto.

Secondo i giudici di legittimità, il danno subito dai prossimi congiunti è infatti una conseguenza diretta delle lesioni inferte al parente, che producono quindi vittime diverse, ma ugualmente dirette. Secondo la Corte quindi, è improprio parlare di vittima principale e vittime secondarie o di rimbalzo.

Il danno subito dai parenti del danneggiato può essere sia di natura non patrimoniale , sia di natura patrimoniale Il danno biologico è una lesione all’integrità psicofisica di una persona, quindi una vera e propria perdita di salute, come può essere ad esempio una malattia.

Si considera invece danno morale la sofferenza d’animo interiore e la perturbazione soggettiva patita dai familiari a causa delle lesioni subite dal proprio caro, mentre per danno esistenziale si intende il peggioramento e lo stravolgimento della qualità della propria vita.

Secondo la sentenza Cass. n. 7748 del 2020in oggetto, il danno subito dai parenti del macroleso è risarcibile anche quando i pregiudizi non consistono in un totale sconvolgimento delle abitudini di vita, in quanto tale conseguenza è estranea sia al danno morale, sia al danno biologico.

Tali pregiudizi possono essere dimostrati anche tramite prove presuntive, tra le quali il rapporto di parentela stretta intercorrente tra la vittima principale e quelle secondarie, in quanto si presume che i genitori e i fratelli soffrano per le gravi lesioni invalidanti riportate dal proprio parente.

Dalle risultanze istruttorie parte attrice ha provato che i genitori di (…) durante il periodo della malattia del figlio hanno quasi completamente annullato la loro vita lavorativa e sociale

La madre (…) ha accudito il figlio per 5 notti all’ospedale durante il ricovero ospedaliero, a casa lo ha accudito per 2 mesi cessando di recarsi a lavoro in quanto il figlio necessitava di cure mediche ed assistenza anche per l’espletamento dei propri bisogni primari. Il padre (…) è stato costretto a lavorare anche il sabato e la domenica per recuperare il tempo perso.

Il percorso riabilitativo è stato lungo e sofferente e se ha messo a dura prova il minore (la CTU gli ha riconosciuto anche una percentuale di danno estetico), sicuramente ha impegnato anche i genitori, che hanno dovuto necessariamente trascurare tuttele loro attività lavorative per accudire il proprio figlio

A ciò si aggiunga il patema e la sofferenza fisica e psicologica.

Pertanto si ritiene equo il riconoscimento di Euro 10.000,00 ciascuno, comprendente sia il danno economico che il danno non patrimoniale.

Le spese del presente giudizio seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Il Giudice, definitivamente pronunciando, ogni diversa domanda o eccezione assorbita, così statuisce:

ACCERTATA la responsabilità nella causazione del sinistro del (…)

CONDANNA (…) e la società (…) SPA in persona del legale rappresentante pro tempore in solido e/o ciascuno singolarmente nelle rispettive loro qualità, al pagamento della somma di Euro 94,369,53 oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal 22.09.2016 al saldo per il (…), già detratti gli acconti percepiti, Euro. 10.000,00 per la (…) e pari a Euro. 10.000,00 per il (…) oltre interessi legali e rivalutazione monetaria dal 20.01.2015.

Condanna (…) e la società (…) SPA in persona del legale rappresentante pro tempore in solido e/o ciascuno singolarmente nelle rispettive loro qualità, al pagamento delle spese del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 13.000,00 oltre 15%, Cap e Iva come per legge per compensi, oltre Euro 626,00 per anticipazioni oltre al rimborso spese di CTU e CTP.

Così deciso in Pisa il 2 gennaio 2021.

Depositata in Cancelleria il 5 gennaio 2021.

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ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

Questa Corte, infatti, ha evidenziato che nel giudizio abbreviato, mancando la fase del dibattimento, e’ inapplicabile il divieto di utilizzabilita’ di prove diverse da quelle in esso acquisite, sancito dall’articolo 526 c.p.p. e vige, invece, il principio della decisione allo stato degli atti, stabilito dall’articolo 442 c.p.p., comma 1-bis, che comporta la facolta’ di utilizzare tutti gli atti legittimamente acquisiti al fascicolo del pubblico ministero; con la richiesta di giudizio abbreviato infatti, l’imputato non soltanto rinuncia ad avvalersi delle regole ordinarie in cambio di un trattamento san-zionatorio piu’ favorevole attraverso l’applicazione della diminuente di un terzo, ma accetta che rientrino nel novero delle risultanze probatorie utilizzabili tutte le emergenze acquisite anteriormente alla sua istanza e legittimamente confluite nel fascicolo del pubblico ministero (Sez. 2, n. 39342 del 15/09/2016, Lionti, Rv. 268378; Sez. 3, n. 44004 del 24/09/2015, P., Rv. 265236).

Tale principio, di carattere generale, e’ stato anche affermato in tema di consulenza del P.M. e di inosservanza delle disposizioni di cui all’articolo 360 c.p.p. (Sez. 1, n. 28459 del 23/04/2013, Ramella, Rv. 256106, in tema di nullita’ derivante dall’effettuazione di un accertamento tecnico irripetibile, non preceduto dagli avvisi alle parti; Sez. 2, n. 43726 del 11/11/2010, Paglino, Rv. 249221, in fattispecie di accertamento tecnico effettuato su tracce di sangue e sul DNA dell’imputato).

Nel caso in esame, non versandosi in ipotesi di inutilizzabilita’ patologica (cioe’ di prova assunta contra legem), il ricorrente avrebbe dovuto proporre la relativa eccezione anteriormente alla proposizione dell’istanza di giudizio abbreviato.

  1. Il quarto motivo di ricorso, con cui si rilevano l’insussistenza del nesso di causalita’ e il verificarsi di fattori eccezionali interruttivi di detto nesso, e’ infondato.

I giudici di merito hanno svolto un’esauriente analisi del materiale probatorio acquisito, descrivendo in dettaglio lo sviluppo della vicenda criminosa e recependo le valutazioni del consulente del pubblico ministero e del perito d’ufficio.

Il Tribunale – con argomentazioni condivise dalla Corte di appello – ha sottolineato che la sintomatologia dispnoica, in un’ottica valutativa ex ante, rappresentava un elemento anamnestico-clinico sufficiente per porre il sospetto diagnostico di un quadro di importante disidratazione, per cui le plurime rassicurazioni della madre sull’abbondante e continuativa assunzione orale di liquidi non consentivano di ritenere lo strumento della consulenza telefonica da parte del medico di guardia adeguato a fini diagnostici e terapeutici, risultando indicato e doveroso l’invito a condurre il bambino presso la struttura ospedaliera per la visita clinico-strumentale, condotta che, con elevata probabilita’ prossima alla certezza, avrebbe evitato la successiva insorgenza di un grave shock ipovolemico da disidratazione.

In ordine al tentativo difensivo di riversare la responsabilita’ sull’operatore triagista del 118, si e’ evidenziato che, nonostante gli inequivocabili sintomi di allarme appresi dalla madre del bambino – dispnea e stato di sopore – (OMISSIS) non si curava di integrare tali notizie con ulteriori dati idonei all’inquadramento del caso, chiedendo dell’esistenza di eventuali malattie croniche del bambino, del numero delle scariche diarroiche e dell’indicazione della diuresi.

Con riferimento alla presunta insussistenza di condizioni di allarme quali la disidratazione o lo stato soporoso, i giudici di merito hanno osservato quanto segue: a) l’imputato incentrava correttamente la propria attenzione proprio sulla perdita di liquidi, apprendendo che il bambino aveva assunto nei tre giorni precedenti solo the’ alla pesca, ma non indicava alla madre i segni per verificare detto stato e non svolgeva accertamenti sulla frequenza delle indagini (dati della copiosita’ e della frequenza delle scariche) mentre avrebbe dovuto consigliare di bere liquidi in quantita’ prestabilita; pur ipotizzando che il bimbo bevesse continuamente, come asserito dalla madre, era immaginabile che effettuasse solo piccoli sorsi; b) il medico sottovalutava il quadro descritto dalla madre, secondo la quale il bimbo continuava a dormire, svegliandosi poco, rispondendo con voce flebile e respirando “a fiatoni”, mentre avrebbe dovuto approfondire l’analisi sull’iporeattivita’ del piccolo e sulla compromissione del circolo cerebrale quale causa della letargia.

In relazione alla sintomatologia descritta dalla madre al medico di guardia, la Corte di appello ha chiarito con motivazione immune da censure che le indicazioni sul temporaneo miglioramento delle condizioni di salute erano troppo vaghe per potervi fare affidamento e che, alla luce delle indicazioni sullo stato febbrile elevato, appariva del tutto insufficiente il prosieguo della consulenza telefonica, senza disporre l’immediato ricovero ospedaliero.

I giudici di merito hanno evidenziato le cause della morte, riferendo che il minore era trasportato in ospedale solo dopo dieci ore e che, nonostante le cure praticategli, decedeva in seguito ad una grave disidratazione riconducibile ad un’infezione intestinale da virus e alla conseguente patologia diarroica.

Il Tribunale ha altresi’ chiarito quanto segue: l’agente eziologico o la compartecipazione dei processi patologici determinanti (sepsi o ipovolemia) appariva indifferente nell’evoluzione della fisiopatologia del quadro clinico; la diagnosi precoce costituisce l’imperativo delle linee guida; il contributo epidemiologico-statistico consente di evidenziare una sopravvivenza in media del 98% in caso di sepsi severa, che scende al 92% in caso di preesistenti condizioni patologiche del bambino. Da tali considerazioni deriva l’irrilevanza delle deduzioni difensive circa le possibili cause alternative del decesso.

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

AVVOCATO ESPERTO RISARCIMENTO GRAVI DANNI MALASANITA’ BOLOGNA  051 6447838 AVVOCATO PENALISTA 051 6447838 

051 6447838

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

Corte di Cassazione|Sezione 4|Penale|Sentenza|12 settembre 2019| n. 37762

Data udienza 20 marzo 2019

Integrale

Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Deve essere in grado di eseguire le più comuni prestazioni con carattere di urgenza – Omicidio colposo – Patologia diarroica – Disidratazione grave – Omessa valutazione dell’esame clinico obiettivo – Violazione delle linee guida – Nesso di causalità – Sussistenza

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MENICHETTI Carla – Presidente

Dott. DOVERE Salvatore – Consigliere

Dott. NARDIN Maura – Consigliere

Dott. ESPOSITO Aldo – rel. Consigliere

Dott. PICARDI Francesca – Consigliere

ha pronunciato la seguente:


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 15/02/2018 della CORTE APPELLO di VENEZIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ALDO ESPOSITO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. TAMPIERI LUCA, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

E’ presente l’avvocato (OMISSIS) del foro di PADOVA, che deposita nomina a sostituto processuale dell’avv. (OMISSIS) del foro di PADOVA difensore di (OMISSIS); l’avv. (OMISSIS) si riporta ai motivi di ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza del G.U.P. del Tribunale di Rovigo del 1 ottobre 2014, emessa a seguito di giudizio abbreviato, concesse le attenuanti generiche, ha ridotto ad anni uno di reclusione la pena inflitta a (OMISSIS) per il reato di cui all’articolo 589 c.p.(per avere, quale medico specialista in pediatria, in servizio di Guardia Medica presso il Presidio Ospedaliero di (OMISSIS), in turno di reperibilita’ alle ore 4.00 del (OMISSIS) presso il punto di chiamata di (OMISSIS), avendo ricevuto la telefonata di (OMISSIS), madre del piccolo (OMISSIS), di anni due, dalla quale emergevano elementi anamnestico-clinici non rassicuranti, quali la grave sintomatologia diarroica continua, l’iperpiressia non regredita all’assunzione farmacologica gia’ prescritta dal pediatra di libera scelta, la dispnea e lo stato soporoso, focalizzando la propria attenzione sulla sola sintomatologia diarroica e sull’eventuale disidratazione, per colpa specifica consistita nell’inosservanza delle linee guida per la diagnosi ed il trattamento delle diarree nei bambini, omettendo di valutare mediante un esame clinico-obiettivo la gravita’ della disidratazione e fornendo una mera consulenza telefonica, valutando lo stato di disidratazione solo sulla base dei liquidi dichiaratamente assunti rispetto a quelli persi con la diarrea, omettendo di valutare gli altri sintomi – dispnea, stato soporoso – proponendo la somministrazione di terapia reidratante nel caso in cui l’idratazione praticata al domicilio non fosse stata adeguata, omettendo di fornire una chiara, prudenziale e doverosa indicazione al trasporto immediato presso una struttura ospedaliera, per la visita clinico-strumentale, quale unico strumento proporzionato nella vicenda in valutazione per la diagnosi e l’impostazione della corretta terapia, cagionato la morte del piccolo, il quale veniva trasportato alle ore 13.55 del (OMISSIS), dopo dieci ore dalla consulenza telefonica, presso il Pronto Soccorso Pediatrico, dove, nonostante le manovre rianimatorie praticate, decedeva alle ore 16.05 per shock ipovolemico produttivo di insufficienza multiorgano, instauratosi in seguito alla grave disidratazione riconducibile ad un’infezione intestinale da virus e conseguente patologia diarroica).

1.1. In ordine allo svolgimento dei fatti, la mattina del (OMISSIS), (OMISSIS), di due anni e mezzo, manifestava diarrea ed iperpiressia. Su prescrizione del pediatra, la madre iniziava a somministrare al figlio paracetamolo e fermenti lattici, senza pero’ che il bambino ottenesse benefici.

Alle ore 4.00 del (OMISSIS), per la persistenza di iperpiressia (temperatura corporea fino a 40) e diarrea, la madre del bambino contattava telefonicamente il numero di emergenza 118: l’operatore metteva la madre in contatto con (OMISSIS), medico di guardia presso il presidio ospedaliero di (OMISSIS), che suggeriva di proseguire la somministrazione dei farmaci gia’ prescritti dal pediatra e di usare un antidiarroico.

Alle ore 13.00 dello stesso giorno, il minore era trasportato presso il Pronto Soccorso, dove, dopo circa due ore di manovre rianimatorie decedeva.

1.2. Secondo quanto affermato dal consulente del P.M. Dott. (OMISSIS) la causa del decesso del minore doveva essere ricondotta ad uno shock acuto produttivo di insufficienza multiorgano. La patologia diarroica, indipendentemente dal meccanismo etio-patologico determinante, conduceva a ipotensione, oliguria, tachicardia, tachipnea e febbre, per cui era possibile affermare che lo shock era di tipo ipovolemico, instauratosi a seguito alla grave disidratazione. L’ipotensione e lo squilibrio elettrolitico comportavano la manifestazione di compromissione della motilita’ cardiaca, con verosimile fibrillazione ventricolare e successiva asistolia. Il consulente del P.M. spiegava che al momento dell’accesso del piccolo al Presidio Ospedaliero coesistevano due patologie: settica e ipovolemica, quest’ultima particolarmente rilevante nel determinismo dell’insufficienza multiorgano, poiche’ nei bambini la morte per shock era piu’ frequentemente associata ad un’insufficienza cardiaca progressiva, anziche’ vascolare. In base alle linee guida, nei bambini piu’ piccoli la funzionalita’ renale non e’ ancora matura, per cui cio’ poteva ostacolare il mantenimento di un adeguato equilibrio elettrolitico e comportare un quadro di disidratazione piu’ grave e protratto e, proprio in presenza di uno dei segni proposti dal Center for Disease Control (2003), doveva essere effettuata una valutazione medica diretta.

1.3. Il consulente dell’imputato prof. (OMISSIS) identificava la causa della morte in uno shock con insufficienza multiorgano, di natura probabilmente settica. A fronte delle rassicurazioni della madre circa la frequente assunzione di liquido, il medico di guardia consigliava, secondo un condivisibile approccio di attesa, trattandosi di una patologia di recente insorgenza, l’aumento della frequenza di assunzione di tachipirina e l’assunzione di un farmaco antidiarroico, al fine di bloccare la perdita di liquidi da parte del piccolo, il trasporto in struttura ospedaliera per instaurare una terapia idratante. Egli, quindi, si atteneva alle raccomandazioni delle piu’ recenti linee guida. La precisa causa della morte non poteva essere individuata sulla base dei dati a disposizione, essendo altamente prospettabile la sussistenza di un quadro settico.

1.4. Il perito d’ufficio Dott. (OMISSIS) individuava nello stato di idratazione l’aspetto di maggiore rilievo per stabilire l’opportunita’ di un trattamento ospedaliero o di uno domiciliare. Al momento del colloquio telefonico, l’alvo era alterato in modo sensibile da circa ventiquattro ore ed appariva di intensita’ importante (scariche continue); a cio’, si associava sintomatologia sistemica (ipertermia, compromissione dello stato di coscienza, polipnea); era data notizia dell’inefficacia della terapia indicata dal pediatra di libera scelta. In caso di disidratazione moderata o grave sarebbe stato necessario l’approccio endovenoso e, quindi, l’ospedalizzazione. La consulenza telefonica non consentiva il rilievo diretto di segni e sintomi del grado di disidratazione ed era inadeguata rispetto ai segni di allarme e meritevole di approfondimento clinico.

1.5. Il G.U.P. ha affermato la responsabilita’ di (OMISSIS), per non aver disposto il trasporto immediato in una struttura ospedaliera del minore, pur avendo appreso telefonicamente alle ore 4.00 del mattino che lo stesso era affetto da una persistente diarrea, da un’iperpiressia non regredita, da dispnea e da stato soporoso.

L’imputato non osservava le linee guida previste per la diagnosi e per il trattamento della diarrea dei bambini. Egli, infatti, aveva valutato lo stato di disidratazione solo sulla base dei liquidi dichiaratamente assunti, aveva proposto una mera terapia farmacologica ed aveva subordinato il ricovero al solo caso di inadeguatezza dell’idratazione da praticare.

La madre del piccolo segnalava telefonicamente al medico di guardia la continua diarrea del bimbo, l’inefficace assunzione della tachipirina continuando la febbre ad oscillare tra i 38 e i 40 gradi.

La madre acquistava il farmaco alle ore 9.00, la febbre si abbassava un poco e la diarrea continuava. In base alla perizia d’ufficio del Dott. (OMISSIS), la sintomatologia descritta dalla madre imponeva al medico di guardia, non specializzato in pediatria, di ordinare l’immediato ricovero ospedaliero del bambino, stante la febbre elevata e la diarrea persistente. Col proprio comportamento l’imputato aveva favorito l’atteggiamento di attesa, tenuto dalla madre del piccolo.

  1. La Corte di appello ha respinto le questioni di rito proposte dall’imputato.

Circa la dedotta inutilizzabilita’ dell’elaborato del perito d’ufficio, nella parte in cui era stato redatto dalla Dott.ssa (OMISSIS), ausiliario non specificamente autorizzato dal giudice, la Corte territoriale ha osservato che egli, l’aveva fatto proprio mediante l’allegazione del medesimo e, in ogni caso, nella motivazione della sentenza di primo grado non si era tenuto conto di tale contributo.

In ordine al mancato avviso per l’accertamento disposto ai sensi dell’articolo 360 c.p.p., la Corte di merito ha affermato che la richiesta di giudizio abbreviato aveva comportato la rinuncia ad eccepire la suindicata nullita’.

Relativamente alla richiesta di rinnovazione della perizia, la Corte di merito ha rilevato che, essendo state espletate due consulenze ed una perizia pienamente utilizzabili, non occorreva un’ulteriore attivita’ istruttoria.

Il perito d’ufficio concludeva per una morte dovuta a shock ipovolemico da diarrea profusa produttivo di insufficienza multi organo; l’ipovolemia impiegava diverse ore ad instaurarsi, per cui, in base ai sintomi descritti dalla madre nel corso della telefonata, risultava una condizione di shock ancora in fase di compenso. Una diagnosi tempestiva dello shock avrebbe permesso l’adozione di una terapia immediata l’espansione volemica nella fase di reversibilita’ temporanea dallo shock – che avrebbe consentito di evitare il decesso con grado di probabilita’ elevato quasi a certezza.

Il miglioramento mattutino ipotizzato dalla difesa derivava da una mera impressione della madre, in quanto la disidratazione persisteva e il bambino continuava nei fenomeni diarreici. Il personale del 118 non aveva svolto nessuna valutazione specifica ma passava subito la telefonata al medico di guardia. L’imputato si limitava a dare consigli ponendo l’insufficiente bevuta di liquidi quale condizione per portare il piccolo in ospedale. In base alle linee guida, la sonnolenza prolungata, la febbre tra 39 e 40, la diarrea incessante e il respiro a fiatone configuravano un quadro non gestibile al telefono. Il criterio piu’ preciso per stabilire l’eventuale disidratazione consisteva nel valutare la percentuale di peso perso durante l’episodio acuto, attivita’ non eseguibile dalla madre. Il consiglio di acquistare in farmacia un farmaco antidiarroico al sorgere della luce costituiva un ulteriore segno di superficialita’.

Non era invocabile la disciplina di cui all’articolo 3, comma 1, L. Balduzzi, non essendosi l’imputato attenuto alle linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunita’ scientifica.

  1. (OMISSIS), a mezzo del proprio difensore, ricorre per Cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia, proponendo sei motivi di impugnazione.

3.1. Violazione di legge per mancata assunzione di una prova decisiva richiesta dalla difesa nel corso dell’istruttoria dibattimentale, limitatamente ai casi previsti dall’articolo 495 c.p.p., comma 2.

Si rileva l’esistenza di un profondo contrasto tra le fuorvianti risultanze della perizia d’ufficio e le conclusioni della consulenza di difesa, contenente un’accurata critica scientifica della prima. Il perito non valutava che al Pronto Soccorso era stato effettuato uno stick urinario, segno evidente che all’atto dell’ingresso nella vescica del piccolo l’urina era presente, per cui doveva escludersi che la disidratazione fosse in corso. Cio’ dimostrava che il perito non aveva adeguatamente accertato le cause della morte. Occorreva quindi la rinnovazione o, quantomeno, un supplemento di perizia.

3.2. Inosservanza di norme processuali stabilite a titolo di nullita’, inutilizzabilita’, inammissibilita’ o decadenza.

Si deduce l’inutilizzabilita’ della perizia d’ufficio ai fini della decisione, nella parte in cui era stata redatta e sottoscritta dalla Dott.ssa (OMISSIS), terzo estraneo al procedimento, ausiliario del quale il perito era stato autorizzato ad avvalersi. Il perito, tuttavia, aveva erroneamente allegato al proprio elaborato quello dell’ausiliario, facendolo proprio. Contrariamente a quanto riportato nella sentenza di primo grado, il Tribunale aveva tenuto conto di tale elaborato, nella parte in cui riteneva insufficiente la indicazione a fronte di un quadro clinico di disidratazione severa.

In base all’articolo 228 c.p.p., comma 2, il perito d’ufficio puo’ servirsi di ausiliari di propria fiducia per attivita’ meramente materiali solo se non implicano valutazioni e apprezzamenti, i quali sono riservati a lui in via esclusiva.

3.3. Inosservanza di norme processuali stabilite a titolo di nullita’, inutilizzabilita’, inammissibilita’ o decadenza.

Si osserva che la relazione svolta dal consulente tecnico del P.M., era inutilizzabile ai sensi dell’articolo 191 c.p.p., non essendo stato notificato l’avviso per il conferimento dell’incarico e per la facolta’ di nominare un consulente di parte. Al momento dell’esame autoptico il P.M. avrebbe dovuto iscrivere tutti i sanitari che avevano qualsiasi titolo preso parte alle cure del piccolo; il consulente di difesa non aveva potuto partecipare agli accertamenti irripetibili. Si era quindi determinata una nullita’ assoluta ai sensi dell’articolo 179 c.p.p. e articolo 178 c.p.p., lettera c).

3.4. Violazione di legge per insussistenza del nesso di causalita’ tra la condotta dell’imputato e l’evento-morte.

Si sostiene che, stante la gravita’ dell’eziologia settica, non era possibile imputare l’evento-morte al medico di guardia intervenuto dieci ore prima, in un momento di insussistenza dello stato di shock, neppure in fase iniziale. Il medico di guardia aveva adottato un corretto approccio tecnico-scientifico, prescrivendo una terapia adeguata (abbondante idratazione, antipiretico, fermenti lattici e antidiarroico).

L’operatore triagista specializzato del 118 aveva escluso l’urgenza nel caso in esame, decidendo di passare la chiamata al modello di continuita’ assistenziale, anziche’ a quello di Pronto Soccorso o al pediatra di reperibilita’. Nonostante una prima valutazione negativa sull’urgenza, l’imputato approfondiva la situazione generale del piccolo e lo stato di idratazione, indicava la prosecuzione della terapia farmacologica (tachipirina e fermenti lattici) in atto, aggiungendo un ulteriore farmaco antidiarroico per bocca e prescrivendo di recarsi in ospedale in caso di idratazione insufficiente.

Dovevano ravvisarsi i seguenti ulteriori fattori sopravvenuti interruttivi del nesso causale: a) la somministrazione dei farmaci prescritti al figlio (antipiretico e antidiar-roico) per una sola volta, dopo oltre cinque ore dalla telefonata, nonostante la raccomandazione di somministrare immediatamente la tachipirina e la decisione unilaterale della madre di interrompere l’assunzione dell’antidiarroico; b) il miglioramento del piccolo di mattina, a seguito dell’esecuzione della terapia prescritta, sintomo di un decesso di natura settica e non di shock ipovolemico, fenomeno di evoluzione piu’ lunga, incompatibile con le dichiarazioni della madre; c) il mancato approfondimento dell’eventuale adeguata idratazione del bimbo dopo la telefonata; il mantenimento dell’idratazione o una reidratazi’one dopo la telefonata non avrebbe consentito di evitare l’insufficienza multi organo; d) l’accettazione del bimbo al Pronto Soccorso con codice arancione, per cui la visita medica era espletata dopo oltre un’ora.

Dalla sintomatologia descritta dalla madre non emergevano disidratazione in corso, sopore, letargia, shock o altri elementi dai quali prefigurare l’evento-morte. Non era scientificamente possibile dimostrare che una diversa terapia di supporto, in una fase non irreversibile dello shock, avrebbe modificato la prognosi quoad vitam.

3.5. Violazione di legge in riferimento alle linee guida.

Si rileva che le linee guida erano state rispettate, in quanto, al momento della telefonata non emergeva nessuna indicazione di ricovero quali la sussistenza di uno stato di shock, di disidratazione severa, alterazioni nEurologiche, fallimento della terapia reidratante orale, inaffidabilita’ dei genitori e sospetta patologia chirurgica.

3.6. Vizio di motivazione.

Si osserva che (OMISSIS) era medico generico, non specializzato in pediatria. Egli, con toni cogenti, consigliava alla madre di recarsi in farmacia (“non appena fa luce”), evidenziando la necessita’ di ospedalizzazione in caso di sopravvenuta disidratazione. La febbre di 39-40 gradi non costituiva un elemento preoccupante, perche’ l’ospedalizzazione era prevista per temperature da 41,1 in poi. Nella telefonata non v’erano riferimenti alla circostanza che il bimbo faticasse a risvegliarsi.

All’arrivo al Pronto Soccorso di (OMISSIS) il piccolo presentava segni patognomonici di shock, mai manifestati in precedenza. La mattina del fatto il bimbo era cosciente e indicava il pancino ai genitori dicendo di avere male; non versava in stato di shock, la cui evoluzione in shock irreversibile avviene al massimo entro tre ore.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ infondato.

Il primo motivo di ricorso, con cui si chiede l’espletamento di una nuova perizia o un supplemento di quella gia’ eseguita per accertare le cause della morte del piccolo (OMISSIS), e’ manifestamente infondato.

La richiesta di rinnovazione istruttoria, formulata in termini estremamente generici, era basata principalmente sulla contrapposizione tra l’esito della consulenza del pubblico ministero e della perizia d’ufficio, da un lato, e della consulenza di difesa, dall’altro. Il dato dell’espletamento di uno stick urinario all’atto del ricovero del minore in ospedale non e’ documentato in violazione del principio di autosufficienza e comunque appare chiaramente di scarso rilievo alla luce dell’approfondita ed accurata analisi svolta dalla Corte di appello, che ha recepito le conclusioni di cui alla consulenza del P.M. ed alla perizia d’ufficio sulle cause della morte.

In particolare, circa l’ipotesi difensiva di una morte dovutctad uno shock settico improvviso, la Corte di appello ha condiviso le indicazioni del consulente tecnico del pubblico ministero, secondo il quale mancavano i segni istopatologici caratteristici di tale fenomeno, quali embolismo magacariocitico del polmone, membrane ialine, necrosi centro lobulare epatica. Il ricorrente non si confronta con le argomentazioni formulate al riguardo, limitandosi a reiterare la propria ricostruzione alternativa sullo sviluppo degli eventi e senza precisare in dettaglio le ragioni scientifiche utili a confutare le conclusioni a cui sono pervenuti i giudici di merito.

  1. E’ infondato anche il secondo motivo di ricorso, con cui si sostiene la tesi dell’inutilizzabilita’ della perizia d’ufficio ai fini della decisione, nella parte in cui era stata redatta e sottoscritta dalla Dott.ssa (OMISSIS) – terzo estraneo al procedimento – ausiliario nominato dal perito d’ufficio previa autorizzazione del giudice.

Come rilevato dal ricorrente, in tema di perizia, il perito puo’ delegare ad ausiliari di sua fiducia attivita’ materiali che non implichino apprezzamenti o valutazioni (Sez. 5, n. 26817 del 04/03/2016, Iodice, Rv. 267890).

Nella fattispecie, la Corte di merito ha osservato che il perito d’ufficio, mediante l’allegazione dell’elaborato dell’ausiliario l’aveva fatta proprio e che, in ogni caso, il G.U.P. non aveva tenuto conto di tale contributo nello stendere la motivazione.

Dalla lettura delle sentenze di merito – e soprattutto quella di primo grado – nel riepilogare le valutazioni del perito, non emerge una distinzione tra i contenuti della perizia vera e propria e dell’elaborato redatto dall’ausiliario, per cui non si puo’ comprendere se e in quali parti il perito abbia recepito acriticamente attivita’ valutative che il predetto non avrebbe potuto compiere. Il ricorrente avrebbe dovuto allegare al ricorso la perizia d’ufficio e la consulenza di difesa ai fini dell’autosufficienza.

Il ricorrente, infatti, aveva l’onere di dimostrare che l’elaborato dell’ausiliario aveva travalicato il compimento di una mera attivita’ materiale, trascendendo in un non consentito intervento di natura valutativa (vedi Sez. 4, n. 6405 del 22/01/2019, Bonarrigo, Rv. 275573, in fattispecie in cui era stato dichiarato inammissibile il motivo di ricorso con cui veniva dedotta la violazione dell’articolo 228 c.p.p., comma 2, non avendo il ricorrente chiarito perche’ le attivita’ svolte dall’ausiliario dovessero essere ritenute di natura valutativa).

Peraltro, l’aspetto dell’inadeguatezza della diagnosi effettuata telefonicamente a fronte di un quadro significativo di disidratazione richiamato nel motivo di ricorso in esame, ha formato oggetto di un giudizio del Tribunale e della Corte di appello, basatosi non soltanto sulle affermazioni del perito d’ufficio, ma anche su quelle rese al riguardo dal consulente del P.M. nonche’ sulle considerazioni di ordine logico formulate in base alla cronologia degli eventi come desumibile dagli atti di causa. Secondo quanto riportato nella sentenza impugnata, lo stesso perito d’ufficio, d’altronde, poneva quale dato fondante e centrale del proprio studio il dato della tardivita’ dell’intervento nonostante la grave disidratazione, e non circoscriveva il proprio assunto ad un mero richiamo de relato al contributo dell’ausiliario.

  1. Il terzo motivo di ricorso, con cui si deduce l’inutilizzabilita’ ai sensi dell’articolo 191 c.p.p.della consulenza del pubblico ministero per omessa notifica dell’avviso per il conferimento dell’incarico e per la facolta’ di nominare un consulente di parte, e’ manifestamente infondato.

Al riguardo, va premesso che l’opzione per il rito abbreviato, per definizione a prova contratta e allo stato degli atti, ne presuppone la conoscenza da parte dell’imputato, che ne accetta l’utilizzabilita’ ai fini della decisione purche’ non affetta da nullita’ assolute, nella specie non ravvisabili ne’ dedotte.

Questa Corte, infatti, ha evidenziato che nel giudizio abbreviato, mancando la fase del dibattimento, e’ inapplicabile il divieto di utilizzabilita’ di prove diverse da quelle in esso acquisite, sancito dall’articolo 526 c.p.p. e vige, invece, il principio della decisione allo stato degli atti, stabilito dall’articolo 442 c.p.p., comma 1-bis, che comporta la facolta’ di utilizzare tutti gli atti legittimamente acquisiti al fascicolo del pubblico ministero; con la richiesta di giudizio abbreviato infatti, l’imputato non soltanto rinuncia ad avvalersi delle regole ordinarie in cambio di un trattamento san-zionatorio piu’ favorevole attraverso l’applicazione della diminuente di un terzo, ma accetta che rientrino nel novero delle risultanze probatorie utilizzabili tutte le emergenze acquisite anteriormente alla sua istanza e legittimamente confluite nel fascicolo del pubblico ministero (Sez. 2, n. 39342 del 15/09/2016, Lionti, Rv. 268378; Sez. 3, n. 44004 del 24/09/2015, P., Rv. 265236).

Tale principio, di carattere generale, e’ stato anche affermato in tema di consulenza del P.M. e di inosservanza delle disposizioni di cui all’articolo 360 c.p.p. (Sez. 1, n. 28459 del 23/04/2013, Ramella, Rv. 256106, in tema di nullita’ derivante dall’effettuazione di un accertamento tecnico irripetibile, non preceduto dagli avvisi alle parti; Sez. 2, n. 43726 del 11/11/2010, Paglino, Rv. 249221, in fattispecie di accertamento tecnico effettuato su tracce di sangue e sul DNA dell’imputato).

Nel caso in esame, non versandosi in ipotesi di inutilizzabilita’ patologica (cioe’ di prova assunta contra legem), il ricorrente avrebbe dovuto proporre la relativa eccezione anteriormente alla proposizione dell’istanza di giudizio abbreviato.

  1. Il quarto motivo di ricorso, con cui si rilevano l’insussistenza del nesso di causalita’ e il verificarsi di fattori eccezionali interruttivi di detto nesso, e’ infondato.

I giudici di merito hanno svolto un’esauriente analisi del materiale probatorio acquisito, descrivendo in dettaglio lo sviluppo della vicenda criminosa e recependo le valutazioni del consulente del pubblico ministero e del perito d’ufficio.

Il Tribunale – con argomentazioni condivise dalla Corte di appello – ha sottolineato che la sintomatologia dispnoica, in un’ottica valutativa ex ante, rappresentava un elemento anamnestico-clinico sufficiente per porre il sospetto diagnostico di un quadro di importante disidratazione, per cui le plurime rassicurazioni della madre sull’abbondante e continuativa assunzione orale di liquidi non consentivano di ritenere lo strumento della consulenza telefonica da parte del medico di guardia adeguato a fini diagnostici e terapeutici, risultando indicato e doveroso l’invito a condurre il bambino presso la struttura ospedaliera per la visita clinico-strumentale, condotta che, con elevata probabilita’ prossima alla certezza, avrebbe evitato la successiva insorgenza di un grave shock ipovolemico da disidratazione.

In ordine al tentativo difensivo di riversare la responsabilita’ sull’operatore triagista del 118, si e’ evidenziato che, nonostante gli inequivocabili sintomi di allarme appresi dalla madre del bambino – dispnea e stato di sopore – (OMISSIS) non si curava di integrare tali notizie con ulteriori dati idonei all’inquadramento del caso, chiedendo dell’esistenza di eventuali malattie croniche del bambino, del numero delle scariche diarroiche e dell’indicazione della diuresi.

Con riferimento alla presunta insussistenza di condizioni di allarme quali la disidratazione o lo stato soporoso, i giudici di merito hanno osservato quanto segue: a) l’imputato incentrava correttamente la propria attenzione proprio sulla perdita di liquidi, apprendendo che il bambino aveva assunto nei tre giorni precedenti solo the’ alla pesca, ma non indicava alla madre i segni per verificare detto stato e non svolgeva accertamenti sulla frequenza delle indagini (dati della copiosita’ e della frequenza delle scariche) mentre avrebbe dovuto consigliare di bere liquidi in quantita’ prestabilita; pur ipotizzando che il bimbo bevesse continuamente, come asserito dalla madre, era immaginabile che effettuasse solo piccoli sorsi; b) il medico sottovalutava il quadro descritto dalla madre, secondo la quale il bimbo continuava a dormire, svegliandosi poco, rispondendo con voce flebile e respirando “a fiatoni”, mentre avrebbe dovuto approfondire l’analisi sull’iporeattivita’ del piccolo e sulla compromissione del circolo cerebrale quale causa della letargia.

In relazione alla sintomatologia descritta dalla madre al medico di guardia, la Corte di appello ha chiarito con motivazione immune da censure che le indicazioni sul temporaneo miglioramento delle condizioni di salute erano troppo vaghe per potervi fare affidamento e che, alla luce delle indicazioni sullo stato febbrile elevato, appariva del tutto insufficiente il prosieguo della consulenza telefonica, senza disporre l’immediato ricovero ospedaliero.

I giudici di merito hanno evidenziato le cause della morte, riferendo che il minore era trasportato in ospedale solo dopo dieci ore e che, nonostante le cure praticategli, decedeva in seguito ad una grave disidratazione riconducibile ad un’infezione intestinale da virus e alla conseguente patologia diarroica.

Il Tribunale ha altresi’ chiarito quanto segue: l’agente eziologico o la compartecipazione dei processi patologici determinanti (sepsi o ipovolemia) appariva indifferente nell’evoluzione della fisiopatologia del quadro clinico; la diagnosi precoce costituisce l’imperativo delle linee guida; il contributo epidemiologico-statistico consente di evidenziare una sopravvivenza in media del 98% in caso di sepsi severa, che scende al 92% in caso di preesistenti condizioni patologiche del bambino. Da tali considerazioni deriva l’irrilevanza delle deduzioni difensive circa le possibili cause alternative del decesso.

Contrariamente a quanto indicato dal ricorrente, non rileva la successiva presunta sottovalutazione delle condizioni di salute del piccolo. In caso di condotte colpose indipendenti, infatti, non puo’ invocare il principio di affidamento l’agente che non abbia osservato una regola precauzionale su cui si innesti l’altrui condotta colposa, poiche’ la sua responsabilita’ persiste in base al principio di equivalenza delle cause, salva l’affermazione dell’efficacia esclusiva della causa sopravvenuta, che presenti il carattere di eccezionalita’ e imprevedibilita’ (Sez. 4, n. 50038 del 10/10/2017, De Fina, Rv. 271521; Sez. 4, n. 692 del 14/11/2013, dep. 2014, Russo, Rv. 258127).

La Corte di appello ha precisato al riguardo che non si comprendeva l’effetto salvifico che sarebbe stato prodotto in conseguenza dell’anticipazione dei tempi di cura, di un quarto d’ora circa)in occasione del ricovero con codice arancione.

  1. Anche il quinto motivo di ricorso, con cui si sostiene che l’imputato ha rispettato le linee guida previste per la fattispecie in esame, e’ infondato.

Il Tribunale ha illustrato in dettaglio le plurime ragioni del mancato rispetto delle linee guida da parte dell’imputato, in quanto il piccolo manifestava piu’ di un segno tra quelli indicati per il caso in esame: a) la febbre maggiore di 39 in eta’ compresa tra tre e trentasei mesi; b) la diarrea importante, con alterazione del sensorio; c) la scarsa risposta alla somministrazione di soluzione reidratante orale; d) la mancata specializzazione in pediatria del medico contattato; e) l’inefficacia dei rimedi assistenziali-farmacologici prescritti dal pediatra di libera scelta; f) la mancata richiesta di informazioni sulle eventuali malattie croniche del bambino, sul numero delle scariche diarroiche e sull’indicazione della diuresi.

In base alle linee guida, tali fattori rendevano inappropriata la modalita’ di valutazione telefonica nonostante gli inequivocabili sintomi di allarme (dispnea e stato di sopore) ed imponevano un’immediata valutazione medica mediante ricovero ospedaliero.

Il Tribunale ha riportato integralmente la telefonata tra la madre del bambino e l’imputato, in cui la medesima evidenziava: l’eta’ di due anni e mezzo; la febbre elevata a 39,5 con pregresse variazioni comprese tra i 38 e 40, nonostante la ripetuta somministrazione di tachipirina; la somministrazione di solo the’ alla pesca e non di acqua; lo stato di sonno continuo; il respiro “a fiatoni”; la continuita’ incessante di scariche diarroiche. Le censure sul punto – piu’ che criticare la congruita’ e la consequenzialita’ logica delle argomentazioni del provvedimento gravato – si pongono in diretto confronto col materiale probatorio, di cui il ricorrente prospetta una lettura alternativa e sollecita un diverso apprezzamento in punto di fatto, secondo lo schema tipico di un gravame di merito, che esula completamente dalle funzioni dello scrutinio di legittimita’.

I giudici di merito, quindi, hanno coerentemente rilevato le linee guida (depositate dalla difesa dell’imputato) che regolavano il caso concreto, hanno valutato il nesso di causalita’ tenendo conto del comportamento salvifico indicato dai predetti parametri, hanno specificato la forma di colpa ascrivibile all’imputato e hanno appurato che la condotta del sanitario si discostava dalle medesime (Sez. 4, n. 37794 del 22/06/2018, De Renzo, Rv. 273463).

Sotto il profilo della colpa professionale, d’altronde, il medico di guardia deve essere in grado di eseguire le piu’ comuni prestazioni con carattere di urgenza (Sez. 4, n. 10210 del 10/04/1984, Catena, Rv. 166750).

  1. Il sesto motivo di ricorso, con cui si censurano le interpretazioni di vari aspetti fattuali, e’ manifestamente infondato.

Circa la mancanza di specializzazione in pediatria del medico di guardia, i giudici di merito hanno sottolineato che proprio la mancanza di conoscenza approfondita di tale ramo della scienza medica – unitamente al quadro lacunoso dovuto all’incompletezza delle informazioni fornite dalla madre, alla propria mancata richiesta di precisazioni e alla propria mancata indicazione di terapie piu’ precise – avrebbe dovuto indurlo ad una maggiore prudenza e a prescrivere un ricovero immediato.

Circa il consiglio dell’imputato alla madre del bambino di recarsi in farmacia (“non appena fa luce”) riferito alle ore 4.00 di un mattino del mese di febbraio, e’ stato correttamente rilevato che non si trattava di una prescrizione cogente e da attuare immediatamente, perche’, a seguire tale indicazione, sarebbero dovute trascorrere ben tre ore prima di andare a comprare ulteriori farmaci.

La tesi difensiva della non necessita’ dell’ospedalizzazione in caso di febbre a 39/40 non tiene conto del quadro negativo complessivo emergente dai plurimi fattori piu’ volte sopra riportati.

  1. Per le ragioni che precedono, il ricorso va rigettato.

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali (articolo 616 c.p.p.).

Poiche’ la vittima del reato e’ un minorenne, va ordinata l’esecuzione degli adempimenti di cui al Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

ROVIGO PENALE ART 319 CP AVVOCATO PENALISTA

ROVIGO PENALE ART 319 CP AVVOCATO PENALISTA

 

Tribunale|Rovigo|Penale|Sentenza|12 aprile 2021| n. 11

 

Reato ex art. 319 quater c.p. – Condotte del soggetto agente e del privato – Perfezionamento – Tentativo

 

Visti gli artt. 521, 533 e 535 c.p.p.,

dichiara l’imputato responsabile di entrambi i reati a lui ascritti, riqualificati ai sensi degli artt. 56 e 319 quater c.p., uniti nel vincolo della continuazione e, ritenuto più grave il fatto di cui al capo B) dell’imputazione, lo condanna alla pena di anni 2 e mesi 6 di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visti gli artt. 28 e 31 c.p.,

applica all’imputato la pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici per la durata di anni 2.

Visti gli artt. 538 ss. c.p.p.,

condanna l’imputato al risarcimento del danno derivante dal reato in favore della costituita parte civile, (…), da liquidarsi in separata sede civile, disponendo il pagamento di una provvisionale pari a Euro 10.000,00, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel presente procedimento, che si liquidano in Euro 3.500,00, oltre a spese accessorie, iva e c.p.a., precisando che tale liquidazione non è assistita dal patrocinio a spese dello Stato, relativo al separato procedimento penale di cui all’art. 609 bis c.p.

Visti gli artt. 538 ss. c.p.p.,

condanna l’imputato al risarcimento del danno derivante dal reato in favore della costituita parte civile, Azienda A. 5 (…), liquidato definitivamente in Euro 2.000,00, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla citata parte civile nel presente procedimento, che si liquidano in Euro 3.500,00, oltre a spese accessorie, iva e c.p.a.,

Ordina la restituzione degli atti al Pubblico Ministero per quanto di propria competenza, come da sua richiesta.

 

Artt. 609 bis – 609 septies co. 3 n. 3 c.p., perché, nella sua qualità di Direttore della Medicina Nucleare e Dipartimento Immagine dell’Azienda (…) di (…), con abuso di autorità, costringeva (…), (vincitrice di borsa di studio presso la Fisica Sanitaria dell’Ospedale di Rovigo) a subire atti sessuali ed in particolare, con la scusa di metterle a posto il camice, con gesto repentino, avvicinava la mano al fondoschiena della (…), palpeggiandola contro la sua volontà.

Con l’aggravante del fatto commesso da pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni.

Con l’aggravante di cui all’art. 609 septies n. 4 c.p. per essere il fatto connesso con i delitti che seguono ai sensi dell’alt 12 lett. b) c.p.p.

Capo d’imputazione così corretto all’udienza del 23.07.2020

  1. b)  56 – 317 c.p., perché, quale pubblico ufficiale, abusando della qualità e dei poteri connessi al ruolo di presidente della commissione dei concorso per l’assunzione per Fisico Dirigente, prometteva a (…) di aiutarla a vincere il citato concorso in cambio della sua promessa a rendersi disponibile, con “coccole” e altre prestazioni a sfondo sessuale, compiendo così atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere la (…) a compiere indebitamente atti sessuali in suo favore, non riuscendoci per cause indipendenti dalla sua volontà, ovvero per il netto rifiuto opposto dalla persona offesa.

  2. c) Artt. 56 – 317, perché, quale pubblico ufficiale, abusando della qualità e dei poteri connessi al ruolo di Direttore di Medicina Nucleare e di docente universitario dell’Università di Rovigo, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere la studentessa tirocinante (…) a compiere indebitamente atti sessuali in suo favore, non riuscendoci per cause indipendenti dalla sua volontà, ovvero per il netto rifiuto opposto dalla persona offesa; in particolare, dopo aver fatto entrare la studentessa in uno stanzino del Reparto di Medicina Nucleare, facendole apprezzamenti fisici e dicendole testualmente che “non era lì per la tesi ma per altri motivi”, prometteva a quest’ultima un aiuto per farla lavorare nel Reparto di Medicina Nucleare a condizione che la stessa si mostrasse “accondiscendente”, ottenendo una risposta negativa dalla (…), la quale gli diceva più volte di trovarsi lì unicamente per questioni legate alla tesi.

 

 

Tribunale|Rovigo|Penale|Sentenza|12 aprile 2021| n. 11

 

Reato ex art. 319 quater c.p. – Condotte del soggetto agente e del privato – Perfezionamento – Tentativo

 

Tribunale|Rovigo|Penale|Sentenza|12 aprile 2021| n. 11

 

Reato ex art. 319 quater c.p. – Condotte del soggetto agente e del privato – Perfezionamento – Tentativo

 

 

Tribunale|Rovigo|Penale|Sentenza|12 aprile 2021| n. 11

 

Reato ex art. 319 quater c.p. – Condotte del soggetto agente e del privato – Perfezionamento – Tentativo

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Il Tribunale di Rovigo, riunito in Camera di Consiglio nelle persone dei Magistrati:

Dott. Angelo Risi – Presidente

Dott.ssa Laura Contini – Giudice

Dott.ssa Mabel Manca – Giudice

Intesi il Pubblico Ministero

Nella persona del Dott.ssa M.G. RIZZO

Ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel procedimento penale contro:

(…) nato il (…) a (…) (P.) ivi residente in Via V., n. 8 ed elettivamente domiciliato presso lo Studio dell’Avv. Mi.Re. del Foro di Padova

libero – assente

Difeso di fiducia dagli Avv.ti Fa.An. e Avv. Al.Pi. entrambi del Foro di Ferrara – entrambi presenti

IMPUTATO

  1. a) Artt. 609 bis – 609 septies co. 3 n. 3 c.p., perché, nella sua qualità di Direttore della Medicina Nucleare e Dipartimento Immagine dell’Azienda (…) di (…), con abuso di autorità, costringeva (…), (vincitrice di borsa di studio presso la Fisica Sanitaria dell’Ospedale di Rovigo) a subire atti sessuali ed in particolare, con la scusa di metterle a posto il camice, con gesto repentino, avvicinava la mano al fondoschiena della (…), palpeggiandola contro la sua volontà.

Con l’aggravante del fatto commesso da pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni.

Con l’aggravante di cui all’art. 609 septies n. 4 c.p. per essere il fatto connesso con i delitti che seguono ai sensi dell’alt 12 lett. b) c.p.p.

Capo d’imputazione così corretto all’udienza del 23.07.2020

  1. b)  56 – 317 c.p., perché, quale pubblico ufficiale, abusando della qualità e dei poteri connessi al ruolo di presidente della commissione dei concorso per l’assunzione per Fisico Dirigente, prometteva a (…) di aiutarla a vincere il citato concorso in cambio della sua promessa a rendersi disponibile, con “coccole” e altre prestazioni a sfondo sessuale, compiendo così atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere la (…) a compiere indebitamente atti sessuali in suo favore, non riuscendoci per cause indipendenti dalla sua volontà, ovvero per il netto rifiuto opposto dalla persona offesa.

  2. c) Artt. 56 – 317, perché, quale pubblico ufficiale, abusando della qualità e dei poteri connessi al ruolo di Direttore di Medicina Nucleare e di docente universitario dell’Università di Rovigo, compiva atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere la studentessa tirocinante (…) a compiere indebitamente atti sessuali in suo favore, non riuscendoci per cause indipendenti dalla sua volontà, ovvero per il netto rifiuto opposto dalla persona offesa; in particolare, dopo aver fatto entrare la studentessa in uno stanzino del Reparto di Medicina Nucleare, facendole apprezzamenti fisici e dicendole testualmente che “non era lì per la tesi ma per altri motivi”, prometteva a quest’ultima un aiuto per farla lavorare nel Reparto di Medicina Nucleare a condizione che la stessa si mostrasse “accondiscendente”, ottenendo una risposta negativa dalla (…), la quale gli diceva più volte di trovarsi lì unicamente per questioni legate alla tesi.

PARTI CIVILI:

(…) nata a F. l'(…) ed ivi residente in Via S., 77 – non presente

Rappresentata e difesa di fiducia dall’Avv. St.Gu. del Foro di Ferrara – presente

AZIENDA (…) con sede in (…) Viale T. (…) n. 89 – non presente

Rappresentata e difesa di fiducia dall’Avv. Fa.Pi. del Foro di Padova – non presente – oggi sostituito dall’Avv. Pa.Ta. del Foro di Padova – giusta delega – presente

MOTIVAZIONE

Con decreto che dispone il giudizio del 12.11.2019, (…) veniva chiamato a rispondere dei reati di cui agli artt. 609 bis, 609 septies comma 3, n. 3, 56 e 317 c.p. commessi ai danni di (…), che si costituiva parte civile nel presente procedimento, nonché del reato di cui agli artt. 56 e 317 c.p. commesso ai danni di (…). Per tutti i reati elencati, si costituiva altresì parte civile l’azienda (…). Veniva invece rigettata dal Tribunale la richiesta di costituzione di parte civile dell’associazione “(…)”, con ordinanza pronunciata all’udienza del 16.01.2020, da intendersi qui integralmente richiamata.

L’imputato presenziava al processo.

Successivamente alla formulazione delle richieste di ammissione delle prove, il Tribunale, in accoglimento dell’istanza formulata dal Pubblico Ministero, disponeva procedersi con la trascrizione delle conversazioni telefoniche di cui all’elenco depositato, nominando quale perito la dott.ssa (…).

Atteso il mutamento della composizione del Collegio giudicante, all’udienza del 30.01.2020 le parti ribadivano le istanze istruttorie già formulate e il Tribunale emetteva una nuova ordinanza ammissiva dei mezzi istruttori richiesti.

L’udienza del 26.03.2020 veniva rinviata d’ufficio ai sensi dell’art. 83 del D.L. n. 18 del 2020 in ragione dell’emergenza epidemiologica “Covid-19”, con sospensione del termine di prescrizione per la durata di giorni 64.

L’istruttoria si svolgeva, quindi, con l’esame dei testimoni del Pubblico Ministero ((…) e (…) quali persone offese, (…), (…), (…), (…), (…), (…), (…)), con l’esame dei testimoni delle parti civili ((…), (…), (…), (…)), con l’esame dell’imputato e con l’esame dei testimoni della difesa ((…), (…), (…), (…)), oltre che con la produzione documentale di tutte le parti.

Nel corso dell’udienza del 23.07.2020 il Pubblico Ministero modificava il capo B) dell’imputazione quanto alla data di commissione del reato, come da separato verbale stenotipico. L’imputato, esercitando la facoltà riconosciutagli dall’art. 516 c.p.p. (alla luce della pronuncia della Corte Costituzionale n. 273/2014), avanzava istanza di definizione del procedimento con rito abbreviato, che veniva accolto dal Tribunale limitatamente all’imputazione di cui al capo A), che veniva, quindi, stralciata e assegnata per la decisione ad un diverso Collegio giudicante.

All’udienza del 17.12.2020 il Pubblico Ministero e i difensori delle costituite parti civili discutevano e concludevano come da separato verbale; la discussione dei difensori dell’imputato veniva invece rinviata all’udienza del 21.12.2020.

In data 20,12.2020, prima della celebrazione della riferita udienza, i difensori dell’imputato presentavano istanza di ricusazione nei confronti del Presidente del Collegio, che veniva rigettata anche nel merito dalla Cotte d’Appello di Venezia con ordinanza del 23.12.2020.

All’esito della discussione della difesa dell’imputato, all’udienza dell’11.01.2021, veniva data lettura del dispositivo in calce.

Al fine di procedere ad una accurata ricostruzione delle emergenze dibattimentali, occorre preliminarmente riassumere gli esiti dell’istruttoria svolta, prendendo in esame la documentazione acquisita agli atti e le deposizioni rese dai singoli testimoni per porle a confronto tra loro e con gli esiti delle intercettazioni telefoniche trascritte in sede dibattimentale.

  1. La deposizione della parte civile (…).

La costituita parte civile riferiva di avere prestato la propria attività lavorativa come borsista nei reparti di Fisica Sanitaria e di Medicina Nucleare dell’ospedale di Rovigo dal 22.07.2013 al mese di ottobre del 2016: in particolare, pur essendo lei assegnataria della borsa di studio in Fisica Sanitaria, il direttore di tale reparto – dott. (…) – le chiedeva di recarsi una volta alla settimana nel reparto di Medicina Nucleare al fine di controllare periodicamente alcuni macchinari, così agevolando il lavoro del Direttore di quel reparto, dott. (…). Quest’ultimo condivideva il proprio studio con la capotecnica del reparto di Fisica Sanitaria, la dott.ssa (…), all’interno del reparto stesso, così la persona offesa aveva occasione di incontrare il dott. (…) quasi quotidianamente lungo i corridoi del reparto, nelle sale, nel bar dell’ospedale. Fin da subito questi non aveva mancato di rivolgerle apprezzamenti e complimenti nelle occasioni in cui la incontrava, con frasi quali “oggi questi jeans non lasciano niente all’immaginazione; che begli occhi hai; sotto questa gonna sei bella come fuori; chissà che gambe che hai” (v. pag. 8 del verbale stenotipico del 23.07.2020). Già il dott. (…) e un’altra dottoressa, (…), l’avevano messa in guardia circa il fatto che “(…) è uno che allunga le mani, una losca figura”, ma i suoi atteggiamenti si limitavano inizialmente ad apprezzamenti verbali piuttosto coloriti, fino a quando, nel mese di luglio del 2014, mentre la (…) si trovava da sola nel parcheggio dell’ospedale, veniva raggiunta alle spalle dall’imputato, che le stringeva una spalla e le sussurrava ad un orecchio la frase “con questa gonna mi fai impazzire, non lasci niente all’immaginazione”.

Questo particolare episodio veniva subito seguito da un secondo, collocato dalla (…) tra il mese di agosto e il mese di settembre del 2014, quando stava percorrendo uno dei corridoi che conduceva al reparto di Fisica Sanitaria assieme al collega dott. (…): i due incrociavano il dott. (…) e un altro collega, dott. T. e, mentre il dott. (…) si intratteneva a parlare con quest’ultimo, l’imputato si avvicinava alla persona offesa e, con la scusa di raddrizzarle il camice, le toccava i glutei, con un gesto della mano compiuto dal basso verso l’alto. La (…) si scostava repentinamente e, poco dopo, chiedeva al collega dott. (…) se si fosse avveduto del gesto compiuto dal (…), ma questi affermava di non averlo notato (v. pag. 9 del verbale cit.).

Nei mesi successivi l’imputato non mancava di ripetere alla (…) di vantare molte conoscenze e che, alla scadenza della sua borsa di studio – che sarebbe sopraggiunta nel mese di gennaio del 2015 – avrebbe potuto assumerla nel reparti di Medicina Nucleare come fisico di riferimento: così, quando, in data 22.12.2014, l’imputato giungeva presso il reparto di Fisica Sanitaria al mattino, chiedendo più volte alla (…) di colloquiare con lei nel reparto di Medicina Nucleare, la persona offesa riteneva che l’imputato le volesse proporre un contratto di assunzione in reparto. Invece, la donna veniva invitata dal dott. (…) a recarsi con lui in uno degli stanzini del reparto e a sedersi su di una sedia: l’imputato si sedeva accanto a lei, le accarezzava un braccio e le comunicava che a breve sarebbe stato bandito un concorso per l’assunzione di un medico dirigente già inserito nell’organico ospedaliero; aggiungeva che sarebbe stato nominato presidente della commissione concorsuale e che avrebbe avuto il potere di saltare la mobilità interna, facendola assumere. Pronunciava poi la frase “se ti lasci accompagnare a casa ogni tanto, se ci facciamo un po’ di coccole, sai com’è? Tu dai qualcosa a me, io do qualcosa a te, ti posso aiutare con il concorso che verrà”, appoggiandole contemporaneamente una mano sul ginocchio sinistro, provando a risalire verso la coscia. La (…) si alzava in piedi e si allontanava dall’imputato, il quale si arrabbiava, bestemmiava e le chiedeva di accettare la proposta, ma la persona offesa rifiutava, affermando di essere sposata e di avere due figli, ma l’imputato le rispondeva che questa circostanza non gli interessava, atteso che lui stesso aveva tre figli (v. pagg. 11 e 34 del verbale cit.). La persona offesa, in preda all’agitazione per quanto accaduto, scoppiava in lacrime e si recava nel reparto di Fisica Sanitaria, dove incontrava le dott.sse (…) e (…), alle quali riferiva di essere stata molestata dal dott. (…). La prima subito si mostrava infastidita, dichiarando che già altre donne avevano riferito la medesima circostanza e che lei non voleva essere messa a conoscenza dell’accaduto; invece, la dott.ssa (…) la consolava, confermandole di non essere la prima a lamentarsi dell’accaduto. Poco dopo la (…) riferiva l’accaduto anche al dott. (…), prima di allontanarsi dall’ospedale e di recarsi a casa. Durante il tragitto, narrava telefonicamente il fatto anche al marito ed al padre, fin quando non veniva raggiunta da una telefonata dell’imputato, il quale le chiedeva di dimenticare quanto accaduto, le chiedeva di non riferirlo ad alcuno e le ribadiva di avere in ogni caso il potere di aiutarla per il concorso (v. pag. 12 del verbale cit.).

Il pomeriggio stesso la (…) contattava telefonicamente la collega dott.ssa (…) per sapere a quale organo poter denunciare l’episodio: quest’ultima le suggeriva di contattare il (…) (Comitato Unico di Garanzia), così, il 28.12.2014, la persona offesa prendeva contatti con (…), consigliera del Comitato; fissava un incontro e le riferiva l’intera vicenda. La consigliera, nel corso del colloquio programmato, le consigliava, attesa l’imminente scadenza della borsa di studio, di non riferire l’accaduto a nessuno, per continuare a coltivare la speranza di un rinnovo della borsa di studio o della stipulazione di un contratto di assunzione (v. pag. 13 del verbale cit.).

Successivamente alla scadenza della borsa di studio, la (…) rimaneva a casa per circa due mesi, prima di ottenere una nuova borsa di studio con durata dall’1.5.2015 al 30.10.2016. Nel frattempo, nel mese di luglio del 2016, veniva bandito il concorso per una posizione di Dirigente Medico con il meccanismo della mobilità interna, al quale la persona offesa non poteva partecipare. Appena diffusasi la notizia, l’imputato, all’interno del reparto, chiedeva pubblicamente ai colleghi di lavoro di contattare una dottoressa che aveva già prestato servizio in reparto affinché partecipasse al concorso e, rivolgendosi alla (…), diceva “arriva (…), hai visto che hai fatto la scelta sbagliata un anno fa? Io ti avevo detto cosa dovevi fare” (v. pag. 13 de verbale cit.).

Nel mese di novembre del 2016 la persona offesa prendeva appuntamento con il direttore sanitario dell’Azienda (…), dott. (…), mediante la sua segretaria, alla quale riferiva che l’oggetto della richiesta di colloquio riguardava le molestie sessuali subite dal dott. (…): nel corso dell’incontro, il dott. (…) preannunciava di essere a conoscenza della situazione, le chiedeva di non riferire nulla a nessuno e le prospettava la possibilità di reperire per lei un altro impiego. A questo punto, il Direttore faceva partecipare all’incontro anche l’imputato, che era stato precedentemente convocato, e i due medici la rassicuravano circa il fatto che le avrebbero procurato un’altra borsa di studio o un impiego presso la (…), ma tale promessa rimaneva vana (v. pag. 19 del verbale cit.).

La persona offesa, sfumata la possibilità di essere assunta all’interno dell’ospedale di Rovigo, decideva di rivolgersi alla Consigliera provinciale di Parità: precisava di non avere agito subito perché intimorita dal dott. (…) e dal fatto che tutti si trovavano in soggezione nei suoi confronti per via del potere che esercitava nell’ambiente ospedaliero palesano, tanto che i colleghi dott. (…) e dott.ssa (…) le riferivano più volte che fare uno sgarbo all’imputato avrebbe significato “bruciarsi la carriera”. Tuttavia, finita l’esperienza lavorativa in ospedale e trascorso un anno in disoccupazione, la persona offesa cadeva preda della depressione, in quanto riteneva di avere nullificato i suoi otto anni di studi per avere rifiutato la proposta sessuale dell’imputato. A questo punto decideva di rivolgersi ad un legale e di contattate la Consigliera di Parità presso la sede della Provincia di Rovigo, (…), nel corso dell’anno 2018, ancorché già dal mese di settembre del 2017 avesse trovato impiego come insegnante di matematica presso una scuola superiore.

  1. La deposizione della persona offesa (…).

(…), studentessa presso il corso di laurea di tecniche di radiologia dell’Università di Rovigo dal 2012 al 2015, riferiva di avere conosciuto l’imputato nella sua qualità di insegnante di Medicina Nucleare nel medesimo corso di laurea, nonché di relatore per la redazione della sua tesi di laurea in Medicina Nucleare alla fine dell’anno 2014. Attorno al mese di febbraio del 2015 il dott. (…) le dava appuntamento, via messaggio telefonico, presso l’entrata dell’ospedale di Rovigo per consegnarle del materiale, a suo dire utile per la redazione della tesi di laurea; la giovane, tuttavia, decideva di presentarsi direttamente in reparto e, incontrato il suo relatore in compagnia della dott.ssa (…), gli faceva presente di essere giunta proprio per ritirare tale materiale: la sua comparsa all’interno del reparto suscitava molta sorpresa nell’imputato e nella dott.ssa (…), la quale le diceva di passare più tardi nel suo studio in quanto doveva parlarle (v. pagg. 40 e 47 del verbale stenotipico del 05.11.2020). Il dott. (…), a questo punto, le faceva visitare il reparto, le fotocopiava del materiale scientifico (ancorché poco inerente con la tesi di laurea della studentessa) e, infine, la faceva entrare all’interno di uno stanzino del reparto, dove, dopo avere chiuso la porta, le rivolgeva vari apprezzamenti sul suo aspetto fisico e poi aggiungeva che, se lei fosse stata disponibile nei suoi confronti, lui le avrebbe procurato un posto di lavoro nel suo reparto (v. pag. 41 del verbale cit.). Più precisamente, la persona offesa riferiva di avere reagito ai complimenti specificando di essersi presentata in reparto solamente per la tesi, tuttavia l’imputato rispondeva di averla convocata per altri motivi, ovverosia per chiederle di essere sessualmente disponibile nei suoi confronti, utilizzando frasi non del tutto esplicite, ma allusive alla natura sessuale della collaborazione cui l’imputato stava alludendo (v. pag. 41 cit.). All’insistenza della giovane di essersi presentata solamente per ricevere il materiale della tesi, il dott. (…) rispondeva con la frase “allora può anche uscire”, lasciando la studentessa sconcertata e imbarazzata. Uscita dallo stanzino, la (…) incontrava la dott.ssa (…), la quale, notato il suo disagio, le chiedeva insistentemente cosa fosse accaduto e la conduceva presso lo spogliatoio riservato al personale medico: qui, le due venivano raggiunte dalla dott.ssa (…) e dal dott. (…), davanti ai quali scoppiava a piangere e riferiva l’accaduto. I medici, parlando tra di loro, si meravigliavano del fatto che “fosse accaduto di nuovo” e si chiedevano “cosa avrebbero dovuto fare con lui” e, dopo averla consolata e rassicurata, la facevano uscire dal reparto attraverso una porta secondaria (V. pag. 42 del verbale cit.).

Il giorno successivo la persona offesa contattava la dott.ssa (…), quale coordinatrice del corso di laurea, per riferirle l’intera vicenda e chiedere di essere assegnata ad un altro relatore per la tesi di laurea. Il giorno successivo la dott.ssa (…) la contattava per dirle che, in tali situazioni, era prevista l’organizzazione di un incontro tra la studentessa e il medico coinvolto nella vicenda, ma la giovane declinava l’invito per via dell’assenza di persone che potessero testimoniare l’accaduto; per il resto, nessuno le consigliava di sporgere denuncia, pertanto la (…) si accontentava di ottenere la dott.ssa (…) come relatrice e accettava di malavoglia di essere obbligata a terminare il tirocinio formativo nel reparto di Medicina Nucleare.

  1. Le trascrizioni delle captazioni telefoniche.

Il testimone dell’accusa, Sost. Comm. (…), riferiva come, successivamente alla presentazione della denuncia-querela da parte di (…) nei confronti del dott. (…), le indagini si sviluppavano dapprima con l’acquisizione del verbale redatto dalla Consigliera provinciale di Parità e, successivamente, con l’identificazione di tutte le persone informate sui fatti e con l’intercettazione delle loro utenze telefoniche, in concomitanza con la loro audizione da parte degli inquirenti, al fine di verificare la genuinità delle dichiarazioni rese all’Autorità Giudiziaria; e ciò in considerazione del fatto che si trattava di soggetti orbitanti attorno al mondo ospedaliero e legati, per ragioni lavorative, al dott. (…). Le operazioni di captazione prendevano avvio il 14.11.2018 e avevano ad oggetto le seguenti utenze:

– n. (…) in uso all’imputato;

– n. (…) in uso a (…);

– n. (…) in uso a (…);

– n. (…) in uso a (…);

– n. (…) in uso a (…);

– n. (…) in uso alla parte civile.

Appare utile analizzare singolarmente le varie telefonate oggetto di richiesta di trascrizione da parte della pubblica accusa, per meglio comprendere le modalità di interazione dei soggetti chiamati a riferire sui fatti e per confrontare il contenuto delle telefonate con le dichiarazioni poi rese in sede dibattimentale.

– Progr. 1198 del 19.11.2018 alle ore 19.38, (…) contattava l’utenza di (…). Riferiva il contenuto del colloquio avuto verosimilmente in sede di sommarie informazioni rese presso la Questura di Rovigo e affermava di avere visto (…) piangere, ma di non avere saputo direttamente da lei il motivo del suo turbamento, poiché quest’ultima preferiva confidarsi con la dott.ssa (…), che era lì presente (v. pag. 9 dell’elaborato peritale).

– Progr. 1561 del 22.11.2018 alle ore 18.21, (…) contattava la madre, (…), per riferire il contenuto dell’incontro avvenuto in Questura e precisava che in quattro colleghi avevano riferito la medesima versione dei fatti, parzialmente dissimile da quella narrata dalla Rubini, riuscendo in questo modo “a smontarla” (v. pag. 16 dell’elaborato peritale). Aggiungeva come la (…) (senza formulare espressamente il nome della parte civile, ma con espressioni univocamente riconducibili a lei) “ha trovato anche il cretino giusto là, che gli ha girato attorno. Sto cretino!”; “una che è disoccupata, che te la sventola sotto il naso, così con grande disponibilità, è ovvio che cerca quello”; “cerca di incastrarti, per avere un posto di lavoro” (v. pag. 18 dell’elaborato cit.); e ancora, dopo avere fatto dell’ironia sulla vicenda della (…), che poteva essere oggetto della sceneggiatura di un film, aggiungeva “Comunque io, a queste quattro puttane … qua, che dicono di essere state stuprate, proprio guarda… eh,, niente, mi fanno proprio fastidio”.

– Progr. 1650 del 23.11.2018 alle ore 14.24, (…) contattava l’utenza di (…) per comunicarle di avere parlato con tale Laura, sua ex collega del corso di laurea di tecniche di radiologia, la quale cercava di dissuadere una donna ad accettare un lavoro presso l’ospedale di Rovigo dicendo “lascia perdere, perché lui è un tipo così e ha questo agire qud”; la Bella rispondeva “bene, quindi è rimasto uguale”; la (…) chiedeva “è seriale?” e in risposta la (…) “eh si” (v. pag. 24 dell’elaborato peritale).

– Progr. 1897 del 24.11.2018 alle ore 17.04, (…) contattava (…). Quest’ultima riferiva alla prima il contenuto delle informazioni rese da (…) in Questura, ovverosia che vedeva la (…) piangere e parlare con la dott.ssa (…), ma che non si interessava del motivo, aggiungendo “quindi lei., però ha cercato di., sminuire l’aspetto…” e la (…) continuava la frase “si, sminuire l’aspetto della molestia insomma” e la (…) confermava (v. pag, 28 dell’elaborato cit.). Poco dopo, la (…) diceva “il fatto è accaduto, cioè, è inutile che stiamo qua..cui faceva eco la (…) “è accaduto, è inutile che stiamo a girarci tanto intorno, E., ecco”; rispondeva poi la (…) “Cioè, che sia successo è ovvio che sta successo. … Poi che lei ne abbia approfittato per avere un tornaconto…”‘ ma la (…) replicava “non c’entra, non c’entra” (v. pag. 29 dell’elaborato cit.). La (…), sempre parlando della posizione assunta dalla (…) con gli uomini della Questura, evidenziava come “abbia difeso a oltranze” e, pur sapendo della studentessa, non riferiva alcunché agli inquirenti, ma confidava alla (…) che “era un periodo in cui lui praticamente gli ha fatto capire che non aveva gli ormoni a posto” (v. pag. 30 e 31 del verbale cit.).

– Progr. 513 del 16.11.2018 alle ore 19.55, (…) contattava (…) per dirle di essere stato appena convocato dalla Questura di Rovigo per andare a riferire su vicende riguardanti molestie sessuali, che lui sospettava riguardare il dott. (…), nonostante non gli fosse stata data nessuna indicazione in tal senso dagli inquirenti (v. pag. 35 dell’elaborato peritale). Preoccupato per l’incombente, (…) esclamava “non so, cosa faccio? Mento spudoratamente? No, perché qualcosa è veramente successo, nel senso che…”. Alla domanda della (…) se la denunciante si fosse inventata l’accaduto, (…) rispondeva “Allora, secondo me qualcosa deve avere fatto, ma… cioè….. probabilmente, non so, mi viene da dire che deve avere messo una mano sul sedere, metti, una roba così.. … cioè mi mene da dire perché io non ho visto questa cosa, ehi” (v. pag. 36 dell’elaborato peritale), aggiungendo di avere visto la donna piangente e visibilmente scossa. La (…), a sua volta, esprimeva le sue perplessità sul fatto che fosse scaturita un’indagine per il semplice fatto che l’imputato avesse rivolto apprezzamenti o battute alla persona offesa, in quanto l’accusa di molestie sessuali doveva essere motivata anche da contatti fisici e a tale osservazione (…) rispondeva affermativamente, aggiungendo “eh, non vorrei che ci fossero cose anche dal tipo… cioè ti faccio vincere il concorso se… capito? Robe così, in mezzo, però… cioè…” (v. pag. 38 dell’elaborato cit.). Davanti a questa prospettazione, la (…) suggeriva a (…) di astenersi dal riferire tutte le informazioni utili agli inquirenti, atteso che, laddove si fosse trattato di ricatti di natura sessuale inerenti la vincita di un concorso, l’accusa si poteva estendete a (…) stesso, quale dirigente chiamato a dare l’approvazione sull’indizione del concorso: infatti, rifletteva la (…), riferire che la “fisica” era fiduciosa e speranzosa di poter partecipare al concorso pubblico e di vincerlo, avrebbe significato suggerire che (…) avesse davvero il potere di manipolare l’esito di un concorso pubblico, così “creandogli un problema” e aggiungeva “quindi non conviene che tiri fuori questa cosa qua, anche se magari averi la sensazione o quasi la certezza che ci teneva ti a passare il concorso …” (v. pag. 42 dell’elaborato peritale) e suggeriva a (…) di “non ricordarsi proprio” e di “andare liscio” sul punto, nonostante l’interlocutore le dicesse che ricordava che la (…) non potesse proprio partecipare al concorso.

– Progr. 1320 del 19.11.2018 delle ore 10.43, (…) contattava (…) per sapere cosa avesse saputo (…) circa la convocazione in Questura e (…) rispondeva che in effetti l’indagine riguardava le molestie sessuali subite dalla persona “con gli occhi azzurri che loro già pensavano, in particolare per una “toccata di sedere” avvenuta lungo un corridoio. I due aggiungevano che tutti in reparto sapevano che al dott. (…) piaceva una collega che si vestiva in maniera provocante e che lui “interpretava come un via libera” (v. pag. 56 dell’elaborato peritale). (…) affermava che le molestie avvenivano in più occasioni e che la denuncia sarebbe stata una sorta di vendetta nei confronti di (…), perché la persona offesa non avrebbe ottenuto il posto di lavoro sperato; aggiungeva che, in ogni caso, (…) avrebbe fatto il “monazza” e l’idiota, anche se, in realtà, era da considerare come un soggetto innocuo (v. pag. 60 dell’elaborato). Parlando, poi, del fatto che la vicenda avesse una bassa rilevanza e che tuttavia potesse avere dei risvolti penali, (…) affermava che probabilmente la denuncia era stata presentata perché la (…) ambiva ancora ad ottenere il posto di lavoro messo a concorso: infatti, aggiungeva, “anche (…) mi aveva chiamato per dirmi… per fortuna l’ha fatto in maniera molto soft, mi diceva: “ma questa nuova frequentatrice vi trovate bene? Possiamo prenderla?” così. … Me l’avrà chiesto due o tre volte, io tutte e tre le volte gli ho detto che non andava assolutamente bene, nel contesto, in particolare, che avevamo dì pochissima gente non potevamo fare affidamento su questa persona e quindi… poi per qualche tempo ha detto: hai fatto quello che hai voluto, così” (v. pag. 62 dell’elaborato). I due concludevano che dichiarare di non ricordarsi i fatti potesse essere un buon modo per non rimanere invischiati nella vicenda, che, alla fine, si mostrava molto banale, in quanto “lei” giocava sulle ambiguità del comportamento di (…) perché sperava di ottenere il posto di lavoro (v. pag. 66 dell’elaborato).

– Progr. 9389 del 19.11.2018 alle ore 20.14, (…) contattava (…) per confermare che l’interrogatorio aveva ad oggetto la vicenda di (…) e della (…), sulla quale la (…) aveva riferito di non sapere nulla in quanto aveva notato la (…) piangere mentre veniva consolata dalla stessa (…), ma non le era stato riferito il motivo. A tale ricostruzione, tuttavia, la (…) ribatteva di ricordarsi un’altra dinamica dei fatti, ovverosia che la (…) aveva fatto ingresso nello studio della (…) dicendo che (…) continuava a molestarla, a metterle le mani addosso e a invitarla a uscire, pertanto era decisa a segnalarlo mediante una procedura interna all’azienda e che a tale sfogo presenziava anche la (…) (v. pagg. 70 e 71 dell’elaborato). Commentando la vicenda, poi, la (…) affermava, riferita a (…), “lui ha avuto questa fase di …che si sentiva più forte, più bello, che poteva permettersi di andare a proporsi a più di qualche persona infatti in quel periodo Pi …c’è stato il caso di sta fisica, c’è stato il caso della studentessa, la storia poi della (…), quindi diverse cose un po’ cosi” (v. pag. 93 dell’elaborato peritale).

– Progr. 161 del 19.11.2018, (…) contattava (…) per sapere come fosse andato l’incontro in Questura e questa rispondeva di avere riferito di non sapere alcunché sulle molestie rivolte da (…) alla (…), se non per il fatto di avere notato una volta questa piangere e che la (…), che era lì presente, le suggeriva di non interessarsene perché si trattava di un normale diverbio. L’interlocutore le faceva notare che, così facendo, aveva scagionato (…) e che, quindi, tanto valeva riferirgli che era oggetto di un indagine. La (…) confessava, nel corso della telefonata, di ricordare che in quell’episodio la (…) piangeva e la (…) le diceva “Eh, il dottore che si è comportato allo stesso identico modo, da stupido ” e aggiungeva “però, dopo, sinceramente, io ho alzato su i tacchi e sono andata via” (v. pag. 105 dell’elaborato peritale).

  1. Le deposizioni dei testimoni della pubblica accusa.

– La testimone (…) riferiva di avere ricoperto il ruolo di Consigliera di fiducia fino al mese di dicembre del 2016 all’interno della (…), con la funzione di prestare assistenza a tutti i dipendenti che avessero ritenuto di essere vittime di mobbing, discriminazione o violenze sessuali. L’08.01.2015 veniva contatta da (…), la quale le chiedeva un appuntamento per interloquire in relazione a tre episodi di molestie sessuali perpetrati ai suoi danni dal dott. (…), direttore del Dipartimento nel quale la persona offesa prestava la propria attività lavorativa. Secondo quanto narrato dalla (…), nel mese di agosto del 2014 l’imputato avrebbe colto di sorpresa la donna all’interno del parcheggio della struttura ospedaliera e le avrebbe repentinamente toccato i glutei. Successivamente, in data 22,12.2014, si sarebbe verificato il secondo episodio molesto, nel corso del quale il dott. (…), incrociando in un corridoio la (…), (…) e un altro collega, avrebbe approfittato della distrazione degli altri due colleghi per avvicinarsi alla (…) e dirle di averla trovata dimagrita e, toccandole i glutei, affermava “ma qui no”.

Il terzo episodio si verificava quello stesso giorno, quando l’imputato chiedeva alla persona offesa di colloquiare in disparte e, sedutosi accanto a lei, le comunicava che avrebbe ricoperto il ruolo di presidente della commissione dell’esame in relazione ad un imminente concorso che sarebbe stato indetto e al quale la (…) avrebbe potuto partecipare, laddove i due si fossero aiutati reciprocamente, per esempio se la persona offesa si fosse fatta riaccompagnare a casa in auto dal (…) e tale spiegazione veniva accompagnata da toccamenti di una spalla e di un ginocchio della donna (v. pagg. da 50 a 52 del verbale stenotipico del 23.07.2020). Nel corso dell’incontro la T. redigeva degli appunti manoscritti molto sintetici – per non creare disagio alla colloquiarne – a propria futura memoria e il contenuto degli stessi confluiva in una relazione che la testimone redigeva tre anni dopo, nel 2018, su richiesta della Consigliera provinciale di Parità (v. relazione prodotta dal P.M. all’udienza del 23.07.2020). L’incontro si concludeva con la presa di posizione della persona offesa di non esperire alcuna azione avverso il dott. (…) nell’immediatezza, per timore di non risultare assegnataria di una successiva borsa di studio, ma prendeva l’impegno di ricontattare la (…) laddove si fossero verificati altri episodi a sfondo sessuale che avessero visto l’imputato come protagonista (v. pag. 52 del verbale stenotipico cit.). La (…) negava di avere sconsigliato alla persona offesa di intentare qualsiasi azione nei confronti del primario, avuto riguardo alla grande influenza professionale che questi esercitava all’interno dell’ambiente ospedaliero: si limitava, piuttosto, a rappresentare alla (…) la scarsa possibilità di poter fare affidamento sulla testimonianza dei colleghi di reparto, con ciò invitandola a ragionare sulla opportunità di intentare azioni interne alla (…) o esterne all’Azienda nei confronti del (…) (v. pagg. 55 e 56 del verbale cit.).

Con comunicazione avente n. prot.llo (…) del 18.09.2018, la Consigliera provinciale di parità di Rovigo, (…), inviava una segnalazione alla Procura della Repubblica di Rovigo ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs. n. 198 del 2006, nella quale rappresentava come in data 28.03.2018 (…), a mezzo dell’avv. (…), avesse richiesto la fissazione di un incontro con la Consigliera, al fine di rappresentare un caso di presunte molestie sessuali subite all’interno della (…) ne corso dello svolgimento della propria attività lavorativa, quale assegnataria di borsa di studio presso il reparto di Medicina Nucleare e Fisica Sanitaria. In particolare, la (…) segnalava di essere stata oggetto di attenzioni e di molestie a sfondo sessuale da parte del capodipartimento, dott. (…), il quale le rivolgeva apprezzamenti, complimenti, ammiccamenti e commenti di natura sessuale, ai quali poi seguivano due episodi in particolare: nel mese di agosto del 2013 avrebbe tentato di abbracciarla mentre la sorprendeva da sola nel parcheggio dell’ospedale; successivamente, in data 22.12.2014, l’imputato, dopo avere invitato la (…) all’interno del proprio studio, le avrebbe rappresentato che a breve sarebbe stato bandito un concorso per un posto da Fisico Dirigente ed, essendo lui uno dei membri della commissione, avrebbe potuto farle assegnare il posto laddove lei si fosse “concessa”, accompagnando tale proposta con toccamento. La parte civile rappresentava, altresì, che in data 08.11,2016, nel corso di un appuntamento fissato col Direttore Generale dell’U. 18, dott. (…), questi le avrebbe prospettato la possibilità di essere assegnataria di una nuova borsa di studio, ma tale prospettazione rimaneva inevasa allorché non veniva rinnovata la prima borsa di studio In ogni caso, la (…) non faceva cenno alle molestie subite e riscontrava con stupore la partecipazione del dott. (…) all’incontro (v. verbali del 06.04.2018 e del 16.07.2018, prodotti dal P.M. all’udienza del 23.7.2020). Atteso che la (…) lamentava la mancata attivazione del C.U.G. aziendale a seguito delle sue rimostranze inerenti gli episodi appena menzionati, la Consigliera (…) contattava la Consigliera di Fiducia, (…) affinché questa relazionasse sull’incontro svoltosi con la (…).

– La dott.ssa (…), Fisico Dirigente presso il reparto di Fisica Sanitaria presso l’ospedale di Rovigo, riferiva di avere conosciuto (…) quale vincitrice di borsa di studio presso il medesimo reparto e di essere stata da questa contattata telefonicamente nel mese di dicembre del 2014 per riferirle di un episodio accaduto quello stesso giorno: il dott. (…), primario del reparto di Medicina Nucleare – ove il personale di Fisica Sanitaria sovente si recava per effettuare controlli di qualità sui macchinari ivi in uso – avvicinava la (…) e le rivolgeva alcune avances di tipo sessuale, consistenti in apprezzamenti verbali e in un tentativo di approccio fisico. La persona offesa appariva alquanto scossa per l’accaduto e piangeva durante la conversazione telefonica, così la testimone le consigliava di rivolgersi all’organo interno all’Azienda ospedaliera deputato a occuparsi di tali situazioni, ovverosia il Comitato Unico di Garanzia (v. pagg. 57 e 58 del verbale stenotipico del 23.07.2020). Successivamente, nel corso dell’anno 2015, la dott.ssa (…) veniva a sapere dalla (…) che il dott. (…), nel 2014, nel corso di un diverso episodio, le aveva toccato volontariamente i glutei. Aggiungeva la teste di essere altresì a conoscenza di un altro episodio di molestie sessuali riguardante l’imputato e una studentessa universitaria, (…), grazie alle confidenze a lei rivolte dalla dott.ssa (…), che all’epoca dei fatti coordinava il corso di laurea in tecniche di radiologia, frequentato dalla (…).

Richiesta di fornire spiegazioni in merito alla conversazione telefonica intercorsa con la dott.ssa (…) e trascritta al progressivo n. 1897 del 24.11.2018, la testimone confermava come, avendo percepito che la (…) fosse particolarmente scossa a seguito dell’episodio verificatosi nel mese di dicembre del 2014, concludeva per l’assoluta veridicità del racconto della parte civile (v. pag. 63 del verbale cit.).

La testimone confermava di avere messo in guardia da subito la (…) sul carattere scostante e irascibile dell’imputato, ma non di avere detto che “allungava le mani”: le consigliava, tuttavia, di non avere alcun contatto con lui dopo i fatti occorsi nel mese di dicembre del 2014. Riferiva, inoltre, che già nel 2015 era in essere una procedura concorsuale per l’assunzione di un Fisico Sanitario in reparto, ancorché non fossero ancora state decise le modalità di selezione e più volte la (…) le aveva manifestato la speranza di poter quantomeno partecipare al concorso per ambire ad ottenere una posizione professionale stabile all’interno dell’Azienda ospedaliera.

– Il dott. (…), collega della (…) all’interno del reparto di Fisica Sanitaria dell’ospedale di Rovigo, riferiva, in merito all’episodio occorso alla (…) nel mese di dicembre del 2014, che nei giorni immediatamente successivi notava che la parte civile appariva particolarmente scossa e lei stessa gli riferiva che tale stato d’animo era dovuto alle avances sessuali ricevute dal dott. (…); successivamente il testimone apprendeva dalla collega dott.ssa (…) come le proposte sessuali sarebbero state avanzate dall’imputato alla (…) dietro la promessa di un posto di lavoro, come la stessa (…) le aveva riferito (v. pag. 75 del verbale stenotipico del 23.07.2020 e v. pagg. 21 e 32 del verbale stenotipico del 05.11.2020).

Il testimone chiariva, altresì, il contenuto della telefonata intercorsa in data 19.11.2018 con (…) (progr. n. 1614), riferendo come fosse noto a tutti nel reparto che il dott. (…) rivolgesse particolari attenzioni alla parte civile, come apprezzamenti e complimenti inerenti il suo aspetto fisico, ogniqualvolta la incontrasse (v. pag. 13 del verbale stenotipico del 05.11.2020). Riteneva il testimone che tale atteggiamento dell’imputato fosse agevolato dall’abbigliamento provocante indossato dalla (…), che poteva essere interpretato dal dott. (…) come “un via libera” (v. pag. 15 del verbale cit.). Aggiungeva di essere venuto a conoscenza, da una certa (…), che anche durante la redazione della tesi di laurea specialistica, la parte civile avesse denunciato per molestie sessuali uno dei suoi professori universitari.

Il dott. (…) dichiarava che più volte la parte civile gli aveva confidato di sperare di poter vincere il concorso per fisico dirigente che a breve sarebbe stato indetto e che sempre lui le rappresentava come tale ipotesi fosse troppo remota, atteso che sicuramente sarebbe stata avviata una mobilità interna, poi si sarebbero attinti i candidati dalla graduatoria del concorso precedente e solo in ultima istanza si sarebbe consentito agli esterni si candidarsi (v. pag. 26 del verbale cit.). Tuttavia, chiamato a chiarire il contenuto della telefonata di cui al progressivo n. 1614 del 19.11,2018, il teste precisava come, dal suo punto di vista e sulla base di quanto a lui comunicato dall’ufficio del personale della (…), i passaggi per il reclutamento del personale medico erano rigidamente predeterminati, come da lui stesso dichiarato poco prima, tuttavia era possibile che il dott. (…) e che la Direzione generale della (…) potessero intervenire fattivamente per modificare i requisiti di accesso al concorso, atteso che il dott. (…) (Direttore sanitario della (…)) aveva contattato più volte il dott. (…) per domandargli se, quindi, la (…) potesse essere “sistemata” all’interno dell’azienda ospedaliera.

La dott.ssa (…), sentita in sede testimoniale, in merito all’episodio verificatosi in data 22.12.2014 riferiva che si trovava all’interno dello studio della dott.ssa (…) quando entrava la (…) in evidente stato di rabbia e alterazione, che dichiarava che avrebbe denunciato il dott. (…). Alla sua richiesta di spiegazioni, la (…) dichiarava che occasionalmente il dott. (…) soleva metterle una mano sulla spalla e, per tale motivo, lo avrebbe denunciato, senza riferire null’altro nel dettaglio (v. pag. 51 del verbale stenotipico del 05.11.2020). A fronte della contestazione mossale dal Pubblico Ministero rispetto al contenuto della conversazione telefonica da lei avuta in data 19.11.2018 con la dott.ssa (…) e nel corso della quale le due interlocutrici, ripercorrendo i fatti del 22.12.2014, dichiaravano che la (…) aveva detto loro “Ecco, continua a molestarmi, a mettermi le mani addosso, ad invitarmi a uscire” la testimone smentiva quanto da lei stessa detto e trascritto, confermando di ricordarsi del fatto che la (…) avesse fatti riferimento solamente ad un tocco ricevuto sulla spalla (v. pag. 54 del verbale cit.). Negava fermamente di avere detto alla (…) di non essere la prima donna a lamentarsi per il comportamento del (…), come invece riferito dalla parte civile.

Quanto alla vicenda riguardante (…), la testimone riferiva di averla incontrata nel mese di febbraio del 2015 nel corridoio del reparto di Medicina Nucleare e di avere notato uno strano turbamento in lei, tanto che decideva di parlarne con la dott.ssa (…), che insegnava nel corso di laurea di tecniche di radiologia. Quest’ultima, dopo avere parlato con la (…), riferiva alla dott.ssa (…) che la studentessa le aveva confidato di avere ricevuto dei messaggi telefonici dal dott. (…), che le dava appuntamento fuori dall’ospedale e si offriva di riaccompagnarla a casa (v. pag. 55 del verbale cit.). Saputo questo, le due dottoresse si rivolgevano alla collega (…), quale coordinatrice del corso di laurea, che riferiva loro di essere già a conoscenza della situazione, A fronte delle contestazioni indirette mosse dal Pubblico Ministero in relazione a quanto narrato dalla teste (…), la dott.ssa (…) negava, con fermezza, di avere reagito in maniera stupita alla notizia che la giovane fosse stata convocata dal dott. (…) per ricevere il materiale della tesi; negava, ancora più. decisamente, di avere colloquiato quello stesso giorno direttamente con la (…) all’interno dello spogliatoio del reparto alla presenza della dott.ssa (…) e del dott. (…), in quanto solo questi due si recavano nello spogliatoio con la studentessa, mentre lei non era presente (v. pagg. 59 e 60 del verbale cit.). Negava infine, di essere mai stata portata a conoscenza di quanto si fosse verificato tra il dott. (…) e la (…) all’interno dello stanzino del reparti di Medicina Nucleare, precisando di essere a conoscenza solamente dei messaggi inviati alla giovane dal dott. (…).

– Il dott. (…), a sua volta, medico presso il reparto di Fisica Sanitaria, riferiva di ricordare di un particolare episodio che riguardava (…) e avvenuto nel mese di febbraio del 2015: veniva chiamato dalla collega, dott.ssa (…), affinché si recasse nello spogliatoio femminile del reparto ad ascoltate il racconto della studentessa. Il testimone si recava presso lo spogliatoio e vedeva la (…) piangere nel raccontare una vicenda alla stessa dott.ssa (…) e ad una terza dott.ssa, che lui riteneva fosse (…), che si trovava già sul posto (v. pag. 81 del verbale stenotipico del 05.11.2020). Non ricordava nel dettaglio quale fosse l’evento che la giovane narrava, ma riguardava qualcosa che le era stato detto dal dott. (…), primario del reparto. Il teste ricordava che le sue due colleghe, successivamente, riferivano il racconto della (…) alla dott.ssa (…), collega di reparto e coordinatrice del corso di laurea frequentato dalla P.. Aggiungeva di non essere più venuto a conoscenza di episodi particolari riguardanti il dott. (…), nemmeno con riferimento al suo rapporto con la parte civile (…).

– La dott.ssa (…), coordinatrice del corso di laurea di tecniche di radiologia dell’Università di Rovigo e dipendente della (…) nel reparto diretto dal dott. (…), dichiarava di avere ricevuto, nel mese di dicembre del 2014, le confienze della dott.ssa (…), la quale le narrava di essere stata contattata da (…), borsista del reparto di Fisica Sanitaria, in quanto era stata oggetto di molestie da parte del dott. (…) (v. pag. 89 del verbale stenotipico del 05.11.2020).

Con riguardo, invece, alla vicenda relativa a (…), la testimone riferiva di avere ricevuto la studentessa nel proprio studio e questa raccontava di avere ricevuto complimenti e attenzioni da parte del dott. (…), che l’avevano turbata e che lei aveva respinto, temendo, tuttavia, di subire ripercussioni per tale motivo (l’imputato, infatti, era suo relatore per la stesura della tesi di laurea); le mostrava, inoltre, un sms ricevuto sul telefono nel quale il dott. (…) le chiedeva di riaccompagnarla a casa. La testimone veniva, poi, avvicinata dalle colleghe (…) e (…), le quali le riferivano la vicenda capitata alla (…) e la assicuravano che avrebbero vigilato affinché il tirocinio della studentessa procedesse con serenità, anche intervenendo personalmente laddove si fossero verificati altri episodi simili (v. pag. 91 del verbale cit.). Chiamata a chiarire il contenuto della conversazione telefonica intercorsa con la dott.ssa (…) in data 24.11.2018 (progressivo n. 1897 in atti), con particolare riguardo al riferimento all'”indole” del dott. (…), riferiva che, circa nel medesimo periodo in cui si verificava l’episodio della (…), si presentavano da lei altre due studentesse del medesimo corso di laurea – (…) e (…) – le quali riferivano di avere ricevuto delle attenzioni particolari da parte dell’imputato, consistite in apprezzamenti sul loro aspetto fisico e nella richiesta esplicita di redigere la tesi di laurea sotto la sua supervisione (v. pag. 98 del verbale cit. e v. annotazione d pg. Del 16.03.2019 prodotta dal P.M. all’udienza del 23.07.2020). Aggiungeva che non esisteva alcun protocollo interno alla (…) che si potesse attivare nell’ipotesi in cui si verificasse che uno studente in tirocinio lamentasse di subire molestie o approcci sessuali da parte di un professore dipendente della (…) stessa (v. pag. 105 del verbale cit.).

– La dott.ssa (…), coordinatrice del reparto di Medicina Nucleare e dell’intero dipartimento, dichiarava di avere conosciuto l’odierna parte civile perché impiegata presso il reparto di Fisica Sanitaria ed era addetta anche al controllo di qualità sui macchinari in uso nella Medicina Nucleare. In merito all’episodio verificatosi in data 22.12,2014, riferiva di avere incontrato brevemente (…) in una stanza del reparto di Fisica Sanitaria mentre piangeva, tuttavia non si soffermava ad ascoltare il suo racconto, che le veniva successivamente riferito dalla dott.ssa (…), la quale, invece, rimaneva con lei per sapere cosa l’avesse turbata: veniva così a conoscenza del fatto che la (…) dichiarava di avere ricevuto delle avances di natura sessuale da parte del dott. (…) (v. pag. 107 del verbale cit.), il quale, sempre nel medesimo periodo, mostrava un’indole altalenante, in quanto spesso rivolgeva battute e apprezzamenti fisici alle colleghe di genere femminile e, al contempo, cedeva a crisi depressive e di pianto (v. pagg. 115 e 116 del verbale cit.).

– La dott.ssa (…), medico dirigente presso il reparto di Medicina Nucleare nell’ospedale di Rovigo, riferiva di avere conosciuto (…) quale Omissis del corso di laurea di tecniche di radiologia nel 2015 e che un pomeriggio vedeva che si trovava in reparto piangente, pertanto la conduceva nello spogliatoio femminile e la studentessa le confidava di essere stata chiamata dal suo relatore, il dott. (…), per ricevere il materiale per la tesi, tuttavia nel corso del colloquio succedeva “qualcosa di particolare”, in quanto l’imputato le rivolgeva delle avances, prospettandole che, laddove lei fosse stata “carina e gentile con lui”, ci sarebbe stato uno scambio di favori tra i due (v. pag. 39 del verbale stenotipico del 23.11.2020). Nello spogliatoio, oltre alle due, erano presenti anche la dott.ssa (…) e il dott. (…), i quali udivano il racconto della (…). La teste non ricordava di avere esternato la sua preoccupazione perché gli episodi di molestia si erano verificati “ancora”, tuttavia precisava che, in occasione di questo episodio, lei e i colleghi etano già a conoscenza delle vicende problematiche che avevano riguardato l’imputato e la (…) (v. pag. 53 del verbale del 23.11.2020).

Con riguardo alla vicenda della (…), la testimone riferiva di averla udita raccontare di molestie subite da parte del dott. (…), ma non ricordava i contenuti delle confidenze, se non che la parte civile intendeva segnalare la vicenda al Direttore Sanitario, dott. (…).

  1. Le deposizioni dei testimoni delle costituite parti civili.

– Il teste (…), marito della costituita parte civile, riferiva di avere iniziato la relazione sentimentale con la moglie dall’età di 16 anni e di avere frequentato il suo stesso corso di studi universitari senza che la moglie incontrasse alcun problema di natura personale con i propri docenti o con i relatori della tesi. Con riguardo ai tre anni trascorsi dalla (…) nell’ospedale di Rovigo in qualità di assegnataria di una borsa di studio, il (…) dichiarava che la moglie fin da subito gli aveva rappresentato l’evidente interesse che il primario del reparto, il dott. (…), nutriva nei suoi confronti, descrivendolo in tema di “apprezzamenti, complimenti molto spinti, palpeggiamenti e comunque approcci fisici, fino a provare a chiederle favori sessuali in cambio dell’offerta di un posto di lavoro”, nell’ambito di una serie di condotte moleste del dott. (…) che avevano una cadenza almeno settimanale. Questa situazione lavorativa creava molta tensione nell’ambiente domestico, soprattutto quando si verificavano episodi in cui l’imputato imponeva dei contatti fisici alla moglie, come quando, con la scusa di sistemarle il camice, le toccava i glutei o come quando la abbracciava all’interno del parcheggio dell’ospedale (v. pag. 9 del verbale stenotipico del 23.11.2020). I sentimenti esternati da sua moglie in occasione di tali accadimenti erano di rabbia, delusione e avvilimento, oltre che di tristezza per essersi trovata in una situazione interpersonale non gestibile, in cui poteva essere a rischio la sua futura carriera ospedaliera laddove lei avesse opposto un netto rifiuto al primario (v. pag. 13 del verbale cit.). Quando mancavano ormai poche settimane alla scadenza della borsa di studio, la (…) gli riferiva che, quando incrociava il dott. (…) nel reparto, questi sottovoce le sussurrasse che aveva fatto la scelta sbagliata nel non accettare la sua proposta sessuale, in quanto avrebbe potuto ottenere un’altra borsa di studio o la vittoria del concorso (v. pag. 16 del verbale cit.). Riferendosi all’episodio verificatosi il 22.12.2014, il testimone dichiarava di essere stato contattato telefonicamente dalla moglie in lacrime, la quale gli riferiva che il dott. (…) le avrebbe messo una mano in mezzo alle gambe e le avrebbe chiesto di andare a lavoro in treno in modo che lui potesse riaccompagnala a casa in auto e ricevere da lei coccole e prestazioni sessuali, in cambio di un suo intervento per farle ottenere un posto di lavoro presso l’ospedale alla scadenza della borsa di studio (v. pag. 18 del verbale cit.). Dopo questi fatti, la (…) usciva piangente dallo studio dell’imputato e si confidava con alcune colleghe, di cui il T. non conosceva i nomi, se non quello della (…), ma nessuna di queste prendeva le sue difese e la sosteneva di fronte ad un episodio così grave Una volta scaduta la borsa di studio senza che venisse rinnovata e senza che potesse trovare un impiego nell’azienda (…), la (…) trascorreva un anno e mezzo in disoccupazione, fin quando non decideva di ottenere dei crediti universitari che potessero abilitarla all’insegnamento: professione, questa, che iniziava a esercitare e che svolgeva anche nell’attualità, come supplente.

– (…), padre della costituita parte civile, dichiarava di essere sempre stato informato dalla figlia sul suo percorso lavorativo all’interno dell’ospedale, che veniva segnato dalle attenzioni a lei rivolte dal dott. (…), che si esplicitavano in complimenti e apprezzamenti finalizzati ad accorciare sempre di più le distanze fisiche tra i due. Questa situazione aveva iniziato a turbare sua figlia, soprattutto quando il dott. (…) aveva iniziato ad approcciarsi fisicamente a lei, come nell’estate del 2014, quando, all’interno del parcheggio dell’ospedale, la sorprendeva alle spalle e la abbracciava. L’episodio più significativo si verificava, tuttavia, nel dicembre del 2014, allorché l’imputato la convocava nel proprio studio e si sedeva vicino a lei, toccandola in mezzo alle cosce e dicendole che sapeva cosa doveva fare se avesse desiderato avere un futuro lavorativo nel reparto (v. pag. 24 del verbale stenotipico del 23.11.2020). La figlia, sconvolta, telefonava al padre mentre si trovava in auto diretta verso casa e gli raccontava questo episodio.

Successivamente, il dott. (…) incontrava il Direttore Generale della (…) 5, il dott. (…), per parlare della possibilità di avviare sul territorio palesano un corso di infermieristica facente capo all’università di Ferrara – presso la cui (…) il testimone lavorava come direttore dell’unità di chirurgia – e, nell’occasione, gli raccontava delle vicissitudini in cui era incorsa la figlia con il primario di Medicina Nucleare. Il dott. (…) si mostrava stupito, ma tendeva a minimizzare l’accaduto. Qualche mese dopo il (…) prendeva nuovamente appuntamento con il dott. (…) per parlare della situazione della figlia e, nel corso di tale incontro, il Direttore Sanitario assicurava che si sarebbe occupato della vicenda, anche premendo affinché, per la copertura del posto vacante di Fisica Sanitaria, si potesse indire un concorso e non ricorrere ad altri percorsi di assunzione che potessero escludere la (…) (v. pag. 26 del verbale cit.). In seguito anche sua figlia prendeva appuntamento con il dott. (…).

  1. L’esame dell’imputato.

Decidendo di rendere l’esame, l’imputato riferiva di avere conosciuto (…) quale assegnataria di borsa di studio in Fisica Sanitaria e di avere approfondito la sua conosceva nel 2014, quando la stessa iniziava ad approcciarlo dopo il pensionamento dell’ex primario, dott. (…), domandandogli se fosse a conoscenza della possibilità che venisse bandito un concorso per l’assunzione di un nuovo Fisico Sanitario (v. pag. 59 del verbale stenotipico del 17.12.2020). La (…) gli rivolgeva dei complimenti e gli domandava con frequenza notizie sul concorso, fino a quando, nel periodo natalizio, al suo rientro da un periodo di ferie durato due settimane, la parte civile gli domandava insistentemente di fissare un appuntamento e, nel corso del successivo colloquio, manifestava la propria preoccupazione per l’imminente scadenza della borsa di studio e gli chiedeva di recarsi in Amministrazione per “smuovere le acque” in relazione alla procedura di indizione di un concorso pubblico per l’assunzione di un Fisico Sanitario. L’imputato le rispondeva in maniera secca che avrebbe dovuto rivolgersi al dott. (…), che era il responsabile del reparto di Fisica sanitaria e la (…) reagiva in maniera scomposta, alzando la voce e uscendo dallo studio dell’imputato dicendo che nessuno voleva darle una mano. Dopo questo episodio, l’imputato decideva di prendere le distanze dalla parte civile, in quanto lei pretendeva che lui le trovasse un posto di lavoro stabile nell’Azienda ospedaliera, ma questo non rientrava nelle sue possibilità. Sul rapporto interpersonale con la (…), l’imputato precisava che era suo solito rivolgere battute e apprezzamenti a tutti i colleghi, ma non ha mai posto in essere comportamenti molesti sconfinati in approcci fisici sulle ginocchia, sulle spalle o sui glutei, pertanto negava la veridicità della narrazione operata dalla costituita parte civile. Negava di avere presenziato ad un incontro tra il dott. (…) e la (…).

Quanto alla vicenda riguardante (…), sapendo che la giovane frequentava con buoni profitti il corso di laurea in tecniche di radiologia, le proponeva di frequentare più assiduamente il reparto di Medicina Nucleare anche dopo la laurea, per verificare se potesse interessate diventare medico di reparto, ma forse questa sua richiesta era stata mal interpretata dalla studentessa (v. pag. 62 del verbale cit.). Spiegava le due vicende con il fatto che la (…) si fosse molto risentita con lui per il mancato aiuto nella indizione di un concorso pubblico e, dunque, abbia fatto circolare la voce circa le presunte molestie sessuali subite e abbia, in ciò, influenzato la (…), che interpretava in ottica sessuale la sua proposta di frequentare maggiormente il reparto ospedaliero (v. pag. 76 del verbale cit.).

  1. Le deposizioni del testi della difesa.

– Il dott. (…), Dirigente sanitario della (…) nel periodo in cui si verificavano i fatti per i quali è processo, riferiva di avere incontrato in una occasione (…) e in un’altra il padre di questa, ma negava di avere affrontato con loro il problema delle presunte molestie sessuali perpetrate dal dott. (…) ai danni della donna (v. pag. 9 del verbale stenotipico del 17.12.2020), Aggiungeva di avere conosciuto in precedenza il dott. (…) e di avere adottato nei suoi confronti un procedimento disciplinare, in esito al quale lo privava delle sue funzioni dirigenziali all’interno della (…) di Ferrara, In ordine alla gestione del persone del reparto di Fisica Sanitaria il suo referente era il dott. G., responsabile dei concorsi e delle assunzioni, il quale decideva di ricorrere alla mobilità per l’assunzione di un dirigente medico nel Reparto di Fisica Sanitaria e di non indire un nuovo concorso, né di attingere alle graduatorie dei concorsi precedenti (v. pag. 18 del verbale cit.). Chiamato a chiarire il contenuto di una conversazione intercorsa tra (…) e la (…), il dott. (…) confermava di essersi interessato con lui circa la sorte lavorativa della (…), in ragione delle richieste che, in tal senso, gli erano state rivolte da dott. (…). Non ricordava il contenuto dell’incontro avuto con la (…), né di avere convocato contestualmente il dott. (…).

– La teste (…), collega universitaria della (…), riferiva di ricordare che la parte civile, durante il corso di studi, avesse ricevuto delle molestie e delle avances da parte di un docente.

– La teste (…), compagna di corso di (…), riferiva che, nei primi mesi del 2015, la persona offesa si recava in ospedale per ricevere il materiale della tesi di laurea dal suo relatore, il dott. (…), tuttavia faceva rientro dall’appuntamento piangente e sconvolta, perché il suo relatore le aveva chiesto di poterla riaccompagnare a casa, ma non ricordava con più precisione il contenuto del racconto della persona offesa. A seguito di tale episodio, la testimone e un altro compagno di studi accompagnavano la (…) a colloquio con la dott.ssa (…) per riferire l’accaduto e ottenevano che la persona offesa cambiasse relatore, anche se dovevano accompagnarla nel Reparto di Medicina Nucleare quando lei doveva recarsi lì, perché era intimorita all’idea di incontrare l’imputato (v. pag. 32 del verbale stenotipico del 23.11.2020).

– Il dott. (…), direttore dell’Unità Operativa Complessa per la gestione del personale presso la (…), riferiva che, a partire dal mese di agosto del 2014 il dott. (…) diventava il Direttore facente funzioni della UOC di Fisica Sanitaria, con il compito, tra gli altri, di presentare le richieste di assunzione del personale. In data 20.05.2016 il dott. (…), in effetti, formulava istanza scritta di assunzione di un medico in Fisica Sanitaria a tempo indeterminato, indicando, quale procedura idonea all’assunzione, quella della mobilità interna, ovvero la partecipazione di personale medico già assunto, che, nel caso di specie, si traduceva nella pubblicazione di un avviso di pubblica mobilità in data 09.06.2016. Successivamente, con verbale redatto in data 09.08.2016, si dava atto del fatto che era stata presentata una sola domanda di partecipazione al concorso da parte della dott.ssa (…), in mancanza della quale – precisava il testimone – si sarebbe indetto un concorso pubblico di assunzione per soggetti esterni alla (…) (v. pag. 42 del verbale stenotipico del 17.12.2020).

– La testimone dott.ssa (…), tecnica di radiologia presso l’ospedale di Rovigo a far data dal 2008, riferiva di non avere mai avuto conoscenza diretta di atteggiamenti sessualmente molesti tenuti dal dott. (…) e, in particolare, nel periodo compreso tra la fine dell’anno 2014 e l’inizio del 2015 si trovava in congedo per maternità.

– La teste (…), tecnico radiologo presso l’ospedale di Rovigo, riferiva di non avere mai avuto conoscenza diretta di atteggiamenti sessualmente molesti tenuti dal dott. (…) e di avere appreso dai colleghi le vicende riguardanti la (…) e la (…).

Così riassunti i fatti emersi nel corso dell’istruttoria, ritiene il Collegio che sia stata raggiunta la prova in ordine alla penale responsabilità dell’imputato in relazione ai capi B) e C) a lui contestati, per i motivi di seguito esposti.

Occorre preliminarmente dar conto del fatto che la principale fonte di prova dei fatti oggetto dell’imputazione è rappresentata dalle dichiarazioni rese dalle stesse persone offese, (…) e (…).

Appare opportuno richiamare, sul punto, l’orientamento costante della Suprema Corte secondo cui, in tema di valutazione della prova, la deposizione della persona offesa, anche se rappresenta l’unica prova del fatto da accertare, può essere posta da sola a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato – atteso che a tali dichiarazioni non si applicano le regole di cui al comma 3 dell’art. 192 c.p.p. – previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che in tal caso deve essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello a cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (si veda Cass., sez. 5, sent. n. 12920/2020 e Cass., SS.UU., sent. n. 41461/2012).

Nel caso di specie, le deposizioni delle persone offese non riportavano contraddittorietà o illogicità intrinseche, tali da minarne l’attendibilità e la conseguente valenza probatoria, o tali da porre in dubbio la credibilità soggettiva delle testimoni. Al contrario, le dichiarazioni rese sono risultate internamente coerenti e pienamente confermate da plurimi riscontri probatori di natura testimoniale e documentale.

Operata tale necessaria premessa, occorre prendere in esame i singoli eventi delittuosi di cui si compone la vicenda, al fine di valutare l’effettivo raggiungimento della prova in ordine al verificarsi dei fatti di reato e operare una riflessione sulla qualificazione giuridica degli stessi.

L’accertamento dei fatti e la responsabilità penale dell’imputato.

  1. Il capo C) dell’imputazione.

Quanto al capo C) dell’imputazione, viene contestato all’imputato di avere abusato della propria qualità e dei poteri connessi al ruolo di Direttore del reparto di Medicina Nucleare dell’ospedale di Rovigo e di professore presso l’Università di Rovigo al fine di costringere la studentessa (…) a compiere o subire atti sessuali in suo favore.

La persona offesa, all’epoca laureanda presso il corso di tecniche di radiologia, riferiva di essere stata contattata telefonicamente nel mese di gennaio 2015 dall’odierno imputato, quale suo relatore della tesi, al fine di incontrarsi fuori dall’ospedale per la consegna di materiale utile per la redazione della tesi di laurea e di essersi presentata direttamente all’interno del reparto di Medicina Nucleare. Il dott. (…) la conduceva all’interno di uno stanzino adibito all’utilizzo di computer e, dopo avere chiuso la porta, le rivolgeva vari apprezzamenti sul suo aspetto fisico e poi aggiungeva che, se lei fosse stata disponibile nei suoi confronti, lui le avrebbe procurato un posto di lavoro nel suo reparto (v. pag. 41 del verbale cit.). Più precisamente, la persona offesa riferiva di avere reagito ai complimenti specificando di essersi presentata in reparto solamente per la tesi, tuttavia l’imputato rispondeva di averla convocata per altri motivi, ovverosia per chiederle di essere sessualmente disponibile nei suoi confronti, utilizzando frasi non del tutto esplicite, ma allusive alla natura sessuale della collaborazione cui l’imputato stava alludendo (v. pag. 41 cit.). All’insistenza della giovane di essersi presentata solamente per ricevere il materiale della tesi, il dott. (…) rispondeva con la frase “allora può anche uscire”, lasciando la studentessa sconcertata e imbarazzata. Uscita dallo stanzino, la (…) incontrava la dott.ssa (…), la quale, notato il suo disagio, le chiedeva insistentemente cosa fosse accaduto e la conduceva presso lo spogliatoio riservato al personale medico: qui, le due venivano raggiunte dalla dott.ssa (…) e dal dott. (…), davanti ai quali scoppiava a piangere e riferiva l’accaduto. I medici, parlando tra di loro, si meravigliavano del fatto che “fosse accaduto di nuovo” e si chiedevano “cosa avrebbero dovuto fare con lui” e, dopo averla consolata e rassicurata, la facevano uscire dal reparto attraverso una porta secondaria (v. pag. 42 del verbale cit.).

Tale narrazione trovava puntuale conferma nella testimonianza resa da (…), (…) e (…), i quali, pur non avendo assistito al fatto, dichiaravano concordemente di avere visto la persona offesa turbata e piangente dopo il colloquio con l’imputato e di averla condotta presso lo spogliatoio femminile del reparto per ricevere le sue confidenze. Su quanto accaduto nello spogliatoio, tuttavia, i testimoni si sono mostrati alquanto vaghi, dichiarando che la (…) riferiva di avances e complimenti a lei rivolti dal dott. (…), ma non erano in grado di ricordare l’esatto contenuto del racconto. Solamente la teste (…) riferiva che la studentessa aveva parlato della richiesta del dott. (…) di mostrarsi “carina e gentile” con lui in vista di un futuro scambio di favori, ma null’altro sapeva precisare in proposito.

Tuttavia, che qualcosa di grave fosse stato denunciato dalla (…) è senz’altro desumibile dalla particolare circostanza per la quale immediatamente le dott.sse (…) e (…) si rivolgevano alla collega dott.ssa (…) – coordinatrice del corso di laurea frequentato dalla persona offesa – al fine di rappresentarle l’accaduto e di offrirsi quali nuove relatrici per la tesi di laurea al posto del dott. (…), anche proponendosi di sorvegliare la prosecuzione del tirocinio della (…) in reparto al fine di evitare che si riverificassero episodi simili, con ciò mostrando di avere appreso di circostanze ben più gravi di semplici complimenti o apprezzamenti fisici rivolti da un docente alla sua laureanda.

Ancora, la testimone della difesa, (…), compagna di corso della (…), pur non ricordando affatto il contenuto del racconto della persona offesa in ordine al colloquio avuto con il dott. (…), riferiva che questa faceva rientro dall’appuntamento piangente e sconvolta e, a seguito di tale episodio, la stessa (…) le chiedeva di accompagnarla sovente presso il Reparto di Medicina Nucleare, in quanto era intimorita all’idea di incontrare l’imputato (v. pag. 32 del verbale stenotipico del 23.11.2020).

Inoltre, un ulteriore riscontro alla narrazione della persona offesa era rappresentato dai messaggi di testo sms inviati dal (…) all’utenza telefonica della (…) (e letti dalla dott.ssa P.), nei quali le dava appuntamento fuori dall’ospedale e si offriva di riaccompagnarla a casa con la propria autovettura, così tenendo una condotta del tutto avulsa dal suo ruolo di docente e rivelatrice di un interesse particolare nutrito nei confronti della studentessa.

Né vale a inficiare il racconto della (…) il fatto che la (…) abbia negato il suo coinvolgimento nella vicenda, con ciò apparentemente smentendo la ricostruzione dei fatti poc’anzi ricordata: invero, ad essere smentite sono state le dichiarazioni rese dalla (…), la quale, negando di essere stata presente al momento dello “sfogo” della (…), veniva contraddetta dai testi (…) e (…), che, concordando con il resoconto operato dalla persona offesa, collocavano la (…) proprio nel luogo e nel momento in cui la giovane riferiva quanto accaduto con il dott. (…).

Dunque, pur non trovando il racconto della persona offesa un puntuale riscontro esterno in ordine al preciso contenuto del colloquio avuto con l’imputato, soprattutto con riguardo ai termini dello “scambio” di natura sessuale propostole, tuttavia la sua narrazione veniva confermata quanto allo sfondo sessuale delle richieste a lei rivolte dal dott. (…) (v. deposizione dott.ssa (…)) e al profondo turbamento in cui era incorsa a seguito del colloquio, tanto da suscitare la preoccupazione di ben tre medici del reparto e dei suoi due compagni di corso, oltre che della dott.ssa (…), la quale, in qualità di coordinatrice del corso di laurea, revocava la nominava del dott. (…) quale relatore e le assegnava la dott.ssa (…).

Non pare affatto credibile, infine, l’alternativa ricostruzione dei fatti operata dall’imputato, secondo il quale egli, nel corso del colloquio, le avrebbe proposto di frequentare con maggiore assiduità il reparto di Medicina Nucleare dopo la laurea, in quanto non si comprende come tale prospettazione avrebbe potuto sconvolgere la persona offesa e determinare i sanitari del reparto a prendere provvedimenti affinché la stessa fosse allontanata dall’imputato.

Per tutto quanto esposto, deve ritenersi attendibile la ricostruzione dei fatti operata dalla persona offesa, in quanto riscontrata dalle altre testimonianze acquisite nel corso dell’istruttoria. Né, del resto, può dubitarsi della sua credibilità soggettiva, atteso che la (…) non si costituiva parte civile nel presente procedimento e non avviava alcuna procedura disciplinare interna all’Università o alla (…) avverso l’imputato: ella, pertanto, non vantava e non vanta alcun interesse a riferire in sede processuale circostanze non veritiere.

  1. Il capo B) dell’imputazione.

La contestazione mossa all’imputato al capo B) dell’imputazione riguarda la sua condotta di abuso del molo di presidente della commissione di concorso per l’assunzione di un Dirigente di Fisica Sanitaria mediante la promessa a (…) di aiutarla a vincere il concorso in questione in cambio di prestazioni a sfondo sessuale da compiete in suo favore.

Sul punto, il lungo e articolato racconto reso dalla persona offesa è parso coerente, logico, non contraddittorio e, soprattutto, confermato da plurimi riscontri probatori. La (…) riferiva, invero, di essere stata invitata con insistenza dal dott. (…) a recarsi presso il suo studio nella mattinata del 22.12.2014 e che, ivi giunta, veniva fatta accomodare all’interno dallo stesso imputato, il quale, dopo avere chiuso la porta, le si sedeva accanto, le poneva una mano sul ginocchio e tentava di risalire lungo la coscia, mentre le riferiva che sarebbe stata di prossima pubblicazione il bando del concorso per l’assunzione di un medico nel reparto di Fisica Sanitaria e che sarebbe stato in suo potere, quale presidente della commissione di concorso, optare per l’indizione di un concorso aperto ai neo assunti con esclusione dell’assunzione mediante mobilità interna, così potendole consentire di partecipare e poi di aiutarla a vincere, laddove questa si fosse prestata a farsi riaccompagnare a casa da lui per scambiarsi delle “coccole”. La parte civile subito si liberava dalla presa dell’imputato e si allontanava da lui, informandolo di essere sposata e di avere dei figli, così suscitando la sua reazione scomposta: invero, l’imputato bestemmiava e urlava, invitandola ad accettare la proposta sessuale in cambio di un posto di lavoro presso l’ospedale. La (…) usciva dallo studio in preda alla rabbia e all’agitazione e riferiva l’accaduto alla dott.ssa (…) e alla dott.ssa (…), che si trovavano nel reparto, nonché, telefonicamente, al marito e al padre.

Ebbene, tanto (…), quanto (…), confermavano di avete ricevuto le confidenze della (…) nell’immediatezza dei fatti, in quanto questa li contattava telefonicamente il giorno stesso per riferire, in lacrime, quanto accaduto. Infatti, non solamente tale episodio la turbava per il contenuto scandaloso della proposta a lei rivolta dal primario del reparto nel quale prestava la sua attività lavorativa, ma la faceva piombare nella disperazione di potere anche solo partecipare al futuro concorso che sarebbe stato indetto a causa del netto rifiuto da lei manifestato alla richiesta del dott. (…), il quale ben poteva vendicarsi disponendo che l’assunzione del nuovo Fisico Sanitario avvenisse mediante la procedura di mobilità interna, alla quale lei non aveva accesso. Inoltre, nella medesima giornata la (…) contattava telefonicamente la dott.ssa (…) e le riferiva quanto accaduto nel corso del colloquio con l’imputato, ancorché la testimone (…) abbia riferito solamente di ricordare che la persona offesa riceveva dall’imputato alcune avances di tipo sessuale, consistenti in apprezzamenti verbali e in un tentativo di approccio fisico, senza nulla riferire in ordine allo “scambio sessuale” a lei prospettato. Tuttavia, il teste (…) dichiarava di avere saputo proprio dalla dott.ssa (…) che la (…) era stata oggetto di molestie e di un ricatto sessuale nei giorni successivi, così dimostrando come la (…) fosse ben a conoscenza del contenuto del colloquio intercorso tra la (…) e il (…).

Occorre porre in evidenza come, in sede testimoniale, si sia verificato attorno a tale vicenda la medesima dinamica omertosa e fumosa già evidenziata con riguardo ai fatti commessi ai danni di (…), laddove i medici dipendenti della (…) e assunti presso il reparto di Fisica Sanitaria ((…), (…), (…) e (…)) erano concordi nel dichiarare che, al termine del colloquio avvenuto con il dott. (…), la persona offesa appariva sconvolta, scossa, turbata e in lacrime, tuttavia nessuno era in grado di riferire l’esatto motivo di tale disagio, né, tantomeno, di indicare con puntualità il contenuto del racconto operato dalla (…). La stessa dott.ssa (…), che pure aveva ricevuto la confidenza della (…) e aveva risposto alla sua richiesta di aiuto suggerendole di rivolgersi al (…) aziendale, ometteva di riferire alcunché circa la proposta sessuale formulata dall’imputato. Plurime, del resto, le motivazioni poste alla base del convincimento di questo Tribunale in ordine alla volontaria lacunosità delle deposizioni rese: da un lato, la soggezione provata da tutti i medici nei confronti del Dirigente del loro reparto (invero, nonostante sia emerso in giudizio come questi non si presentasse in ospedale da circa 10 mesi, ricopriva comunque il ruolo di diretto superiore di tutti i testimoni, nulla ostando a che questi riprendesse a esercitare da un momento all’altro la sua funzione di dirigente ospedaliero) e, secondariamente, i pesanti risvolti che sarebbero conseguiti laddove fossero insorti dubbi in ordine alla correttezza e alla trasparenza dei concorsi pubblici indetti dalla (…) per l’assunzione del personale ospedaliero. Su tale ultimo aspetto, risulta particolarmente esplicativo il contenuto dell’intercettazione telefonica di cui al progressivo n. 513 del 16.11.2018 riguardante la conversazione intercorsa tra (…) e (…), nella quale, all’osservazione di (…) circa il fatto che la sua convocazione in Questura avrebbe potuto riguardare il fatto che (…) poteva avere promesso alla (…) di vincere il concorso in cambio di favori non meglio precisati, la sua interlocutrice lo dissuadeva vibratamente dal riferire tale circostanza agli inquirenti, atteso che, laddove si fosse trattato di ricatti di natura sessuale inerenti la vincita di un concorso, l’accusa si poteva estendere a (…) stesso, quale dirigente chiamato a dare l’approvazione sull’indizione del concorso: infatti, rifletteva la (…), riferire che la fisica era fiduciosa e speranzosa di poter partecipare al concorso pubblico e di vincerlo, avrebbe significato suggerire che (…) avesse davvero il potere di manipolare l’esito di un concorso pubblico, così “creandogli un problema” e aggiungeva “quindi non conviene che tiri fuori questa cosa qua, anche se magari avevi la sensazione o quasi la certezza che ci teneva lei a passare il concorso …” (v. pag. 42 dell’elaborato peritale) e suggeriva a (…) di “non ricordarsi proprio” e di “andare liscio” sul punto.

E infatti, nessun collega di lavoro della (…) faceva alcun cenno alla proposta sessuale del dott. (…), nonostante fossero ben consapevoli dell’accaduto, come dimostrato dal contenuto della conversazione telefonica intercorsa tra la (…) e la (…), di cui al progr. n. 1897, nella quale le due, oltre a rimarcare come la collega (…) avesse sminuito l’aspetto delle molestie sessuali nel corso della convocazione presso la Questura di Rovigo, concordavano nel ritenere che “il fatto è accaduto, cioè, è inutile che stiamo qua…”, “è accaduto, è inutile che stiamo a girarci tanto intorno, (…), ecco”; “Cioè, che sia successo è ovvio che sia successo. … Poi che lei ne abbia approfittato per avere un tornaconto…”.

Operate tali necessarie premesse circa la lacunosità delle deposizioni rese dai testimoni della pubblica accusa, si evidenzia come, in ogni caso, tutti abbiano riferito circa il turbamento e il pianto della (…) al termine del colloquio con il dott. (…) e, addirittura, di un suo disagio evidente anche nei giorni successivi, come dichiarato dal teste (…). In ordine all’episodio, la dott.ssa (…) riferiva che la parte civile le confidava di volere denunciare il (…) “perché le aveva toccato una spalla”, mentre la (…) dichiarava di avere visto la (…) in lacrime e di essersi subito allontanata, dunque non conoscendo il motivo del suo turbamento. Entrambe tali dichiarazioni venivano sconfessate dal contenuto della conversazione telefonica intercettata in data 19.11.2018 e trascritta al progr. n. 9389, nella quale (…) contattava (…) per confermare che, nel corso delle sommarie informazioni testimoniali rese, aveva riferito di non sapere nulla in quanto aveva notato la (…) piangere, ma non le è stato riferito il motivo. A tale ricostruzione, tuttavia, la (…) ribatteva di ricordarsi un’altra dinamica dei fatti, ovverosia che la (…) aveva fatto ingresso nello studio della (…) dicendo che (…) continuava a molestarla, a metterle le mani addosso e a invitarla a uscire, pertanto era decisa a segnalarlo mediante una procedura interna all’azienda e che a tale sfogo presenziava anche la (…) (v. pagg. 70 e 71 dell’elaborato). Del resto, la stessa (…), confidandosi col compagno (…), dichiarava che in quell’episodio la (…) piangeva e la (…) le diceva “Eh, il dottore che si è comportato allo stesso identico modo, da stupido” (v. progr. n. 161 del 19.11.2018).

In ogni caso, il racconto della (…) trovava puntuale conferma nella relazione scritta redatta dalla dott.ssa (…), Consigliera di Fiducia presso la (…), la quale riportava il resoconto fornitole dalla persona offesa e riguardante, per quello che in questa sede interessa, l’episodio del 22.12.2014, nel quale il dott. (…) si offriva di aiutare la (…) con il futuro concorso in cambio di prestazioni sessuali. La relazione scritta redatta nel corso dell’anno 2018 da parte della (…), sebbene risulti impreciso quanto alla collocazione temporale degli eventi, fornisce piena conferma alla deposizione della (…) e non vale a scalfirne la valenza probatoria quanto alla discrasia delle date ivi riportate. Invero, la stessa dott.ssa (…) riferiva di avere preso appunti sommari e molto generici nel corso del colloquio con la parte civile, in modo da non mettere la sua interlocutrice a disagio. Invece, la relazione redatta dalla Dott.ssa (…) – Consigliera provinciale di Parità – e corredata dalla dichiarazione scritta resa dalla stessa (…), offre un riscontro puntale e preciso della narrazione da questa operata in sede testimoniale.

Ancora, gli esiti delle captazioni telefoniche operate sulle utenze in uso ai medici del reparto di Fisica Sanitaria risultano univocamente indicativi della piena consapevolezza, da parte di tutti, dell’interesse mostrato dal dott. (…) nei confronti della (…), palesato con complimenti, battute e apprezzamenti fisici, che, a detta degli stessi medici (con riflessioni davvero sconcertanti e indicativi di una mentalità misogina e retrograda) erano determinati dall’abbigliamento provocante della donna, che, proprio con il suo modo di vestire, “dava il via libera” alle avances del dott. (…) e lo istigava a palesare il proprio interesse, volendo chiaramente giocare sui risvolti sessuali degli apprezzamenti a lei rivolti per ottenere un posto di lavoro. Tale circostanza – al di là dello squallore dei commenti dei medici coinvolti (la dott.ssa (…) addirittura definiva, nel corso della conversazione telefonica di cui al progr. n. 1561, “quattro puttane” le donne che denunciano molestie sessuali che non si sostanzino in uno stupro) – risulta rilevante al fine di ritenere provato il contesto “sessualizzato” in cui la (…) operava nel reparto di Medicina Nucleare, in quanto dimostra la veridicità della sua narrazione laddove riferiva di essere oggetto di inviti a uscire, di toccamenti e di allusioni alla sua nudità da parte del dott. (…).

Risulta, infine, provato che della molestia sessuale subita la (…) abbia informato anche il Direttore sanitario della (…), il dott. (…), nonostante questi abbia riferito in giudizio di non ricordare affatto il contenuto del colloquio avuto con la parte civile: non solamente (…), padre della parte civile e collega del dott. (…), otteneva con lui nel 2016 un appuntamento per discutere proprio del ricatto sessuale rivolto alla figlia da parte del dott. (…), ma la stessa (…) fissava con lui un secondo appuntamento per parlare della vicenda, ma il dott. (…) con entrambi minimizzava l’accaduto e mostrava di voler risolvere la questione prodigandosi per trovarle un posto di lavoro nell’ambiente ospedaliero, così neutralizzando la possibile vendetta del dott. (…). A riprova di ciò, il dott. (…), Dirigente UOC del reparto di Fisica sanitaria, nel corso della conversazione telefonica di cui al progr. n. 513 del 16.11.2018, affermava che il dott. (…) gli aveva chiesto due o tre volte, “in maniera molto soft”, se con la “nuova frequentatrice” si trovassero bene in reparto e se potesse essere assunta, addirittura rimproverandolo di avere agito di testa sua quando (…) avanzava richiesta di assunzione di un Fisico Sanitario con la procedura della mobilità anziché quella del concorso pubblico, così, di fatto, impedendo alla (…) di partecipare.

L’interessamento mostrato dal Direttore sanitario al caso della (…) appare alquanto indicativo della conoscenza della vicenda che la riguardava e della sua percezione in ordine alla delicatezza dei fatti da questa rappresentati.

Tutto quanto sinora espresso vale a ritenere accertata la dinamica dei fatti così come riferita dalla persona offesa in relazione ai fatti occorsi in data 22.12.2014, per essere risultata attendibile la sua deposizione, anche alla luce dei plurimi riscontri testimoniali e investigativi emersi nel corso dell’istruttoria.

A tale attendibilità oggettiva si accompagna, inoltre, una valutazione di credibilità soggettiva della persona offesa, atteso che non appare meritevole di accoglimento la tesi difensiva secondo la quale il presente procedimento penalesarebbe scaturito da una ripicca della (…) per non avere potuto partecipare al concorso indetto dal dott. (…): invero, tale ultima circostanza si verificava nell’estate del 2016 e la (…) denunciava l’accaduto nel mese di marzo del 2018, dunque la sua azione non mirava né a ottenere il posto di lavoro per vie giudiziarie, né a vendicarsi con il proprio carnefice, ma è parso essere il frutto di una profonda e seria riflessione sull’accaduto e sui negativi risvolti che l’intera vicenda aveva prodotto sulla sua persona, portandola a cadere preda di uno stato depressivo in ragione della svalutazione della propria professionalità e del mercimonio sessuale di cui era stata oggetto (come chiaramente dichiarato dalla stessa persona offesa, dal marito e dal padre in sede di esame testimoniale).

Anche in riferimento a tale capo d’imputazione deve sottolinearsi la non verosimiglianza dell’alternativa ricostruzione dei fatti operata dall’imputato, che dichiarava di essere stato vittima di una messinscena ideata dalla (…) laddove questa, nel dicembre del 2014, gli chiedeva insistentemente di intercedere con l’UOC generale per l’indizione di un concorso pubblico per l’assunzione di un Fisico sanitario e l’imputato la allontanava in malo modo. Invero, ciò mal si concilierebbe con il pianto e il turbamento mostrati dalla (…) e con la stessa logica dei fatti, atteso che un tale atteggiamento, adottato dalla persona offesa quando ancora non era stato deciso niente in ordine alle modalità di reclutamento del personale sanitario, le avrebbe sicuramente inimicato il primario del dipartimento, privandola, con due anni di anticipo rispetto all’indizione del concorso, della speranza di partecipare.

Del resto, a conferma della facilità e della spregiudicatezza con la quale l’imputato era in grado di chiedere favori sessuali alle giovani donne che frequentavano il suo ambiente di lavoro, milita la assoluta assimilabilità della vicenda narrata dalla (…) con quella riferita dalla (…), verificatesi a poco meno di un mese di distanza: in entrambi i casi, invero, il dott. (…) proponeva alle due donne di approfittare di un suo passaggio in auto per scambiarsi coccole ed effusioni al fine di ottenere un posto di lavoro all’interno del reparto da lui diretto. Le captazioni delle conversazioni telefoniche dei medici del reparto hanno contribuito a comprendere come, in tale periodo, l’imputato “si sentisse più bello e si proponesse alle donne”, in quanto “l’ormone gli era partito” e come tale situazione di autoaffermazione sessuale fosse ben nota al personale del reparto di Fisica Sanitaria e di Medicina Nucleare.

La qualificazione giuridica dei fatti.

In relazione ad entrambi i capi dell’imputazione, ritiene il Collegio che sia stata pienamente provata la penaleresponsabilità dell’imputato, ancorché i fatti di reato vadano sussunti nella distinta fattispecie criminosa di cui agli artt. 56 e 319 quater c.p..

Invero, a distinguere le due fattispecie della concussione e della induzione indebita a dare o promettere utilità è la condotta del pubblico ufficiale, il quale nel primo caso attua un’azione costrittiva, mentre, nel secondo caso, induce senza sopraffare la volontà altrui. Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno, invero, evidenziato come l’induzione a dare o promettere utilità si collochi in una posizione intermedia tra la condotta sopraffattrice e lo scambio corruttivo, cosicchè il reato di cui all’art. 319 quater c. p. si configurerebbe, dal lato del pubblico ufficiale, come una forma di concussione attenuata e, dal lato del soggetto privato, come una condotta di abuso che non lo vincola a muoversi nella stretta alternativa tra l’effettuare la dazione o la promessa o il subire il male ingiusto, residuando in lui la piena capacità di autodeterminazione (v. Cass., SS.UU., sent. n. 12228/2014): in altri termini, la vis coattiva, nell’ipotesi di cui all’art. 317 c.p., sarebbe tale da coartare interamente la libertà del privato, mentre nel caso di cui all’art. 319 quater c.p., permarrebbe la libertà, in capo al privato cittadino, in ordine alla scelta se accettare o meno la proposta illecita del pubblico ufficiale.

– Con riguardo al capo C) dell’imputazione, è stato accertato, nel corso del giudizio, come l’imputato abbia chiesto alla vittima di ricevere dei favori sessuali in cambio della possibilità di ottenere un posto di lavoro all’interno del reparto ospedaliero da lui diretto, così non minacciandola di subire alcun male ingiusto, ma prospettandole la possibilità di ottenere un vantaggio a fronte della promessa o della dazione di un’utilità sessuale. Tale condotta pare ricadere nell’ambito applicativo della fattispecie di cui all’art. 319 quater c.p., della quale presenta tutti gli elementi essenziali.

Risulta, in primo luogo, accertata la natura di pubblico ufficiale dell’imputato nella sua veste di Dirigente del reparto ospedaliero di Medicina Nucleare alle dipendenze della Pubblica Amministrazione, chiamato a esercitare una funzione pubblica esplicativa di una potestà autoritativa e valutativa in grado di incidete sullo stato lavorativo del personale medico, come previsto dall’art. 357 c.p. (v. Cass., Sez. 6, Sentenza n. 13411/2019 e Cass., Sez. 5, sent. n. 9368/2014).

Risulta sussistere, in secondo luogo, l’elemento dell’abuso della qualità di pubblico ufficiale da parte dell’imputato, che, strumentalizzando la sua posizione di Dirigente del reparto rivestita all’interno dell’Azienda (…), prospettava alla persona offesa la possibilità di assumerla all’interno del reparto da lui diretto: invero, solamente facendo leva sulla sua posizione dirigenziale l’imputato poteva prospettare alla persona offesa il vantaggio lavorativo direttamente collegato alla propria volontà. Che poi, in concreto, l’imputato non potesse esercitare un potere tale da indire a suo piacimento un concorso pubblico per l’assunzione di personale medico e che non potesse poi assegnare il posto proprio alla persona offesa, non vale a incidere sulla configurabilità del reato, quanto, piuttosto, a ritenere sussistente l’elemento dell’ “abuso di qualità” anziché dell’ “abuso di potere” (condotte, queste, alternativamente prese in considerazione dal legislatore nella ideazione della fattispecie delittuosa). Nel caso di specie, si ritiene che l’imputato abbia indotto la vittima a fornire o promettere una prestazione sessuale mediante una condotta che, indipendentemente dalle specifiche competenze che gli erano proprie, si manifestava quale strumentalizzazione della sua posizione di preminenza rispetto alla vittima, posizione fatta valere in maniera tale da rendere credibile e idonea l’induzione all’indebita promessa o dazione (v. Cass., sez. 6, sent. n. 7971/2020).

La condotta così riqualificata, inoltre, è parsa configurare il reato nella sua forma tentata, avuto riguardo al fatto che la persona offesa resisteva alla illecita pressione dell’imputato e impediva che si verificasse l’evento della dazione o della promessa. Il reato di cui all’art. 319 quater c.p., invero, prevede che la condotta induttiva del soggetto agente e quella attuativa del privato cittadino si perfezionino in tempi diversi e con modalità indipendenti, cosicché il reato si configura in forma tentata nel caso in cui l’evento non si verifichi per la mancata adesione del soggetto privato alla prospettazione illecita del pubblico ufficiale (v. Cass., sez. 6, sent. n. 35271/2016). Nel caso di specie, gli atti compiuti dal’imputato sono parsi, oltre che diretti a commettere il reato di induzione indebita, anche a ciò idonei, considerata l’elevata possibilità che alla sua condotta conseguisse lo scopo che egli si era prefissato, avuto riguardo alla sua capacità di realizzate il proposito criminoso e alla particolare qualità professionale da lui vantata, che poteva agevolmente indurre una studentessa, non ancora laureata, a cedere alla proposta illecita al fine di assicurarsi un futuro lavorativo fino ad allora del tutto incerto. Solamente la resistenza opposta dalla vittima impediva che si consumasse il reato in questione, che, dunque, veniva commesso dall’imputato in forma solamente tentata.

– Quanto al capo B) dell’imputazione, si richiamano le medesime considerazioni svolte in relazione al capo C) quanto alla qualificazione giuridica del reato quale induzione indebita a dare o promettere denaro o altra utilità e alla forma solamente tentata assunta dalla condotta delittuosa posta in essere dall’imputato, ancorché sia necessario soffermarsi maggiormente sulle peculiarità del caso concreto.

Pacifica la qualifica del (…) quale pubblico ufficiale in relazione, da un lato, al suo ruolo di Dirigente del reparto di Medicina Nucleare e, dall’altro, di futuro presidente della commissione di concorso. Appare priva di pregio, sul punto, la tesi difensiva secondo la quale la mancata indizione del concorso nel 2014 e, quindi, l’assenza di qualsivoglia carica presidenziale in capo all’imputato al momento del verificarsi dei fatti impedirebbe di attribuirgli la qualifica di pubblico ufficiale: in realtà, si osserva come già solo il ruolo di Dirigente del reparto risulti sufficiente, sulla base di quanto sopra indicato, a qualificarlo quale pubblico ufficiale. Il rilievo difensivo relativo all’assenza di una carica presidenziale in capo all’imputato attiene, invece, alla caratterizzazione della condotta di abuso di una propria qualità, che, per costante orientamento giurisprudenziale, prescinde dalle reali competenze e dal concreto potere esercitabile dal pubblico ufficiale, essendo all’uopo sufficiente la mera strumentalizzazione di una posizione comunque ricoperta all’interno della pubblica amministrazione (v. Cass., sez. 6, sent. n. 7971/2020). Nel caso di specie, la qualifica di Dirigente ospedaliero rivestita dall’imputato appariva di per sé sola idonea, sulla base di una valutazione operata ex ante, a insinuare nella persona offesa la convinzione che questi sarebbe stato sicuramente e senza alcun dubbio nominato presidente della commissione e che comunque già nell’attualità egli avrebbe potuto influenzare la procedura concorsuale in vista della sua futura nomina a presidente della commissione.

La qualifica della condotta delittuosa nella sua forma solamente tentata – atteso il netto rifiuto opposto dalla persona offesa alla proposta sessuale formulata dall’imputato – porta a dover valutare l’idoneità della condotta dell’imputato a indurre la vittima a cedere alla proposta. Ebbene, l’istruttoria svolta ha consentito di accertare come la (…) attendesse l’indizione del concorso per l’assunzione di personale dirigente e, nonostante il dott. (…) le avesse rappresentato più volte che sarebbe stata data la precedenza alla mobilità interna del personale (ovverosia, all’assunzione di soggetti già dipendenti della pubblica amministrazione), tuttavia il dott. (…), che ricopriva un più elevato ruolo all’interno della gerarchia aziendale, faceva chiaramente intendere che avrebbe potuto determinare le modalità di reclutamento del personale a proprio piacimento. A riprova del fatto che tale prospettazione non fosse del tutto abnorme, giova considerare che il dott. (…), Direttore Sanitario della (…), contattava più volte il dott. (…) per chiedere di assumere la (…), così dando prova che la procedura di assunzione mediante mobilità interna potesse essere aggirata.

Inoltre, quando, nel 2016, venne il momento di indire il concorso e il dott. (…) fece domanda all’UOC Generale per l’assunzione di un Fisico sanitario da reclutarsi mediante il ricorso alla mobilità interna, il dott. (…) si prodigò affinché del bando di concorso fosse avvertita tale (…) e non risparmiava di sottolineate tale circostanza davanti alla (…): la documentazione prodotta dalla (…) – costituitasi parte civile – dà conto, invero, del fatto che solamente la F. presentava la propria candidatura, così evitando l’indizione di un concorso per neo assunti (possibile solamente laddove la procedura per mobilità fosse andata deserta). Ecco che, dunque, nella (…) si ingenerava, prima della pubblicazione del bando di concorso nel mese di giugno del 2016, la concreta e legittima aspettativa di poter partecipare ad un concorso pubblico e, dunque, la speranza di poterlo vincere per ottenere il ruolo di medico ospedaliero a tempo indeterminato: ciò valeva a rendere assolutamente idonea la condotta del (…) a indurla a cedere alle sue proposte a sfondo sessuale.

A poco vale osservare che, tra il 2015 e il 2018, la (…) non abbia presentato altre domande per partecipare ai concorsi relativi alla posizione di Fisico Sanitario presso altre aziende ospedaliere, in quanto il diritto del lavoratore di privilegiare una sede lavorativa anziché un’altra (la (…) risiedeva in provincia di Rovigo) non può connotare in senso negativo la sua scelta di sperare nell’assunzione presso una determinata realtà territoriale. La decisione della persona offesa di attendere il bando del concorso nel 2016 anziché partecipare ad altri concorsi ospedalieri concorre a rendere maggiormente valida la tesi che questa fosse davvero persuasa che l’imputato potesse influenzare la modalità di selezione concorsuale.

Infine, si osserva come la prospettazione dell’imputato di avere il potere di far partecipare la (…) al concorso non si qualifichi quale costrizione, ma alla stregua di una induzione, non avendo egli prospettato, nemmeno larvatamente, che ad un rifiuto della donna sarebbe conseguito un male ingiusto.

Anche in relazione a tale capo di imputazione, dunque, appare opportuno operare una riqualificazione giuridica del fatto ai sensi degli artt. 56 e 319 quater cp..

Il trattamento sanzionatorio.

Venendo al trattamento sanzionatorio, occorre preliminarmente riconoscere il vincolo della continuazione tra i fatti contestati, per essere in concreto emersa la sussistenza di un medesimo disegno criminoso posto alla base della realizzazione di tutte le condotte delittuose contestate all’imputato, commesse entro un circoscritto lasso temporale (dal 22.12.2014 al mese di gennaio del 2015) e con le medesime modalità, oltre che con l’unico scopo di ottenere favori sessuali dalle donne che frequentavano il suo posto di lavoro.

Ed allora, riconosciuta la continuazione tra i fatti contestati, si individua il reato più grave in quello contestato al capo C) dell’imputazione, in ragione della qualificazione di tale fatto alla stregua di una prima attuazione dell’unitario disegno criminoso: alla luce dei criteri di cui all’art. 133 c.p., si stima equo determinare la pena base in misura pari al minimo edittale e, così, in anni 3 di reclusione, avuto riguardo alla cornice sanzionatoria vigente all’epoca dei fatti.

Sulla pena così individuata andrà operata la riduzione per la forma tentata, che non può applicarsi nella sua massima estensione in ragione dello stadio avanzato al quale giungeva la condotta delittuosa posta in essere dall’imputato, assai prossima alla consumazione (evitata esclusivamente per la resistenza opposta dalla persona offesa): si ritiene pertanto equo ridurre la pena in misura di 1/3, così rideterminandola in anni 2 di reclusione.

Non paiono concedibili, nel caso di specie, le circostanze attenuanti generiche, non essendo emerso agli atti alcun elemento sulla base del quale riconoscerne l’applicazione, né avendo a ciò contribuito una qualche collaborativa condotta processuale da parte dell’imputato.

Non sussistono nemmeno gli estremi per il riconoscimento della circostanza attenuante di cui all’art. 323 bis c.p., atteso che la particolare intensità del dolo della condotta e la vulnerabilità delle persone offese dal reato – in ragione della precarietà della loro posizione lavorativa ed economica – connotano di partiolare gravità la condotta posta in essere dall’imputato, soprattutto se considerata assieme alla circostanza per la quale questi reiterava la propria condotta delittuosa, cosi manifestando la negatività della sua personalità e l’abitualità della condotta criminosa (v., sul punto, Cass., sez. 2, sent. n. 8733/2019).

Segue, per legge, la condanna dell’imputato al pagamento delle spese processuali e l’applicazione della pena accessoria dell’interdizione temporanea dai pubblici uffici per la durata di anni 2, ai sensi dell’art. 31 c.p..

Il risarcimento in favore delle costituite parti civili.

In relazione alla richiesta risarcitoria formulata dalla parte civile (…), il danno non patrimoniale cagionato dal reato – consistente nel patimento morale derivante dallo svilimento della sua professionalità e dal mercimonio della sua sfera sessuale – deve dirsi parzialmente provato; esso può dunque essere liquidato, in via provvisionale, nella somma di Euro 10.000,00, rimandando le parti alla separata se de civile per la sua compiuta liquidazione.

L’imputato dovrà altresì essere condannato a rifondere le spese di costituzione e difesa della parte civile, che si liquidano come in dispositivo alla luce della tipologia di reato e dell’attività effettivamente svolta.

Diverse considerazioni vanno, invece, svolte per la costituita parte civile (…), in persona del Direttore Generale An.Co.: invero, l’istruttoria svolta ha consentito di appurare come l’Azienda Ospedaliera non abbia attuato la benché minima forma di tutela per le persone offese, nonostante queste abbiano immediatamente denunciato con procedure aziendali interne la condotta delittuosa e molesta posta in essere dal Direttore del reparto di Medicina Nucleare, né abbia agito per neutralizzare le condotte lesive già poste in essere o per impedire all’imputato di reiterare le proprie azioni criminose. Addirittura il Direttore Sanitario della (…), dott. (…), pur posto a conoscenza dal dott. (…) e da (…) circa le molestie sessuali perpetrate dal dott. (…), minimizzava l’accaduto, non adottava alcun provvedimento nei confronti del prevenuto e, anzi, cercava di ridurre al massimo le conseguenze negative per l’Azienda procacciando un posto di lavoro per la persona offesa – senza, peraltro, nemmeno riuscirci. Del resto, gli stessi medici del reparto di Fisica Sanitaria e il loro Direttore facente funzioni, dott. G., non si prodigavano in alcun modo per segnalare gli episodi di abusi posti in essere dal loro primario ai danni di una borsista e di una laureanda, così contribuendo fattivamente, in qualità di dipendenti della (…) stessa, a procurare l’impunità al dott. (…) e a evitare ogni forma di tutela sostanziale per le vittime dei reati. Tali ragioni ostano al pieno riconoscimento delle pretese risarcitone avanzate dalla costituita parte civile, alla quale viene riconosciuto un danno non patrimoniale definitivamente liquidato nella somma di Euro 2.000,00, per il danno all’immagine comunque cagionato all’intera Azienda Ospedaliera dalla condotta abusante posta in essere dall’imputato, che tuttavia, si ripete, è da considerare quale condotta abusante posta in essere dall’imputato, che tuttavia, si ripete, è da considerare quale concausa di verificazione del danno. Vengono altresì liquidate le spese di costituzione in giudizio della parte civile, liquidate come in dispositivo alla luce della tipologia di reato e dell’attività effettivamente svolta.

Si dispone la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero, come richiesto, per le determinazioni di competenza in relazione al contenuto delle deposizioni rese dai testimoni della pubblica accusa.

CON PARTICOLARE RIGUARDO ALLA POSIZIONE DELLA DOTT.SSA (…).

P.Q.M.

Visti gli artt. 521, 533 e 535 c.p.p.,

dichiara l’imputato responsabile di entrambi i reati a lui ascritti, riqualificati ai sensi degli artt. 56 e 319 quater c.p., uniti nel vincolo della continuazione e, ritenuto più grave il fatto di cui al capo B) dell’imputazione, lo condanna alla pena di anni 2 e mesi 6 di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visti gli artt. 28 e 31 c.p.,

applica all’imputato la pena accessoria della interdizione temporanea dai pubblici uffici per la durata di anni 2.

Visti gli artt. 538 ss. c.p.p.,

condanna l’imputato al risarcimento del danno derivante dal reato in favore della costituita parte civile, (…), da liquidarsi in separata sede civile, disponendo il pagamento di una provvisionale pari a Euro 10.000,00, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel presente procedimento, che si liquidano in Euro 3.500,00, oltre a spese accessorie, iva e c.p.a., precisando che tale liquidazione non è assistita dal patrocinio a spese dello Stato, relativo al separato procedimento penale di cui all’art. 609 bis c.p.

Visti gli artt. 538 ss. c.p.p.,

condanna l’imputato al risarcimento del danno derivante dal reato in favore della costituita parte civile, Azienda A. 5 (…), liquidato definitivamente in Euro 2.000,00, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla citata parte civile nel presente procedimento, che si liquidano in Euro 3.500,00, oltre a spese accessorie, iva e c.p.a.,

Ordina la restituzione degli atti al Pubblico Ministero per quanto di propria competenza, come da sua richiesta.

Motivazione riservata in giorni 90.

Così deciso in Rovigo l’11 gennaio 2021.

Depositata in Cancelleria il 12 aprile 2021.

 

Tribunale Vicenza Fallimento – Bancarotta fraudolenta – Circostanze del reato

 

 

 

Tribunale|Vicenza Fallimento – Bancarotta fraudolenta – Circostanze del reato –

 

NELLA SENTENZA SOTO INDICATA IL TRIBUNALE DI VICENZ AFA UN’NALISI PREZIOSA E ATTENTA SULLA DISTRAZIONE NELLA BANCAROTTA FRAUDOLENTA

In punto di qualificazione del fatto , appare utile chiarire che è nota a questo Tribunale la definizione che solitamente fornisce la giurisprudenza della Corte di Cassazione in merito alla fattispecie di bancarotta fraudolenta per dissipazione, dal punto di vista oggettivo, e le differenze che vengono tratteggiate rispetto alla bancarotta fraudolenta distrazione: significativa è la sentenza della Suprema Corte n.5317 del 2015 che definisce condotta dissipativa sotto l’aspetto oggettivo, quella incoerente dal punto di vista delle esigenze aziendali (Cassazione Sez. V, 17.9.14/4.2.2015, n.5317), cioè la condotta che si pone in termini di incoerenza assoluta con le finalità aziendali.

Infatti, se la distrazione configura la condotta con cui l’agente ottiene l’estromissione di un bene dal patrimonio dell’imprenditore senza una corrispondente entrata, la dissipazione si configura ogni qual volta l’agente ponga in essere un’attività gestionale che disperda risorse aziendali, perseguendo pertanto finalità estranee a quelle aziendali.

Peraltro sia la distrazione che la dissipazione configurano un pericolo per la funzione di garanzia cui è proposto il patrimonio del debitore e non è necessario che tali condotte siano cagionative del dissesto che conduce al fallimento.

Con il reato di bancarotta infatti il legislatore sanziona la condotta contraria alle finalità aziendali e non è necessario che essa sia sempre causativa di un danno, configurandosi come reato di pericolo concreto.

Nella formulazione della norma peraltro, il termine “dissipazione” è posto per ultimo nel novero delle condotte sanzionate e segue i termini “distratto, occultato, dissimulato e distrutto”, confluendo nel concetto di bancarotta per dissipazione, tutte quelle condotte che si concretizzano in una dispersione di risorse aziendali senza giustificazione, nella eliminazione di risorse che altrimenti rimarrebbero nell’alveo del patrimonio del debitore a garanzia dei debiti nei confronti dei creditori e che non consistano appunto in una distrazione, nascondimento, dissimulazione, distruzione e/o soppressione di risorse.

 

Sul punto peraltro la Corte di legittimità ha autorevolmente sottolineato che “in materia di bancarotta fraudolenta, il depauperamento, apprezzabile ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 216 l.fall., va inteso come riferito ad una nozione giuridica di patrimonio in senso lato, comprensivo cioè non solo dei beni materiali ma anche di entità immateriali, fra cui rientrano anche le ragioni di credito che avrebbero dovuto concorrere alla formazione dell’attivo del compendio patrimoniale.” Sez. 5, Sentenza n.32469del16/04/2013Ud. (dep. 25/07/2013 ) Rv. 256252 – 01.

La sentenza si riferisce ad un caso in cui la Corte ha ritenuto configurabile la bancarotta fraudolenta distrattiva proprio in relazione ad una condotta di mancata riscossione dei crediti della società.

In base alle prove acquisite, è pertanto provato che i crediti non riscossi (che avrebbero dovuto figurare nel patrimonio della società) siano stati oggetto di una condotta distrattiva riconducibile al paradigma dell’art. 216 L.F.

I fatti vanno ascritti ad entrambi gli imputati, in ragione del loro ruolo di amministratori della società ( (…) anche nella veste di liquidatore della stessa ).

Infine, occorre fare una notazione relativa alla configurazione dell’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale distrattiva.

Tribunale|Vicenza Fallimento – Bancarotta fraudolenta – Circostanze del reato –

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PRENDI UN APPUNTAMENTO CON L’AVVOCATO PENLISTA ESPERTO AVVOCATO SERGIO ARMAROLI 051 6447838

Tribunale|Vicenza|Penale|Sentenza|12 agosto 2019| n. 684

Fallimento – Bancarotta fraudolenta – Circostanze del reato – Presupposti per la configurabilità della fattispecie

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

IL TRIBUNALE DI VICENZA – Sezione Penale –

composto dai Signori:

Dott. Lorenzo MIAZZI – Presidente

Dott. Deborah DE STEFANO – Giudice est.

Dott. Elena GARBO – Giudice

alla pubblica udienza del 31/05/2019

ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

(art. 544 3 comma c.p.p.)

nel procedimento a carico di:

1) (…) nato il (…) a (…) residente a F. V. in Via (…) n. 5/B – domicilio dichiarato;

libero – assente

con difensore di fiducia avv. Ma.Zu. del Foro di Rovigo;

2) (…) nata il (…) a B. residente a F. V. in via (…) – domicilio dichiarato;

libera – assente

con difensore di fiducia avv. Eu.Ta. del Foro di Rovigo;

imputati

1) del reato previsto dall’articolo 110 del Codice penale e dagli articoli 216 comma 1 numero 1) e comma 3, 219 comma 2 numero 1) e 223 comma 1 del R.D. 16 marzo 1942, n. 267 perché, in concorso tra loro, in qualità di amministratori (entrambi) e dì liquidatore (lo (…)) della “(…) s.r.l.” (dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Vicenza):

– distraevano o comunque dissipavano i crediti di Euro 170131,00 verso la “G. si” (società spagnola), Euro 1.864.215,74 verso la “(…) sl” (società spagnola), Euro 56.871,31 verso la “(…)”, Euro 366.500,00 ancora verso la “(…)” ed Euro 626.606,01 verso società collegate (essenzialmente la “(…) s.r.l.”), rinunciando a riscuoterti e azzerandone il valore nel bilancio;

– eseguivano pagamenti a favore della “(…)” per Euro 775.594,04 (il 14-10-11) ed Euro 34.227,69 (il 15-11-11) nonché a favore della “(…)” per Euro 92.950,00 (il 17-10-11), allo scopo di favorire tali creditori a danno degli altri;

reato aggravato perché i colpevoli commettevano più fatti tra quelli previsti nell’articolo 216 R.D. n. 267 del 1942;

In Vicenza il 28 ottobre 2013 (luogo e data della dichiarazione di fallimento della “(…) s.r.l.”);

2) del reato previsto dall’articolo 224 (anche con riferimento all’art. 217 n. 4) del R.D. 16 marzo 1942, n. 267 perché, in qualità di amministratori della “(…) s.r.l.” (dichiarata fallita con sentenza del Tribunale di Vicenza), concorrevano ad aggravare il dissesto della predetta società in quanto, pur risultando dai bilanci (quantomeno a partire dall’esercizio 2010) un patrimonio netto gravemente negativo, non osservavano l’obbligo imposto dall’od. 2482- ter (convocazione dell’assemblea per la “reintegrazione” del capitale) ovvero si astenevano dal richiedere la dichiarazione del fallimento della società;

In Vicenza il 28 ottobre 2013 (luogo e data della dichiarazione di fallimento della “(…)).

MOTIVI DELLA DECISIONE

  1. Il processo

Con decreto ex art. 429 c.p.p. emesso in data 9.9.2016 il G.U.P. presso il Tribunale di Vicenza ha disposto il rinvio a giudizio dinanzi al Tribunale collegiale di (…) e (…) imputati dei reati di bancarotta fraudolenta distruttiva, preferenziale e per aggravamento del dissesto. Il dibattimento si è svolto in assenza degli imputati.

Le prove orali (esame dei testi indicati dal P.M., dalla difesa degli imputati) e documentali (produzioni di tutte le parti) sono state ammesse all’udienza dell’11 novembre 2016.

Nel corso del dibattimento sono stati esaminati i testimoni (…), (…), (…), (…), (…).

All’udienza odierna, esaurita la discussione orale, le parti hanno concluso come da intestazione. Il Collegio si è ritirato in camera di consiglio, all’esito della quale ha pronunciato sentenza con la lettura del dispositivo

2- Il fatto.

Il capo d’imputazione descrive in modo preciso le contestazioni formulate ai due imputati, accusati , in qualità di amministratori ((…) anche liquidatore) di (…) s.r.l. ( società fallita in data 28.10.2013) di aver distratto ( rinunciando a riscuoterli) i crediti vantati dalla fallita verso le società collegate G., (…), (…) e di aver eseguito pagamenti in favore di (…) per Euro 775.594 (in data 14.102011) ed Euro 34.227 (15.11.2011) ed in favore di (…) per Euro 92.950 (17.10.2011); inoltre è contestato il concorso nel reato di cui all’art. 217 L.F. per aver aggravato il dissesto della compagine sociale, in quanto, pur in presenza di un patrimonio netto negativo quanto meno dal 2010, si astenevano dal richiedere il fallimento.

3- sintesi delle risultanze processuali

L’attività della società fallita è descritta nella relazione ex art. 33 L.F. acquisita al fascicolo dibattimentale; il curatore (…), nella deposizione resa all’udienza del 6.10.2017, ha richiamato e puntualizzato le indicazioni contenute nella relazione:

la società è stata costituita nel 1973 come s.n.c., nel 1990 è stata trasformata in s.r.l., aveva come oggetto sociale la produzione di impianti sanitari in acciaio per industria alimentare.

A far data dal 2007 (…) ha prodotto un volume di vendite via, via decrescente passando da un fatturato annuo di Euro 5.920.000 (del 2007) ad Euro 1.430.000 nel 2011.

La gestione della società dal 2002 è stata affidata ad un consiglio di amministrazione composto da (…) e (…), nel gennaio 2007 è stato nominato consigliere (…).

Dal 2009 il C.D.A. è composto dai due imputati; nel novembre 2011 la società è stata posta in liquidazione e (…) ha assunto la carica di liquidatore.

La società è stata dichiarata fallita dal Tribunale di Vicenza in data 28.10.2013, dopo la revoca del decreto di ammissione al concordato preventivo richiesto nel novembre 2012.

Quanto alle cause del dissesto societario, secondo l’analisi svolta dal curatore fallimentare, vanno ricondotte alla generale crisi economica del 2008 che ha investito in modo significativo il mercato spagnolo e cileno, ossia le principali piazze estere di diffusione dei prodotti commercializzati dalla fallita.

Per far fronte al calo di vendite, nel 2008, (…) ha rivalutato l’immobile strumentale per Euro 2.300.000 , iscrivendo a bilancio il saldo attivo nel patrimonio netto alla voce “Riserva di rivalutazione ex D.L. n. 185 del 2008“, sul punto il curatore ha osservato che – senza questa rivalutazione – la società avrebbe presentato un deficit patrimoniale già nel 2008.

A tal proposito il dott. (…) ha sottolineato che, nell’ambito della procedura di concordato preventivo, il perito ha stimato il bene in Euro 865mila (a fronte di un valore rivalutato iscritto al bilancio 2012 di Euro 2.100.000).

Il bilancio al 31-12-2010 presenta un patrimonio netto negativo di Euro 911.000.

In data 8 febbraio 2011 è stato stipulato un contratto di affitto di azienda con la società (…) s.r.l. per un canone annuo di oltre Euro 100.000, ridotto successivamente nel marzo 2012 all’importo di Euro 54.000.

L’esercizio 2011 è stato chiuso con una perdita di Euro 3.700.000 a fronte di un fatturato di Euro 1.435.000.

Nel bilancio del 2011 sono stati azzerati i crediti verso clienti per l’importo complessivo di Euro 2.091.600 (G. per Euro 170.700, (…) per Euro 1.864.000, (…) per Euro 56.900); il teste ha precisato che si tratta di crediti già iscritti a bilancio fin dal 2008; sono altresì stati azzerati i crediti verso le società collegate per un importo di Euro 993.100 ((…) per Euro 366.500 ed (…) e A. per Euro 626.600).

Il curatore ha accertato che tutte le società debitrici sono collegate allo (…); la società (…) è detenuta dagli imputati (per il 60% dalla C. e per il 40% dallo (…)), (…) è invece una società spagnola, dal 2009 è stata amministrata dall’imputato (…), che è stato anche amministratore di G..

Quanto alla contestazione relativa ai pagamenti nei confronti degli istituti bancari , il dott. (…) ha precisato che, a fine 2011, i soci hanno estinto debiti della società nei confronti delle banche, secondo la seguente sequenza cronologica :

in data 14.10.2011, versando Euro 775-594 in favore di (…),

in data 15.11.2011 per Euro 34.227 ancora ad (…)

in data 14.10.2011 risulta un versamento di Euro 92.950 nei confronti di banca (…).

Nel corso dell’istruttoria dibattimentale, sono stati escussi su indicazione dei difensori alcuni ex dipendenti e consulenti della società fallita.

(…) ( escusso all’udienza del 19.10.2018) è il commercialista che ha compilato il bilancio dal 2008; egli ha confermato che tutti i crediti verso le società collegate sono stati svalutati nel 2011, perché “non si potevano recuperare”, pertanto, in ragione della necessità di porre in liquidazione la società, si è proceduto all’azzeramento delle relative poste.

(…) è stata dipendente di (…) dal 1998 al 2011 ( oggi lavora per la società (…) di cui (…) è direttore generale).

La teste ha ricordato che (…) era la società distributrice in Spagna dei prodotti di (…); ha ricordato che nel 2008 la società spagnola entrò in crisi; infatti il primo assegno bancario non riscosso risale al febbraio 2008 (cfr. la produzione documentale della difesa relativa all’udienza 19.10.2018).

Anche la teste della difesa (…) è una ex dipendente (…) ( dal 2006 al 2011 ha svolto le mansioni di contabile ), oggi lavora per (…).

Ha confermato che (…) era il distributore di prodotti di (…), (…) era invece una società cilena, nel 2006 vi fu una cospicua fornitura di materiale successivamente restituita in quanto la società cilena non era in grado di far fronte ai pagamenti.

La teste (…) è stata addetta al magazzino dal 2001 al 2011, oggi lavora per (…).

La donna ha ricordato che – quanto meno fino al 2009 – vi erano rapporti commerciali stabili con (…); le spedizioni di materiale avevano cadenza settimanale.

I rapporti commerciali con la società spagnola si interruppero nel 2009, proprio a seguito della crisi della società estera che non riusciva a onorare i pagamenti.

La teste (…) (escussa all’udienza del 23 11 2018) è stata dipendente di (…) dal 2001 al 2008 , società amministrata dall’imputato (…) ; ha riferito che la società entrò in crisi nel 2008 a seguito della crisi generale del mercato spagnolo, nel 2008 si licenziò perché non le veniva più pagato lo stipendio, ha inoltre precisato che dall’Italia avevano reclamato i pagamenti ma la società non aveva i mezzi finanziari.

  1. I reati contestati

5.1. La bancarotta fraudolenta per distrazione

La tesi dell’accusa è lineare.

Gli imputati, nella veste di amministratori, (…) anche di liquidatore della società (…), hanno distratto i crediti vantati dalla fallita verso le società collegate, rinunciando a riscuoterli ed azzerandone il valore nel 2011, in sede di approvazione del bilancio di liquidazione della società.

L’istruttoria dibattimentale ha consentito di dimostrare che tutte le società debitrici di (…) indicate in imputazione erano riconducibili allo (…), il quale – in molteplici casi – ha gestito con disinvoltura i flussi di cassa delle controllate, indirizzandoli da una società all’altra, effettuando in taluni casi pagamenti anomali che non trovano alcuna giustificazione causale in pregressi rapporti commerciali di fornitura tra le stesse.

In particolare, dalla produzione documentale depositata dal curatore in data 9.2.2018 si evince quanto segue in relazione ai crediti di (…):

– quanto ai rapporti con la società italiana (…) (riconducibile ad entrambi gli imputati che ne compongono il CDA), il dott. (…) ha precisato che si tratta di una società posta in liquidazione dal 26.11.2014.(Cfr. la visura allegato 2 alla memoria integrativa del curatore datata 9.2.2018).

(…) vanta nei confronti della stessa un credito di Euro 626.606.

Dalla scheda contabile (allegato n.6 alla memoria) si evince che il credito non nasce da rapporti di fornitura tra le società, bensì da pagamenti effettuati da (…) a debitori di (…) inox ;il credito è stato appostato alla voce crediti verso società collegate e si fonda su pagamenti di stipendi, TFR e cartelle esattoriali.

– quanto alle voci di credito verso la società (…),dalla scheda contabile n. 8 ( allegato 5) alla memoria del curatore) risultano due voci di credito: Euro 1.864.215 ed Euro 366.606.

Il secondo importo (Euro 366.606) è relativo ad anticipi effettuati in favore di (…) nell’anno 2007, il credito di Euro 1.864.000 è invece stato correttamente contabilizzato come credito verso fornitori e si fonda sulle forniture effettuate in favore della società spagnola.

Anche la società spagnola (…) è riconducibile alla famiglia (…), già a fine 2007 (…) aveva un debito nei confronti della fallita di oltre un milione di Euro, dall’inizio del 2008 gli assegni della società spagnola risultano impagati.

Gli imputati, pur consapevoli del dissesto della collegata spagnola, nel 2009 hanno effettuato una fornitura del valore di circa 800.000 Euro.

– Quanto ai rapporti commerciali con la società cilena (…),il credito di Euro 56.871,131 è relativo ad un contratto fornitura merci dell’ottobre 2009 ( allegato 5 alla memoria del curatore).

In tutti i casi dianzi descritti i crediti sono stati azzerati in sede di approvazione del bilancio dal 31.12.2011, senza che vi sia stato alcun tentativo giudiziale o stragiudiziale da parte degli imputati di recuperare le somme dovute.

Il PM contesta in via alternativa le condotte di dissipazione o distrazione.

In punto di qualificazione del fatto , appare utile chiarire che è nota a questo Tribunale la definizione che solitamente fornisce la giurisprudenza della Corte di Cassazione in merito alla fattispecie di bancarotta fraudolenta per dissipazione, dal punto di vista oggettivo, e le differenze che vengono tratteggiate rispetto alla bancarotta fraudolenta distrazione: significativa è la sentenza della Suprema Corte n.5317 del 2015 che definisce condotta dissipativa sotto l’aspetto oggettivo, quella incoerente dal punto di vista delle esigenze aziendali (Cassazione Sez. V, 17.9.14/4.2.2015, n.5317), cioè la condotta che si pone in termini di incoerenza assoluta con le finalità aziendali.

Infatti, se la distrazione configura la condotta con cui l’agente ottiene l’estromissione di un bene dal patrimonio dell’imprenditore senza una corrispondente entrata, la dissipazione si configura ogni qual volta l’agente ponga in essere un’attività gestionale che disperda risorse aziendali, perseguendo pertanto finalità estranee a quelle aziendali.

Peraltro sia la distrazione che la dissipazione configurano un pericolo per la funzione di garanzia cui è proposto il patrimonio del debitore e non è necessario che tali condotte siano cagionative del dissesto che conduce al fallimento.

Con il reato di bancarotta infatti il legislatore sanziona la condotta contraria alle finalità aziendali e non è necessario che essa sia sempre causativa di un danno, configurandosi come reato di pericolo concreto.

Nella formulazione della norma peraltro, il termine “dissipazione” è posto per ultimo nel novero delle condotte sanzionate e segue i termini “distratto, occultato, dissimulato e distrutto”, confluendo nel concetto di bancarotta per dissipazione, tutte quelle condotte che si concretizzano in una dispersione di risorse aziendali senza giustificazione, nella eliminazione di risorse che altrimenti rimarrebbero nell’alveo del patrimonio del debitore a garanzia dei debiti nei confronti dei creditori e che non consistano appunto in una distrazione, nascondimento, dissimulazione, distruzione e/o soppressione di risorse.

Ciò posto, va evidenziato che, in via astratta, le operazioni descritte in imputazione non corrispondono al concetto di bancarotta per dissipazione cui si ispira la Corte di Cassazione, laddove non si tratta di operazioni funzionali alla dispersione di risorse economiche e finanziarie della società, i crediti vantati dalla fallita trovano la loro genesi in contratti di fornitura ovvero in rapporti di finanziamento tra società infragruppo.

Da quanto sin qui esposto, ritiene il Collegio che i fatti contestati integrino la prova di una condotta distrattiva dei crediti vantati dalla società fallita, crediti mai riscossi ed azzerati in sede di approvazione del bilancio di liquidazione al dicembre 2011.

A tal proposito è sufficiente ricordare che – per costante giurisprudenza – deve ritenersi legittimamente raggiunta la prova della distrazione nella bancarotta fraudolenta dal mancato reperimento di beni o merci sicuramente acquisiti al patrimonio della società prima del fallimento, ovvero dalla mancanza del loro controvalore in denaro all’atto del fallimento ; ne consegue che, qualora il fallito non abbia saputo rendere conto del mancato reperimento dei beni, ovvero della concreta destinazione dei medesimi (o di quanto ricavato dal loro trasferimento a terzi) ad effettive necessità dell’impresa, il giudice può trarre il convincimento che i beni siano stati dolosamente distratti in pregiudizio dei creditori, essendo all’uopo sufficiente il solo dolo generico.

In sostanza, in mancanza di tale giustificazione, il giudice penale non è tenuto a dimostrare in modo positivo l’uso diverso delle attività non ritrovate; accertata l’esistenza di valori patrimoniali e la loro successiva scomparsa all’atto del fallimento, può induttivamente ritenersi sussistente la condotta distruttiva o, più in generale, la sottrazione dei medesimi alla massa creditoria.

La presunzione in esame rileva a tutti gli effetti come prova indiziaria ai sensi dell’art. 192 c.p.p. e, come ogni prova a carico, può essere confutata dall’allegazione da parte dell’imputato di fatti e circostanze che, provati processualmente, escludano la sussistenza del fatto indiziante o ne mutino la valenza probatoria. Pertanto non costituisce inversione dell’onere della prova il fatto che sia rimessa all’interessato la dimostrazione della concreta destinazione dei beni o delle somme non rinvenuti.

Nel caso di specie, in difetto di qualsiasi verosimile prospettazione alternativa a quella accusatoria, idonea a giustificare la mancata riscossione dei crediti, l’argomentazione induttiva sulla quale si fonda l’accusa è rimasta non confutata.

Sul punto peraltro la Corte di legittimità ha autorevolmente sottolineato che “in materia di bancarotta fraudolenta, il depauperamento, apprezzabile ai fini della configurazione del reato di cui all’art. 216 l.fall., va inteso come riferito ad una nozione giuridica di patrimonio in senso lato, comprensivo cioè non solo dei beni materiali ma anche di entità immateriali, fra cui rientrano anche le ragioni di credito che avrebbero dovuto concorrere alla formazione dell’attivo del compendio patrimoniale.” Sez. 5, Sentenza n.32469del16/04/2013Ud. (dep. 25/07/2013 ) Rv. 256252 – 01.

La sentenza si riferisce ad un caso in cui la Corte ha ritenuto configurabile la bancarotta fraudolenta distrattiva proprio in relazione ad una condotta di mancata riscossione dei crediti della società.

In base alle prove acquisite, è pertanto provato che i crediti non riscossi (che avrebbero dovuto figurare nel patrimonio della società) siano stati oggetto di una condotta distrattiva riconducibile al paradigma dell’art. 216 L.F.

I fatti vanno ascritti ad entrambi gli imputati, in ragione del loro ruolo di amministratori della società ( (…) anche nella veste di liquidatore della stessa ).

Infine, occorre fare una notazione relativa alla configurazione dell’elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale distrattiva.

Esso consiste nella consapevole volontà di compiere i fatti di distrazione o occultamento o dissipazione preventivamente accettando e quindi volendo, il risultato di tale condotta.

Non è invece indispensabile l’intento specifico quale quello di recare un pregiudizio ai creditori, indispensabile solamente per l’ipotesi di bancarotta fraudolenta realizzata attraverso la esposizione o il riconoscimento di passività inesistenti (“ovvero, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, ha esposto o riconosciuto passività inesistenti”).

Dolo generico implica volizione dell’azione e “non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa” né che abbia cagionato il dissesto antecedente all’insolvenza (Sez. V, 18/11/2014-5/2/15 n. 5590).

È infine pacifico che sussista il reato di bancarotta anche quando l’agente con la propria condotta non cagioni direttamente il dissesto, ma contribuisca alla sua determinazione.

Dal punto di vista storico, invero, le condotte detrattive devono essere inserite in un contesto notoriamente conosciuto agli imputati di perdurante crisi economica e finanziaria della compagine societaria, protrattasi ininterrottamente quanto meno dal 2008.

La prova dell’elemento psicologico emerge dunque dalle risultanze istruttorie dianzi esposte laddove, come detto, per la sussistenza del reato è necessario e sufficiente la consapevole volontà di compiere gli atti di bancarotta fraudolenta.

5.2 La condotta di bancarotta preferenziale

L’addebito si fonda quando riscontrato dal curatore fallimentare in ordine ai pagamenti effettuati alla fine del 20112 nei confronti di (…) e (…)

Il dott. (…) ha accertato che i soci hanno estinto i seguenti debiti:

– in data 14.10.2011 versando Euro 775.594 in favore di (…),

– in data 15.11.2011 per Euro 34.227 ancora ad (…),

– in data 14.10.2011 risulta un versamento di Euro 92.950 nei confronti di banca (…)

Dalla scheda contabile n. 8 prodotta dal curatore in allegato alla memoria del 9.2.2018 si evince che la provvista utilizzata per effettuare i pagamenti è costituita da un finanziamento soci infruttifero;in particolare, a seguito di un contratto di finanziamento con garanzia ipotecaria stipulato da (…) in favore degli imputati (…) e C., i soci hanno versato il denaro nella casse sociali, utilizzandolo per estinguere i debiti verso le banche.

I pagamenti agli istituti bancari sono stati effettuati tra ottobre e novembre 2011 , ossia contestualmente all’avvio della fase di liquidazione, nel momento in cui la società presentava un patrimonio netto negativo di oltre un milione di Euro.

Trattasi in tutta evidenza di pagamenti agli istituti bancari effettuati in epoca in cui – come riferito dal curatore – era già in atto la situazione di squilibrio patrimoniale tale da non consentire il soddisfacimento integrale di tutte le passività alle rispettive scadenze, situazione che avrebbe dovuto imporre, quindi, agli amministratori di astenersi dal disporre del patrimonio della società, per non pregiudicare i concorrenti creditori.

Anche in tal caso la condotta va ascritta ad entrambi gli imputati, amministratori della società e beneficiari del finanziamento ricevuto da (…), versato nelle casse sociali ed utilizzato per estinguere le esposizioni bancarie.

5.3 La condotta di aggravamento del dissesto

Dall’analisi svolta dal curatore emerge la società ha manifestato i primi segnali di tensione e squilibrio finanziario già nel 2008,anno in cui (…) ha rivalutato l’immobile strumentale per Euro 2.300.000,iscrivendo a bilancio il saldo attivo nel patrimonio netto alla voce “Riserva di rivalutazione ex D.L. n. 185 del 2008“, senza questa rivalutazione – la società avrebbe presentato un deficit patrimoniale già nel 2008 (nell’ambito della procedura di concordato preventivo, il perito ha stimato il bene in Euro 865mila, a fronte di un valore rivalutato iscritto al bilancio 2012 di Euro 2.100.000).

Il bilancio del 2010 presenta un patrimonio netto negativo di Euro 911mila.

L’esercizio 2011 è stato chiuso con una perdita di Euro 3.700.000 a fronte di un fatturato di Euro 1.435.000.

Da quanto esposto può agevolmente ritenersi che – quanto meno dal 2010 – la società, privata della liquidità derivante dalla possibilità di incassi a breve dei crediti vantati nei confronti degli clienti esteri ed esposta verso gli istituti di credito per circa un milione di Euro, versasse in uno stato di crisi irreversibile che avrebbe imposto la ricapitalizzazione ovvero la messa in liquidazione.

Da quanto detto si evince pertanto la prova che gli imputati hanno aggravato il dissesto della società da loro amministrata protraendo l’attività imprenditoriale, nonostante il conclamato stato di dissesto manifestatosi in forma irreversibile quanto meno nell’anno 2010.

L’andamento economico della società già nel 2010 (riduzione dei ricavi, aumento delle esposizioni bancarie, deficit patrimoniale di circa un milione di Euro) avrebbe dovuto allarmare gli amministratori.

La società non si trovava in una condizione di generica difficoltà, ma già dal 2010 versava in uno stato incalzante di squilibrio economico e patrimoniale, che, non essendo stato fronteggiato in alcun modo nei mesi successivi, ha determinato l’aggravamento inarrestabile della situazione debitoria con conseguente danno alla massa dei creditori.

Solo in data 8.11.2012 è stato depositato il ricorso per l’ammissione al concordato preventivo , richiesta non accolta dal Tribunale che in data 24.10.2013 ha dichiarato il fallimento della (…) s.r.l..

La condotta degli imputati concretizza il reato di bancarotta semplice di cui all’art. 217,1 comma n. 4 L. Fall., che punisce l’imprenditore che “ha aggravato il proprio dissesto, astenendosi dal richiedere la dichiarazione del proprio fallimento o con altra grave colpa”.

Scopo della norma è quello di impedire che l’esercizio dell’impresa, in stato di decozione, possa aumentare le perdite e danneggiare di più le aspettative dei creditori: il rimprovero consiste nel ritardo con cui è stata instaurata la procedura concorsuale, a prescindere dalla rimproverabilità di comportamenti ulteriori che abbiano in qualche modo concorso ad aggravare il dissesto (cfr. Cass. sez. V, sent. del 14.2.2013 n. 13318).

In altri termini, per la sussistenza del reato non è richiesto che l’imprenditore abbia colpevolmente determinato tale aggravamento anche in modo diverso, essendo sufficiente che lo stesso aggravamento costituisca naturale esito del prolungamento dell’attività dell’impresa, di per sé considerato idoneo dalla norma incriminatrice a produrre tale esito anche solo, ad esempio, attraverso l’ulteriore accumulo dei costi ordinari di gestione.

A conferma di ciò, si possono confrontare i bilanci 2010/ 2011 i quali, per importi differenti, presentano entrambi delle perdite, a dimostrazione che lo stato di dissesto societario è stato aggravato dalla prosecuzione dell’attività quantomeno fino alla data della presentazione del ricorso per concordato preventivo.

Anche detta condotta va ascritta ad entrambi gli imputati, nella loro qualità di amministratori e componenti del C.D.A. della società, né giova all’imputata (…) l’essersi disinteressata delle sorti amministrative della società

Pur ammettendo che l’antieconomica e dannosa gestione sia stata commessa dall’amministratore (…), ciò non solleva l’amministratore formale dal precipuo dovere, insito nella carica, di controllare l’operato del presidente del CDA, dovere di controllo che è caratteristicamente implicito nell’incarico rivestito e che comporta la sorveglianza continuativa degli affari sociali e delle scritture contabili.

Sotto questo aspetto la (…) è stata assolutamente inerte e la sua condotta omissiva concorre materialmente ex art. 40 2 co. c.p. con quella del figlio, nonché soggettivamente perché era nelle condizioni ed aveva il dovere di controllare ed informarsi (Cass. Pen. Sez. V sent. n. 31885/2009 “Integra il reato di bancarotta semplice di cui all’art. 217 L. fall. l’amministratore che, ancorché estraneo alla gestione dell’azienda – abbia omesso, anche per colpa, di esercitare il controllo sulla regolare tenuta dei libri e delle scritture contabili, poiché l’accettazione della carica di amministratore, anche quando si tratti di mero prestanome, comporta l’assunzione dei doveri di vigilanza e di controllo di cui all’art. 2932 c.c.” Id. sent. n. 30091 del 4.11.2011).

La più recente giurisprudenza ritiene che, anche per il caso di ritardo nella presentazione dell’istanza di fallimento in proprio, debba essere dimostrato un atteggiamento gravemente colposo da parte del reo (cfr. ex multis Cass., sez. V, sent. 24.10.2013, n. 43414).

La gravità della colpa non può essere messa in dubbio per entrambi gli imputati.

Dall’istruttoria è emerso che la società si è trovata in una situazione di irreversibile crisi già nel corso del 2010.

In tale condizione, gli amministratori, lungi dal mettere in atto qualunque attività volta a ridurre o, per lo meno, non aggravare la situazione, hanno con colpa grave proseguito l’attività di impresa, in presenza di un forte indebitamento e di una scarsissima redditività.

Avendo essi la completa gestione dell’azienda, erano di conseguenza consapevoli della negativa condizione patrimoniale ed economica della società, per cui, secondo diligenza, avrebbero dovuto quanto meno convocare l’assemblea dei soci per deliberare gli interventi necessitati.

L’evidenza della elevata difficoltà in cui si dibatteva la società delimita corrispondentemente la gravità della colpa degli imputati.

Detta conclusione non può essere revocata in dubbio in relazione alla posizione della C. dalla circostanza che ella si sia completamente disinteressata delle sorti dell’azienda.

Il disinteressamento non può giustificare il comportamento gravemente negligente, posto che l’investitura formale nella carica di amministratore, comporta l’assunzione dei doveri di vigilanza e di controllo di cui all’art. 2932 c.c., doveri completamente trascurati.

Il prolungato e totale disinteresse dell’imputata ha agevolato la dissennata conduzione del figlio.

Alla luce di quanto esposto ed accertato, va pertanto affermata la piena responsabilità dei due imputati anche per il delitto di bancarotta semplice

6.Il trattamento sanzionatorio

Alla luce di quanto esposto ed accertato, va pertanto affermata la piena responsabilità degli imputati per i reati loro contestati.

Sussiste l’aggravante di cui all’art. 219 comma 2 L.F. , essendo plurimi i fatti di bancarotta giudicati (“Le diverse ipotesi di bancarotta mantengono la propria autonomia ontologica, diversi essendo gli interessi tutelati dalle norme incriminatrici e potendo così dare luogo ad un concorso di reati, unificati, ai soli fini sanzionatovi, nel cumulo giuridico previsto dall’art. 219 comma 2 n. 1 Legge Fallimentare, il quale prevede, sotto il profilo strutturale, una circostanza aggravante potenzialmente assoggettabile al giudizio di bilanciamento, e nel contempo impone una peculiare disciplina della continuazione derogatoria di quella ordinaria di cui all’art. 81 c.p.” Sez. Un., n. 21039 del 27/01/2011, Loy, Rv. 249665).

Entrambi gli imputati sono meritevoli delle attenuanti generiche , in ragione di un giudizio non negativo sulla loro personalità (sono incensurati) e del corretto contegno processuale assunto, dette attenuanti possono ritenersi prevalenti sull’aggravante di aver cagionato più fatti di bancarotta di cui all’art. 219 L.F.

Nella determinazione del trattamento sanzionatorio, è indispensabile, a parere del Collegio, distinguere la posizione di (…) da quella della madre (…) Alla luce di quanto si è detto, lo (…) ha rivestito un ruolo di gran lunga più rilevante, tanto nella fase ideativa, quanto in quella esecutiva dei reati accertati in questa sede; pertanto, valutato il ruolo di vertice ricoperto dall’imputato , il lasso temporale in cui le condotte criminose sono state tenute e l’entità dei danni cagionati alla massa fallimentare dai reati giudicati in questa sede, la pena da irrogare all’imputato deve necessariamente discostarsi dai minimi edittali, conseguenzialmente, si reputa equa e congrua la pena finale di anni due mesi otto di reclusione, così determinata:

pena base, ritenuta la sussistenza dell’aggravante di cui all’art. 219 L.F. anni quattro di reclusione, ridotta ex art. 62 bis c.p. in regime di prevalenza, alla pena finale di anni 2 e mesi otto di reclusione.

Per l’imputata (…) , tenuto conto del ruolo non operativo e dell’età avanzata della stessa, valutati i criteri direttivi di cui all’art. 133 c.p. , la pena non può che essere determinata in misura coincidente con il minimo edittale di 2 anni di reclusione , ( p.b. anni 3 di reclusione, ridotta ex art. 62 bis c.p. all’ascritto, ritenute le generiche prevalenti sull’aggravante in contestazione).

Seguono le sanzioni accessorie previste dall’art. 216 ult. comma l.f. e oltre al pagamento delle spese processuali.

Non vi sono preclusioni al riconoscimento dei benefici di legge potendo formularsi una prognosi favorevole sui futuri comportamenti dell’imputata (…), ad oggi incensurata.

L’entità della pena irrogata allo (…) preclude il riconoscimento di benefici.

In considerazione dei gravosi carichi di lavoro dell’ufficio appare opportuno riservare il deposito della motivazione nel termine di novanta giorni.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p., dichiara (…) e (…) responsabili dei reati loro rispettivamente ascritti e, riconosciute ad entrambi le circostanze attenuanti generiche in regime di prevalenza sull’aggravante contestata, condanna (…) alla pena di anni due mesi otto di reclusione e (…) alla pena di anni due di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Condanna entrambi gli imputati alle sanzioni accessorie di cui all’art. 216 u.c. l.f. per la durata della pena principale.

Pena sospesa, non menzione della condanna nei confronti dell’imputata (…).

Letto l’art. 544 comma III c.p.p. indica il termine di novanta giorni per il deposito della sentenza.

Così deciso in Vicenza il 31 maggio 2019.

Depositata in Cancelleria il 12 agosto 2019.

 

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