VICENZA TRIBUNALE DIVISIONE TRA EREDI FRATELLI

VICENZA TRIBUNALE DIVISIONE TRA EREDI FRATELLI

Tribunale Vicenza, Sentenza, 02/03/2020, n. 465

avvocato esperto pareri cause divisione ereditaria Bologna, vicenza, treviso, pordenone, rovigo, padova , pesaro ravenna, forli, cesena 

051 6447838 051 6447838 051 6447838

avvocato esperto pareri cause divisione ereditaria Bologna, vicenza, treviso, pordenone, rovigo, padova , pesaro ravenna, forli, cesena 

 

avvocato esperto pareri cause divisione ereditaria Bologna, vicenza, treviso, pordenone, rovigo, padova , pesaro ravenna, forli, cesena 

In caso di divisione ereditaria c.d. plurimassa, ovvero di masse di beni provenienti da titoli diversi, occorre procedere alla predisposizione di autonomi progetti di divisione in relazione ad ognuna delle masse coinvolte essendo possibile riunificare le masse solo in presenza di un consenso espresso in forma scritta da parte di tutti i condividenti. Il giudice, in carenza di tale espresso consenso, ha il potere di approvare un progetto di divisione unitario nell’ipotesi in cui gli eredi vantino quote identiche rispetto a ciascuna massa. In questo caso, infatti, il metodo di divisione utilizzato non pregiudica gli interessi dei condividenti essendo assicurata a ciascun comproprietario la medesima quantità di beni.

Tribunale Vicenza, Sent., 02/03/2020, n. 465

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

Tribunale di Vicenza

il giudice dott.ssa Stefania Caparello ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa n. 2436/2015 tra le parti:

ATTORE

A.M., cf (…)

– difesa: avv. ZAMBON ELENA, cf (…)

avv. ROCCO DONATELLA ((…));

– domicilio: presso il difensore

CONVENUTO

R.M., cf (…)

CONTUMACE

OGGETTO: Divisione di beni caduti in successione

Attore: Voglia l’Ill.mo Giudice, ogni diversa domanda rigettata:

1) accertarsi e dichiararsi l’apertura della successione del signor M.F. nato a V. il (…) e deceduto a T. il 03.10.2009 e della signora P.M. nata a T. (V.) il (…) e deceduta in data 08.01.2000 a S. il (…)

2) accertarsi e dichiararsi che all’eredità della signora P.M. hanno concorso quali eredi legittimi il marito signor M.F. e i due figli del de cuius signori M.A. nata a S. il (…) e il signor M.R. nato a S. il (…) ciascuno per la quota di un terzo

3) accertarsi e dichiararsi che all’eredità del signor M.F. concorrono quali eredi legittimi i due figli del de cuius signori M.A. nata a S. il (…) e il signor M.R. nato a S. il (…) ciascuno per la quota di metà

4) accertare e dichiarare che il signor M.R. ha indebitamente sottratto al defunto sig. M.F. dal conto intestato a quest’ultimo presso la B.F. S.p.a. Euro 118.666,51, come meglio specificato in narrativa

5) conseguentemente accertarsi e dichiararsi l’obbligo del sig. M.R. di restituzione al compendio ereditario delle suddette somme, pari a totali Euro 118.666,51, maggiorati di interessi dal momento del prelievo al saldo

6) accertarsi e dichiararsi che il signor M.F. era unico proprietario delle somme depositate nel conto corrente bancario cointestato acceso presso la C.R.V. n. (…), per tutti i motivi esposti in narrativa e conseguentemente dichiararsi di proprietà del signor M.F. il relativo saldo al momento della apertura della successione del signor M.F. pari ad Euro 2.944,62 come da ricostruzione del CTU

7) conseguentemente condannarsi il signor M.R. alla restituzione alla eredità del saldo del conto corrente di cui al punto precedente da lui indebitamente prelevato per i motivi tutti esposti in narrativa, somma che si quantifica in Euro 2.944,62 come da ricostruzione del CTU oltre interessi dal prelievo al saldo

8) accertare e dichiarare che il signor M.R. ha indebitamente sottratto al defunto sig. M.F. dal conto a questi intestato acceso presso la C.R.V. n. (…) la somma complessiva di Euro 9.252,00 come da ricostruzione del CTU ; Conseguentemente accertarsi e dichiararsi l’obbligo del sig. M.R. di restituzione al compendio ereditario delle suddette somme pari a totali Euro 9.252,00 come da ricostruzione del CTU, maggiorati di interessi dal momento del prelievo al saldo

10) accertarsi e dichiararsi che il signor M.R. ha ricevuto da parte della C.C.M. di M. (V.) la somma di Euro 753,56 a titolo di restituzione del deposito cauzionale e che la somma era stata versata da parte del signor M.F. alla C.C.M. unico soggetto legittimato a ricevere la restituzione del suddetto deposito cauzionale. Conseguentemente condannarsi il signor M.R. alla restituzione all’eredità del defunto signor M.F. della somma di Euro 753,56 oltre interessi al saldo

11) accertarsi e dichiararsi che il signor M.R. si è appropriato dei gioielli appartenuti alla madre signora P.M. ed al padre M.F. per un valore complessivo di Euro 7.000,00 come meglio specificato ed indicato in narrativa.

Conseguentemente per i motivi esposti in narrativa condannare il signor M.R. a restituire al compendio ereditario del signor M.F. un importo pari al valore dei gioielli sottratti nella misura non inferiore ad Euro 7.000,00, o il maggiore importo che dovesse risultare di giustizia, rimessa alla prudente valutazione del Giudice, oltre interessi sino al saldo

12) accertarsi e dichiararsi per i motivi esposti in narrativa che il signor M.R. è tenuto ai sensi degli artt. 737 e 746 c.c. alla collazione a favore della coerede signora M.A. dell’immobile a lui donato sito in S. (V.), costituito da garage così censito: in S. (V.) Via S. censito al fg. (…), m.n. (…) sub. (…)cat (…), cl. (…), mq 10, con obbligo di conferimento del medesimo nella massa ereditaria da dividersi. Conseguentemente condannarsi il signor M.R. al conferimento in natura a favore della signora M.A. per i motivi tutti esposti in narrativi.

13) Accertarsi e dichiararsi che la massa ereditaria da dividere e relativa alle due successioni in oggetto risulta così composta:

– bene immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…) m. n. (…) sub. (…), cat. (…) classe (…), vani 5 rendita 710,13 Via C. S. n. 36 piano 2

– della quota di 68/6000 dell’immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…), m.n. (…) sub. (…) cat. (…) classe (…), vani 3 rendita 340,86 Via C. S. n. 36 piano terra (locale di portineria) del valore complessivo di Euro 79.000,00, come da CTU in atti, o della maggiore o minore somma che dovesse risultare di giustizia

– la quota dell’intero dell’immobile sito in S. (V.) Via S. censito al fg. (…), m.n. (…) sub. (…) cat (…), cl. (…), mq 10 costituito da garage del valore di Euro 7.000,00 come da CTU in atti o della maggiore o minore somma che dovesse risultare di giustizia

– la somma di Euro 118.666,51 a titolo di credito del deposito sul conto F.

– la somma di Euro 2.944,62 a titolo di credito del saldo del deposito sul conto C.R.V. n. (…) al momento della apertura della successione del signor M.F.;

– la somma di Euro 9.252,00 a titolo di credito del deposito sul conto C.R.V. n. (…)

– la somma di Euro 7.000,00 a titolo di credito del valore dei gioielli di cui in narrativa

– la somma di Euro 753,56 a titolo di credito del deposito cauzionale restituito dalla C.C.M. di M. (V.) accertarsi e dichiararsi lo scioglimento della comunione ereditaria dei beni di cui sopra e per l’effetto, in accoglimento del progetto divisionale – 1 Ipotesi – predisposto dal CTU dichiarare la divisione dei detti beni in proprietà comune con attribuzione a favore della signora M.A., nata a S. il (…) del diritto di proprietà esclusiva con condanna al rilascio a favore dell’attrice dei seguenti beni:

‐ dell’intero bene immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…) m. n. (…) sub. (…), cat. (…) classe (…), vani 5 rendita 710,13 Via C. S. n. 36 piano 2

‐ della quota di 68/6000 dell’immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…), m.n. (…) sub. (…) cat. (…) classe (…), vani 3 rendita 340,86 Via C. S. n. 36 piano terra (locale di portineria)

‐ dell’intero bene immobile costituito da garage sito in S. e così censito: in S. (V.) Via S. censito al fg. (…), m.n. (…) sub. (…) cat (…), cl. (…), mq 10

‐ la somma di Euro 18.158,52, o la maggiore somma che dovesse risultare di giustizia, a conguaglio tra il valore delle quote dei beni di cui sopra e il valore degli immobili assegnati

e con attribuzione a favore del signor M.R. nato a S. il (…) della restante somma di Euro 104.158,52, somma da compensarsi con quanto da egli dovuto a titolo di restituzione al compendio ereditario per quanto dedotto ed argomentato in narrativa

15) conseguentemente condannarsi il signor M.R. alla corresponsione alla signora M.A. della somma di Euro 18.158,52 o della maggiore somma che dovesse risultare di giustizia, oltre interessi al saldo, a titolo di restituzione

all’eredità delle somme sottratte, somma risultante dal conguaglio tra il minor valore della quota dei beni immobili alla stessa attribuiti e il valore della quota della metà dell’intero compendio ereditario come meglio ricostruito in narrativa.

16) Accertarsi e dichiararsi che il signor M.R. ha occupato senza alcun titolo dall’ottobre 2009 alla data odierna e continua ad occupare l’intero immobile facente parte della comunione ereditaria sito in Schio (VI) Via C. S. n. 36 e censito al Comune di S. al fg. (…) m. n. (…) sub. (…), cat. (…) classe (…), vani 5 rendita 710,13 Via C. S. n. 36 piano 2 e che il valore locatizio dello stesso ammonta a circa Euro 230,00 mensili, come da CTU in atti

17) Conseguentemente condannarsi il signor M.R. alla corresponsione alla signora M.A. della quota di metà del valore locatizio dell’immobile di cui al punto precedente per ogni mese di occupazione sine titulo dall’apertura della successione sino al rilascio e per un totale, sino al mese di ottobre 2019, pari ad Euro 14.555,00 e pari ad Euro 115,00 per ogni mese futuro sino alla restituzione dell’immobile libero da cose e persone, salva la maggiore o minore somma che dovesse risultare di giustizia, oltre interessi al saldo In via subordinata nella denegata ipotesi di non accoglimento della proposta divisionale di cui al punto precedente

18) in caso di accertata non comoda divisibilità, ordinare la vendita all’incanto del bene con attribuzione del ricavato alla signora M.A. oltre a conguaglio rispetto al valore della quota della metà dell’asse ereditario secondo i valori in atti;

19) porre le spese a carico della massa o, in caso di contestazione, a carico del convenuto soccombente.

IN OGNI CASO In ogni caso, Spese e competenze integralmente rifuse, oltre accessori di legge

Convenuto: CONTUMACE

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 30 marzo 2015, la sig,ra A.M. ha evocato in giudizio il fratello sig. R.M., chiedendo di addivenire alla divisione del compendio ereditario in morte dei defunti genitori M.P. e F.M..

La stessa ha rappresentato di essere unica erede insieme al fratello R.; che la madre era deceduta il 8.01.2000, mentre il padre il 03.10.2009, entrambi senza lasciare testamento;

che la massa ereditaria di P.M. è composta da:

– quota di ½ dell’immobile sito in S., Fg (…) mapp. (…) sub (…) – Via C. S.;

– quota di 17/2000 dell’immobile sito in S., Fg (…) mapp. (…) sub (…) – Via C. S., locali adibiti a portierato del condominio.

L’attrice ha poi evidenziato che la massa ereditaria di M.F. è composta da:

– quota di 4/6 dell’immobile sito in S., Fg (…) mapp. (…) sub (…) – Via C. S.;

– quota di 68/6000 dell’immobile sito in S., Fg (…) mapp. (…) sub (…) – Via C. S., locali adibiti a portierato del condominio.

– deposito presso C.R.V. sul c/c n. (…), il cui saldo era di Euro 3.981,33.

L’attrice ha, inoltre, dichiarato che il fratello aveva sottratto indebitamente Euro118.666,51 dal conto B.F. (mediante tre bonifici sul proprio conto rispettivamente di Euro114.000, Euro3.000 e Euro1.666,51) ed Euro7.503,62 dal conto corrente presso C.R.V. cointestato tra padre e figlio ma sul quale refluivano denari di esclusiva spettanza paterna (mediante prelievi di denaro in periodi di tempo in cui il padre era ricoverato); che del resto la stessa chiusura del conto presso B.F. era avvenuta il 12/6/2009, ovvero in un periodo in cui M.F. si trovava in stato di incoscienza e impossibilità a sottoscrivere in quanto ricoverato dal 4/6/2009 al 12/6/2009 presso l’Ospedale di Thiene e successivamente dal 12/6/2009 al 13/7/2009 presso l’ospedale di Verona.

L’attrice ha, poi, affermato che il fratello aveva ricevuto la restituzione da parte di C.C.M., del deposito cauzionale per Euro753,56; che il fratello era stato beneficiato dai genitori della donazione indiretta della nuda proprietà del bene immobile sito in S., Fg (…) mapp. (…) sub (…) costituito da un garage; che presumibilmente il fratello si era impossessato anche dei gioielli di famiglia e in particolare di quelli della madre che erano stati custoditi – dopo il decesso di quest’ultima – presso una cassetta di sicurezza nella filiale di S., successivamente estinta il 4/6/2008.

Infine, l’attrice ha chiesto l’indennità di occupazione dell’immobile sito in S. e occupato medio tempore dal fratello.

Pur ritualmente citato, il convenuto è rimasto contumace.

Sono state concesse le memorie 183 VI c.p.c..

La causa è stata istruita per testi.

E’ stata altresì esperita CTU sui conti del de cuius e sul valore dei beni immobili relitti.

All’udienza del 4 maggio 2018, il convenuto, benché notificato ai sensi di legge, non è comparso a rendere l’interrogatorio formale.

All’udienza del 24/10/19 le parti hanno precisato le conclusioni e la causa – previa concessione dei termini 190 c.p.c. – è stata trattenuta in decisione.

Motivi della decisione

  1. In punto di rito, va dichiarata la contumacia di M.R., il quale pur ritualmente citato, non si è costituito.
  2. Nel merito, va dichiarata aperta, ex art. 456c.c., la successione di P.M. nata a T. (V.) il (…) e deceduta a V. (V.) il 08.01.2000 senza lasciare testamento, in favore di M.F. (coniuge), M.A. e R. (figli), rispettivamente per le seguenti quote: 1/3, 1/3, 1/3.

Ciò posto, occorre, altresì dichiarare aperta la successione M.F. nato a V. il (…) e deceduto a Thiene il 03.10.2009, senza lasciare testamento, in favore dei figli M.A. e R., rispettivamente per le quote di ½ ciascuno.

Deve, quindi, rilevarsi che la presente controversia ha ad oggetto una divisione c.d. ‘plurimassa’.

Al riguardo, la giurisprudenza di legittimità ha chiarito che ‘per la divisione delle masse di beni provenienti da titoli diversi occorre procedere alla predisposizione di autonomi progetti di divisione in relazione ad ognuna delle masse coinvolte. E’ possibile riunificare le masse solo in presenza di un consenso espresso in forma scritta da parte di tutti i condividenti. Il giudice, in carenza di tale espresso consenso, ha il potere di approvare un progetto di divisione unitario nell’ipotesi in cui gli eredi vantino quote identiche rispetto a ciascuna massa. In questo caso, infatti, il metodo di divisione utilizzato non pregiudica gli interessi dei condividenti essendo assicurata a ciascun comproprietario la medesima quantità di beni’ (Cass. 17576/2016).

La pronuncia qui richiamata motiva infatti, evidenziando che “la peculiarità della vicenda è costituita dal fatto che in relazione alle tre masse di cui sono contitolari i germani D., gli stessi vantano quote identiche sicchè il risultato corrispondente all’assegnazione di due quote di identico valore, ragguagliate al coacervo delle tre masse non si differenzia in alcun modo rispetto alla diversa soluzione che preveda l’assegnazione di tre quote in natura, anche in questo caso di identico valore, ma ognuna confezionata in riferimento a beni facenti parte delle tre distinte masse.

Appare quindi evidente che ove non risulti dedotto uno specifico pregiudizio derivante dall’avere differenziato le masse ai fini della divisione, una volta che sia stata assicurata la corrispondenza quantitativa delle quote in natura al valore delle quote ideali vantate dai condividenti, la censura rappresentata dall’avere proceduto con la creazione, per ognuno dei contendenti, di tre quote, ognuna delle quali composta da beni facenti parte di ogni singola massa, non determina alcun pregiudizio suscettibile di giustificare l’interesse a denunziare l’adozione da parte del giudice di appello di un criterio divisionale difforme da quello adottato dal giudice di primo grado, risolvendosi tale scelta nell’esercizio della potestà discrezionale del giudice di procedere alla formazione delle quote del progetto di divisione”.

Pertanto, nella fattispecie in esame, considerato che entrambi i genitori delle parti sono deceduti senza lasciare testamento e che, quindi, ai sensi dell”art. 566 c.c., gli eredi vantano un diritto a quote identiche rispetto a ciascuna massa, risulta possibile procedere allo scioglimento della comunione ereditaria, mediante un unico progetto di divisione.

  1. Ciò premesso, ai fini della risoluzione della controversia deve, in primo luogo, procedersi alla determinazione della massa ereditaria.

La stessa è costituita da:

– l’immobile sito in S., Fg (…) mapp. (…) sub (…) – Via C. S., con quota di 17/1000 dell’immobile sito in S., Fg (…) mapp. (…) sub (…) – Via C. S., locali adibiti a portierato del condominio del valore di Euro79.000;

– Euro858,11 quale saldo del deposito presso C.R.V. sul c/c n. (…).

– Euro9.252,00 quale somma prelevata dal convenuto dal conto corrente (…) e che quindi deve essere restituita alla massa;

– Euro118.666,51 sottratti dal convenuto dal conto B.F., esclusivamente intestato al padre e che M.R. deve restituire alla massa;

– Euro753,56 a titolo di deposito cauzionale restituito da C.C.M. a M.R. e che quest’ultimo – ancora una volta – deve restituire;

3.1 La ricostruzione della massa ereditaria sopra operata, trova titolo nelle seguenti argomentazioni.

In particolare, in relazione saldo del deposito presso C.R.V. sul c/c n. (…), si ritiene che debba essere considerata nella massa ereditaria l’intera cifra di Euro858,11, quale risultante sul conto, in quanto la CTU con ragionamento esente da critiche ha dichiarato che il conto era alimentato – presumibilmente – dalle sole entrate di M.F..

Sempre la CTU indica che M.R. ha prelevato dal conto corrente (…), la somma di Euro9.252,00 distinguendo i prelievi svolti quando M.F. si trovava presso strutture ospedaliere (Euro 6.252,00) e quindi era impossibilitato a operare sul conto e i prelievi svolti dopo il decesso (Euro3.000).

Del pari è documentale che il convenuto si sia appropriato della somma di Euro118.666,51 mediante bonifici in giroconto sul proprio conto corrente nonché del deposito cauzionale relativo alla degenza di M.F. e pari a Euro753,56 per essere stata la relativa restituzione disposta sul c/c del convenuto.

Non possono essere assunti nell’attivo ereditario i gioielli, di cui l’attrice ha chiesto il rimborso al 50%, in quanto non è emersa debita prova in merito alla loro sussistenza né tantomeno sul loro valore.

Non può ricondursi nella massa ereditaria l’immobile sito in S., Fg (…) mapp. (…) sub (…) costituito da un garage del valore di Euro7.000, in quanto il bene risulta formalmente acquistato (per quanto concerne la nuda proprietà) dal convenuto e l’attrice non ha dato prova del fatto che lo stesso sia stato in realtà donato, anche mediante donazione indiretta.

  1. Tra le passività ereditarie figurano:

– Euro 14,27 quale saldo negativo del conto corrente n. (…) aperto su V. il (…) e deceduto a T..

  1. Ciò posto, il valore della massa ereditaria da dividere è pari a Euro208.515,91 (208.530,18- 14,27) che diviso due dà la quota parte di Euro104.257,96.
  2. Quale modalità di scioglimento della comunione ereditaria per cui è causa ritiene il Tribunale che deve preferirsi la divisione in natura, ai sensi dell’art. 718c.c., attesa la comoda attribuibilità di distinte porzioni a ciascuno dei condividenti, con la previsione dei conguagli fino alla concorrenza del valore della quota.

Parte convenuta ha già prelevato dalla massa ereditaria Euro128.672,07 ovvero le somme sottratte dal conto del de cuius e che dovendosi intendere quale donazione/ anticipo di successione – vanno computate nella quota parte di M.R., con obbligo di quest’ultimo al conguaglio verso la sorella, dato atto che ha appreso più di quanto spettantegli in base al riparto sopra individuato.

L’immobile sito in S., Fg (…) mapp. (…) sub (…) e relativa quota di 17/1000 Fg (…) mapp. (…) sub (…) – stante anche l’indivisibilità del bene – deve, quindi, essere attribuito alla attrice. Alla stessa deve essere attribuito, altresì, il residuo di Euro858,11 quale saldo del deposito presso C.R.V. sul c/c n. (…).

Stante il fatto che all’attrice sono stati assegnati beni per un valore di Euro79.858,11, il convenuto deve essere condannato – visto quanto sopra – a corrispondere alla sorella la somma di Euro24.400,00 (Euro104.257,96 – 79.858,11=24.399,84 arrotondati a 24.400,00), oltre interessi dalla data della presente pronuncia al saldo.

  1. Quanto alla domanda di riconoscimento dell’indennità di occupazione essa merita accoglimento per quanto di ragione.

Deve, infatti, evidenziarsi che può pretendersi il versamento della relativa indennità dalla domanda giudiziale che l’abbia espressamente reclamata o dalla preventiva costituzione in mora dell’occupante, rientrando il godimento dell’intero bene tra le facoltà di uso riconosciute al comproprietario dall’art. 1102 c.c., salva la pari utilizzabilità da parte degli altri comproprietari che espressamente la pretendano. Ed invero, per principio consolidato cui lo scrivente aderisce, l’uso del bene comune non costituisce occupazione abusiva ma è attuazione del diritto dominicale, salvo l’obbligo da parte del comproprietario che gode in via esclusiva del compendio di non impedire agli altri condividenti l’eguale e diretto uso del bene ovvero di trarre dal bene i frutti civili, con l’effetto che colui che utilizza in via esclusiva il bene comune non è tenuto, in via di principio, a corrispondere alcunché al comproprietario pro indiviso che risulti inerte, mentre se il comproprietario abbia manifestato l’intenzione di utilizzare il bene in maniera diretta, l’occupante è tenuto al pagamento della corrispondente quota di frutti civili traibili dal godimento diretto o indiretto dell’immobile.

Nella specie, risulta che l’attrice ha formalizzato la richiesta di indennità per l’occupazione degli immobili comuni solo con l’introduzione del presente giudizio, avvenuta con notifica dell’atto di citazione del 30/3/15.

Il convenuto è rimasto contumace; dai documenti in atti è emersa la volontà dell’attrice di addivenire ad una divisione del patrimonio ereditario sin dal 2010; dall’istruttoria orale è emerso che il convenuto ha abitato nell’immobile dividendo, continuativamente almeno per un certo periodo dopo la morte del padre e ancor oggi sia pur sporadicamente (teste L.).

Ciò posto, sono dovute le seguenti cifre a titolo di indennità di occupazione:

– dal 30/3/15 al 2/10/15 0,0750% Euro 1.468,90

– dal 3/10/15 al 2/10/16 0,0000% Euro 2.937,77

– dal 3/10/16 al 2/10/17 -0,0750% Euro 2.935,57

– dal 3/10/17 al 2/10/18 0,6750% Euro 2.955,38

– dal 3/10/18 al 2/4/19 1,1925% Euro 2.990,62

– dal 3/4/19 al 27/2/19 Euro 2.741,40 (249,21 x11)

Totale: Euro 16.029,64 di cui solo il 50% spettanti alla attrice per un totale di Euro8.014,82, già rivalutato ad oggi.

  1. Le spese legali seguono la soccombenza del convenuto nei limiti ed in relazione alla domanda di pagamento dell’ indennità per l’ utilizzo esclusivo del bene immobile e sono liquidate in conformità al D.M. n. 55 del 2014valore compreso tra Euro 5.200,01 ed Euro 26.000,00 atteso l’importo dell’indennità riconosciuta come dovuta: compensi medi per le singole fasi e quindi complessivamente in Euro2.738,00, oltre esborsi ed accessori di legge.

Le spese della c.t.u. devono invece essere poste in via definitiva a carico delle parti, in via solidale nei rapporti esterni e, in ragione della quota di partecipazione alla comunione ereditaria e quindi per ½ ciascuno, nei rapporti interni.

Cadono sul convenuto anche il 50% delle spese borsuali, pari a Euro620,05 (1214+27=1241, che diviso due fa appunto 620,05).

P.Q.M.

Il Tribunale di Vicenza, definitivamente pronunciando, ogni diversa domanda, istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così provvede:

Dichiara aperta la successione di P.M. nata a T. (V.) il (…) e deceduta a V. (V.) il 8.01.2000 nonché di M.F. nato a Vicenza il (…) e deceduto a Thiene il 03.10.2009;

Dispone lo scioglimento della comunione intercorrente tra M.A. e M.R. in relazione all’eredità di P.M. e di M.F.;

ACCERTA e DICHIARA che la massa ereditaria risulta così composta:

– piena proprietà del bene immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…) m. n. (…) sub. (…) e quota di 17/1000 dell’immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…), m.n. (…) sub. (…) del valore complessivo di Euro 79.000,00,

– Euro 128.672,07 a titolo di credito che la massa ereditaria ha nei confronti di M.R. per i motivi di cui in sentenza;

ACCERTA e DICHIARA che la quota parte spettante a ciascun erede ammonta a Euro104.257,96;

ACCERTA e DICHIARA l’indivisibilità in natura dell’immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…) m. n. (…) sub. (…) e quota di 17/1000 dell’immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…), m.n. (…) sub. (…);

ASSEGNA in piena ed esclusiva proprietà a M.A. l’immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…) m.n. (…) sub. (…) e la quota di 17/1000 dell’immobile sito in S. (V.) censito al fg. (…) m.n. (…) sub. (…);

DICHIARA TENUTO E CONDANNA M.R. a corrispondere a M.A., visto il debito dello stesso verso l’eredità da compensarsi con il diritto alla quota parte del relitto ereditario allo stesso spettante, la somma di Euro24.400,00 oltre interessi dalla data del deposito della presente pronuncia al saldo.

ACCERTA e DICHIARA che M.R. ha illegittimamente escluso dall’uso dei beni comuni M.A. e per l’effetto CONDANNA M.R. a corrispondere a M.A. la somma di Euro8.014,82 già rivalutati a titolo di indennità di occupazione dal 30/3/15 al deposito della presente pronuncia.

ORDINA al Conservatore dei Registri Immobiliari di S., con esonero da qualsiasi responsabilità al riguardo, di provvedere alla trascrizione di questa sentenza;

CONDANNA M.R. a corrispondere a M.A. le spese di lite per Euro2.738,00 oltre spese generali al 15%, IVA e CPA oltre Euro620,50 per spese borsuali.

Pone definitivamente a carico delle parti le spese di CTU, in via solidale nei rapporti esterni e per ½ ciascuno, nei rapporti interni.

Conclusione

Così deciso in Vicenza, il 2 marzo 2020.

Depositata in Cancelleria il 2 marzo 2020.

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SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA  E COABITAZIONE SI AL DIVORZIO???

SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA  E COABITAZIONE SI AL DIVORZIO???

SE DOPO LA SEPARAZIONE I CONIUGI COABITANO SENZA RAPPORTI SI PUO’ PROCEDERE AL DIVORZIO?

Con ampia motivazione il giudice di prime cure ha infatti ritenuto che le risultanze dell’istruttoria orale hanno confermato che YY e XX, pur coabitando, non hanno alcun rapporto né di affetto né di amore, dormendo ormai separati e vivendo come estranei, senza neppure collaborare nella gestione della casa, organizzandosi autonomamente e intrattenendo addirittura la moglie relazioni affettive con altri uomini, così come dettagliatamente riferito dalla figlia delle parti, J. [1]


REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

Prima Sezione Civile

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Paola Montanari –Presidente

dott. Antonella Allegra – Consigliere Relatore

dott. Rosario Lionello Rossino – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. n. 1836/2019 promossa da:

XX, [ recte : coniuge divorziato ( ex moglie ) di YY ; NdRedattore ] nata a Modena il (omissis) (omissis) 1968 e residente in (omissis), (Modena), via (omissis), n. 1705, con gli avv. Roberto Morelli e Luca Parrillo del Foro di Modena ed elettivamente domiciliata nel loro studio in Modena, via Antonio Morandi, 34

APPELLANTE

contro

YY, [ recte : coniuge divorziato ( ex marito ) di XX ; NdRedattore ] nato a Modena il (omissis) (omissis) 1939, residente in (omissis), (Modena), via (omissis), n. 1705, con l’avv. Franca Massa del Foro di Modena, ed elettivamente domiciliato nel suo studio, in Vignola, via Caselline, 330

APPELLATO

in punto a

“appello avverso la sentenza n. 1060/2019 del 22 maggio – 1 luglio 2019

del Tribunale di Modena”

con l’intervento del Procuratore Generale che ha concluso per la conferma della decisione impugnata.

LA CORTE

udita la relazione della causa fatta dal Consigliere dott.ssa Antonella Allegra;

udita la lettura delle conclusioni prese dai procuratori delle parti;

letti ed esaminati gli atti ed i documenti del processo, ha così deciso:

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

1- Il Tribunale di Modena, con la sentenza n. 1060/2019 del 22 maggio – 1 luglio 2019, ha pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato il 21 dicembre 1991 in Vignola fra YY e XX, ponendo a carico del YY, in favore di quest’ultima un assegno divorzile mensile di 500 euro annualmente rivalutabile, e revocando il contributo a carico della madre per il mantenimento della figlia J, divenuta maggiorenne e autosufficiente.

Il Tribunale, nell’accogliere la domanda sul vincolo, all’esito dell’istruttoria testimoniale espletata, ha disatteso la tesi della resistente, la quale aveva sostenuto esservi stata riconciliazione fra i coniugi, eccependo l’improponibilità della domanda per difetto dei requisiti di cui all’art. 3, n 2 lett. b) della l. 898/1970 e successive modifiche; ha ritenuto di non dover provvedere in ordine all’assegnazione della casa familiare, non essendovi figli minorenni o non autosufficienti economicamente, e ha accolto in misura nel quantum assai ridotta — rispetto alla domanda di 2.500 euro mensili —, la richiesta subordinata volta al riconoscimento dell’assegno divorzile,

2- Avverso la sentenza predetta, ha proposto appello XX con ricorso depositato il 5 agosto 2019, censurando la decisione impugnata:

1) nella parte in cui ha accolto la domanda di cessazione degli effetti del matrimonio proposta dal YY, nonostante la mancanza dei presupposti per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, sostenendo non essere consentito dalla legge italiana “..una separazione nella quale, pur venendo anche meno gli obblighi principali del matrimonio (come la fedeltà, l’assistenza morale e materiale), rimane invece in essere quello della coabitazione..”, contestando la valutazione operata dal Tribunale delle istanze istruttorie e in particolare di quelle testimoniali;

2) per la contraddittorietà in merito all’assegno di divorzio in suo favore, in quanto da un lato ha riconosciuto che il benessere familiare si è formato grazie anche al sacrificio personale dell’appellante, a fronte del suo apporto alla conduzione e alla gestione della vita della famiglia, dall’altro non ha tenuto conto del divario fra i mezzi economici a disposizione di ciascun coniuge e della disparità delle stesse.

Ha quindi chiesto la riforma della sentenza impugnata, reiterando la richiesta di rigetto della domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio, per mancanza dei presupposti, e in subordine il riconoscimento di un assegno divorzile in misura di 2.500 euro.

Si è costituito in giudizio YY e ha resistito all’impugnazione predetta, invocandone il rigetto.

E’ intervenuto il Procuratore Generale e ha chiesto la conferma della sentenza impugnata.

La causa è stata trattata con il rito camerale ed è stata trattenuta in decisione.

3- Con il primo motivo d’appello, la difesa di XX ha riproposto la tesi secondo la quale la convivenza fra le parti dopo la separazione escluderebbe la configurabilità dei presupposti per la declaratoria di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

3.1- Preliminarmente si osserva, in diritto, che, com’è noto, presupposto necessario per la dichiarazione di scioglimento (o della cessazione degli effetti civili) del matrimonio ai sensi dell’art. 3, n. 2 lett. b) della legge 1/12/1970, n 898 è che la separazione si sia protratta per almeno tre anni (in forza della modifica di cui all’art. 1 della l. 6/5/2015 n.55, dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del Tribunale nella procedura di separazione personale o da sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale).

La disposizione in questione prevede espressamente che sia la parte convenuta a dover espressamente eccepire l’eventuale interruzione della separazione: a ciò consegue che l’onere di dimostrare l’avvenuta interruzione grava sulla parte che sostiene l’eccezione.

Ad integrazione di quanto sopra, va richiamata la disposizione di cui all’art. 157 c.c., dalla quale si evince che gli effetti della separazione cessano, oltre che per espressa dichiarazione dei coniugi, allorquando gli stessi mantengano un “..comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.“.

La giurisprudenza ha chiarito che la riconciliazione non consiste nel mero ripristino della situazione “qua ante”, ma nella ricostituzione del consorzio familiare attraverso la ricomposizione della comunione coniugale di vita, vale a dire la ripresa di relazioni reciproche, oggettivamente rilevanti, tali da comportare il superamento di quelle condizioni che avevano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza e che si concretizzano in un comportamento non equivoco, incompatibile con lo stato di separazione (Cass. civ. n. 28655 del 24 dicembre 2013).

Come sottolineato dalla Suprema Corte, la dichiarazione di divorzio non consegue automaticamente alla constatazione della presenza di una delle cause previste dalla L. n. 898 del 1970, art. 3, (oggi della L. n. 74 del 1987, artt. 1 e 7), ma presuppone, in ogni caso, attesi i riflessi pubblicistici riconosciuti dall’ordinamento all’istituto familiare, l’accertamento, da parte del giudice, della esistenza (dell’essenziale condizione) della concreta impossibilità di mantenere o ricostituire il consorzio coniugale per effetto della definitiva rottura del legame di coppia, onde, in questo senso, lo stato di separazione dei coniugi concreta un requisito dell’azione, necessario secondo la previsione della citata L. n. 898 del 1970, art. 3, n. 2, lett. b), la cui interruzione, da opporsi a cura della parte convenuta (della L. n. 74 del 1987, art. 5) in presenza di una richiesta di divorzio avanzata dall’altra parte, postula l’avvenuta riconciliazione, la quale si verifica quando sia stato ricostituito l’intero complesso dei rapporti che caratterizzano il vincolo matrimoniale e che, quindi, sottende l’avvenuto ripristino non solo di quelli riguardanti l’aspetto materiale del consorzio anzidetto, ma altresì di quelli che sono alla base dell’unione spirituale tra i coniugi (Cass. civ. n. 26165 del 6 dicembre 2006) .

La mera ripresa della coabitazione, dunque, non costituisce in sé riconciliazione, e analogamente il protrarsi della coabitazione nonostante la pronuncia della separazione (come di frequente accade, per ragioni per lo più economiche, in caso di incapacità dei coniugi di provvedere al pagamento al canone dell’abitazione e di sostenerne le spese), vale a configurare la prosecuzione della relazione matrimoniale.

3.2- Di tutte le circostanze ora richiamate e degli insegnamenti della Suprema Corte, il Tribunale di Modena ha tenuto conto e fatto applicazione, alla luce delle risultanze dell’accurata istruttoria svolta.

Con ampia motivazione il giudice di prime cure ha infatti ritenuto che le risultanze dell’istruttoria orale hanno confermato che YY e XX, pur coabitando, non hanno alcun rapporto né di affetto né di amore, dormendo ormai separati e vivendo come estranei, senza neppure collaborare nella gestione della casa, organizzandosi autonomamente e intrattenendo addirittura la moglie relazioni affettive con altri uomini, così come dettagliatamente riferito dalla figlia delle parti, J. [1]

Neppure la teste indotta dalla resistente, Finelli Giuseppina ha in effetti smentito tali circostanze, limitandosi a confermare la coabitazione fra le parti e il fatto che la XX si organizza autonomamente per la spesa e i pasti.

E’ inoltre smentita pure la doglianza dell’appellante circa l’inattendibilità della testimonianza della figlia, la quale sarebbe animata da rancore e conflittualità nei confronti della madre: al riguardo, il giudice di prime cure, si è premurato di sottolineare come «..nella fattispecie, da un lato non sussistono, come rilevato, dati istruttori attestanti ragioni di inattendibilità estrinseca, che avrebbero dovuto essere forniti ad iniziativa probatoria delle parti interessate; non sussistono, inoltre, elementi di inattendibilità intrinseca nel tenore delle risposte fornite dalla teste; sussistono, invece, dati di intrinseca attendibilità, come l’atteggiamento tenuto nel fornire alcune risposte, che è ben lungi dal manifestare astio o risentimento verso la madre, ma solo una dolorosa consapevolezza e presa d’atto.».

D’altra parte nessuno dei testi, e nemmeno le stesse parti, hanno allegato che fra i coniugi sussista in effetti un rapporto in qualche modo affettuoso e un atteggiamento anche solo solidale, non essendo stato affermato da alcuno che essi abbiano frequentazioni comuni o svolgano insieme una qualche attività: in definitiva, nel caso di specie, non vi sono elementi atti a consentire di ritenere la sussistenza di un simile pieno consorzio materiale e affettivo fra i coniugi, quanto piuttosto il protrarsi della tolleranza di una coabitazione nella consapevolezza del marito delle problematiche di salute mentale della moglie (come si evince dalla cartella clinica del Dipartimento Salute Mentale di Modena agli atti del giudizio di primo grado) e tenuto conto della necessità di tutelare la figlia allora minore, a tutela della quale erano stati adottati provvedimenti dal Tribunale per i Minorenni.

La domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio è stata quindi correttamente pronunciata, dovendosi certo ritenere venuta meno la comunione materiale e spirituale fra i coniugi e che la stessa non può essere ricostituita, non potendosi considerare il periodo di coabitazione trascorso dopo la separazione dalle odierne parti alla stregua di una convivenza “more uxorio” e dunque configurare la riconciliazione e l’interruzione della separazione.

3.3- Merita invece parziale accoglimento il secondo motivo d’appello.

Va peraltro premesso che non può condividersi la censura di contraddittorietà della motivazione della decisione impugnata, dal momento che all’assunto del Tribunale di Modena secondo il quale «..il benessere familiare si è formato grazie anche al sacrificio personale dell’appellante, a fronte del suo apporto alla conduzione e alla gestione della famiglia..» non è seguito il rigetto della domanda di assegno divorzile, bensì l’accoglimento, con la motivata applicazione dei principi affermati dalla Suprema Corte a Sezioni Unite nella nota sentenza n.18287/2018.

Sulla spettanza in capo alla XX dell’assegno divorzile non vi è contestazione da parte del YY, il quale si è limitato a dichiarare di aver da subìto provveduto al pagamento dell’assegno, né ha interloquito in punto di quantificazione dell’assegno stesso.

Va invece condivisa la necessità di una più approfondita ponderazione in punto di comparazione delle condizioni economico – reddituali delle parti, godendo il YY di un reddito variabile fra i 44.000 e i 49.000 euro annuali (secondo quanto allegato dall’appellante e non contestato dall’appellato) e di molteplici beni immobili, fra i quali la casa familiare nella quale intende rimanere a vivere in via esclusiva, avendo preannunciato di volerne intimare il rilascio alla XX.

Quest’ultima è invece priva di redditi e beni e, per quanto anticipato dal YY — come ora detto — sarà costretta a breve a dover reperire un nuovo alloggio.

L’importo di 500 euro a titolo di assegno divorzile (finalizzato ad assolvere ad una funzione sia assistenziale, comprensiva delle esigenze di vita dell’interessata, che compensativa delle rinunce fatte per la famiglia, per quanto sopra detto), appare insufficiente a tale scopo, ritenendosi congruo un importo complessivo di 800 euro mensili annualmente rivalutabili, tenuto conto del fatto che a breve ella dovrà altresì reperire un alloggio in locazione.

In proposito si osserva da un lato che non può escludersi che la XX (pur ultracinquantenne) possa, attivandosi, reperire qualche occupazione, anche saltuaria (mettendo a frutto le pregresse esperienze e il titolo di studio di ragioniera), dall’altro che l’importo richiesto apoditticamente in misura di 2.500 euro mensili non è ancorato alle effettive capacità dell’obbligato (perché finirebbe per assorbire praticamente l’intero suo reddito mensile) e in ogni caso, com’è noto, perché all’assegno divorzile non è più consentito di attribuire la finalità di mantenere il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio (che oltretutto, non è stato in alcun modo provato essere così elevato).

4- Il pur parziale accoglimento dell’appello induce ad escludere la configurabilità delle ipotesi di cui all’art. 96 c.p.c., anche tenuto conto delle patologie di cui è affetta l’appellante, come emerse dalla documentazione in atti.

5- La riforma — anche se parziale — della sentenza impugnata determina l’obbligo del giudice di appello di procedere d’ufficio ad un nuovo regolamento delle spese processuali, quale conseguenza della pronuncia di merito adottata, alla stregua dell’esito finale della lite.

In tale valutazione va coniugato il parziale accoglimento dell’appello con la prevalente soccombenza della stessa appellante (stante l’infondatezza del motivo principale d’appello, sul vincolo, nonché la notevole riduzione, comunque, dell’importo dell’assegno riconosciuto rispetto a quello richiesto fin dal primo grado 2.500 euro mensili), e pertanto, tenuto conto anche delle condizioni di salute dell’appellante, si ritiene giustificata la compensazione delle spese in misura della metà, con condanna della XX alla rifusione all’appellato della metà delle spese per entrambi i gradi del giudizio.

Tali spese sono liquidate, per l’intero, quanto al primo grado, come da sentenza appellata, in misura di 7.500 per compensi, oltre accessori, e per il presente grado di giudizio, secondo i parametri di cui al punto 12 DM 55/2014, con riguardo al valore indeterminabile della controversia e dell’assenza di attività istruttoria e di trattazione in 5.000 euro (1.960,00 Euro per la fase di studio, 1.350,00 euro per la fase introduttiva ed euro 1.690,00 per la fase decisoria), oltre accessori di legge.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

I – in parziale accoglimento dell’appello proposto da XX avverso la sentenza del Tribunale di Modena n. 1060/2019 del 22 maggio – 1° luglio 2019, e in parziale riforma della sentenza impugnata, determina l’assegno divorzile a carico di YY in favore di XX, in misura di 800,00 euro mensili, annualmente rivalutabili secondo gli indici ISTAT dei prezzi medi al consumo per le famiglie degli operai e impiegati, con la decorrenza prevista dalla suddetta sentenza di primo grado;

II – ferma ogni altra statuizione della decisione impugnata, condanna l’appellante a rifondere all’appellato la metà delle spese di lite, liquidate per l’intero in euro 7.500 per compensi oltre a IVA e c.p.a. come per legge quanto al primo grado e in euro 5.000,00 per compensi, oltre accessori, quanto al presente grado d’appello e le compensa per la restante metà;

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della Prima Sezione Civile della Corte d’Appello, il 23 aprile 2021

Il Consigliere estensore

dott. Antonella Allegra

Il Presidente

OSPEDALE CHE SBAGLIA?? DANNO MORTE OSPEDALE ? COME QUANDO PERCHE ?????

OSPEDALE CHE SBAGLIA?? DANNO MORTE OSPEDALE ? COME QUANDO PERCHE ?????

OSPEDALE CHE SBAGLIA?? DANNO MORTE OSPEDALE ? COME QUANDO PERCHE ????? chiama subito 051 6447838 avvocato sergio armaroli esperto gravi danni malasanità risarcimento

Il principio di correttezza e buona fede – il quale, secondo la Relazione ministeriale al codice civile, “richiama nella sfera del creditore la considerazione dell’interesse del debitore e nella sfera del debitore il giusto riguardo all’interesse del creditore” – deve essere inteso in senso oggettivo ed enuncia un dovere di solidarietà

OSPEDALE CHE SBAGLIA?? DANNO MORTE OSPEDALE ? COME QUANDO PERCHE ????? chiama subito 051 6447838 avvocato sergio armaroli esperto gravi danni malasanità risarcimento

Sez. U, Sentenza n. 28056 del 25/11/2008 (Rv. 605685)

Il principio di correttezza e buona fede – il quale, secondo la Relazione ministeriale al codice civile, “richiama nella sfera del creditore la considerazione dell’interesse del debitore e nella sfera del debitore il giusto riguardo all’interesse del creditore” – deve essere inteso in senso oggettivo ed enuncia un dovere di solidarietà, fondato sull’art. 2 della Costituzione, che, operando come un criterio di reciprocità, esplica la sua rilevanza nell’imporre a ciascuna delle parti del rapporto obbligatorio,

il dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali o di quanto espressamente stabilito da singole norme di legge, sicché dalla violazione di tale regola di comportamento può discendere, anche di per sé, un danno risarcibile. (Nella specie, è stata confermata la sentenza di merito che aveva condannato il Consiglio Nazionale delle Ricerche – CNR –

al pagamento, in favore di un proprio dipendente, della somma corrispondente agli interessi maturati sulle quote annualmente accantonate di trattamento di fine rapporto a causa degli investimenti delle stesse in buoni postali fruttiferi, secondo quanto previsto dal d.p.c.m. 8 giugno 1946, effettuati tardivamente rispetto alle scadenze fissate da delibere della Giunta amministrativa dello stesso CNR).

. Pregiudiziale è l’esame dell’eccezione formulata con il primo motivo da entrambi i ricorrenti, che è peraltro infondata. Con la richiesta di rinvio a giudizio erano stati, infatti, contestati agli imputati i due reati previsti rispettivamente dall’art. 591 e dall’art. 611 c.p., non in concorso formale tra loro, posto che colui il quale esercita violenza o minaccia per costringere taluno a commettere un reato risponde, secondo gli ordinari principi in tema di concorso di persone, anche del successivo reato eventualmente commesso dal soggetto coartato, fermo restando che la coartazione e la consumazione del reato cui la stessa è finalizzata integrano fatti distinti ed autonomi (ex multis Sez. 2, Sentenza n. 42789 del 22/10/2003, Capalbo, Rv. 227312). Il G.u.p., ritenendo non essersi realizzata la fattispecie di abbandono di minori, ha dunque correttamente pronunziato sentenza di non luogo a procedere con esclusivo riferimento al reato di cui all’art. 591 c.p., ed altrettanto correttamente ha proceduto a riqualificare l’ulteriore condotta contestata agli imputati come violenza privata, disponendo contestualmente il rinvio a giudizio degli imputati per tale reato. In definitiva, contrariamente a quanto sostenuto nei ricorsi, le due decisioni non hanno riguardato il medesimo fatto, risultando dunque priva di qualsiasi fondamento l’eccezione sollevata in proposito.

Manifestamente infondata è altresì la denunzia da parte della S. della violazione del principio di correlazione in riferimento alla riqualificazione in violenza privata dei fatti originariamente contestati ai sensi dei menzionati artt. 611 e 591 c.p.. Infatti il G.u.p. ha fatto buon governo del potere di attribuire la corretta qualificazione giuridica una volta escluso che gli stessi integrassero anche il reato di abbandono di minori originariamente ipotizzato, posto che tale operazione non ha in alcun modo inciso sulla descrizione del fatto contestato, rimasto identico nei suoi elementi essenziali. Men che meno si configura una violazione dell’art. 521 c.p.p., in capo al Tribunale o alla Corte d’appello, che hanno condannato l’imputata esattamente per il reato contestatole nel decreto che dispone il giudizio. Inconferente è poi il riferimento operato dalla ricorrente al c.d. “(OMISSIS)”, posto che già a partire dal dibattimento di primo grado l’imputata è stata posta in grado di contraddire sulla nuova qualificazione giuridica, la cui adozione era peraltro tutt’altro che imprevedibile una volta sollecitato nell’udienza preliminare il proscioglimento per il reato di abbandono di minori.

  1. Le comuni censure proposte dai ricorrenti in merito all’inconfigurabilità del reato di violenza privata per carenza dell’elemento oggettivo sono invece sostanzialmente generiche o versate in fatto.

Cass. pen., Sez. IV, Sentenza, 02/03/2021, n. 10152 (rv. 280954-03)

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PROFESSIONISTI – Medici e chirurghi – Colpa professionale medica – Istituzioni sanitarie complesse – Soggetto in posizione apicale – Posizione di garanzia – Contenuto – Fattispecie

Il medico in posizione apicale risponde dell’evento lesivo conseguente alla condotta colposa del medico di livello funzionale inferiore a cui abbia trasferito la cura del singolo paziente, ove non abbia correttamente svolto i propri compiti di organizzazione, direzione, coordinamento e controllo, volti a prevenire ogni possibile danno ai pazienti. (La Corte, in applicazione di tale principio, ha ritenuto immune da censure la sentenza che aveva riconosciuto la responsabilità penale del primario di una divisione di anestesia di un ospedale per l’omicidio colposo di un paziente, deceduto in conseguenza di un difetto di ventilazione durante un intervento chirurgico, per non avere vietato l’utilizzo per l’anestesia di un apparecchio obsoleto e privo di allarme acustico in caso di interruzione nell’erogazione di ossigeno, da parte di un anestesista inesperto, in quanto privo di specializzazione e di limitatissima esperienza). (Rigetta in parte, CORTE APPELLO BRESCIA, 17/01/2019)

Cass. pen., Sez. V, Sent., (data ud. 22/09/2021) 17/11/2021, n. 41824

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MICCOLI Grazia – Presidente –

Dott. SCARLINI Enrico V. S. – Consigliere –

Dott. PISTORELLI Luca – rel. Consigliere –

Dott. SESSA Renata – Consigliere –

Dott. BRANCACCIO Matilde – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso proposto da:

R.M., nato a (OMISSIS);

S.H., nata in (OMISSIS);

avverso la sentenza del 12/1/2021 della Corte d’appello di Salerno;

visti gli atti, il provvedimento impugnato ed il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Luca Pistorelli;

udito il Pubblico Ministero in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. BIRRITTERI Luigi, che ha concluso per l’annullamento senza rinvio limitatamente alla contestata aggravante e per il rigetto nel resto dei ricorsi;

uditi per gli imputati l’avv. Riccardo Polidoro e l’avv. Giuliana Traro Genoino, che hanno concluso chiedendo l’accoglimento dei ricorsi proposti nell’interesse dei rispettivi assistiti.

Svolgimento del processo

  1. Con la sentenza impugnata la Corte d’appello di Salerno ha confermato la condanna di R.M. e S.H. per il reato di violenza privata. Agli imputati è contestato di aver costretto in concorso tra loro la figlia della S., minorenne all’epoca dei fatti, ad abbandonare la propria figlia nell’ospedale dopo averla partorita.
  2. Avverso la sentenza ricorrono entrambi gli imputati.

2.1 Il ricorso proposto nell’interesse del R. articola sei motivi.

2.1.1 Con il primo viene eccepita la nullità del decreto che dispone il giudizio per il reato di violenza privata emesso dal G.u.p. dopo aver pronunziato sentenza di non luogo a procedere per insussistenza del fatto in riferimento all’originaria imputazione formulata dal pubblico ministero in relazione ai reati di cui agli artt. 611 e 591 c.p., In tal senso il ricorrente lamenta l’insanabile contrasto dell’atto con il disposto degli artt. 423424 e 649 c.p.p., e la sua conseguente abnormità, denunziando altresì la conseguente nullità di entrambe le sentenze di merito, nonchè la manifesta illogicità con la quale la Corte territoriale ha respinto l’analoga eccezione sollevata con il gravame di merito.

2.1.2 Con il secondo motivo il ricorrente lamenta vizi di motivazione per l’omessa considerazione delle dichiarazioni spontanee rese dalla S. nel giudizio di secondo grado, come dimostrato dal fatto che la sentenza ha ritenuto assenti gli imputati invece presenti all’udienza d’appello. Ulteriori vizi di motivazione vengono dedotti con il terzo motivo in merito alla configurabilità del reato contestato. In proposito viene evidenziato che dalle testimonianze dei coniugi P. emergerebbe come la minore, una volta uscita dall’ospedale, sia stata completamente libera di autodeterminarsi. Circostanza questa pretermessa nella ricostruzione del fatto svolta dalla Corte territoriale, nonostante le sollecitazioni svolte sul punto nei motivi d’appello in ragione dell’apodittica motivazione con la quale il giudice di primo grado aveva ritenuto che alla giovane fosse stata impedito di tornare in ospedale o di comunicare con il proprio fidanzato.

2.1.3 Ancora vizi di motivazione vengono denunziati con il quarto motivo in merito all’affermazione del concorso del R. nella consumazione del reato. La Corte non avrebbe infatti dimostrato alcun concreto coinvolgimento dell’imputato nelle decisioni che hanno riguardato la minore, limitandosi a formulare delle preoccupazioni sulla gravidanza della medesima, mentre sarebbe pacifico che egli non era presente in ospedale al momento del parto o successivamente quando la stessa ha lasciato il nosocomio.

2.1.4 Con il quinto motivo il ricorrente eccepisce l’erronea applicazione della legge penale in merito al riconoscimento dell’aggravante di cui all’art. 112 comma 1 n. 3 c.p., la cui contestazione era connessa all’originaria qualificazione del fatto ai sensi degli artt. 611 e 591 c.p., ma che a seguito della già ricordata decisione del G.u.p. sarebbe rimasta priva di significato. E sempre con riguardo alla menzionata aggravante con il sesto motivo il ricorrente lamenta che comunque il R. non aveva alcuna autorità ovvero potere di direzione o vigilanza sulla minore, che non è sua figlia e non era con il medesimo convivente.

2.2 Il ricorso proposto nell’interesse della S. articola cinque motivi.

2.2.1 Con il primo viene riproposta con identità di argomentazioni l’eccezione processuale sollevata con il corrispondente motivo del ricorso del R., alla cui illustrazione pertanto si rinvia. Con il secondo motivo la ricorrente invece deduce violazione del principio di correlazione e del contraddittorio in merito alla riqualificazione operata dal G.u.p. dei fatti per cui ha disposto il rinvio a giudizio e per cui è intervenuta condanna.

2.2.2 Con il terzo motivo, analogamente a quanto dedotto con il secondo motivo del ricorso del R., viene eccepita l’omessa valutazione delle dichiarazioni spontanee rese dall’imputata, erroneamente considerata assente nel giudizio d’appello. Con il quarto motivo la ricorrente denunzia invece vizi di motivazione in merito alla sussistenza del reato contestato. In tal senso lamenta che la Corte territoriale avrebbe ignorato le produzioni difensive e le prove idonee a dimostrare come la minore non sia mai stato oggetto di violenza o minaccia ovvero di limitazioni della sua libertà di movimento ed avesse invece, durante il ricovero, manifestato la sua intenzione di lasciare l’Italia dimostrandosi totalmente disinteressata alla sorte della neonata. Con il quinto motivo vengono infine riproposte le doglianze ad oggetto l’insussistenza della ritenuta aggravante di cui all’art. 112 comma 3 c.p., già illustrate trattando il quinto motivo del ricorso del R..

Motivi della decisione

  1. I ricorsi sono nel loro complesso infondati e devono pertanto essere rigettati.
  2. Pregiudiziale è l’esame dell’eccezione formulata con il primo motivo da entrambi i ricorrenti, che è peraltro infondata. Con la richiesta di rinvio a giudizio erano stati, infatti, contestati agli imputati i due reati previsti rispettivamente dall’art. 591 e dall’art. 611c.p., non in concorso formale tra loro, posto che colui il quale esercita violenza o minaccia per costringere taluno a commettere un reato risponde, secondo gli ordinari principi in tema di concorso di persone, anche del successivo reato eventualmente commesso dal soggetto coartato, fermo restando che la coartazione e la consumazione del reato cui la stessa è finalizzata integrano fatti distinti ed autonomi (ex multis Sez. 2, Sentenza n. 42789 del 22/10/2003, Capalbo, Rv. 227312). Il G.u.p., ritenendo non essersi realizzata la fattispecie di abbandono di minori, ha dunque correttamente pronunziato sentenza di non luogo a procedere con esclusivo riferimento al reato di cui all’art. 591c.p., ed altrettanto correttamente ha proceduto a riqualificare l’ulteriore condotta contestata agli imputati come violenza privata, disponendo contestualmente il rinvio a giudizio degli imputati per tale reato. In definitiva, contrariamente a quanto sostenuto nei ricorsi, le due decisioni non hanno riguardato il medesimo fatto, risultando dunque priva di qualsiasi fondamento l’eccezione sollevata in proposito.

Manifestamente infondata è altresì la denunzia da parte della S. della violazione del principio di correlazione in riferimento alla riqualificazione in violenza privata dei fatti originariamente contestati ai sensi dei menzionati artt. 611 e 591 c.p.. Infatti il G.u.p. ha fatto buon governo del potere di attribuire la corretta qualificazione giuridica una volta escluso che gli stessi integrassero anche il reato di abbandono di minori originariamente ipotizzato, posto che tale operazione non ha in alcun modo inciso sulla descrizione del fatto contestato, rimasto identico nei suoi elementi essenziali. Men che meno si configura una violazione dell’art. 521 c.p.p., in capo al Tribunale o alla Corte d’appello, che hanno condannato l’imputata esattamente per il reato contestatole nel decreto che dispone il giudizio. Inconferente è poi il riferimento operato dalla ricorrente al c.d. “(OMISSIS)”, posto che già a partire dal dibattimento di primo grado l’imputata è stata posta in grado di contraddire sulla nuova qualificazione giuridica, la cui adozione era peraltro tutt’altro che imprevedibile una volta sollecitato nell’udienza preliminare il proscioglimento per il reato di abbandono di minori.

  1. Le comuni censure proposte dai ricorrenti in merito all’inconfigurabilità del reato di violenza privata per carenza dell’elemento oggettivo sono invece sostanzialmente generiche o versate in fatto.

La prova che la minore sia stata costretta ad abbandonare la figlia neonata in ospedale è stata tratta dalla Corte anzitutto dalle dichiarazioni della stessa, nemmeno prese in considerazione nei ricorsi, che peraltro non ne hanno posto in discussione l’attendibilità. Peraltro le doglianze svolte dalla S. sono dichiaratamente finalizzate ad evidenziare come la minore non sia stata ostacolata nella sua libertà di movimento, circostanza irrilevante ai fini della configurabilità del reato contestato, il quale, come noto, ha ad oggetto la libertà di autodeterminarsi della vittima. Le ulteriori considerazioni svolte dalla sentenza sui comportamenti pregressi tenuti dagli imputati risultano logicamente funzionali alla dimostrazione della progressiva maturazione dell’intento delittuoso e del contributo prestato dal R. nel costringere la minore a non farsi carico della figlia neonata. Non corrisponde poi al vero che, come contestato in entrambi i ricorsi, la sentenza non abbia affrontato il tema relativo agli sviluppi successivi all’uscita della minore dall’ospedale dove aveva partorito. La Corte, lungi dal riproporre sul punto il percorso argomentativo del giudice di primo grado di cui i ricorrenti si erano doluti con i gravami di merito, ha fornito una logica spiegazione delle ragioni per cui la giovane, una volta affidata ai coniugi P., non abbia perseguito la sua originaria intenzione. Il giudice dell’appello ha dunque escluso che in tale frangente siano state esercitate ulteriori pressioni sulla persona offesa, mentre l’obiezione per cui invece da tale circostanza dovrebbe trarsi la prova che la decisione di abbandonare – seppure non in maniera lecita alla luce di quanto previsto dal D.P.R. n. 396 del 2000art. 30 comma 2, – rappresenta una mera valutazione di merito sul suo significato probatorio, incapace di intaccare il ragionamento articolato in sentenza e con il quale, ancora una volta, i ricorsi invero non si sono confrontati.

Allo stesso modo i ricorrenti, nel ribadire la valenza probatoria delle presunte confidenze rilasciate dalla minore alla sorella, hanno radicalmente pretermesso la puntuale confutazione che di tale valenza la Corte ha effettuato. Inammissibili sono infine le censure della S. in merito alla omessa considerazione delle censure svolte sul punto con i motivi d’appello e che solo genericamente vengono evocate nel ricorso, così come quelle legate all’omessa considerazione delle dichiarazioni rese dalla teste M., la cui decisività non viene però evidenziata, posto che appare del tutto coerente ai fatti accertati che la minore, una volta assoggettatasi alla volontà degli imputati, abbia rifiutato di vedere la neonata.

  1. Manifestamente infondati e generici sono poi il secondo motivo del ricorso del R. ed il terzo di quello della S.. E’ sì vero che a p. 7 della sentenza impugnata, nel riassumere lo svolgimento del processo di secondo grado, la Corte ha erroneamente ritenuto che gli imputati siano rimasti assenti nel giudizio d’appello, ma si tratta all’evidenza di un mero lapsus calami privo di conseguenze, come dimostra l’intestazione della stessa sentenza, nella quale correttamente viene dato atto della presenza dei medesimi all’udienza. L’obiezione per cui tale errore rivelerebbe, invece, l’omessa valutazione delle dichiarazioni spontanee rese dalla S. non solo è assertiva, ma risulta per l’appunto generica nella misura in cui non ne viene riportato il contenuto ed illustrata la decisività, fermo restando che, secondo l’insegnamento di questa Corte, le dichiarazioni spontanee, rese ai sensi dell’art. 494c.p.p., in appello prima della discussione dall’imputato sottrattosi al contraddittorio, non sono idonee a confutare il quadro probatorio complessivamente considerato, non potendo essere equiparate alle dichiarazioni rese in sede di esame, nè utilizzate come prove a carico di terzi (ex multis Sez. 2, Sentenza n. 30653 del 24/09/2020, Capasso, Rv. 279911).

Il quarto motivo del ricorso del R. è infondato. La Corte territoriale non ha mai messo in dubbio che l’imputato non sia stato presente durante la degenza della minore, ma ha fondato la prova del suo concorso nel reato sui comportamenti precedentemente tenuti dal medesimo e su quanto riferito alla stessa minore della madre. Lo sviluppo argomentativo dei giudici dell’appello è tutt’altro che illogico, come invece lamentato, mentre le ulteriori obiezioni difensive sul punto si risolvono nella mera rilettura in chiave alternativa del significato di tali comportamenti, la quale tende ad ottenere una rivalutazione del compendio probatorio non consentita in questa sede.

  1. Quanto, infine, alle residue doglianze avanzate con entrambi i ricorsi, deve osservarsi che certamente la Corte ha errato nel ritenere ancora attuale la contestazione dell’aggravante di cui all’art. 112c.p., comma 1 n. 3, implicitamente esclusa a seguito dell’avvenuta riqualificazione del delitto di cui all’art. 611c.p. in quello previsto invece dall’art. 610 c.p.. Ciò non di meno le censure dei ricorrenti sul punto risultano inammissibili. Per il consolidato orientamento di questa Corte, infatti, è inammissibile per carenza di interesse l’impugnazione dell’imputato preordinata ad ottenere l’esclusione di una circostanza aggravante quando la stessa sia stata già ritenuta subvalente rispetto alle riconosciute attenuanti (ex multis Sez. 1, Sentenza n. 43269 del 25/09/2019, R. Rv. 277144). Nel caso di specie la Corte non solo ha ritenuto le attenuanti generiche prevalenti sulla menzionata aggravante, ma nemmeno ha dimostrato di tenerne effettivamente conto ai fini della commisurazione della pena base sulla quale è stata operata la diminuzione all’esito del giudizio di bilanciamento (nè i ricorrenti hanno in qualche modo eccepito il contrario).

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n.196 del 2003D.Lgs. 30/06/2003, n. 196, art. 52 in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2021

Separazione SEPARAZIONE TRAUMATICA BOLOGNA ??? DIVORZIO?? CASA CONIUGALE?? BOLOGNA?? TRIBUNALE??

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  1. SEPARAZIONE TRAUMATICA? SI PURTROPPO LO E’ E LO E’ PER TUTTI CHI PIU’ CHI MENO.

  2. PRCHE’ SEPARARSI NON E’ CERTO UNA GIOIA,

  1. PERCHE’ SEPARARSI VUOL DIRE AFFRONTARE UNA MOLTITUDINE DI PROBLEMATICHE MOLTE PROBLEMATICHE PRATICHE:

  2. ESEMPIO DUE MACCHINE, DOPPIO AFFITTO, DOPPIE BOLLETTE,

  1. I FIGLI, CHE SPESSO VENGONO SBALLOTTATI DA UN GENITORE All’altro e devono vivere magari in famiglie allargate ,genitori che hanno nuovi compagni muove mogli o mariti …….

SEPARAZIONE TRAUMATICA BOLOGNA ??? DIVORZIO?? CASA CONIUGALE?? BOLOGNA?? TRIBUNALE??

  1. Vi sono poi e sono molto complesse le problematiche economiche, casa coniugale affidata di solito alla moglie con figli minori, conti correnti da dividere, somme sulle quali i coniugi litigano

  1. Mobil idi casa di chi sono?come si dividono?

  1. Il cane io il gatto a chi va???

DAI CHE CE LA FACCIAMO

Ho sviluppato una specifica competenza nelle delicate vicende della crisi familiare quali la separazione, il divorzio e l’affidamento di figli minori, affrontandole in maniera trasversale, sia sotto il profilo economico con apposite ispezioni e valutazioni patrimoniali, sia sotto il profilo più strettamente umano, fornendo al cliente un supporto legale costante che garantisca un adeguato strumento per risolvere le problematiche tipiche del diritto di famiglia.

Separazione

Lo studio affronta la tematica con una attenzione particolare alla composizione della crisi familiare ed alla tutela dei minori, cercando di pervenire – se possibile- ad una definizione consensuale della separazione anche in sede giudiziale tramite il deposito di conclusioni congiunte. Nell’ambito della procedura giudiziale l’assistenza si incentra, da un lato sulle eventuali richieste patrimoniali, dall’altro – in caso di presenza di minori – sulla disciplina del calendario di affidamento.

Diritto di famiglia

Ho seguito separazioni e divorzi di ogni tipo, a partire dalle coppie con figli con intolleranza di convivenza, fino a casi più complessi di tradimento e di violenza familiare. Risoluzione di punti critici quali ad esempio l’affidamento e le questioni patrimoniali. Fornisco sia assistenza per il separazione consensuali che giudiziali sia divorzio congiunto che giudiziale, qualora non si riuscisse ad ottenere un accordo condiviso. Giudizi di separazione e divorzio (consensuali/congiunti e giudiziali/contenziosi); responsabilita’ genitoriale, affido condiviso ed esclusivo, alimenti, assegno di mantenimento coniuge, trasferimenti immobiliari in sede di separazione e divorzio, pratiche di divisione mutuoi cointestati a seguito di separazione e divorzio. Ho seguito molteplici coppie di separandi riuscendo ad appianare gravi conflittualità familiari e altresì trasformando situazioni di elevato contrasto in giudizi consensuali; Mi è capitato anche di riuscire a determinare l’assegnazione della residenza familiare in favore del genitore non collocatario prevalente della prole a seguito appunto di un sensibile appianamento dei contrasti tra le parti e attraverso una scelta condivisa.

Ho seguito separazioni e divorzi di ogni tipo, a partire dalle coppie con figli con intolleranza di convivenza, fino a casi più complessi di tradimento e di violenza familiare.
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Ho seguito tantissimi casi di separazione curando in modo particolare i profili attinenti alla tutela economica del coniuge debole e quella dei figli minori o maggiorenti non economicamente autosufficienti.

Risoluzione di punti critici quali ad esempio l’affidamento e le questioni patrimoniali. Fornisco sia assistenza per il separazione consensuali che giudiziali sia divorzio congiunto che giudiziale, qualora non si riuscisse ad ottenere un accordo condiviso.

Divorzio

Ho seguito molteplici coppie di divorziandi riuscendo ad appianare gravi conflittualità familiari e altresì trasformando situazioni di elevato contrasto in giudizi consensuali. ra evidenziato in ambito di separazioni, ho trattato spesso pratiche di divorzio. Lo sciogliemento di un matriminio, sia in giudizio, che in caso di accordi consensuali è sempre molto delicato, specialmente alla presenza di figli minori, interesse prioritario in questo tipo di pratiche. Connessione, focalizzazione alla soluzione e alla tutela del cliente , mi hanno portato spesso ad impostare buoni accordi, con soddisfazione del cliente, ove vi sia stata apertura al dialogo delle controparti . Fermo restando il diritto di difesa del cliente nei casi in cui vi siano state chiusure al dialogo.

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CAMIONISTI RIMORCHI NON HA SEMPRE TORTO NEGLI INCIDENTI

CAMIONISTI RIMORCHI NON HA SEMPRE TORTO NEGLI INCIDENTI

ha l’obbligo non solo di dare la precedenza ai veicoli provenienti da destra, ma ha anche l’obbligo, derivante dalla comune prudenza, di assicurarsi prima di svoltare, che non sopravvengano veicoli a tergo, ai

L’autista del T. non ha dunque superato il principio di paritetica responsabilità poiché il conducente di un veicolo a motore che, ad un crocevia fra strade pubbliche, debba svoltare a sinistra, ha l’obbligo non solo di dare la precedenza ai veicoli provenienti da destra, ma ha anche l’obbligo, derivante dalla comune prudenza, di assicurarsi prima di svoltare, che non sopravvengano veicoli a tergo, ai quali spetta al pari la precedenza, addirittura, ancorché si trovino in una illegittima fase di sorpasso. In questo caso non vi fu sorpasso, ma un inserimento dell’auto, intenzionata a svoltare a sinistra, in zona interdetta mentre il mezzo pesante si spostava verso sinistra. L’autista, non avendo verificato, come avrebbe dovuto, la libertà posteriore del proprio campo di manovra, impattò lo specchietto laterale destro dell’auto, che per tale motivo, si spostò sull’opposta corsia. Ciò, si ripete, è attestato dagli esiti di consulenza tecnica che fanno riferimento alla velocità tenuta dall’auto in affiancamento e all’angolo di “uscita” della stessa nell’opposta corsia ove è avvenuto lo schianto fatale Correttamente il Giudice argomenta in tal senso ed afferma che “considerata la lunghezza dell’autoarticolato ne consegue che verosimilmente al momento del contatto l’autovettura si trovava da alcuni istanti nella porzione della carreggiata delimitata da linee di raccordo ed evidenziata da strisce zebrate ” e di conseguenza che ” data la posizione di quiete dell’autoarticolato Man, quest’ultimo non era sicuramente fermo al momento dell’urto contro la Mercedes” e che dunque la presenza dell’autovettura Mercedes sulla sinistra dell’autoarticolato Man fosse percepibile dal conducente P. qualche istante prima del contatto tra i due veicoli.

 

Corte d’Appello Venezia, Sez. IV, Sent., 11/12/2020, n. 3266

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI VENEZIA

SEZIONE QUARTA CIVILE

Composta dai Signori Magistrati

Dott. Giovanna SANFRATELLO – Presidente

Dott. Lisa MICOCHERO – Consigliere

Dott. Adele SAVASTANO – Consigliere est.

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

Nella CAUSA CIVILE in grado di appello iscritta al n. 2437 del Ruolo Generale dell’anno 2016

TRA

U.U.C., (C.F. (…)), rappresentato e difeso dall’Avv.to SEMENZATO COSTANZA e dall’Avv.to PRANDO RICCARDO ((…)) Indirizzo Telematico; e con domicilio eletto in Indirizzo Telematico

PARTE APPELLANTE

CONTRO

E.C. , (C.F. (…)),rappresentato e difeso dall’Avv.to TOGNON SERGIO e dall’Avv.to BROCCA CLAUDIA ((…)) CORSO DEL POPOLO 70 VENEZIA MESTRE; TOGNON CRISTIANA ((…)) VIA S. EUFEMIA N. 1 35100 PADOVA; TOGNON JACOPO ((…)) VIA S. EUFEMIA 1 35121 PADOVA; e con domicilio eletto in VIA S. EUFEMIA, 1 35121 PADOVA

PARTE APPELLATA

U.U.C. , rappresentato e difeso dall’Avv.to PRANDO RICCARDO e dall’Avv.to e con domicilio eletto in Indirizzo Telematico

PARTE APPELLATA

A.P.

PARTE APPELLATA CONTUMACE

  1. S.C. ,

PARTE APPELLATA CONTUMACE

V.A. S.P.A. , (C.F. (…)), rappresentato e difeso dall’Avv.to TOGNON SERGIO e con domicilio eletto in VIA S. EUFEMIA N. 1 35112 PADOVA

PARTE APPELLATA

N.R. , (C.F. (…)),rappresentato e difeso dall’Avv.to ROCCA RICCARDO e con domicilio eletto in VIA NAVIGAZIONE INTERNA 51 35129 PADOVA

PARTE APPELLATA

D.M. , (C.F. (…)), rappresentato e difeso dall’Avv.to TOGNON SERGIO e dall’Avv.to BROCCA CLAUDIA ((…)) CORSO DEL POPOLO, 70 30170 MESTRE; TOGNON CRISTIANA ((…)) VIA S. EUFEMIA N. 1 35100 PADOVA; TOGNON JACOPO ((…)) VIA S EUFEMIA 1 35121 PADOVA; e con domicilio eletto in VIA S. EUFEMIA, 1 35121 PADOVA

PARTE APPELLATA

G.I. S.P.A. , (C.F. (…)), rappresentato e difeso dall’Avv.to CALCAGNO MARCELLO e dall’Avv.to KUSSTATSCHER ANNA ((…)) VIA TOMMASEO 15 PADOVA; e con domicilio eletto in PIAZZA A. ORIANI, 3/4 16154 GENOVA

PARTE APPELLATA

Oggetto: appello avverso la sentenza n.2375/2016 del Tribunale di Padova emessa in data 3.8.2016

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

La complessa vicenda oggetto del processo, riguarda i danni conseguenti a un sinistro stradale mortale accaduto il 29 settembre 2011, verso le ore 22.25 sulla SS Romea, in cui perse la vita D.M..

Per tale vicenda, in primo grado, furono instaurati tre procedimenti, successivamente riuniti (n. 5405/12 R.G., 13101/13 R.G. e 11138/13 R.G.) In via di fatto, il sinistro avvenne, nel tempo e luogo sopra indicati, lungo un tratto rettilineo della S.S. n. 309 “Romea” all’altezza dell’intersezione con la laterale sinistra S.R. n. 105 “Cavarzere Romea”, laddove la carreggiata che presenta due corsie, una per senso di marcia, si allarga per l’inserimento di corsie di preselezione per la svolta e di accelerazione e decelerazione per l’immissione da e per la S.R. n. 105.

Le corsie di preselezione erano e sono precedute da apposite isole di traffico realizzate da strisce zebrate, comprese fra la doppia linea continua di mezzeria e le strisce orizzontali di raccordo.

I veicoli coinvolti nel sinistro erano:

– il complesso veicolare costituito da una motrice DAF FT XF 105 510, tg. (…) e un semirimorchio Schmits tg. (…), condotti da R.

N., che procedeva secondo la direttrice di marcia Venezia – Chioggia. Il trattore era utilizzato da R.N. in forza del contratto di leasing 18 settembre 2008 con P.F.I. s.r.l. ed era assicurato con I.A. s.p.a.;

– l’automobile Mercedes classe A 180, tg. (…), condotta dalla persona deceduta, D.M., che procedeva da Chioggia verso Venezia. L’automobile era di proprietà di E.C. e assicurata con V.A. s.p.a.;

– il complesso veicolare rumeno MAN tg. (…)- (…), di proprietà di S.B. s.r.l e condotto da A.P., che procedeva verso Venezia.

Nella causa 5405/2012, l’autotrasportatore N.R., conducente del complesso veicolare DAF, aveva agito per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali subiti, che quantificava in Euro 67.042,85, (detratta la somma di Euro 50.000 già versata da G.I. per polizza K.) nei confronti della proprietaria dell’automobile Mercedes classe A, E.C. e della compagnia V.A. s.p.a..

In tale causa si costituiva V.A. (E.C. rimaneva contumace) chiedendo di dichiarare l’improcedibilità della domanda per mancato esperimento del tentativo di mediazione obbligatoria e, nel merito di respingere la domanda per difetto di legittimazione attiva e, comunque, valutando il concorso di colpa dell’attore.

Nella causa riunita n.1301/2013, D.M. e E.C., genitori della deceduta D.M., e V.A. ( assicuratrice dell’auto di proprietà di C.E. e condotta da D.M.), avevano agito per ottenere da U. il risarcimento dei danni non patrimoniali quantificati in Euro 230.000 per ciascun genitore, citando come litisconsorte la società proprietaria del complesso veicolare MAN e quindi, B. srl.

In tale causa U., costituendosi, eccepiva l’improcedibilità perché gli attori non avevano comunicato ad A.I. srl ( soggetto delgato da U. per la gestione del sinistro) i propri codici fiscali e chiedeva il rigetto delle domande attoree, poiché il procedimento penale era stato archiviato sul presupposto che la M. avesse effettuato un sorpasso vietato, invadendo la corsia ove transitava, in senso opposto, il T. di R.N. e colpendo” di rimbalzo ” il T. condotto da P., ed, in via subordinata, contestava il quantum risarcitorio richiesto.

Nella causa 11138/13 G.I., avendo corrisposto a N.R., locatario del complesso veicolare DAF, la somma di Euro 50.000, surrogandosi al proprio assicurato, aveva agito nei confronti di U., di B. srl e dell’autista P. (proprietaria e conducente del complesso veicolare MAN) per il rimborso dell’indennizzo ed U. (assistito da Avv. Costanza Semenzato) costituendosi, aveva chiamato in causa E.C., proprietaria dell’automobile. B. srl e P. erano rimasti contumaci

In questo procedimento si era costituita V.A. che aveva chiesto il rigetto della domanda di U. verso C.E., considerando unico responsabile dell’incidente P.A. ed in subordine, contestato il quantum risarcitorio richiesto da R.N., aveva chiesto dichiararsi comunque, il concorso di colpa minoritario di M.D.. U., costituendosi aveva chiesto il rigetto della domanda di G.A. negando qualsiasi responsabilità di P. e, in via subordinata, chiedendo l’accertamento del quantum ed, in via riconvenzionale, il diritto di regresso di U. verso E.C. con richiesta di manleva/regresso di quanto U. fosse condannata a pagare in favore di parte attrice in caso di accertamento di corresponsabilità di P.

D.M., E.C., V.A. e G.I. richiamavano la ricostruzione operata dal CTP Dinon e dal CTU Gherardo Fais nell’ambito del procedimento n. 5405/2012, laddove al sinistro veniva data parziale diversa ricostruzione, ritenendo plausibile un primo contatto tra l’autovettura ed il T. condotto da P. all’altezza dello specchietto retrovisore destro con manovra evasiva della M. che si spostava nell’opposta corsia di marcia venendo investita dal T. condotto da R.N..

Le richieste di prove orali erano state rigettate, mentre, a seguito della riunione degli originari procedimenti, le parti erano state invitate dal Giudice ad interloquire sulla CTU dinamica, svolta nel procedimento n. 5405/2012 e, all’esito, il CTU aveva depositato una nota integrativa con chiarimenti.

Con sentenza n. 2375/2016 del 3.8.2016, il Giudice del Tribunale di Padova accertava la corresponsabilità del sinistro, nella misura del 50%, di P.A. e D.M., condannando U. a risarcire il danno nei confronti di D.M. ed E.C. nella misura di Euro 100.000 ciascuno oltre rivalutazioni ed interessi; condannava E.C. e V.A. in solido a risarcire il danno subito da R.N. nella misura di Euro 27.159,00 oltre interessi ed oltre agli interessi sulla somma di Euro 77.209,00 come devalutata al settembre 2011 e rivalutata annualmente fino al pagamento da parte di G. della somma di Euro 50.000 e sulla somma residua sino alla sentenza; condannava quindi A.P., B. srl , U. ed E.C. in solido, al pagamento in favore di G.I. della somma di Euro 50.050,00 oltre interessi dalla sentenza al saldo e interessi sulla somma devalutata al momento del pagamento da parte di G. e rivalutata di anno in anno fino alla sentenza, con accertamento del diritto di regresso di U. nei confronti di E.C. per il caso che U. fosse obbligato al pagamento nei confronti di G.I. di una somma eccedente l’effettiva quota di corresponsabilità del 50%.

Quanto alle spese di CTU esse venivano poste a carico per il 50% di E.C. e V.A. e per il residuo 50% a carico di P.B. e U.. Quanto alle spese processuali esse erano poste a carico di C. e V.A. verso R.N.; P.B. srl U. e C. verso G.I.; U. nei confronti di M.D. e E.C.. In particolare il Giudice

1) rigettava l’eccezione di U. di improcedibilità della domanda risarcitoria di M.D. e E.C. per mancata comunicazione dei CF, affermando che la mancata trasmissione di questo dato non aveva impedito ad A.I. di svolgere la propria istruttoria e prendere posizione sul sinistro, ritenendo la causa del sinistro totalmente addebitabile alla deceduta, rigettando quindi, per tale motivo, la richiesta risarcitoria, stragiudizialmente avanzata. L’omissione di trasmissione del CF, contestata da U., come causa di improcedibilità dell’azione giudiziale, non aveva, quindi avuto, secondo il giudicante, alcuna incidenza in ordine alla possibilità della società assicuratrice di provvedere alla valutazione del danno. Il risarcimento era stato negato, all’esito dell’istruttoria comunque svolta dall’Assicurazione, per ragioni sulle quali l’omessa comunicazione del CF era assolutamente ininfluente.

2) In ordine alla ricostruzione del sinistro stradale, il Giudice attribuiva responsabilità paritetica nella causazione dell’evento, ex art. 2054 c.c., a P.A. e M.D.. Valutava a tal fine, le indagini svolte in sede penale ed in particolare le dichiarazioni rese nell’immediatezza da P.A. e N.R.; la CTU dinamica svolta da Gherardo Fais (ritenuta pacificamente utilizzabile nei procedimenti riuniti anche se svolta in uno di essi, essendo stato garantito il contraddittorio). Dava particolare rilievo al distacco dello specchietto laterale destro dell’auto della M., alle tracce di un contatto per “strisciamento” sulla fiancata destra dell’auto, in zona compatibile con le dimensioni del T. condotto dal P., all’angolo d’ingresso dell’auto nell’opposta corsia di marcia, alla velocità dell’auto al momento dell’impatto e alla più che probabile intenzione della M., di svoltare a sinistra per raggiungere la propria abitazione. Riteneva infatti che questi fossero elementi determinanti da cui desumere che l’auto , mentre si inseriva nella corsia di canalizzazione per la svolta a sinistra, transitando nella zona “zebrata” preclusa al transito, aveva subito un urto da parte del T. di P., a sua volta intento a svoltare a sinistra, e che esso fosse antecedente all’urto principale con il T. proveniente dall’opposta corsia, in cui l’auto si era spostata non già nell’esecuzione di un sorpasso proibito, ma solo perchè costretta dalla necessità di evitare l’investimento da parte del T. di P. che l’aveva già attinta.

3) Riteneva, di conseguenza, che il P. non avesse superato la presunzione di paritetica responsabilità, gravando su di lui anche l’obbligo di ispezionare con il proprio specchio retrovisore, lo spazio di manovra retrostante il mezzo, prima di iniziare lo spostamento a sinistra per operare la svolta e per evitare che altri veicoli ( come nella specie avvenuto alla M.) anche tenendo una condotta scorretta ma prevedibile, stessero eseguendo la stessa manovra. In ciò si discostava dalle conclusioni del CTU che aveva ritenuto “imprevedibile” dall’autista del T., la presenza dell’auto nella corsia laterale. Ad avviso del Giudice di prime cure, il P. non avrebbe provato di avere effettuato un “regolare cambio di corsia” nel rispetto delle norme che impongono comportamenti prudenziali anche al fine di prevenire eventuali manovre imprudenti di altri utenti della strada. Riteneva, peraltro, non provato il superamento della presunzione neppure dagli attori, considerata la posizione irregolare della M. anche al momento del primo urto. Riconosceva dunque il diritto dei genitori al risarcimento per la perdita del rapporto parentale e, valutando gli elementi allegati e quelli desumibili in via presuntiva e considerato il concorso di colpa, lo quantificava in Euro 100.000 per ciascun genitore.

4) Quanto al risarcimento dei danni occorsi al T. di R.N., affermata la legittimazione ad agire dello stesso, in presenza di contratto di leasing, richiamava la CTU tecnico estimativa dell’ing. Fais che aveva quantificato in Euro 62.604,58 oltre IVA i costi documentati di ripristino del mezzo, integralmente rimborsabili considerando la non larga eccedenza rispetto al valore ante sinistro del mezzo; riconosceva la somma di Euro 11.400,0 oltre IVA per il fermo tecnico considerato il valore e la durata della locazione di altro mezzo; le spese di recupero del mezzo ( Euro 450,00 oltre IVA) ; negava l’esistenza di danno da lucro cessante e di altre spese risarcibili. Quantificava la somma residua dovuta ( considerata quella già pagata da G.I. per polizza K.) in Euro 27.159,00 e interessi specificamente computati; riconosceva il diritto di surroga ex art. 1916 c.c. di G.I. per il pagamento effettuato nei confronti di P.; Soc. B. e U. e, per effetto di estensione della domanda da parte di U., anche verso il terzo chiamato, E.C. gravando la stessa dell’obbligo di rimborsare a U. quanto questi fosse stato, eventualmente, chiamato a pagare oltre la quota di responsabilità di P.;

5) In ordine alle spese processuali, condannava C. e V. verso N.R.; U. nei confronti di G.I.; U. e B. srl nei confronti di C. e M.. Le spese di CTU erano poste a carico per il 50% di U., P. e B. ed il rimanente 50% a carico dei chi deve rispondere della condotta di guida di M.D.

Contro tale sentenza proponevano separati appelli in via principale U. (quale soggetto già costituito nella causa n. 13101/2013 r.g. del Tribunale di Padova) e, con diverso difensore, U. (quale soggetto già costituito nella causa n. 11138/2013 r.g. del Tribunale di Padova) Si costituivano tutti i convenuti appellati nei due giudizi riuniti (ad esclusione del P. e di B. che venivano dichiarati contumaci); V.A. s.p.a. nonché M. e C. ed E.C. impugnavano a loro volta in via incidentale la sentenza di primo grado.

Essendo stata respinta la richiesta di sospensiva, U. provvedeva ad ottemperare ai provvedimenti di condanna a suo carico di cui alla sentenza di primo grado.

Le cause di appello venivano riunite e veniva fissata udienza di precisazione delle conclusioni per l’11.12.2019. Essendo deceduto il legale di V.A. s.p.a., la Corte dichiarava il procedimento interrotto. Con ricorso depositato il 16.12.2019, U., riassumeva il processo di appello portante e la Corte fissava la nuova udienza di p.c. al 22.4.2020. In ragione dell’emergenza sanitaria la Corte con Provv. dell’8 aprile 2020, dichiarava l’urgenza del procedimento che, all’udienza dematerializzata del 22.4.2020, veniva trattenuta in decisione con concessione dei termini ordinari di legge per il deposito di comparse conclusionali e memorie di replica.

L’appellante U. (difesa dall’Avv. Prando) censurava la sentenza di cui chiedeva integrale riforma, nella parte in cui

1) Aveva respinto l’eccezione di improponibilità della domanda così come azionata da E.C. e D.M.. L’appellante richiamava il disposto letterale degli artt. 145 e 148 Codice delle Assicurazioni e la sentenza C.Cost. 18 aprile 3 maggio 2012 n.111 affermando l’irrilevanza, ai fini dell’improponibilità dell’azione, della condotta dell’assicuratore che non abbia chiesto l’integrazione documentale

2) nella parte in cui aveva respinto la richiesta di rinnovazione della c.t.u. svolta nella causa n. 5405/2012 r.g. ove U. (quale soggetto già costituito nella causa n. 13101/2013 r.g. del Tribunale di Padova) non era parte . Sostiene l’appellante che la successiva sottoposizione al CTU di considerazioni scaturenti dalle obiezioni mosse dal CTP di U., non valga a sanare l’iniziale difetto di contraddittorio tra tutte le parti interessate;

3) nella parte in cui, in applicazione dell’art. 2054 II comma c.c., aveva ritenuto sussistente il concorso colposo paritario di A.P. e D.M. nella produzione dell’evento dannoso del 29.9.2011. L’appellante sostiene che il Tribunale , in ciò discostandosi anche dalla CTU Fais ( che aveva ritenuto: non prevedibile dal P. la presenza dell’auto sulle strisce zebrate ed assenti elementi univoci per ritenere sussistente un tempo di reazione sufficiente per percepirne la presenza ed adottare una manovra correttiva), abbia erroneamente individuato un profilo di corresponsabilità paritaria del P., fondandosi su elementi, (tra cui principalmente il distacco dello specchietto retrovisore dell’auto, in realtà mai rinvenuto e che pertanto avrebbe potuto già essere mancante) non idonei a scalzare il profilo di grave colpa addebitabile alla M., per avere circolato in zona interdetta, sorpassando il T. del P. in prossimità di un crocevia; censurava inoltre, la mancata considerazione dell’archiviazione motivata del procedimento penale a carico di quest’ultimo.

Proponeva appello in via principale anche U. ( Avv. Semenzato). In questo caso l’appellante da un lato censurava la sentenza nei medesimi punti e con le medesime argomentazioni già svolte da U. ( Avv. Prando), chiedendo la restituzione da parte di G.A. di tutte le somme ricevute in esecuzione della sentenza di primo grado e, dall’altro, proponendo due ulteriori profili di censura della sentenza, contestandola laddove il Giudice non aveva sottratto dalla somma di Euro 50.000 corrisposta da G. a R.N., il valore del mezzo “antesinistro” . In accoglimento di tale motivo di appello chiedeva la restituzione da parte di G. delle maggiori somme erogate da U. in esecuzione della sentenza; contestava, infine, la omessa condanna alle spese di lite di E.C. nella causa 11138/2013 con riferimento alla domanda riconvenzionale svolta dalla stessa.

Si costituivano V.A. e C.E. che, in via principale, chiedevano il rigetto degli appelli di U. ed in via di appello incidentale chiedevano di affermare la colpa prevalente di P.A. nella produzione dell’evento lesivo e, di conseguenza, di condannare U.U.C. soc. cons. arl a restituire a V.A. spa quanto pagato in eccedenza a G.I. spa rispetto alla minor quota di spettanza in funzione della minore colpa di D.M..

Si costituivano inoltre D.M. ed E.C. che chiedevano, in via principale, il rigetto dell’appello ed, in via incidentale, con il primo motivo si associavano alla richiesta di V.A. di considerare prevalente il profilo di colpa di P.A. rispetto a quello della figlia D.M. e, con il secondo, chiedevano di vedere riconosciuta, a titolo di danno da perdita parentale, la somma di Euro 230.000 ciascuno, considerando il particolare ed intenso legame con l’unica figlia deceduta.

Si costituiva R.N., chiedendo di dichiarare la propria carenza di legittimazione passiva in ordine alle richieste svolte dagli appellanti in via principale ed incidentale.

Si costituiva G.A. che, quanto all’appello promosso da U. (Avv. Semenzato) chiedeva ne venisse dichiarata l’inammissibilità o comunque che sia questo che l’appello U. ( Avv. Prando), venissero rigettati.

Ritiene la Corte che tanto gli appelli svolti in via principale che quelli svolti in via incidentale vadano rigettati, con conseguente conferma della sentenza impugnata.

Si prende in considerazione, in primo luogo, per ragioni di priorità logica l’eccezione svolta da G.A., in ordine all’inammissibilità di uno dei due appelli proposti con diverso difensore, da U., previa individuazione di quello da dichiarare inammissibile perché “successivo”. Ritiene la Corte che l’eccezione sia infondata. I due appelli risultano, in primo luogo “contemporanei” in quanto sia notificati che iscritti a ruolo nella medesima data (rispettivamente il 27.9.2016 ed il 28.9.2016) il che imporrebbe una scelta puramente formale e fondata sul casuale numero progressivo di ordine di iscrizione che , di per sé è priva di valenza in ordine alle valutazioni da compiere. Per quanto possa essere discutibile la scelta di U. di proporre due separati appelli, motivando esclusivamente “sull’autonomia delle cause riunite nello stesso processo” (come avvenuto avanti al Tribunale di Padova) e sulla “costituzione in primo grado di due distinti procuratori”, tuttavia ritiene il Collegio di respingere l’eccezione proposta, in base alla valutazione della peculiare situazione di contemporanea proposizione degli appelli, che ha impedito anche a G., che solleva l’eccezione, di individuare con precisione l’appello “inammissibile”, se non sotto il profilo che , come già esposto, è puramente casuale, di numero di iscrizione e, soprattutto, alla luce della circostanza che sia intervenuto il provvedimento di riunione,

Gli appelli riuniti proposti da U., sono, comunque, entrambi, da rigettare

Si esamineranno dapprima le doglianze comuni ai due atti originari e, poi, si prenderanno specificamente in considerazione le censure mosse alla sentenza da U. (difeso da Avv. Semenzato)

Va respinto il primo motivo di appello relativo al rigetto da parte del Giudice di prime cure dell’eccezione di improponibilità della domanda così come azionata da E.C. e D.M..

Anche molto di recente, la giurisprudenza ( cfr Sez. 3 , Sentenza n. 1829 del 25/01/2018), proprio richiamando la sentenza della Corte Costituzionale citata dall’appellante a sostegno della propria lettura, del coordinato disposto degli artt. 145 e 148 Codice delle Assicurazioni, in opposto caso, in cui il ricorrente voleva fare valere una interpretazione puramente formale del disposto della norma “cardine” di cui all’art. 145 Codice assicurazioni, “riducendo” quindi i propri obblighi comunicativi nei confronti dell’Assicurazione, ai termini letterali della norma, ha avuto modo di ribadire in modo condivisibile che “…. tale lettura è riduttiva perché non coglie la ratio legis della disposizione”

L’art. 145 Codice delle assicurazioni private, ha, infatti, un chiaro intento deflattivo, essendo evidente la finalità “di razionalizzazione del contenzioso giudiziario, notoriamente inflazionato, nella materia dei sinistri stradali, anche da liti bagatellari” (così Corte Cost., 3 maggio 2012, n. 111). Lo scopo del legislatore non è affidato soltanto alla prevista dilazione temporale (invero modesta) di sessanta/novanta giorni, ma – soprattutto – al procedimento ex art. 148 Codice delle assicurazioni private che, nel prescrivere una partecipazione attiva dell’assicuratore alla trattativa ante causam, mira a propiziare una conciliazione precontenziosa.

Affinché la procedura di risarcimento descritta nella norma ora citata possa operare è indispensabile, quindi, che la compagnia assicuratrice sia posta in condizione di adempiere al dovere impostole e, cioè, di formulare un'”offerta congrua” (cfr in proposito, Cass., Sez. 6-3, Ordinanza n. 19354 del 30/09/2016) Ciò in forza di un requisito non formale ma sostanziale: poiché “la collaborazione tra danneggiato e assicuratore della r.c.a., nella fase stragiudiziale, impone correttezza (art. 1175 c.c.) e buona fede (art. 1375 c.c.)” per consentire all’assicuratore di effettuare l’accertamento e la valutazione del danno, attività finalizzate a una proposta conciliativa che sia concretamente riferibile agli elementi comunicati dal richiedente e potenzialmente idonea ad evitare il giudizio.

A tale finalità normativa di giungere alla “concreta praticabilità di una offerta congrua, meglio realizzabile (e non pretestuosamente eludibile)” fa riferimento in motivazione anche Cass., Sez. 3, Sentenza n. 18940 del 31/07/2017. In particolare quindi la Corte Cost., 3 maggio 2012, n. 111, pone in relazione “l’onere di diligenza, a carico del danneggiato, con l’obbligo di cooperazione imposto all’assicuratore, il quale, proprio in ragione della prescritta specificità di contenuto della istanza risarcitoria, non potrà agevolmente o pretestuosamente disattenderla, essendo tenuto alla formulazione di una proposta adeguata nel quantum”. In definitiva perché l’azione risarcitoria possa essere considerata “improcedibile”, secondo la giurisprudenza, occorre che il danneggiato, “in violazione dei principi di correttezza (art. 1175 cod. civ.) e buona fede (art. 1375 cod. civ.), con la propria condotta abbia impedito all’assicuratore di compiere le attività volte alla formulazione di una congrua offerta ai sensi dell’art. 148″.

Ciò, come già detto, è da escludere, nel caso di specie, considerate le motivazioni del rigetto da parte dell’Assicurazione.

Alla luce di tali premesse, non può, dunque, che condividersi la motivazione del Giudice di prime cure che ha fatto riferimento, per rigettare l’eccezione preliminare qui riproposta, proprio alla completa istruttoria svolta dall’Assicurazione incaricata ed al rigetto della richiesta avanzata dai genitori di D.M. per ragioni riferite alla dinamica del sinistro che prescindevano, quindi, totalmente dalla omessa comunicazione del codice fiscale da parte dei richiedenti.

Va rigettato anche il secondo motivo di appello principale, relativo alla censura sull’utilizzo della CTU dell’Ing. FAIS.

Correttamente il Giudice di prime cure ha escluso qualsiasi inutilizzabilità della stessa, tenendo presente, con riguardo al rispetto del contradditorio, la valutazione da parte del Ctu, sollecitata dal Giudice, nel pieno contraddittorio tra le parti, anche delle obiezioni mosse alla perizia da parte di U.

Costituisce, infatti, un pacifico principio giurisprudenziale che il giudice di merito possa utilizzare, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, anche prove raccolte in un diverso giudizio fra le stesse o anche fra altre parti, come qualsiasi altra produzione delle parti stesse, traendone elementi di convincimento. Tale principio, affermato anche con riferimento a perizie disposte in sede penale è, a fortiori, utilizzabile nel caso di specie, in cui il giudizio aveva ad oggetto una situazione di fatto rilevante in entrambi i processi (Cass civ sez 3, sentenza 6.5.2016 n.9242Cass. civ., Sez. V, 06/02/2009, n. 2904; Sez. III, 29/03/2007, n. 7767; Sez. III, 31/10/2005, n. 21115).

Va rigettata anche la terza doglianza relativa alla affermazione di paritetica responsabilità ai sensi dell’art. 2054 c.c., nella causazione del sinistro tra il conducente del T., P.A. e M.D..

Il Giudice di prime cure ha sottoposto ad accurato vaglio critico il compendio probatorio a sua disposizione, a partire dagli scarni atti del procedimento penale ed, in particolare dalle dichiarazioni rese dai conducenti dei mezzi pesanti , unici soggetti da cui furono assunte, poiché nessuna menzione venne eseguita dai verbalizzanti di eventuali dichiarazioni rese dal soggetto trasportato sul T. di P., il quale, evidentemente, anche considerata la sua posizione nell’abitacolo, non era, dunque, in grado di riferire alcunchè sull’evento). Tale ultima circostanza è il condivisibile motivo per cui il Giudice rigettò la richiesta di assumerne processualmente la testimonianza.

R.N. e P.A. rivestivano, fin dalle prime dichiarazioni alla PG, ruoli potenzialmente coincidenti con quelli di “indagati” ed, in ogni caso, di parti del processo civile. Correttamente dunque il Giudice, in motivazione, sottopone a serrata critica, ermeneutica e logica le stesse, confrontandole altresì con risultanze peritali e giungendo alla conclusione, logica e condivisibile, che il T. del P. al momento dell’urto con l’autovettura della M., non fosse affatto , come da lui riferito, già fermo nella corsia centrale e preceduto da un altro mezzo pesante (definito correttamente dal giudicante “veicolo fantasma”) ma fosse impegnato in una manovra, ancora incompleta, di svolta a sinistra, con occupazione progressiva della corsia centrale. Analogamente, in considerazione dell’ora notturna, della visuale prospettica opposta rispetto ai veicoli, del movimento del T. del P., e del brevissimo lasso di tempo intercorso tra l’avvistamento dell’auto e l’impatto con il proprio mezzo, revoca in dubbio, riconducendola a rango di “interpretazione”, la valutazione operata da R.N., della manovra eseguita dalla M., da lui descritta come di “sorpasso” del T., invece che come anticipata manovra dell’automobilista di immissione in corsia centrale di canalizzazione per effettuare la svolta a sinistra.

Ciò detto, il Giudicante ha esattamente proceduto alla valutazione delle risultanze peritali, espressamente motivando ed elencando, alla luce degli esiti di perizia gli elementi da cui inferiva la inverosimiglianza dell’opzione ( nuovamente contestata dall’appellante) secondo la quale il distacco dello specchio retrovisore destro dell’auto si fosse determinato in conseguenza della violenza dell’urto tra l’auto e il T. di R.N. e quelli che avvaloravano la ricostruzione dinamica del fatto in modo divergente da quella operata nel verbale di primo intervento dalla PG dove si era ipotizzato un sorpasso azzardato del T. del P. ad opera della M..

In particolare ha indicato: gli esiti dei test crash eseguiti dal perito, i segni di contatto strisciante tra auto e T. di P., compatibili con la lunghezza dell’autoarticolato in fase di spostamento nella corsia di preselezione; la velocità bassa ed in decelerazione dell’auto, incompatibile con una manovra di sorpasso e l’ angolo di ingresso dell’auto nell’opposta corsia. A ciò ha aggiunto una corretta valutazione della compatibilità della ricostruzione con la verosimile intenzione della M. di svoltare a sinistra all’incrocio per fare rientro a casa, considerando la residenza della stessa, l’ora e la circostanza che , a bordo dell’auto, vi fossero i due bambini, figli della stessa.

Si osserva, in primo luogo che per costante giurisprudenza di legittimità, è devoluta al giudice del merito l’individuazione delle fonti del proprio convincimento e, pertanto, anche la valutazione delle prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, la scelta, fra le risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della controversia, privilegiando in via logica taluni mezzi di prova e disattendendone altri, in ragione del loro diverso spessore probatorio, con l’unico limite dell’adeguata e congrua giustificazione del criterio adottato. Non vi è dubbio che il Giudice di prime cure ha nel caso di specie congruamente giustificato e motivato le scelte operate vagliando il materiale probatorio a disposizione.

La finalità perseguita era, infatti, quella di verificare, in presenza dello scontro tra veicoli, che aveva coinvolto l’autovettura della M. ed il T. di P.A. e R.N. se vi fossero elementi per ritenere superata la presunzione di paritetica attribuzione di responsabilità causale di cui all’art. 2054 c.c..

Correttamente quindi, il Giudice, valutando gli esiti di perizia, ha da un lato, escluso, contrariamente a quanto affermato dal CTP di parte attrice, che la condotta del R.N., nonostante le modeste inosservanze riscontrate dal perito nella condotta di guida dello stesso, fosse causalmente idonea a cagionare l’impatto, dall’altro ha concentrato l’attenzione sulla condotta del P. e su quella della M.. Ciò ha fatto alla luce della ricostruzione dinamica operata dal CTU che aveva individuato un primo urto tra l’auto della M. e il T. del P. in fase di spostamento centrale, all’altezza dello specchietto retrovisore destro dell’auto, urto avvenuto anteriormente all’invasione dell’opposta corsia di marcia ed al secondo fatale impatto con il T. del R.N.

Sul punto l’appellante ha mosso una specifica contestazione, revocando in dubbio la presenza dello specchietto della vettura della M. anteriore all’incidente in quanto non rinvenuto, e ribadendo che, comunque, la rottura dello stesso non sarebbe addebitabile al primo contatto “strisciante” con il mezzo del P., ma sarebbe in realtà riconducibile al successivo violento scontro con quello del R..

In ordine alla prima argomentazione, essa si presenta puramente ipotetica e non suffragata da alcun elemento di verosimiglianza, nonché smentita dai segni lasciati dallo specchietto sulla fiancata destra dell’auto e ben descritti dal CTU Fais proprio sulla base delle fotografie allegate dal CTP di parte U. Ing. Zamuner. Essi indicano con precisione, nel contesto della ricostruzione dinamica effettuata, ed a cui il Giudice, nella propria motivazione, si è fedelmente attenuto, che il mancato rinvenimento dello specchio è irrilevante.

Il CTU ha infatti persuasivamente esposto, ed il Giudice ha condiviso, le ragioni per cui la rottura è stata da lui attribuita ad un primo impatto “strisciante” tra l’autovettura ed il T. condotto dal P. ( cfr CTU pgg.32-34 ). In particolare la Mercedes, priva di danni evidenti alla fiancata destra, se non un infossamento sotto la zona dello specchio retrovisore destro, evidente nelle foto del CTP Zamuner, presentava il distacco dello specchio retrovisore destro. Osserva il CTU che “nelle prove di crash test lo specchio retrovisore sinistro che corrisponde alla zona direttamente interessata dall’urto, si proietta in avanti per lo cedimento dello snodo, mentre non altrettanto avviene per lo specchio destro non afferente alla zona dell’autovettura direttamente interessata all’urto” Prosegue il CTU affermando che “si ritiene di poter escludere che lo specchio retrovisore destro descritto si sia danneggiato a seguito dell’urto sulla porzione anteriore sinistra con l’autoarticolato DAF” ed ancora che “. … Considerato poi che la fiancata destra dell’autovettura è priva di altri danni evidenti appare verosimile che il distacco dello specchio retrovisore sia dovuto al contatto strisciante, limitato al solo retrovisore, fra l’autovettura e l’autoarticolato Man in una fase antecedente l’urto principale. Si osserva che al momento di detto contatto strisciante l’autovettura si trovava sicuramente alla sinistra dell’autoarticolato. …” Queste conclusioni sono state ribadite dall’ing. Fais nella relazione a chiarimenti del 16.10.2015 in risposta ai quesiti del Tribunale vertenti proprio sull’iniziale contatto tra l’autoarticolato MAN rumeno e la Mercedes condotta da M.D.

In esse il CTU ribadisce che proprio la visione dei danni riportati dall’auto nelle foto del CTP Zamuner conferma la ricostruzione e rende inequivoco che “il contatto avvenne mentre entrambi i veicoli si stavano spostando da destra verso sinistra e che in tale momento la Mercedes, che si trovava nella zona zebrata a sinistra del veicolo industriale” stava cercando di “sottrarsi” allo spostamento di quest’ultimo.

  1. nel proprio appello non ha portato elementi nuovi o diversi che smentiscano tale conclusione.
  2. contesta comunque l’attribuzione, su tali basi, di responsabilitàal P. ed in particolare di paritetica responsabilità, in quanto il Giudice, effettuando valutazione giuridica che, come ben esplicitato nella motivazione, compete in via esclusiva all’organo giudicante, ha ritenuto che nessuno dei due conducenti abbia superato la presunzione di paritetica responsabilitàdi cui all’art. 2054 c.c. La valutazione delle condotte di P. e M. nella determinazione del sinistro, essendo escluso qualsiasi contributo causale del R., non è come inferisce l’appellante in alcun modo “vincolata” dal provvedimento di archiviazione adottata nei confronti del P., considerata la natura di tale provvedimento e, comunque, il diverso criterio di attribuzione di responsabilità che sovrintende la valutazione in sede penale rispetto ai criteri civili, risultando, peraltro, ampiamente e, come già esposto, convincentemente, sottoposte a critica anche le conclusioni contenute nel rapporto di incidente su cui si fonda il provvedimento di archiviazione.

Il concetto di “prevedibilità” da parte dell’autista del T.. A.P., dell’inserimento dell’autovettura, in zona non consentita, è dunque valutazione strettamente giuridica che il Giudice di prime cure ha affrontato e risolto muovendo strettamente dalla presunzione ex art. 2054/1-2 c.c

In tale condizione, a fronte della condotta della M. che, nell’intento di anticipare la manovra di svolta a sinistra si è imprudentemente collocata in zona interdetta, sta la paritetica imprudente manovra dell’autista P., che ha iniziato la manovra di svolta a sinistra, senza controllare lo spazio retrostante il proprio mezzo, più alto e che quindi avrebbe consentito comunque ottima visibilità posteriore. L’esistenza di una manovra di sorpasso da parte della M. del mezzo del P. già fermo nella corsia centrale, con invasione della semicarreggiata opposta, manovra vietata da doppia linea continua in area di incrocio, ribadita da U. in sede di appello, a sostegno della tesi della responsabilità esclusiva o prevalente della conducente deceduta , è quindi condivisibilmente categoricamente esclusa dal Giudice in base alle precise risultanze documentali e di CTU già sopra riferite.

L’Ing. Fais nella relazione a chiarimenti 16.10.2015 (pagg. 12 e 13) indica tecnicamente le ragioni per cui non sia possibile ipotizzare una tale manovra da parte della M. ed esse non sono smentite dall’appellante.

L’autista del T. non ha dunque superato il principio di paritetica responsabilità poiché il conducente di un veicolo a motore che, ad un crocevia fra strade pubbliche, debba svoltare a sinistra, ha l’obbligo non solo di dare la precedenza ai veicoli provenienti da destra, ma ha anche l’obbligo, derivante dalla comune prudenza, di assicurarsi prima di svoltare, che non sopravvengano veicoli a tergo, ai quali spetta al pari la precedenza, addirittura, ancorché si trovino in una illegittima fase di sorpasso. In questo caso non vi fu sorpasso, ma un inserimento dell’auto, intenzionata a svoltare a sinistra, in zona interdetta mentre il mezzo pesante si spostava verso sinistra. L’autista, non avendo verificato, come avrebbe dovuto, la libertà posteriore del proprio campo di manovra, impattò lo specchietto laterale destro dell’auto, che per tale motivo, si spostò sull’opposta corsia. Ciò, si ripete, è attestato dagli esiti di consulenza tecnica che fanno riferimento alla velocità tenuta dall’auto in affiancamento e all’angolo di “uscita” della stessa nell’opposta corsia ove è avvenuto lo schianto fatale Correttamente il Giudice argomenta in tal senso ed afferma che “considerata la lunghezza dell’autoarticolato ne consegue che verosimilmente al momento del contatto l’autovettura si trovava da alcuni istanti nella porzione della carreggiata delimitata da linee di raccordo ed evidenziata da strisce zebrate ” e di conseguenza che ” data la posizione di quiete dell’autoarticolato Man, quest’ultimo non era sicuramente fermo al momento dell’urto contro la Mercedes” e che dunque la presenza dell’autovettura Mercedes sulla sinistra dell’autoarticolato Man fosse percepibile dal conducente P. qualche istante prima del contatto tra i due veicoli.

In definitiva in merito alla efficienza causale ed alla prevedibililtà e prevenibilità dell’impatto tra il T. di P. e l’auto della M., il Giudice afferma in modo convincente e non smentito dall’appellante, che il conducente P., giunto in prossimità dell’ingresso della corsia di preselezione, iniziava a spostarsi verso sinistra per immettersi in detta corsia “senza avvedersi o senza tener conto” della presenza dell’autovettura Mercedes in transito sull’area zebrata e diretta a sua volta verso la corsia di preselezione; in questa fase i due veicoli (Man e Mercedes) venivano in contatto, con conseguente avulsione dello specchio retrovisore destro dell’autovettura ed, a seguito del contatto strisciante, la conducente della Mercedes si spostava sulla sinistra per sottrarsi all’interferenza con l’autoarticolato Man e così facendo invadeva l’opposta corsia di marcia ad una velocità di circa 51,66 kmh

Il documentato contatto tra i due mezzi, consente, dunque, l’operare della presunzione ex art. 2054 c.c. senza che sia possibile evidenziare ragioni di “superamento” nell’una o nell’altra condotta dei conducenti ed in particolare in quella del P..

Tali conclusioni non potrebbero essere modificate all’esito di un’istruttoria orale posto che, come già anticipato, l’unico possibile testimone oculare del sinistro (il trasportato del P.) non ha reso alcuna dichiarazione ai verbalizzanti e che, comunque, in considerazione della sua posizione nell’abitacolo, dal proprio lato non poteva percepire la presenza della Mercedes della M.

Passando ora ai motivi di appello principale svolti specificamente da U. con Avv. Semenzato, essi vanno parimenti rigettati.

In particolare U. contesta la liquidazione a G.A. della somma di Euro 50.000,00, oltre accessori, osservando che l’erogazione di tale somma effettuata da G., che è conseguentemente la misura del relativo regresso, sarebbe eccessiva alla luce del valore antesinistro del mezzo assicurato (Euro 59.000,00), decurtato di quello del relitto (Euro 8.000,00) ed affermando, dunque, che solo il minor importo di Euro 43.000,00, costituirebbe il danno risarcibile.

In primo luogo si osserva che, correttamente, G. rileva la mancata impugnazione da parte di U., per quanto di ragione, del profilo complessivo di danno come riconosciuto dal Giudice di prime cure al R. e quantificato nel suo complesso in Euro 77.159,00, con attribuzione di una differenza di Euro 27.159,00, oltre interessi, proprio in considerazione della somma dallo stesso ricevuta, in via anticipata ,da G. di cui, con pronuncia dipendente, ha riconosciuto il diritto di surroga, ai sensi dell’art. 1916 c.c. Anche volendo comunque, considerare la domanda dell’appellante ristretta alla contestazione della somma di Euro 50.000, riconosciuta in via di surroga a G.I., nel procedimento in cui U. era parte, in ogni caso, la contestazione è nel merito infondata. Il mezzo di R.N. fu riparato e ciò è stato abbondantemente documentato dallo stesso ( doc 5, 7, 8). Il valore antesinistro del mezzo danneggiato non potrà dunque essere decurtato del valore del “relitto” poiché, appunto il mezzo fu riparato e di relitto non può parlarsi.

Il Giudice ha specificato che il riconoscimento in via di surroga della somma versata da G. è stato integrale poiché, come confermato dal CTU, i costi della riparazione non superavano “in modo notevole” il valore ante sinistro del mezzo, e l’indennizzo corrisposto da G. era inferiore all’ammontare dei danni.

Quanto al motivo di appello avente ad oggetto la dedotta omessa pronuncia in materia di condanna alle spese di C.E. in quanto parzialmente soccombente nei confronti di U. con riferimento alla causa originariamente rubricata n.11138/13 R.G, esso va rigettato poichè non si ravvisa soccombenza parziale, avendo U. chiamato in causa C. individuando nella stessa (in quanto proprietaria del mezzo condotto dalla figlia) la responsabile esclusiva del sinistro stradale.

Va rigettato anche l’appello svolto da V.A. in via incidentale condizionata all’accoglimento dell’appello principale e relativo al quantum della responsabilità da attribuire alla M.D.. A tal fine ci si riporta, integralmente alle ragioni del rigetto dell’appello svolto in via principale da U., valide, specularmente, anche con riferimento alla condotta di guida della M., essendo evidente la impossibilità di stabilire quale delle due condotte, egualmente imprudenti, assunte dagli autisti dei due mezzi coinvolti, abbia esplicato una eventuale maggiore efficienza causale nel sinistro.

Va rigettato anche l’appello svolto in via incidentale da C.E. e M.D. e relativo al quantum risarcitorio liquidato dal Giudice per il danno da perdita del rapporto parentale di cui si chiede l’aumento nei termini dell’originaria richiesta ( Euro 230.000 per ciascun genitore)

Ritiene la Corte che il Giudice abbia adeguatamente valorizzato, anche collocandosi leggermente al di sotto del massimo previsto per la liquidazione di tale tipo di danno nei confronti dei genitori (ed in assenza di tempestiva allegazione in merito alla circostanza che la perdita abbia riguardato l’unica figlia della coppia), facendo riferimento all’età ed alla ormai raggiunta autonomia della stessa, che era sposata e con due bambini. Non sono state allegate, neppure attraverso le prove orali, particolari circostanze che consentano di addivenire a diverso e maggiore riconoscimento di importi risarcitori.

Alla luce di tutti questi elementi appare evidente che debbano essere respinti gli appelli svolti tanto in via principale che in via incidentale con conseguente integrale conferma della sentenza impugnata.

Quanto alle spese del grado esse vengono poste a carico di U. Avv. Semenzato nei confronti di G.I. e vengono liquidate come in dispositivo e, considerate le reciproche soccombenze, compensate integralmente tra U. ( Avv. Prando) e M.D. , E.C. e V.A..

Nulla per le spese nei confronti di R.N. nei cui confronti vi è stata mera denutiatio litis.

Sussistono i presupposti per dichiarare gli appellanti principali U. ( Avv Semenzato); U. (Avv Prando) e le parti appellanti incidentali, tenuti a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione ai sensi dell’art.13, co.1 quater, del Testo Unico Spese di Giustizia n.115/02, così come modificato dalla legge di stabilità del 2013, co.17

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Venezia, ogni contraria istanza ed eccezione disattesa, definitivamente decidendo nella causa d’appello avverso la sentenza la sentenza n.2375/2016 del Tribunale di Padova emessa in data 3.8.2016 , così pronuncia:

– Rigetta gli appelli principali egli appelli incidentali e, per l’effetto, conferma la sentenza impugnata;

– Condanna l’appellante U. alla rifusione delle spese del grado nei confronti dell’appellata G.I. che liquida a favore dei difensori che si dichiarano antistatari, in Euro 6.615,00 per compensi, oltre IVA, CPA e rimborso forfettario come per legge ;

– Compensa integralmente le spese del grado tra U. e M.D., C.E. e V.A.

– dichiara le parti appellanti principali e le parti appellanti incidentali tenute a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione ai sensi dell’art.13, co.1 quater, del Testo Unico Spese di Giustizia n.115/02, così come modificato dalla legge di stabilità del 2013, co.17

Conclusione

Così deciso in Venezia, il 15 settembre 2020.

giunto sul predetto campo agricolo con un autoarticolato composto da una motrice e da un semirimorchio, dapprima rimaneva impantanato con il predetto mezzo a causa del fango dovuto alle pregresse piogge, successivamente si faceva trainare dal lavoratore S.P. con un trattore agricolo, mantenendo tuttavia alzato, nella fase del traino, il cassone dell’autoarticolato che andava così a collidere con il conduttore più basso della linea elettrica, determinando lo scarico dell’elettricità sul mezzo e facendo sì che il B., toccando il veicolo con una mano, rimanesse folgorato decedendo sul posto.

In Codigoro (FE) il 16.02.2015

Tribunale Ferrara, Sent., 08/07/2020, n. 266

  • Sentenza

IntestazioneSvolgimento del processo – Motivi della decisioneP.Q.M.Conclusione

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE DI FERRARA

Il Tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, in persona del giudice dott. Costanza Perri, alla pubblica udienza del 19 febbraio 2020 ha pronunciato e pubblicato mediante lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

  1. G.A., nato a C. (V.) il (…), ivi res.te in fraz. V., n. 27 – elett.te dom.to c/o lo studio dell’Avv. Silvia Gamberoni del Foro di Ferrara

-libero presente-

  1. Z.F., nato a B. (F.) il (…), ivi res.te ed elett.te dom.to in via G. C. C., n.34

-libero assente-

  1. S.P., nato a C. (V.) il (…), ivi res.te in via L. A., n.46 – elett.te dom.to c/o lo studio dell’Avv. Alessandro Falzoni del Foro di Ferrara

-libero assente-

IMPUTATI

  1. e Z.:
  2. A) per il reato p. e p. dagli artt. 113, 589 co. 1 e 2 c.p. perché, cooperando tra loro e agendo il G., in qualità di datore di lavoro e socio amministratore della Azienda Agricola C.N. di G.A.C. s.s. (unita locale della azienda agricola O. s.s. di G.A.C.), il Z., in qualità di datore di lavoro e legale rappresentante della ditta Z.F., per colpagenerica consistita in negligenza, imperizia e per colpaspecifica, consistita, per il G. nella violazione degli artt. 26 co. 1 lett. b) e 26 co. 3 e 3 bis D.Lgs. n. 81 del 2008, ovvero per aver omesso di fornire al lavoratore B.C. dettagliate informazioni sui rischi specifici, in particolare sul rischio di elettrolocuzione esistente sul campo agricolo sito in località P. di C. (F.) e di proprietà della azienda agricola O. s.s. di G.A.C., campo sul quale era presente una linea elettrica con un potenziale di 15.000 (quindicimila) volt e inoltre per non aver redatto il DUVRI (Documento Unico di Valutazione dei Rischi Interferenziali) nonostante la presenza nel campo agricolo sopra indicato, in cui doveva avvenire la consegna di letame da parte del B. medesimo, di linee elettriche aeree e conduttori nudi di tensione, omettendo conseguentemente di porre in essere le azioni di collaborazione e coordinamento necessarie e ridurre i rischi di infortunio sul lavoro, colpa specifica consistita per Z. nella violazione dell’art. 26 co. 2 lett. a) D.Lgs. n. 81 del 2008, ovvero per non avere attuato una cooperazione nelle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro con l’Azienda Agricola C.N. di G.A.C. s.s., proprietaria del campo agricolo ove il proprio dipendente B.C. doveva scaricare del letame, ciò al fine di impedire contatti dell’autoarticolato condotto dal B. con le linee elettriche ad alta tensione ivi presenti, concorrevano a cagionare la morte del lavoratore B.C., il quale, giunto sul predetto campo agricolo con un autoarticolato composto da una motrice e da un semirimorchio, dapprima rimaneva impantanato con il predetto mezzo a causa del fango dovuto alle pregresse piogge, successivamente si faceva trainare dal lavoratore S.P. con un trattore agricolo, mantenendo tuttavia alzato, nella fase del traino, il cassone dell’autoarticolato che andava così a collidere con il conduttore più basso della linea elettrica, determinando lo scarico dell’elettricità sul mezzo e facendo sì che il B., toccando il veicolo con una mano, rimanesse folgorato decedendo sul posto.

In Codigoro (FE) il 16.02.2015

S.:

  1. B) per il reato p. e p. dagli artt. 41 co. 1, 589 c.p. perché, nelle medesime circostanze di tempo e di luogo di cui al capo che precede, per colpagenerica consistita in imprudenza, negligenza e imperizia, concorreva a cagionare la morte del lavoratore B.C., in particolare, dopo che l’autoarticolato condotto da B.C. si era impantanato sul terreno agricolo indicato al capo A), trainava in maniera imprudente e imperita il predetto autoarticolato con un trattore agricolo a lui in uso conducendolo sotto la linea dell’alta tensione senza curarsi che il cassone del mezzo da trainare fosse prima abbassato, così facendo il predetto cassone interferiva con la linea elettrica 15.000 volt presente sul terreno, determinando lo scarico dell’elettricità sui mezzi coinvolti e facendo sì che il B., toccando il veicolo da lui condotto con una mano, rimanesse folgorato decedendo sul posto.

In Codigoro (FE) il 16.02.2015

G.:

  1. C) per il reato p. e p. dall’art. 26 co. 1 lett. b) D.Lgs. n. 81 del 2008 perché, in qualità di datore di lavoro e socio amministratore della Azienda Agricola C.N. di G.A.C. s.s. (unita locale della azienda agricola O. s.s. di G.A.C.), ometteva di fornire al lavoratore B.C. dettagliate informazioni sui rischi specifici presenti sul campo agricolo sito in località P. di C. (F.) e di proprietà della azienda agricola O. s.s. di G.A.C., in particolare sul rischio di elettrolocuzione nonostante la presenza di una linea elettrica ad alta tensione.

Accertato in Codigoro (FE) il 16.02.2015

  1. D) per il reato p. e p. dall’art. 26 co. 3 e 3 bis del D.Lgs. n. 81 del 2008 perché, in qualità di datore di datore di lavoro e socio amministratore della Azienda Agricola C.N. di G.A.C. s.s. (unita locale della azienda agricola O. s.s. di G.A.C.), ometteva di redigere il DUVRI (Documento Unico di Valutazione dei Rischi Interferenziali) nonostante nel campo agricolo in cui doveva avvenire la consegna del letame, si operasse in prossimità di linee elettriche aeree e conduttori nudi in tensione.

Accertato in Codigoro (FE) il 16.02.2015

Z.:

  1. E) per il reato p. e p. dall’art. 26 co. 2 lett. A) D.Lgs. n. 81 del 2008 perché, in qualità di datore di lavoro e legale rappresentante della ditta Z.F., non attuava una necessaria cooperazione nelle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro con l’Azienda Agricola di G.A.C., al fine di ridurre il rischio di infortunisul lavoro ed in particolare quanto indicato ai capi A) e B).

Accertato in Codigoro (FE) il 16.02.2015

Con l’intervento del Pubblico Ministero: dott. S. Davi V.P.O.

Dei difensori di fiducia: Avv.ti Silvia Gamberoni e Alessandro Falzoni del Foro di Ferrara, presente Avv. Falzoni per Garbin e S.; Avv. Marco Martines del Foro di Forlì-Cesena sost. per delega verbale dall’Avv. S. Sansavini per Zanetti

Del difensore della parte civile costituita M.G.: Avv. Renato Cappelli del Foro di Forlì

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

Il processo.

Con decreto ex art. 429 c.p.p. emesso dal Gup del Tribunale di Ferrara in data 21 dicembre 2017 gli imputati G.A., Z.F. e S.P. sono stati rinviati a giudizio per rispondere dei reati in rubrica loro ascritti.

M.G., in qualità di ascendente della vittima, si è ritualmente e tempestivamente costituita parte civile.

All’udienza del 12 giugno 2018, dichiarata l’assenza degli imputati ed aperto il dibattimento, le parti avanzavano le rispettive richieste di prova ammesse come da ordinanza a verbale.

Disposto breve rinvio stante l’imminente trasferimento presso altro ufficio giudiziario del magistrato titolare del processo, all’udienza del 15 febbraio 2019, innanzi al nuovo giudice, presente il solo coimputato G.A., si procedeva alla istruttoria dibattimentale con l’escussione dei testi Z.T., G.G., M.M., T.L., B.D. e S.M., Veniva assunto anche l’esame del consulente medico legale nominato dal P.M. dott. B.E..

L’istruttoria orale proseguiva alla udienza del 17 maggio 2019 con l’esame dei consulenti tecnici delle parti ed alla udienza del 2 ottobre 2019 con l’escussione del teste M.M., al termine del quale l’imputato G.A. si sottoponeva ad interrogatorio.

All’udienza del 12 febbraio 2020 chiuso il dibattimento le parti, previo deposito di memorie illustrative, rassegnavano le conclusioni di cui a verbale.

Disposto breve rinvio per repliche all’udienza del 19 febbraio 2020, all’esito della camera di consiglio, il giudice perveniva a decisione, come da separato dispositivo di cui era data immediata lettura in udienza, riservando la motivazione in 90 giorni.

La ricostruzione del fatto.

Il quadro probatorio emerso dal dibattimento avvalora l’ipotesi accusatoria formulata nei confronti degli odierni prevenuti.

La ricostruzione della dinamica fattuale del sinistro occorso al giovane B.C. risulta sufficientemente chiarita, quantomeno nelle sue linee essenziali, dal contenuto delle dichiarazioni rese dai testimoni presenti al fatto, dall’esame dei CT di parte nonché sulla base dell’analisi delle tracce e dei riscontri obiettivi rinvenuti in loco, nonostante le numerose incertezze e contraddizioni emerse nel corso dell’istruttoria; in sostanza essa appare in larga misura condivisa, in quanto i punti controversi in causa concernono le cause dell’infortunio nonché l’individuazione delle singole posizioni di garanzia in materia antinfortunistica, eventualmente rivestite dai soggetti interessati e di conseguenza dei profili di responsabilità emergenti a carico degli odierni imputati.

Ad ogni modo, ciò che è emerso all’esito della istruttoria è sostanzialmente che il B., autotrasportatore assunto alle dipendenze della ditta Z.F. sin dal febbraio 2007, verso le ore 9,40 del giorno 16 febbraio 2015, durante lo svolgimento della propria attività lavorativa, mentre era impegnato alla guida di un autoarticolato di proprietà della ditta per la quale lavorava, dopo aver effettuato una manovra di sollevamento del cassone ribaltabile per scaricare letame sul fondo agricolo di proprietà dell’Azienda O. di G.A. (fondo situato in località Pontemaodino di Codigoro), non riuscendo più a ripartire, poiché il veicolo si era impantanato nel terreno reso scivoloso dalle copiose piogge dei giorni precedenti, veniva agganciato ad un trattore agricolo della azienda proprietaria del terreno – alla cui guida in quel momento si trovava S.P., operaio dipendente di Azienda O. – per poi essere trainato per diversi metri con il cassone ancora sollevato che, data l’altezza, andava ad impattare contro i cavi dell’alta tensione.

Al momento del contatto B. si trovava ancora sul camion. Sceso dal mezzo e nuovamente riavvicinatosi alla cabina di guida lo stesso rimaneva folgorato non appena entrava a contatto con la carrozzeria dell’autoarticolato.

Alcuni operai della Azienda O. intervenivano per prestare soccorso al giovane B. in attesa dell’arrivo dei Vigili del Fuoco e del 118 prontamente allertati.

Nonostante le manovre di rianimazione praticate dal personale medico intervenuto sul posto in elisoccorso, non si poteva fare altro che constatare il decesso del povero B.C. avvenuto per arresto cardio-respiratorio da folgorazione.

Alla luce degli accertamenti medico-legali espletati dal CT dott. Elio Buora, nominato dal PM in data 19/02/2015, si riscontrava che il decesso di B.C., determinabile alle ore 10.00 circa del 16 febbraio 2015, era da ricondurre eziologicamente, in via esclusiva e diretta, all’infortunio occorsogli, ed in particolare ad una insufficienza cardio-respiratoria da fibrillazione ventricolare provocata da elettrocuzione da corrente elettrica industriale.

Il giovane lavoratore era stato attinto da una corrente elettrica ad alto voltaggio mediante “il contatto dell’arto superiore sinistro con una sorgente conduttrice costituita (in base alla dinamica dell’accaduto così come ricostruita sulla scorta delle emergenze testimoniali e dei dati clinici raccolti nella immediatezza del fatto) dalla portiera dell’autoarticolato venuto a contatto coi cavi dell’alta tensione, con sede di ingresso topograficamente dimostrabile a livello del bordo ulnare del polso sinistro recante segni specifici di lesione da energia elettrica dell’avvallo istologico già evidenziato nel corso dell’elaborato peritale. Il passaggio della corrente – si legge inoltre nella consulenza – è ricostruibile secondo un vertice mano – piedi con uscita a livello plantare come dimostrato dall’effetto resosi macroscopicamente evidente a livello della calzatura (cfr. ricostruzione fotografica) ed anatomicamente riscontrato (foto superfici plantari dei piedi) analogamente supportato a livello di diagnosi istopatologica. L’effetto letifero è da ricondursi al determinarsi del transito perturbativo a livello cardiaco con insorgenza di una fibrillazione ventricolare il cui inevitabile destino è l’arresto cardiaco irreversibile. Le modalità di accadimento in ambiente lavorativo all’aperto con modalità di scarica industriale ad alto voltaggio – in giovane soggetto in apparenti normali condizioni di salute al momento del fatto – non potevano rendere possibile sul posto alcuna manovra di soccorso efficace o, all’arrivo del personale sanitario, alcuna chance di sopravvivenza” (cfr. relazione scritta dimessa in atti all’esito dell’esame del consulente).

Il dott. M.M., ispettore U.P.G. in servizio presso lo SPSAL dell’Azienda U. di F., intervenne a distanza di solo un paio di ore la mattina in questione presso il terreno agricolo della Azienda O. di P., rinvenendo in loco l’autoarticolato, posizionato a circa un terzo dal bordo campo, con il cassone ancora sollevato nella sua massima altezza, che aveva intercettato la linea dell’alta tensione, il cumulo di letame appena scaricato sul retro del camion alto circa 20/25 metri ed il corpo dell’infortunato a terra a circa due metri e mezzo dalla portiera lato sinistro del mezzo. Il terreno era ancora zuppo di acqua a causa delle abbondanti piogge della sera precedente.

Nel corso del sopralluogo e a seguito degli accertamenti espletati, gli ispettori dell’Ausl contestavano a Z.F., in qualità di datore di lavoro dell’infortunato, e a G.A. quale titolare della ditta committente la fornitura di letame, la violazione rispettivamente:

– quanto al primo, dell’art. 26, comma 2, lett. a) del D.Lgs. n. 81 del 2008 in materia di obblighi connessi ai contratti di appalto o d’opera o di somministrazione, per non aver, in relazione ai fatti verificatisi il 16 febbraio 2015, attuato una cooperazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro con la controparte Azienda Agricola O. di G.A.C. s.s. che se comunicate e rispettate avrebbero impedito il contatto fra l’autoarticolato guidato dal B. con la linea elettrica da 15.000 Volt (con la conseguente prescrizione ex art. 20 del D.Lgs. n. 758 del 1994 di far adottare, in caso di scarico nei pressi di linee elettriche, idonee misure di prevenzione al rischio di contatto con tali mezzi quali ad esempio l’utilizzo di mezzi con scarico laterale e/o informazioni da reperire presso l’azienda committente in merito ai rischi presenti nella zona di scarico);

– quanto al secondo dell’art. 26, comma 1. lett. b) del D.Lgs. n. 81 del 2008 in materia di obblighi connessi ai contratti di appalto o d’opera o di somministrazione, per non aver, in relazione ai fatti verificatisi il 16 febbraio 2015, fornito dettagliate informazioni sui rischi specifici, con particolare riguardo al rischio di elettrocuzione, esistente sul campo agricolo in cui il lavoratore infortunato avrebbe dovuto spargere il letame, vista la presenza di una linea Enel da 15 mila Volt; nonché dell’art. 26, comma 3, del D.Lgs. n. 81 del 2008 in combinato disposto con quanto previsto dal comma 3 bis dello stesso articolo, per omessa redazione del DUVRI (Documento Unico di Valutazione dei Rischi Interferenziali) nonostante nel campo agricolo ove doveva avvenire la consegna del letame si operasse in prossimità di linee elettriche aeree a conduttori nudi in tensione (vedi Allegato XI punto 4 D.Lgs. n. 81 del 2008). con la conseguente prescrizione ex art. 20 del D.Lgs. n. 758 del 1994 di fornire sempre e comunque ai lavoratori dipendenti e ai lavoratori delle ditte esterne informazioni relative ai rischi sulla sicurezza presenti nel proprio ambiente di lavoro, da dare con note scritte e/o similari: nonché di redigere sempre il DUVRI con qualsiasi ditta che debba operare con mezzi propri su terreni condotti dall’azienda agricola O. evidenziando le situazioni di rischio con particolare riferimento al rischio elettrico.

A carico dei predetti venivano elevati i verbali di contravvenzione, prescrizione ed ammissione al pagamento in materia di igiene e sicurezza nn. 2436 e 2437 (anch’essi dimessi in atti).

Pur dando attuazione alle prescrizioni loro impartite, gli imputati Z. e G. rimanevano inadempienti rispetto al pagamento delle sanzioni irrogate.

La violazione delle norme in materia di sicurezza, così come individuate nei verbali di contestazione di cui sopra, ha determinato, secondo l’ispettore M., il sinistro mortale in questione.

Ed invero, ha spiegato il teste, se le due aziende coinvolte avessero correttamente cooperato e si fossero coordinate per tempo, informandosi reciprocamente in ordine alla eventuale esistenza di fattori di rischi sul campo, segnatamente la presenza di una linea dell’alta tensione sul fondo individuato quale luogo di esecuzione della prestazione, avrebbero evitato la concretizzazione di quel rischio specifico che di fatto ha portato alla morte del B. per folgorazione: evento fatale che si sarebbe potuto prevenire e perciò evitare fornendo al lavoratore un camion dotato di cassone per lo scarico laterale, anziché dall’alto, del letame.

Inoltre, ha osservato il teste M., la totale assenza del DUVRI potrebbe aver ulteriormente indotto il lavoratore a sottovalutare i rischi ed i pericoli insiti nella attività da eseguire.

I Carabinieri della Stazione di Codigoro, intervenuti per primi sul posto (un campo agricolo situato in aperta campagna, dagli stessi descritto come un posto tutt’altro che semplice da raggiungere; cfr. pag. 1 dei rilievi fotografici effettuati dai CC Stazione Codigoro), riscontravano per prima cosa che il cassone dell’autoarticolato, ancora completamente sollevato, aveva agganciato i fili dell’alta tensione (cfr. foto 2, 3, 7 e 8). Accanto al camion, sul lato sinistro del conducente, si trovava disteso a terra il corpo esanime del povero B. (cfr. foto 4, 5 e 12).

Entrambi i mezzi coinvolti (l’autoarticolato della ditta Z. ed il trattore di azienda O.) avevano ancora il motore acceso (cfr. pag. 14 e 22 del verbale di fonoregistrazione del 15 febbraio 2019).

Le ruote della motrice dell’autoarticolato si erano affossate nella terra ancora bagnata e poiché il camion non riusciva ad uscire, essendosi impantanato, era stato agganciato con una grossa catena ad al trattore agricolo che lo aveva trainato per diversi metri (cfr. foto 9, 10, 11). Il terreno agricolo era fangoso, i mezzi vi affondavano le ruote per alcuni centimetri.

L’autoarticolato guidato dal B. aveva appena scaricato un grosso cumulo di letame ed altri due o tre cumuli più piccoli.

Sospettando che il rischio di elettrocuzione potesse essere ancora presente, i militari decidevano di far intervenire i tecnici dell’Enel.

Sul punto è stato sentito, quale testimone citato dalla difesa Z., M.M., che al tempo dell’accaduto si trovava a capo della unità operativa che gestiva il territorio interessato dal sinistro in esame. Il teste ha spiegato che in caso di “eventi” sulla linea elettrica il sistema è programmato per aprire automaticamente un interruttore di protezione che determina l’interruzione della linea.

Contestualmente l’evento viene segnalato alla centrale operativa. Normalmente i tempi di interruzione della linea corrispondono a frazioni di secondo, essendo gli interruttori estremamente veloci nell’aprirsi e chiudersi. Interruzioni e riprese possono alterarsi anche per più volte in funzione delle caratteristiche della linea ed in relazione alle modalità di segnalazione del guasto.

Quel mattino del 16 febbraio 2015 M. era intervenuto sul luogo dell’occorso a distanza di circa mezz’ora dall’accaduto, sicuramente dopo l’intervento dei pompieri e del personale sanitario del 118 che al suo arrivo erano già presenti.

Al suo arrivo M. constatava immediatamente che la parte superiore del pianale dell’autoarticolato era sollevata ed era venuta a contatto con la linea elettrica.

In quel momento certamente la linea non era in servizio.

Dal momento in cui su quella linea si era per la prima volta aperto l’interruttore, la corrente elettrica era rimasta staccata per circa una decina di minuti.

Dopo aver messo in sicurezza la linea i tecnici Enel, su espressa richiesta dei funzionari dello SPSAL, provvedevano a misurare la distanza fra il conduttore ed il piano di calpestio, che risultò essere di 8,80 metri.

Quella mattina sul campo erano presenti anche alcuni operai della ditta G..

T.L. si trovava ad una distanza di circa 150/200 metri dal luogo dell’accaduto.

Intento a tranciare le foglie delle carote a bordo del proprio trattore, col quale stava avanzando progressivamente proprio nella direzione dell’autoarticolato del B., T. si accorgeva che questo mezzo aveva sollevato il cassone per scaricare il letame.

Per effettuare lo scarico il camion aveva cercato di avanzare, ma da solo non vi era riuscito perché si era impantanato, scivolando sul terreno fangoso.

Per questo motivo l’autoarticolato era stato agganciato al trattore dello S. e trascinato per alcuni metri nel tentativo di tirarlo fuori dal pantano.

Avvicinatosi col trattore ai due mezzi fra loro agganciati, T. scendeva dal proprio veicolo e così anche il collega S. ed il conducente dell’autoarticolato (tutti e due ancora “sani”), coi quali il primo iniziava a parlare.

Nel corso del dibattimento T. ha inizialmente affermato che in quel momento egli non aveva ancora “visto la corrente”.

Portatosi poi ad una distanza di appena dieci metri circa dal camion del B.. T. notava che questi stava raggiungendo la parte posteriore del mezzo per controllare se il letame fosse stato interamente scaricato.

Una volta sinceratosi che il letame era sceso, B. tornava indietro verso la cabina di guida (la cui porta era rimasta aperta) e poggiava la mano sulla carrozzeria della motrice.

A questo punto T. si girava per risalire sul suo trattore, dando le spalle al B.. Solo alcuni secondi dopo, però, si voltava nuovamente verso il ragazzo che vedeva chiaramente precipitare a terra.

  1. interveniva immediatamente cercando di prestare soccorso al giovane, al quale praticava un massaggio cardiaco in attesa dell’arrivo del personale del 118.

Fin qui il racconto del T. risulta sostanzialmente chiaro, logico e coerente.

L’unico punto della deposizione sul quale il teste sembra vacillare si ha quando, rispondendo alle domande della difesa G., egli ha riferito – contraddicendosi palesemente rispetto a quanto dal medesimo appena asserito – di aver visto “le scintille” prima di scendere dal trattore. Orbene, rispetto a tale affermazione può ragionevolmente obiettarsi che se anche così fosse stato, non si comprenderebbe perché, sceso dal proprio mezzo e fermatosi a parlare con S. e B., T. non avesse avvertito i due della scarica di scintille che aveva visto provenire dai fili dell’alta tensione.

Quest’ultima sua versione, quindi, non regge.

Da ultimo T. ha precisato che quella stessa mattina un altro camion della ditta Z., giunto insieme a quello del B., aveva già scaricato un primo cumulo di letame sul terreno. Lo scarico era avvenuto più a bordo campo, a distanza di circa due metri più indietro rispetto a quello del B..

Generalmente gli ordini e le direttive ai fornitori su come e dove dovesse essere scaricato il letame venivano impartiti da A.G. quale titolare dell’azienda agricola committente.

D.B., altro dipendente dell’Azienda agricola O. presente il giorno dell’accaduto, ha dichiarato di essersi accorto dell’infortunio occorso al giovane B. solo in seguito alla folgorazione. Egli, infatti, in quel momento era intento a raccogliere carote a bordo del proprio trattore e non si era accorto di nulla almeno fino al tragico evento. Pochi secondi prima aveva solo percepito un “movimento generale”, perciò aveva alzato gli occhi dal proprio lavoro ed aveva visto S. alzare le mani in alto ed il B. girarsi e cadere a terra.

Su domanda del P.M. il teste B. ha precisato che generalmente il letame consegnato ad Azienda O. dai fornitori veniva da questi scaricato nelle parti in cui il campo in quel momento era libero. Era il padrone dell’azienda a fornire ogni indicazione ai fornitori.

Il giorno dell’infortunio al B. era presente anche S.M., operaio di Azienda agricola O. intento in quel momento a raccogliere carote a bordo del trattore guidato dal collega B..

  1. ha raccontato di aver udito il suono del clacson del motore guidato da T.L., il quale, mentre procedeva autonomamente dietro di loro a bordo di un altro trattore, con la mano alzata gli faceva cenno indicandogli qualcosa nella direzione del camion del B..

Giratosi nella direzione indicatagli dal collega, S. si accorgeva che il cassone dell’autoarticolato stava toccando i fili dell’alta tensione. Sia P.S. che il ragazzo alla guida dell’autoarticolato erano scesi dei rispettivi mezzi. S. stava gridando “Lascia stare, lascia stare … hai toccato i fili”. Il ragazzo si stava dirigendo dietro al camion, forse per controllare se fosse riuscito o meno a scaricare il letame.

  1. proseguiva nel proprio lavoro quando ad un certo punto T.L. richiamava nuovamente la sua attenzione dicendo: “Ha preso la corrente, ha preso la corrente”.

Giratosi nuovamente, S. vedeva il ragazzo precipitare a terra.

Nel corso del dibattimento si è proceduto anche alla escussione dei consulenti delle parli.

La consulenza offerta dal Geom. F.P. su incarico della difesa G. ha avuto ad oggetto la ricognizione dei luoghi dell’infortunio ed è pervenuta ad accertare che, qualora il letame fosse stato scaricato a bordo campo, l’autista del mezzo non sarebbe incorso in alcun rischio di elettrocuzione.

Più in particolare, basandosi sulle dichiarazioni del G. in merito soprattutto a quelle che, a suo dire, sarebbero state le consuetudini di lavorazione praticate in azienda, nonché su immagini del fondo ricavate da Google Earth e su rilievi topografici della zona effettuati nei giorni immediatamente successivi all’infortunio, il Geom. P. ha ritenuto di poter concludere nel senso che il B., contravvenendo all’ordine di scaricare il letame a bordo campo, si era avventurato col camion in mezzo al fondo cosi incorrendo nel rischio di elettrocuzione poi fatalmente verificatosi.

In merito alla formazione del personale di Azienda O., è stato poi sentito il dott. E.F., attuale Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione della ditta G., il quale, premettendo che i dipendenti avevano avuto tutti una adeguata formazione, col riferimento al DUVRI – ed alla relativa contestazione sollevata dai funzionari dello SPISAL – ha spiegato che l’obbligo per le aziende di valutare e comunicarsi eventuali rischi interferenziali non sussiste in caso di mera fornitura di materiali, a meno che non si tratti di lavori interrati o con rischi connaturati come ad esempio il rischio di esplosione, comunque da valutare in relazione alle caratteristiche del luogo ove eseguire la fornitura (“Solo se debbo effettuare determinate lavorazioni in vicinanza, allora sì che vengono attivate tutte le precauzioni”; cfr. pag. 10 del verbale di fonoregistrazione del 17 maggio 2019).

Così nel caso di specie, la circostanza che Azienda O. avesse commissionato alla ditta Z. il trasporto e la consegna di letame, e non anche la sua lavorazione (che avrebbe comunque richiesto l’utilizzo di specifiche macchine dette “botti spandiconcime”), esentava entrambe le aziende dal predetto obbligo.

La terza ed ultima consulenza, questa volta redatta su incarico della difesa Z., ha tentato di ricostruire la dinamica dell’infortunio, le sue cause e la rispondenza dei luoghi, dei mezzi sequestrati e delle procedure operative di lavoro seguite dall’azienda alla normativa antinfortunistica e alla buona pratica in materia di sicurezza sul lavoro.

A tal riguardo l’Ing. R.C., esaminati i documenti e le deposizioni assunte in dibattimento e valutate le caratteristiche del mezzo, ha ricostruito la dinamica incidentale ipotizzando che il B., entrato nel campo alla guida dell’autoarticolato, avesse scaricato il letame per poi impantanarsi col veicolo; essendosi impantanato egli chiedeva aiuto agli altri operai di azienda O.; il suo mezzo veniva quindi agganciato e trainato, con il cassone ancora rialzato, dal trattore di P.S.; a questo punto avveniva il “contatto e incastro” del cassone nel conduttore inferiore di fase della linea a 15 mila Volt; data la presenza di doppi specchietti laterali in dotazione su mezzi di grandi dimensioni come era l’autoarticolato in uso al B. quel giorno nel caso di specie la parte superiore del cassone era perfettamente visibile da parte del guidatore, così come anche, quindi, il relativo aggancio al cavo di fase della linea dell’alta tensione; prbabilmente a causa del contatto la linea ENEL subiva un primo distacco che originava a sua volta un primo temporaneo fuori servizio di linea; ciò che consentiva ai due operai, S. e B., di scendere illesi dai rispettivi mezzi; successivamente, trascorsa una decina di secondi, seguiva il riarmo della linea; poiché entrambi i mezzi erano gommati, probabilmente al ripristino in automatico della tensione di linea dopo il primo intervento, l’isolamento delle gomme, nonostante l’anomalia della situazione, faceva sì che la linea rimanesse in tensione fino a quando il B. toccando la leva di discesa del cassone, posta a fianco del sedile del guidatore, chiudeva il contatto a terra e toccando il telaio della cabina con la parte inferiore del polso sinistro rimaneva folgorato.

Nel corso dell’esame l’imputato G. ha dichiarato che gli accordi per la fornitura di letame erano stati presi telefonicamente fra lo stesso G. ed il titolare della ditta fornitrice, Z.F.. Tali accordi prevedevano che il giorno 16 febbraio due camion della ditta Z. avrebbero consegnato il concime nella zona artigianale di Ponte Maodino.

  1. conosceva già quella zona.

Il giorno della consegna, al mattino, G. “accompagnava telefonicamente in campagna” il primo autista della ditta Z., fornendogli le indicazioni per raggiungere il posto. A seguire dietro di lui c’era il B..

Quel giorno G. non era presente in azienda, ma si trovava a Ferrara.

Alla domanda del P.M. se durante gli accordi o comunque prima della consegna G. avesse parlato con lo Z. di fili elettrici presenti sul terreno o sul tipo di camion necessario per eseguire in sicurezza lo scarico, G. ha risposto asserendo che il letame non avrebbe dovuto essere scaricato in prossimità della linea elettrica, ma a bordo campo come da lui stesso indicato per telefono al primo autista.

La telefonata fra G. ed il primo autista era cessata ancora prima che questi effettuasse la manovra di scarico. Poi i due non si erano più sentiti.

A Z.G. non aveva mai comunicato le modalità precise di scarico.

L’imputato ha poi precisato che quando la sua azienda commissionava forniture era solita compilare il DUVRI.

In questo caso specifico, però, il documento non era stato compilato poiché si trattava di una fornitura occasionale.

Ogni altra volta, invece, il DUVRI era stato redatto anche per le forniture di letame.

Orbene, così riassunti gli esiti della prova orale, si osserva come, pur con qualche imprecisione, discrasia e difficoltà linguistica e ricostruttiva su taluni particolari, ad ogni modo dalle predette testimonianze e valutazioni tecniche sia emerso sostanzialmente che il camion guidato dal B. era entrato nel campo ed aveva alzato il cassone per scaricare il letame. Nell’avanzare per consentire la fuoriuscita del letame, il camion si era impantanato e, perciò, era stato agganciato con una grossa catena al trattore dello S. che lo aveva trainato per alcuni metri al fine di tirarlo fuori dal fango. Avanzando col cassone sollevato il camion era andato ad impattare contro i fili dell’alta tensione. Lo S. ed il B. erano scesi illesi dai rispettivi mezzi. Come riferito dai tre lavoratori presenti in quel momento, B., scendendo dal camion, si era portato sul retro per controllare se fosse riuscito a scaricare tutto il letame. Nel frattempo S., accortosi che il cassone aveva impattato contro i fili della linea elettrica, aveva provato ad avvisare il B., il quale (ciononostante, forse non percependo le grida dello S. per via dei motori delle macchine ancora accesi oppure, resosi conto dell’incaglio del cassone nei fili elettrici, tentando all’uopo di azionare la leva per abbassare il rimorchio) era tornato verso la cabina di guida e, dopo aver appoggiato la mano sinistra sulla carrozzeria, era rimasto folgorato.

Una ulteriore circostanza emersa dagli esami testimoniali è che di regola le indicazioni su quando, come e dove scaricare il letame venivano impartite ai fornitori direttamente ed esclusivamente dal titolare di Azienda O., G.A..

La qualificazione giuridica ed il giudizio di responsabilità.

Preliminarmente, va osservato che tutti gli odierni imputati rivestivano all’epoca dell’infortunio una specifica posizione di garanzia in materia antinfortunistica, che costituisce la fonte normativa di responsabilità penale in capo al soggetto individuato come responsabile degli obblighi di sicurezza, segnatamente:

– il datore di lavoro (nel caso di specie Z.F.), destinatario principale e naturale della normativa antinfortunistica, o soggetto dallo stesso delegato con specifica delega scritta all’osservanza delle norme di prevenzione infortuni conferita a persona affidabile, capace di assolvere i relativi compiti, munita di pieni poteri in tal senso, di autonomia decisionale e patrimoniale, affrancata da ogni ingerenza del delegante;

– il committente (G.A.), nella cui disponibilità permanga l’ambiente di lavoro, obbligato ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità e la salute dei lavoratori, ancorché dipendenti di una impresa appaltatrice, e che consistono nel fornire adeguata informazione ai singoli lavoratori circa le situazioni di rischio, nel predisporre quanto necessario a garantire la sicurezza degli impianti e nel cooperare con l’appaltatrice nell’attuazione degli strumenti di protezione e prevenzione dei rischi connessi sia al luogo di lavoro sia all’attività appaltata (cfr. fra le tante Cass. sentenza n. 26614 del 18 ottobre 2019);

– il lavoratore (S.P.) che, “per effetto di quanto previsto dall’art. 5, commi primo e secondo, lett. b), del D.Lgs. 19 settembre 1994, n. 626, è garante, oltre che della propria sicurezza, anche di quella dei propri colleghi di lavoro o di altre persone presenti, quando si trova nella condizione di intervenire per rimuovere le possibili cause di pericolo, in ragione di una posizione di maggiore esperienza. (In applicazione del principio, la Corte ha ritenuto corretta la decisione impugnata che aveva condannato per il reato di cui all’art. 590 cod. pen. un dipendente per non aver impedito la movimentazione – senza previo abbassamento della piattaforma aerea su cui si trovava con un collega assunto da poco – di un trabattello semovente che, abbattutosi al suolo a causa di un’asperità, li faceva precipitare procurando ad entrambi lesioni gravi”; cfr. Cass. sez. 4, sentenza n. 36452 del 15 maggio 2014).

Ciò premesso, quanto ai profili di colpa generica e specifica addebitati agli odierni imputati, ritiene il giudicante che il quadro probatorio emerso consenta di ravvisarne la sussistenza in modo chiaro ed univoco.

Anzitutto, come si accennava, la ricostruzione della dinamica dell’infortunio sia da parte dello Spisal che dei CCTT delle parti nella sostanza appare sufficientemente concorde; infatti le divergenze emerse e vertenti intorno alle due principali ipotesi formulate non comportano, come si preciserà, una discrasia rilevante e determinante al fine dell’accertamento sostanziale del fatto rispetto alle singole responsabilità giuridiche degli imputati, responsabilità che rimangono ferme a fronte, da un lato, delle iniziali gravi carenze ed omissioni imputabili a G. e Z., dall’altro del comportamento colposo dello Sturato che ha materialmente e causalmente concorso a cagionare l’evento infausto verificatosi ai danni del giovane B..

Si ritiene anzitutto la sussistenza della violazione degli obblighi in materia di scurezza sul lavoro così come correttamente contestati dai funzionari SPISAL agli odierni imputati G. e Z..

Ed invero, gli obblighi di cui all’art. 26. 3 comma, del D.Lgs. n. 81 del 2008, gravanti sui datori di lavoro/committenti in caso di contratti di appalto o d’opera o di somministrazione (promozione della cooperazione e del coordinamento mediante la elaborazione di un unico documento di valutazione dei rischi che indichi le misure adottate per eliminare e, ove ciò non è possibile, ridurre al minimo i rischi da interferenza, da allegare al contratto di appalto o d’opera e da adeguare in funzione dell’evoluzione dei lavori, servizi e forniture), non si si applicano alle mere forniture di materiali o attrezzature, salva la presenza dei rischi particolari di cui all’allegato XI dello stesso decreto che, nel compendiare i “lavori comportanti rischi particolari per la sicurezza e la salute dei lavoratori” individua al punto 4 i “lavori da eseguire in prossimità di linee elettriche aeree a conduttori nudi di tensione”.

Va da sé che alcuna eccettuazione dell’obbligo di redazione del DUVRI da parte del committente/datore di lavoro è configurabile nel caso in esame attesa la indubbia presenza dei fili elettrici dell’alta tensione che per intero attraversavano l’appezzamento di terreno individuato quale luogo di esecuzione della prestazione.

Sicché anche la questione sollevata dalle difese concernente la corretta individuazione e qualificazione dell’oggetto del contratto (se da ritenersi, cioè, quale mera fornitura di letame o vera e propria lavorazione mediante lo spargimento sul terreno) appare del tutto recessiva rispetto al dato obiettivo della comprovata esistenza del predetto fattore di rischio sul luogo di lavoro.

Lo stesso G.A. ha riferito in sede di esame che la propria azienda era solita attenersi a tale prescrizione (redazione del DUVRI) ogniqualvolta stipulasse contratti di fornitura di materiali con soggetti terzi. Nel caso specifico, il Documento in questione non era stato redatto perché – sempre a detta del G. – si trattava di una prestazione meramente occasionale.

E’ evidente come tale giustificazione non sia in alcun modo idonea a scriminare il comportamento omissivo in esame.

Né tanto meno può ritenersi che il G. quella mattina, comunicando telefonicamente col primo autista della ditta Z. e fornendo a quest’ultimo (e solo a quest’ultimo) informazioni su come raggiungere l’area e su dove scaricare il letame, abbia compiutamente ed adeguatamente assolto ai propri oneri informativi.

Ed invero, posto che tali dichiarazioni non hanno trovato alcun tipo di riscontro in dibattimento (non potendosi neppure inferire, da ciò che usualmente avveniva presso l’azienda O., che il G., nella circostanza specifica, avesse effettivamente impartito detto ordine, ovvero quello di scaricare a bordo campo), quand’anche le affermazioni dell’imputato avessero trovato conferma in qualche elemento probatorio, le stesse non varrebbero certo ad integrare il corretto adempimento dell’obbligo in esame.

Il DUVRI, infatti, è un documento che deve essere allegato al contratto di appalto/fornitura così come espressamente previsto dal comma 3 del menzionato art. 26. Ciò sta a significare che, quand’anche il contratto si perfezioni oralmente e non per iscritto, la comunicazione del rischio interferenziale deve necessariamente essere concomitante alla formazione dell’accordo, ciò evidentemente anche al fine di consentire all’appaltatore di predisporre mezzi, uomini e soluzioni consone ed adeguate ai rischi specificamente individuati nel Documento.

Dalla istruttoria dibattimentale è emerso che tale preventiva comunicazione fra le parti contraenti non vi era mai stata.

Correttamente, quindi, i funzionari SPISAL hanno dedotto che se i titolari delle due ditte coinvolte avessero promosso una cooperazione fattiva tesa ad individuare, nel caso specifico, il rischio di elettrocuzione, dato dalla presenza di una linea dell’alta tensione sul fondo, si sarebbe potuto e dovuto fornire al lavoratore un camion dotato di cassone laterale; ciò avrebbe certamente evitato, al momento della consegna e dello scarico del letame (a prescindere dall’esatta individuazione del punto del campo ove effettuare lo scarico), ogni rischio di impatto con la linea elettrica e, di conseguenza, il verificarsi dell’evento mortale.

Si osserva poi come neppure costituisca questione dirimente se il B. si fosse o meno reso conto di essere venuto a contatto con i fili dell’alta tensione.

Secondo la tesi sostenuta dalle difese degli imputati, dopo essere stato trainato dal trattore dello S., B. sarebbe sceso dal proprio mezzo proprio in quanto accortosi che il cassone era andato a collidere con i fili elettrici sovrastanti; per salvaguardare il camion, sottovalutando il rischio di elettrocuzione, il ragazzo sarebbe tornato in cabina ed avrebbe azionato la leva per abbassare il cassone e disancorarlo dai fili dell’alta tensione.

Secondo la ricostruzione della parte civile, invece, B. non si sarebbe mai potuto accorgere di aver toccato i fili dell’alta tensione (sia perché il cassone interamente sollevato gli impediva la visuale sia perché il rumore dei motori ancora accesi non gli consentivano di percepire le grida di S. e T. mentre questi tentavano di avvertirlo del pericolo) e sarebbe sceso dal camion al solo scopo di verificare se il letame fosse stato correttamente scaricato; una volta sinceratosene, egli sarebbe tornato in cabina ed avrebbe azionato la leva per abbassare il cassone ormai vuoto.

Nonostante le emergenze dibattimentali depongano in maniera più che coesa e coerente verso quest’ultima soluzione (si vedano a tal riguardo, in particolare, le deposizioni di tutti e tre i lavoratori della ditta O., i quali hanno concordemente riferito di aver visto il B. scendere ancora illeso dal camion per andare a verificare se il letame fosse stato interamente scaricato; se, al contrario, il B. fosse sceso per verificare l’impatto del cassone con i fili dell’alta tensione, i testimoni presenti se ne sarebbero accorti e lo avrebbero riferito, perché il ragazzo avrebbe guardato in alto e non invece a terra ove aveva appena scaricato il concime), quand’anche si volesse accedere alla prima, non si perverrebbe comunque ad escludere la responsabilità del datore di lavoro/committente per “fatto imputabile in via esclusiva al lavoratore”, contrariamente a quanto hanno tentato di sostenere le difese degli imputati.

A tal riguardo va quindi attentamente esaminata la problematica relativa all’eventuale incidenza causale di detto comportamento imprudente del lavoratore sulla serie causale preesistente, sotto il profilo dell’eventuale interruzione del nesso di condizionamento tra la condotta dei responsabili della normativa antinfortunistica e l’evento lesivo.

Come detto è mancata fra committente ed appaltatrice la preventiva comunicazione del rischio concretamente verificatosi ai danni del B.. Sicché certamente nessun dispositivo, prescrizione, accorgimento specifico suggerito dalle norme in materia o dalla buona tecnica veniva individuato e applicato per far fronte al pericolo, oggettivo e di grado elevato, di elettrocuzione; tanto più che, come riferito dallo stesso G., si trattava di una fornitura occasionale, nel senso che la ditta Z. non era solita effettuare quel tipo di prestazione a favore della azienda agricola O. (per la quale aveva già lavorato in passato, anche se erano trascorsi almeno più di cinque anni dall’ultima prestazione). Sicché i trasportatori di quella ditta non potevano essere al corrente (a meno che non ne fossero stati debitamente informati prima) della zona specifica ove scaricare il letame. Del fatto cioè che costituisse una buona prassi agricola scaricare il concime a bordo campo e che presso l’azienda O. si fosse soliti fare così i dipendenti della ditta Z. non potevano esserne a conoscenza.

Detta prassi, del resto, era funzionale solo alla migliore lavorazione del concime sul campo; essa cioè non costituiva (né tanto meno veniva attuata come tale) una regola atta a prevenire il rischio di elettrocuzione (ovvero il rischio che i mezzi utilizzati per scaricare il letame potessero venire a contatto con i fili dell’alta tensione presenti sul campo).

Ciò in effetti, oltre ad essere stato confermato anche dal consulente della difesa G., non risulta neppure essere stato mai codificato in alcun documento di valutazione dei rischi, di cui peraltro non vi è traccia agli atti del dibattimento; né è stata assunta prova della sua esistenza.

Orbene, la questione essenziale evidenziata sia dai predetti CCTT che dalle difese attiene all’individuazione di quella che viene ritenuta (dalle difese degli imputati appunto) l’unica causa tecnica dell’infortunio, ovvero la condotta imprudente, imprevedibile, abnorme del lavoratore, violativa di asserite specifiche prescrizioni impartite dal committente (come visto, però, non compendiate nel DUVRI, totalmente mancante, né preventivamente comunicate al B. e/o al suo datore di lavoro) e oggetto di informazione e formazione dettagliata di cui il lavoratore stesso era in possesso in quanto autotrasportatore esperto.

A riguardo, però, come si accennava sopra, dal complessivo quadro probatorio è emerso come si configuri più ragionevole e probabile l’ipotesi che il B. non si fosse reso conto della situazione e fosse uscito dal camion al solo scopo di verificare se fosse riuscito a scaricare interamente il cassone; se si fosse reso conto del pericolo in corso non si sarebbe nuovamente avvicinato alla cabina, né tanto meno avrebbe toccato la leva per abbassare il cassone.

Ad ogni buon conto, anche a voler dar credito alla prima ipotesi ricostruttiva, la manovra attuata dal B., pur decisamente incauta e avventata, non potrebbe certo costituire da sola causa sopravvenuta, eccezionale e imprevedibile, idonea ad interrompere il nesso causale, in quanto si inserirebbe comunque in un sistema organizzativo carente e manchevole ab origine sotto il profilo della tutela antinfortunistica, finalizzata anche a sopperire ad eventuali e inevitabili distrazioni o imprudenze dei lavoratori beneficiari di tale tutela, comprese le stesse vittime di infortunio, come riconosciuto dalla giurisprudenza costante in materia anche del Supremo Collegio.

Peraltro, a parte che non risulta affatto provato l’adempimento, da parte del datore, o di altri soggetti responsabili, dell’obbligo, sugli stessi incombente, di esercitare un efficace controllo e una diligente vigilanza sull’operato dei dipendenti (il datore di lavoro ha “il preciso dovere non di limitarsi ad assolvere normalmente il compito di informare i lavoratori sulle norma antinfortunistiche previste, ma deve attivarsi e controllare sino alla pedanteria che tali norma siano assimilate dai lavoratori nella ordinaria prassi di lavoro”, v. Cass. 3/6/95 n. 6486; 10/2/05 n. 13251; 27/5/11 n. 27738 “il responsabile della sicurezza deve attivarsi per controllare fino alla pedanteria che i lavoratori assimilino le norme antinfortunistiche nella ordinaria prassi di lavoro”); ad ogni modo appare assorbente il rilievo che le prescrizioni antinfortunistiche sono dettate al fine precipuo di evitare che si verifichino eventi lesivi dell’incolumità fisica, intrinsecamente connaturati all’esercizio di talune attività lavorative, anche nelle ipotesi in cui siffatti rischi siano conseguenti ad eventuali disattenzioni, imprudenze o condotte comunque maldestre del dipendente (v. tra le altre, secondo un indirizzo giurisprudenziale ormai costante, Cass. 14/12/84 n. 2719; 30/5/91 n. 5835; 14/9/91 n. 9568; 5/4/96 n. 3483), a meno che non integrino una condotta del dipendente del tutto eccezionale, imprevedibile, non preventivamente immaginabile, abnorme, avulsa dal tipo di lavorazione in corso, “ontologicamente e radicalmente lontano dalle ipotizzabili e, dunque, prevedibili imprudenti scelte del lavoratore nell’esecuzione del lavoro” o posta in essere in un ambito estraneo alle mansioni affidategli, esorbitante gli ordini, le direttive e il procedimento organizzativo (v. Cass. 30/9/93 n. 8962; 5/2/97 n. 952; 3/6/99 n. 12115; 12/9/06 n. 30039; n. 2614/’07).

Orbene, detta evenienza non è riscontrabile nel caso de quo, in cui non appare certo impensabile la possibilità del compimento di una operazione (quella propriamente di entrare col camion nell’appezzamento di terreno e di alzare ed abbassare il cassone al fine di scaricare il materiale oggetto della fornitura commissionata) che anzi si identifica con la stessa prestazione contrattuale.

Una simile condotta, che non esorbita certamente dalle mansioni della vittima, non si pone neppure come del tutto anomala, assurda e inconcepibile, atteso che non risulta poi così strano e abnorme assumere, anche solo sbadatamente, una posizione sbagliata o compiere un gesto rischioso in un contesto di estremo pericolo determinatosi a monte a causa di negligenze ed omissioni imputabili ai soggetti titolari di posizioni di garanzia.

A tal riguardo si osserva, infatti, come l’inosservanza delle norme di prevenzione infortuni da parte del datore di lavoro (nello specifico l’inosservanza degli obblighi contenuti nelle norme contestate e di quelle derivanti dalla buona tecnica) “ha valore assorbente rispetto al comportamento dell’operaio, la cui condotta può assumere rilevanza ai fini penalistici solo dopo che da parte dei soggetti obbligati siano adempiute le prescrizioni di loro competenza” (v. Cass. 28/9/77 n. 11437; Cass. 26/1/90 n. 980; Cass. 2614/’07 sopra cit. “l’eventuale colpa concorrente del lavoratore non può spiegare alcuna efficacia esimente per i soggetti aventi l’obbligo di sicurezza che si siano comunque resi responsabili della violazione di prescrizioni in materia antinfortunistica”; 14/3/12 n. 16890 “l’errore sulla legittima aspettativa che non si verifichino condotte imprudenti dei lavoratori non è invocabile da parte del datore di lavoro il quale, per la sua posizione di garanzia, risponde dell’infortunio sia a titolo di colpa diretta per non aver negligentemente impedito l’evento lesivo ed eliminato le condizioni di rischio che a titolo di colpa indiretta, per aver erroneamente invocato a sua scriminante la responsabilità altrui qualora le misure di prevenzione siano state inadeguate”; 7/6/05 n. 36339; 3/11/04 n. 3455; 19/4/07 n. 25502).

Nella fattispecie, infatti, qualora il committente ed il datore di lavoro avessero ottemperato al loro obbligo primario di predisporre e attuare concretamente tutte le cautele previste dalla prescrizioni antinfortunistiche e dalla buona tecnica, dettate, tra l’altro, proprio per prevenire comportamenti imprudenti, il rischio di elettrocuzione non si sarebbe mai concretizzato, perché il B. avrebbe eseguito la sua prestazione a bordo di un mezzo differente (dotato di cassone laterale e non verticale) sicché non si sarebbe potuto neppure configurare alcun comportamento eventualmente disaccorto dello stesso.

Una corretta preventiva comunicazione fra le parti avrebbero impedito l’infortunio occorso.

Quanto allo S., la sua indubbia posizione di garanzia al momento dell’infortunio – trattandosi di lavoratore dipendente esperto della azienda agricola O. – consente di formulare univocamente un giudizio di responsabilità a carico dello stesso, sia sotto il profilo oggettivo (la sua condotta avendo materialmente e causalmente concorso alla determinazione dell’evento), che sotto il profilo soggettivo, tanto più in considerazione delle specifiche circostanze dell’evento e degli specifici addebiti mossi, i quali attengono sostanzialmente ad una carenza nella comunicazione del rischio elettrico esistente in loco, noto allo stesso lavoratore, il quale pur conoscendo le caratteristiche del fondo sul quale lavorava e le prassi attuate in azienda (fra cui eventualmente quella di scaricare a bordo campo il letame) ciononostante, in maniera del tutto imprudente, trascinava col suo trattore l’autoarticolato del B. sotto i fili della corrente elettrica, così determinando la collisione fra il camion ed i fili dell’alta tensione. Alla vista del camion impantanato lo S., consapevole dei rischi connaturati al fondo sul quale da anni lavorava, avrebbe avuto il tempo materiale a disposizione per intervenire in aiuto del B. assumendo adeguate disposizioni a tutela del lavoratore; assumendo quindi un comportamento diverso da quello in concreto da lui tenuto.

Per quanto concerne le fattispecie contravvenzionali contestate agli imputati G. e Z. ai capi c) d) ed e) dell’imputazione, non essendo possibile pervenire ad una sentenza di assoluzione ai sensi dell’art. 129 c.p.p. in ragione di quanto emerso nel corso del dibattimento, non può che constatarsene la prescrizione. I predetti reati, invero, sono stati commessi, in base al capo di imputazione, in data 16 febbraio 2015. Sebbene siano intervenuti atti interruttivi, le contestate fattispecie contravvenzionali si prescrive nel termine massimo di 5 anni. Pertanto, in data 16 febbraio 2020 (in base al principio del favor rei) deve ritenersi intervenuta la prescrizione.

Il trattamento sanzionatorio.

Possono concedersi a favore di tutti e tre gli imputati le circostanze attenuanti generiche attesa l’incensuratezza, l’intervenuta ottemperanza tempestiva alle prescrizioni impartite dallo Spisal ed il corretto comportamento dagli stessi assunto nell’immediatezza e successivamente al tragico evento consumatosi.

Quanto alla commisurazione della pena, valutati i criteri di cui all’art. 133 c.p. ed in particolare la gravità delle rispettive colpe, la pregnanza delle rispettive posizioni di garanzia e la personalità degli imputati, si stima equa applicare:

– nei confronti di G. e Z. il minimo edittale di anni due di reclusione, pena diminuita per effetto delle circostanze attenuanti generiche alla pena finale di anni 1 e mesi otto di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali:

– nei confronti di S.P. il minimo edittale di anni due di reclusione, pena diminuita per effetto delle circostanze attenuanti generiche alla pena finale di anni 1 e mesi quattro di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Sussistono per tutti e tre gli imputati le condizioni normative per la concessione del beneficio della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale richiesto dai privati.

Visto l’art. 263 c.p.p. va disposta la restituzione dei veicoli in sequestro agli aventi diritto.

Le statuizioni civili.

In merito alle richieste della parte civile, premessa la sussistenza della legittimazione attiva di M.G. quale ascendente della vittima primaria, deve anzitutto rilevarsi che i danni, così come allegati dalla relativa difesa, non sono liquidabili in questa sede, poiché le prove assunte non consentono di accertarne il quantum debeatur.

E’ possibile allo stato pervenire solo ad una condanna generica al risarcimento del danno da reato ex artt. 185, 2 comma c.p. e 2059 c.c., inteso quale conseguenza sub specie di pretium doloris del fatto tipico di reato dianzi accertato, rimettendo le parti innanzi al giudice civile per l’accertamento e l’eventuale liquidazione del maggior danno ovvero delle altre poste di danno lamentate dalla danneggiata.

Più in particolare gli imputati vanno condannati al risarcimento in solido dei danni cagionati alla costituita parte civile che, in considerazione del vincolo parentale che la legava alla vittima primaria (come detto trattasi della nonna del giovanissimo C.B.), ha diritto a vedersi risarcito il danno non patrimoniale da perdita della predetta relazione parentale, da ritenersi accertato sulla scorta delle allegazioni puntuali e non specificamente contestate cosi come dedotte in giudizio dalla stessa parte civile.

In considerazione delle modalità del fatto, del tragico infausto evento e della giovanissima età del compianto C.B. può certamente ritenersi sin da ora provato il diritto della parte civile al risarcimento del predetto danno non patrimoniale nella misura di 25.000.00 Euro, tenuto anche conto che sino ad ora non sono mai state corrisposte somme in suo favore, ad alcun titolo.

Ne discende altresì la condanna degli imputati al pagamento, ex art. 539, 2 comma, c.p.p. di provvisionale di pari importo.

Gli imputati sono, altresì, tenuti alla rifusione delle spese processuali sostenute dalla parte civile ex art. 541 c.p.p., spese che si liquidano come in dispositivo conformemente ai criteri di cui al D.M. n. 55 del 2014 in relazione alle fasi effettivamente espletate, alla complessità del processo e delle questioni di fatto e di diritto trattate.

P.Q.M.

Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.

dichiara

G.A. e Z.F. responsabili del reato a loro ascritto al capo A) e, concesse le circostanze attenuanti generiche, li condanna alla pena di 1 anno ed 8 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visti gli artt. 533 e 535 c.p.p.

dichiara

S.P. responsabile del reato a lui ascritto al capo B) e, concesse le circostanze attenuanti generiche, lo condanna alla pena di 1 anno e 4 mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali.

Visto l’art. 163 c.p. ordina che l’esecuzione della presente sentenza resti condizionalmente sospesa per il termine di cinque anni.

Visto l’art. 175 c.p. concede agli imputati il beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale richiesto dai privati.

Visto l’art. 263 c.p.p., dispone la restituzione dei veicoli in sequestro agli aventi diritto.

Visti gli artt. 538 e segg. c.p.p. condanna gli imputati in solido fra loro al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita M.G., da liquidarsi in separato giudizio civile, condannando sin d’ora l’imputato al pagamento di una provvisionale immediatamente esecutiva pari ad Euro 25.000,00. Condanna, altresì, gli imputati in solido fra loro alla rifusione delle spese di costituzione e difesa in favore della parte civile, liquidandole in Euro 4.284,00 oltre spese generali, IVA e CPA.

Visto l’art. 531 c.p.p.

dichiara

non doversi procedere nei confronti di G.A. per essere i reati a lui ascritti ai capi C) e D) estinti per intervenuta prescrizione.

Visto l’art. 531 c.p.p.

dichiara

non doversi procedere nei confronti di Z.F. per essere il reato a lui ascritto al capo E) estinto per intervenuta prescrizione.

Visto l’art. 544 co. 3 c.p.p., fissa in giorni 90 il termine per il deposito delle motivazioni.

Conclusione

Così deciso in Ferrara, il 19 febbraio 2020.

Depositata in Cancelleria il 8 luglio 2020.

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