separazione o di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario

separazione o di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario

separazione o di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario
separazione o di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario
separazione o di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario
separazione o di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario

il criterio della prevenzione trova applicazione, determinando la vis actractiva del giudice preventivamente adito, solo nell’ipotesi di precedente pendenza di un giudizio di separazione o di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario, verificandosi, in tal caso e in via derogatoria rispetto alla regola ordinaria, l’attribuzione di competenza allo stesso Tribunale Ordinario anche dei procedimenti de potestate. Non può, invece, operare la vis actractiva in senso inverso, ovvero quella del Tribunale per i minorenni, anche se precedentemente adito, poichè il procedimento ex art. 337 ter c.c. non rientra tra le competenze del Tribunale per i Minorenni tassativamente individuate dall’art. 38 disp. att. c.c..

Con ordinanza pronunciata in data 13-11-2018 il Tribunale Ordinario di Bologna declinava la propria competenza,deferendola, in quanto giudice preventivamente adito, al Tribunale dei Minorenni di Bologna, avanti al quale era già pendente il procedimento promosso, ai sensi dell’art. 333 c.c., in data 17 luglio 2018 per limitare la responsabilità genitoriale della coppia S. – V.. In particolare nel corso di detto ultimo procedimento erano pronunciati decreti provvisori ex artt. 333 c.c. e 741 c.p.c., con cui erano disposte limitazioni alla responsabilità genitoriale, gradualmente attenuate in considerazione del miglioramento della situazione di pregiudizio originariamente riscontrata e, a conclusione del procedimento, il Tribunale per i Minorenni, in considerazione del netto miglioramento della condizione del minore in seguito al suo collocamento presso il padre, ed in considerazione della difficile relazione del minore con la madre, con decreto pronunciato in data 5.10.2020 manteneva in vigore provvedimenti limitativi della responsabilità genitoriale, limitatamente al conferimento di un incarico al servizio sociale a scopo di vigilanza e sostegno, mantenendo il minore collocato presso il padre, con l’ausilio dei nonni paterni. Il Tribunale Ordinario di Bologna, con la citata ordinanza del 13-11-2018, riteneva che rientrassero nella competenza del Tribunale per i Minorenni, in quanto giudice preventivamente adito, le decisioni non solo “afferenti alla responsabilità genitoriale, all’affido e al collocamento del minore”, ma anche quelle “relativamente ai profili economici funzionali all’interesse superiore del figlio della coppia” (assegnazione della casa familiare e contributo al mantenimento).

Secondo l’orientamento di questa Corte al quale il Collegio intende dare continuità (cfr. da ultimo Cass.16338/2021; Cass.n. 20202/2018), ai sensi dell’art. 38 disp. att. c.c. come novellato dalla L. 10 dicembre 2012, n. 219art. 3, il criterio della prevenzione trova applicazione, determinando la vis actractiva del giudice preventivamente adito, solo nell’ipotesi di precedente pendenza di un giudizio di separazione o di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario, verificandosi, in tal caso e in via derogatoria rispetto alla regola ordinaria, l’attribuzione di competenza allo stesso Tribunale Ordinario anche dei procedimenti de potestate. Non può, invece, operare la vis actractiva in senso inverso, ovvero quella del Tribunale per i minorenni, anche se precedentemente adito, poichè il procedimento ex art. 337 ter c.c. non rientra tra le competenze del Tribunale per i Minorenni tassativamente individuate dall’art. 38 disp. att. c.c.. Per effetto di tale ripartizione, la competenza in ordine ai provvedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale resta disciplinata dal criterio della prevenzione, nel senso che al tribunale per i minorenni restano attribuiti i soli procedimenti promossi senza che sia pendente un giudizio di separazione o divorzio o ex art. 316 c.c. o anteriormente alla proposizione della relativa domanda (la quale, ai sensi dell’art. 5 c.p.c., non può comportarne la sottrazione al giudice competente), mentre, laddove il giudizio concernente la crisi familiare sia stato promosso anteriormente o contestualmente, la competenza resta unitariamente attribuita al giudice cui spetta la cognizione della domanda di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c. Nessun rilievo può assumere, in proposito, la circostanza che il procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni possa essere attivato ad iniziativa del Pubblico Ministero, chiamato ad intervenire, ma con poteri d’impulso e partecipazione più limitati, anche nel giudizio di separazione o divorzio o in quello di cui all’art. 316 c.p.c., non incidendo tale differenza sulla identità delle parti del giudizio, coincidenti pur sempre con i genitori del minore al quale si riferiscono i provvedimenti richiesti, e ben potendo i diversi uffici del Pubblico Ministero porre in essere opportuni meccanismi di raccordo e trasmissione degli atti (cfr. Cass. n. 1866/2019 tra le tante).

Questa Corte ha altresì chiarito che, sebbene, al pari di quanto accade nell’ipotesi di preventiva proposizione della domanda di separazione o di divorzio o di quella ex art. 316 c.c., possano ravvisarsi indubbie interrelazioni o interferenze tra i due tipi di procedimento, il carattere tassativo delle competenze attribuite al tribunale per i minorenni e la mancata previsione di una vis attractiva in favore dello stesso impongono di ritenere che il giudizio successivamente promosso dinanzi al tribunale ordinario resti attribuito alla competenza di quest’ultimo, ferma restando la necessità di tener conto, nell’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole, delle determinazioni assunte dal giudice specializzato, destinate inevitabilmente a ripercuotersi sul regime dell’affidamento dei figli e sulla disciplina dei rapporti tra gli stessi ed i genitori (così da ultimo Cass.16338/2021 citata). In tal senso depone chiaramente la disciplina dettata dall’art. 38 disp. att. c.c., la quale, nell’estendere la competenza del tribunale ordinario alla domanda di adozione dei provvedimenti riguardanti il figlio nato fuori del matrimonio, in precedenza ritenuta spettante alla competenza del tribunale per i minorenni, si limita ad escludere la competenza di quest’ultimo in ordine ai provvedimenti di cui agli artt. 330 e s.s. c.c., in riferimento all’ipotesi in cui al momento della proposizione della relativa domanda sia già pendente un giudizio ex art. 316 c.c., ma nulla dispone in ordine all’ipotesi inversa, che resta pertanto soggetta alla disciplina generale.

2.1. In applicazione di tali principi, che il Collegio condivide ed intende ribadire, il giudice competente a provvedere in ordine all’affidamento del figlio ed alla disciplina dei rapporti con il genitore non collocatario, nonchè alla determinazione del contributo dovuto da quest’ultimo per il mantenimento del minore, dev’essere individuato, nella specie, nel Tribunale ordinario di Bologna. La preventiva proposizione, da parte del Pubblico Ministero, della domanda di adozione dei provvedimenti di cui all’art. 333 c.c. dinanzi al Tribunale per i minorenni di Bologna, pur escludendo l’attrazione del relativo procedimento alla competenza del Tribunale ordinario, non consente, infatti, di ritenere che la domanda proposta dinanzi a quest’ultimo resti a sua volta attratta alla competenza del Giudice minorile, con la conseguenza che ciascun procedimento dovrà proseguire dinanzi al Giudice cui è attribuita la relativa competenza.

Cass. civ., Sez. VI – 1, Ord., (data ud. 13/05/2021) 04/11/2021, n. 31700

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso per conflitto di competenza, iscritto a n. 26732-2020 sollevato dal TRIBUNALE PER I MINORENNI DI BOLOGNA con ordinanza n. rg 1593/2018 del 05/10/2020 nel procedimento vertente tra:

S.P., da una parte;

V.M., dall’altra;

– ricorrenti –

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 13/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CLOTILDE PARISE;

lette le conclusioni del PUBBLICO MINISTERO, in persona del SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE, DOTT.SSA ANNA MARIA SOLDI, che, visto l’art. 380 ter c.p.c., chiede che la Corte di Cassazione, in camera di consiglio, affermi che competente a conoscere della controversia è il Tribunale per i Minorenni di Bologna.

Svolgimento del processo

  1. Con ricorso depositato innanzi al Tribunale Ordinario di Bologna in data 3.8.2018, V.M. chiedeva l’affidamento esclusivo del figlio minore S.N., l’assegnazione della casa familiare e la determinazione dell’obbligo di corrispondere il contributo per mantenimento del figlio a carico di S.P., il quale, nel costituirsi, contestava le domande e chiedeva, a sua volta, l’affidamento del minore, l’assegnazione della casa familiare e la determinazione del contributo al mantenimento del figlio a carico della madre.
  2. Con ordinanza pronunciata in data 13-11-2018 il Tribunale Ordinario di Bologna declinava la propria competenza, deferendola, in quanto giudice preventivamente adito, al Tribunale dei Minorenni di Bologna, avanti al quale era già pendente il procedimento promosso, ai sensi dell’art. 333c.c., in data 17 luglio 2018 per limitare la responsabilità genitoriale della coppia S. – V.. In particolare nel corso di detto ultimo procedimento erano pronunciati decreti provvisori ex artt. 333c.c. e 741 c.p.c., con cui erano disposte limitazioni alla responsabilità genitoriale, gradualmente attenuate in considerazione del miglioramento della situazione di pregiudizio originariamente riscontrata e, a conclusione del procedimento, il Tribunale per i Minorenni, in considerazione del netto miglioramento della condizione del minore in seguito al suo collocamento presso il padre, ed in considerazione della difficile relazione del minore con la madre, con decreto pronunciato in data 5.10.2020 manteneva in vigore provvedimenti limitativi della responsabilità genitoriale, limitatamente al conferimento di un incarico al servizio sociale a scopo di vigilanza e sostegno, mantenendo il minore collocato presso il padre, con l’ausilio dei nonni paterni. Il Tribunale Ordinario di Bologna, con la citata ordinanza del 13-11-2018, riteneva che rientrassero nella competenza del Tribunale per i Minorenni, in quanto giudice preventivamente adito, le decisioni non solo “afferenti alla responsabilità genitoriale, all’affido e al collocamento del minore”, ma anche quelle “relativamente ai profili economici funzionali all’interesse superiore del figlio della coppia” (assegnazione della casa familiare e contributo al mantenimento).
  3. Con ordinanza depositata il 13-10-2020 il Tribunale per i Minorenni, nel precisare di ritenere sussistente la propria competenza, in quanto giudice preventivamente adito, limitatamente alla pronuncia di provvedimenti ex art. 333c.c., ha sollevato conflitto negativo di competenza in ordine al procedimento ex art. 337 terc.c., ritenendo di non avere alcuna competenza relativamente ai profili economici che discendono dalla separazione della coppia genitoriale e dall’affidamento del figlio, quali l’assegnazione della casa familiare e la determinazione del contributo per il mantenimento del minore, trattandosi di competenze non specificatamente attribuite al Tribunale per i minorenni, in base a quanto previsto dalla tassativa indicazione di cui all’art. 38 disp. att. c.c..
  4. La Procura Generale ha concluso per l’affermazione della competenza del Tribunale Ordinario in ordine alla regolamentazione dei rapporti economici da assumersi nell’interesse del minore.
  5. Le parti non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente, occorre dare atto dell’ammissibilità del regolamento d’ufficio, conformemente all’orientamento consolidato di questa Corte che ne esclude la natura di mezzo d’impugnazione, ravvisandovi piuttosto uno strumento volto a sollecitare l’individuazione del giudice naturale, precostituito per legge, al quale compete la trattazione, anche interinale o provvisoria ma comunque esclusiva, dell’affare, e riconoscendone pertanto la compatibilità con i procedimenti in camera di consiglio (cfr. Cass., Sez. VI, 4/08/2011, n. 16959Cass., Sez. I, 7/04/2004, n. 6892).
  2. Secondo l’orientamento di questa Corte al quale il Collegio intende dare continuità (cfr. da ultimo Cass.16338/2021; Cass.n. 20202/2018), ai sensi dell’art. 38disp. att. c.c. come novellato dalla L. 10 dicembre 2012, n. 219art. 3, il criterio della prevenzione trova applicazione, determinando la vis actractiva del giudice preventivamente adito, solo nell’ipotesi di precedente pendenza di un giudizio di separazione o di divorzio o ex art. 316c.c. avanti al Tribunale Ordinario, verificandosi, in tal caso e in via derogatoria rispetto alla regola ordinaria, l’attribuzione di competenza allo stesso Tribunale Ordinario anche dei procedimenti de potestate. Non può, invece, operare la vis actractiva in senso inverso, ovvero quella del Tribunale per i minorenni, anche se precedentemente adito, poichè il procedimento ex art. 337 ter c.c. non rientra tra le competenze del Tribunale per i Minorenni tassativamente individuate dall’art. 38 disp. att. c.c.. Per effetto di tale ripartizione, la competenza in ordine ai provvedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale resta disciplinata dal criterio della prevenzione, nel senso che al tribunale per i minorenni restano attribuiti i soli procedimenti promossi senza che sia pendente un giudizio di separazione o divorzio o ex art. 316 c.c. o anteriormente alla proposizione della relativa domanda (la quale, ai sensi dell’art. 5 c.p.c., non può comportarne la sottrazione al giudice competente), mentre, laddove il giudizio concernente la crisi familiare sia stato promosso anteriormente o contestualmente, la competenza resta unitariamente attribuita al giudice cui spetta la cognizione della domanda di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c. Nessun rilievo può assumere, in proposito, la circostanza che il procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni possa essere attivato ad iniziativa del Pubblico Ministero, chiamato ad intervenire, ma con poteri d’impulso e partecipazione più limitati, anche nel giudizio di separazione o divorzio o in quello di cui all’art. 316 c.p.c., non incidendo tale differenza sulla identità delle parti del giudizio, coincidenti pur sempre con i genitori del minore al quale si riferiscono i provvedimenti richiesti, e ben potendo i diversi uffici del Pubblico Ministero porre in essere opportuni meccanismi di raccordo e trasmissione degli atti (cfr. Cass. n. 1866/2019 tra le tante).

Questa Corte ha altresì chiarito che, sebbene, al pari di quanto accade nell’ipotesi di preventiva proposizione della domanda di separazione o di divorzio o di quella ex art. 316 c.c., possano ravvisarsi indubbie interrelazioni o interferenze tra i due tipi di procedimento, il carattere tassativo delle competenze attribuite al tribunale per i minorenni e la mancata previsione di una vis attractiva in favore dello stesso impongono di ritenere che il giudizio successivamente promosso dinanzi al tribunale ordinario resti attribuito alla competenza di quest’ultimo, ferma restando la necessità di tener conto, nell’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole, delle determinazioni assunte dal giudice specializzato, destinate inevitabilmente a ripercuotersi sul regime dell’affidamento dei figli e sulla disciplina dei rapporti tra gli stessi ed i genitori (così da ultimo Cass.16338/2021 citata). In tal senso depone chiaramente la disciplina dettata dall’art. 38 disp. att. c.c., la quale, nell’estendere la competenza del tribunale ordinario alla domanda di adozione dei provvedimenti riguardanti il figlio nato fuori del matrimonio, in precedenza ritenuta spettante alla competenza del tribunale per i minorenni, si limita ad escludere la competenza di quest’ultimo in ordine ai provvedimenti di cui agli artt. 330 e s.s. c.c., in riferimento all’ipotesi in cui al momento della proposizione della relativa domanda sia già pendente un giudizio ex art. 316 c.c., ma nulla dispone in ordine all’ipotesi inversa, che resta pertanto soggetta alla disciplina generale.

2.1. In applicazione di tali principi, che il Collegio condivide ed intende ribadire, il giudice competente a provvedere in ordine all’affidamento del figlio ed alla disciplina dei rapporti con il genitore non collocatario, nonchè alla determinazione del contributo dovuto da quest’ultimo per il mantenimento del minore, dev’essere individuato, nella specie, nel Tribunale ordinario di Bologna. La preventiva proposizione, da parte del Pubblico Ministero, della domanda di adozione dei provvedimenti di cui all’art. 333 c.c. dinanzi al Tribunale per i minorenni di Bologna, pur escludendo l’attrazione del relativo procedimento alla competenza del Tribunale ordinario, non consente, infatti, di ritenere che la domanda proposta dinanzi a quest’ultimo resti a sua volta attratta alla competenza del Giudice minorile, con la conseguenza che ciascun procedimento dovrà proseguire dinanzi al Giudice cui è attribuita la relativa competenza.

  1. La natura officiosa dell’iniziativa esclude la necessità di provvedere al regolamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte dichiara la competenza del Tribunale per i minorenni di Bologna in ordine al procedimento promosso dal Pubblico Ministero ai sensi dell’art. 333 c.c. e del Tribunale ordinario di Bologna in ordine al procedimento promosso da V.M. ai sensi dell’art. 337-ter c.c., disponendo la riassunzione di ciascun processo dinanzi al Giudice rispettivamente competente nel termine di legge.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 13 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

FIGLI MINORI ASSEGNO MANTENIMENTO SEPARAZIONE DIVORZIO

FIGLI MINORI ASSEGNO MANTENIMENTO SEPARAZIONE DIVORZIO

L’affido condiviso risulta pregiudizievole per l’interesse del minore nel caso in cui il genitore non affidatario si sia reso totalmente inadempiente all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori ed abbia esercitato in modo discontinuo il suo diritto di visita, in quanto tali comportamenti sono sintomatici della sua inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente. Il totale disinteresse e l’irreperibilità del padre giustificano, dunque, l’affidamento esclusivo della minore alla madre.

In tema di affidamento e di mantenimento dei figli minori, posto che il giudice è tenuto a tutelare il superiore interesse della prole: a) l’affidamento condiviso è correttamente attuato con la collocazione stabile del figlio presso il genitore con cui egli abbia in prevalenza vissuto in precedenza, e che possa assicurargli maggiore attenzione, in quanto più idoneo a prendersene cura; b) nel contempo, nel rispetto del principio di bigenitorialità, devono assicurarsi al genitore non collocatario ampie frequentazioni con il figlio medesimo; c) nella determinazione dell’assegno di mantenimento a carico del genitore non collocatario, proporzionato alle sue sostanze e capacità di lavoro professionale o casalingo, devono considerarsi le esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza, le risorse economiche dei genitori, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

Tribunale Modena, Sez. I, Sentenza, 04/06/2019, n. 859

L’affido condiviso risulta pregiudizievole per l’interesse del minore nel caso in cui il genitore non affidatario si sia reso totalmente inadempiente all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori ed abbia esercitato in modo discontinuo il suo diritto di visita, in quanto tali comportamenti sono sintomatici della sua inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente. Il totale disinteresse e l’irreperibilità del padre giustificano, dunque, l’affidamento esclusivo della minore alla madre.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 22/05/2018, n. 53173 (rv. 274613-01)

REATI CONTRO LA FAMIGLIA – Delitti contro l’assistenza familiare – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – Omessa prestazione dei mezzi di sussistenza – Assegno di mantenimento stabilito in favore dei figli minori – Inadempimento – Incapacità economica assoluta del soggetto obbligato – Condizioni – Fattispecie

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare,l’incapacità economica dell’obbligato, intesa come impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall’art. 570 cod. pen., deve essere assoluta e deve altresì integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti.(Fattispecie in cui la Corte ha confermato la sentenza di appello che aveva ritenuto insussistente l’incapacità patrimoniale del genitore a provvedere all’assegno stabilito in favore dei figli minori, sul presupposto che questi aveva sempre svolto, sia pur in modo saltuario, attività lavorativa ed, inoltre, nel periodo oggetto di imputazione aveva avuta avuto la disponibilità del denaro proveniente dalla vendita di un immobile con cui avrebbe potuto sopperire alle esigenze dei minori). (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO ANCONA, 29/06/2015)

Tribunale Rovigo, Sentenza, 23/04/2020, n. 293

In tema di affidamento e di mantenimento dei figli minori, posto che il giudice è tenuto a tutelare il superiore interesse della prole: a) l’affidamento condiviso è correttamente attuato con la collocazione stabile del figlio presso il genitore con cui egli abbia in prevalenza vissuto in precedenza, e che possa assicurargli maggiore attenzione, in quanto più idoneo a prendersene cura; b) nel contempo, nel rispetto del principio di bigenitorialità, devono assicurarsi al genitore non collocatario ampie frequentazioni con il figlio medesimo; c) nella determinazione dell’assegno di mantenimento a carico del genitore non collocatario, proporzionato alle sue sostanze e capacità di lavoro professionale o casalingo, devono considerarsi le esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza, le risorse economiche dei genitori, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 09/01/2020, n. 283 (rv. 656764-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Scioglimento – Divorzio – Obblighi – Verso la prole – In genere – Divorzio – Revisione dell’assegno di mantenimento per i figli – Necessità di far valere fatti sopravvenuti – Pendenza di precedente giudizio di revisione – Conseguenze – Fattispecie

I provvedimenti in tema di mantenimento dei figli minori di genitori divorziati passano in giudicato, ma essendo sempre rivedibili, divengono definitivi solo “rebus sic stantibus”, sicché il giudice in sede di revisione non può procedere ad una diversa ponderazione delle pregresse condizioni economiche delle parti, né può prendere in esame fatti anteriori alla definitività del titolo stesso o che comunque avrebbero potuto essere fatti valere con gli strumenti concessi per impedirne la definitività. (Nella specie la S.C. ha confermato il rigetto della domanda proposta dal coniuge onerato del pagamento di un assegno di mantenimento per la prole, il quale aveva introdotto un nuovo procedimento di revisione dell’assegno, invocando fatti modificativi delle condizioni economiche delle parti, intervenuti prima della conclusione di altro procedimento di modifica nel quale essi avrebbero potuto essere fatti valere). (Rigetta, CORTE D’APPELLO TORINO, 24/01/2018)

La revoca dell’assegnazione della casa coniugale, quale evento peggiorativo della condizione del coniuge presso il quale dimori stabilmente il figlio minore, non assume rilevanza per il giudice di appello, ai fini dell’aumento dell’assegno di mantenimento del figlio minore, qualora il provvedimento “in pejus” sia stato oggetto di valutazione in prime cure ai fini della determinazione dell’assegno stesso, nonché – e per quanto esclusivamente – il provvedimento “in pejus” sia stato oggetto di valutazione, da parte del giudice di appello, in ragione dell’onere del canone locatizio che ne sia necessariamente conseguito, ai fini del riconoscimento e della determinazione dell’assegno di divorzio, pervenendosi, altrimenti opinando, ad una duplicazione di emolumenti determinata da una stessa causa.

FAMIGLIA – Matrimonio – Scioglimento – Divorzio – Obblighi – Verso la prole – In genere – Figli maggiorenni – Portatori di handicap grave – Condizione giuridica – Equiparazione ai figli minori ex art. 337 septies c.c. – Riduzione dell’autonomia personale – Accertamento – Necessità

Ai fini del riconoscimento di un assegno di mantenimento ai figli maggiorenni portatori di handicap grave, la cui condizione giuridica è equiparata, sotto tale profilo, a quella dei figli minori ex art. 337 septies c.c., il giudice di merito è tenuto ad accertare se il figlio che richieda la contribuzione sia portatore di un handicap grave, ai sensi dell’art. 3, comma 3, della l. n. 104 del 1992, richiamato dall’art. 37 bis disp. att. c.c., ossia se la minorazione, singola o plurima, della quale il medesimo sia portatore, abbia ridotto la sua autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, essendo, in caso contrario, la condizione giuridica del figlio assimilabile non a quella dei minori bensì allo status giuridico dei figli maggiorenni. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO PERUGIA, 04/04/2017)

Corte d’Appello Bologna, Sez. I, 27/09/2010, n. 1091

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La revoca dell’assegnazione della casa coniugale, quale evento peggiorativo della condizione del coniuge presso il quale dimori stabilmente il figlio minore, non assume rilevanza per il giudice di appello, ai fini dell’aumento dell’assegno di mantenimento del figlio minore, qualora il provvedimento “in pejus” sia stato oggetto di valutazione in prime cure ai fini della determinazione dell’assegno stesso, nonché – e per quanto esclusivamente – il provvedimento “in pejus” sia stato oggetto di valutazione, da parte del giudice di appello, in ragione dell’onere del canone locatizio che ne sia necessariamente conseguito, ai fini del riconoscimento e della determinazione dell’assegno di divorzio, pervenendosi, altrimenti opinando, ad una duplicazione di emolumenti determinata da una stessa causa.

Cass. civ., Sez. VI, Ordinanza, 22/04/2016, n. 8151

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In merito alla richiesta di rivalutazione dell’assegno di mantenimento disposto, in sede di divorzio, in favore dei figli minori, in ragione al fatto notorio della crescita dei figli e dell’aumento delle loro esigenze, deve rilevarsi che le esigenze dei figli, in concomitanza con l’aumento della loro età e alla conseguente necessità di un incremento dell’assegno, si può in linea generale consentire; tuttavia, ai fini di un eventuale aumento dell’importo, si dovrà necessariamente effettuare una valutazione concreta delle esigenze dei figli medesimi, sulla base delle condizioni economiche dei genitori.

SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA COME FARE? COSA FARE?

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA ALTEDO MONTEVEGLIO CASALECCHIO, BUDRIO MALALBERGO, CASTEL SAN PIETRO SAN PIETROIN CASALE

Capo V
Dello scioglimento del matrimonio e della separazione dei coniugi

Art. 149.
Scioglimento del matrimonio.

Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge. Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai sensi dell’articolo 82, o dell’ articolo 83, e regolarmente trascritto, cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge.

contratto preliminare -immobiliare-il-contratto-preliminare-avvocato esperto
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  • Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 2 dicembre 2019, n. 31358.
  • – che è vero come, secondo l’orientamento più volte espresso da questa Corte, nel giudizio di divorzio la sopravvenuta morte del coniuge determina la cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio ed a tutti i profili economici connessi (Cass. 20 febbraio 2018, n. 4092; Cass. 8 novembre 2017, n. 26489; Cass. 29 luglio 2015, n. 16051, non tutte massimate): onde l’evento della morte sortisce l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato, assumendo esso rilevanza in relazione alla specifica res litigiosa; – che, pertanto, atteso che il capo di pronuncia sullo status era passato in giudicato, va accolta l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere con riguardo alla materia residua, ossia con riguardo ai capi sulle disposizioni patrimoniali a carico dell’obbligato, che non hanno ancora acquisito definitività; – che, pertanto,

AVVOCATO DIVORZISTA MATRIMONIALISTA BOLOGNA ESPERTO DIVORZI E SEPARAZIONE IMPOSSIBILI, CON FORTI LITI TRA I CONIUGI SERGIO ARMAROLI 051 6447838

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Art. 150.
Separazione personale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

E’ ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.

avvocatiabologna esperti

Art. 151.
Separazione giudiziale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

, Cass. Civile, sez. I, sentenza 30 gennaio 2013, n. 2183.

La procedura per la separazione consensuale:

  • La Separazione consensuale è molto agevole ed è lo strumento attraverso il quale marito e moglie, di comune accordo tra loro, decidono di separarsi.
  • La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione
  • La separazione consensuale acquista efficacia con un provvedimento emesso dal Tribunale, l’omologa (in pratica il Tribunale si limita a validare, controllare e dichiarare efficaci le condizioni determinate dai coniugi congiuntamente).
  • Diritto di Famiglia
  • Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

Si ricorre alla separazione giudiziale quando:

  • in caso di gravi disaccordi tra i coniugi per motivi economici o di affidamento dei figli e può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi. In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata la violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) da parte di uno dei coniugi e che questa violazione abbia determinato la cessazione del matrimonio.
  • Nel caso in cui l’addebito sia riconosciuto dal giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.
  1. Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

  1. a) che la Suprema Corte, sottoponendo a revisione l’indirizzo meno recente, favorevole in prevalenza “al passaggio da una separazione consensuale omologata ad una separazione addebitata”, anche per fatti successivi alla separazione medesima, non soltanto è pervenuta a sottolineare che, in seguito all’abrogazione dell’art. 156 c.c., non sussistono a carico dei coniugi separati obblighi di carattere morale derivanti dal matrimonio, ma solo obblighi di carattere patrimoniale (di guisa che non sono valutabili fatti commessi in violazione di obblighi non più esistenti quando la separazione è stata pronunciata o consensualmente accettata, potendo i comportamenti ed i fatti successivi alla separazione, eventualmente, valere soltanto ai fini del mutamento delle condizioni della separazione medesima, dell’inibitoria dell’uso del cognome maritale e dell’adozione degli strumenti di tutela di cui all’art. 155 c.c., comma 8, artt. 330 e 333 c.c., nonchè ai fini penali), ma, soprattutto, è pervenuta ad enucleare l’essenziale principio secondo cui, per la necessaria contestualità tra il giudizio di improseguibilità della convivenza ed il giudizio di addebitabilità, non è consentito, una volta che la separazione è stata pronunciata o omologata, stabilire con un giudizio a posteriori che il fallimento dell’unione coniugale avrebbe potuto essere imputato a fatti e comportamenti diversi da quelli già considerati (Cass. 17 marzo 1995, n. 3098; Cass. 19 settembre 1997, n. 9317);

SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA COME FARE? COSA FARE?

Diritto di famiglia e dei minori (separazioni, divorzi – consensuali, congiunti e giudiziali e con negoziazione assistita,  modifica delle condizioni di separazione, reversibilità di pensioni al coniuge superstite, riconoscimento di paternità) materie per le quali offre una intera gamma di servizi personalizzati volti al superamento delle numerose e variegate problematiche che si sviluppano all’interno del nucleo familiare.

– Procedure Di Separazione E Divorzio Sia Consensuali Che Giudiziali (Con O Senza Addebito)

– Disciplina Dei Rapporti Patrimoniali Dei Coniugi Ed Assegnazione Dell’Abitazione Familiare

– Affidamento, Collocazione, Mantenimento E Disciplina Del Diritto Di Frequentazione Dei Figli

– Procedure Di Affidamento Congiunto O Disgiunto Di Minori Nati Da Coppie Non Coniugate E, Più In Generale, Assistenza Legale In Ambito Di Rapporti Di Filiazione

Riconoscimento O Disconoscimento Dei Figli[wpforms id=”9898″ title=”true” description=”true”]

– Unioni Civili  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

Delle persone e della famiglia

 

– Tutela Dei Rapporti Nonni/Nipoti

– Tutela Avverso La Violazione Degli Obblighi Di Assistenza Nei Confronti Dei Figli Minori

– Ordini Di Protezione Ed Allontanamento Del Coniuge O Del Figlio

– Ordini Di Protezione Contro La Violenza O Lo Stalking Familiare

– Amministrazioni Di Sostegno

Coppie in crisi:

Uno dei due partner è deciso per la separazione e l’altro non accetta

La decisione di separarsi è chiara per entrambi

Coppie separate di fatto: coppie con aree di conflitto sui termini di affidamento dei figli e/o sul versante economico

Coppie separate legalmente: le condizioni di separazione risultano di difficile attuazione o non vengono rispettate

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Codice Civile

Libro Primo
Delle persone e della famiglia

Titolo VI
Del matrimonio

separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare
separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare

Capo V
Dello scioglimento del matrimonio e della separazione dei coniugi

Art. 149.
Scioglimento del matrimonio.

Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge. Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai sensi dell’articolo 82, o dell’ articolo 83, e regolarmente trascritto, cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge.

  • Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 2 dicembre 2019, n. 31358.

  • – che è vero come, secondo l’orientamento più volte espresso da questa Corte, nel giudizio di divorzio la sopravvenuta morte del coniuge determina la cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio ed a tutti i profili economici connessi (Cass. 20 febbraio 2018, n. 4092; Cass. 8 novembre 2017, n. 26489; Cass. 29 luglio 2015, n. 16051, non tutte massimate): onde l’evento della morte sortisce l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato, assumendo esso rilevanza in relazione alla specifica res litigiosa; – che, pertanto, atteso che il capo di pronuncia sullo status era passato in giudicato, va accolta l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere con riguardo alla materia residua, ossia con riguardo ai capi sulle disposizioni patrimoniali a carico dell’obbligato, che non hanno ancora acquisito definitività; – che, pertanto,

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Art. 150.
Separazione personale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

E’ ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.

Art. 151.
Separazione giudiziale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

, Cass. Civile, sez. I, sentenza 30 gennaio 2013, n. 2183.

La procedura per la separazione consensuale:

 

  • La Separazione consensuale è molto agevole ed è lo strumento attraverso il quale marito e moglie, di comune accordo tra loro, decidono di separarsi.

 

 

  • La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione
  •  
  • La separazione consensuale acquista efficacia con un provvedimento emesso dal Tribunale, l’omologa (in pratica il Tribunale si limita a validare, controllare e dichiarare efficaci le condizioni determinate dai coniugi congiuntamente).
  • Diritto di Famiglia
  • Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.
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Si ricorre alla separazione giudiziale quando:

 

  • in caso di gravi disaccordi tra i coniugi per motivi economici o di affidamento dei figli e può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi. In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata la violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) da parte di uno dei coniugi e che questa violazione abbia determinato la cessazione del matrimonio.

 

  • Nel caso in cui l’addebito sia riconosciuto dal giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.

 

  1. Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

 

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

  1. a) che la Suprema Corte, sottoponendo a revisione l’indirizzo meno recente, favorevole in prevalenza “al passaggio da una separazione consensuale omologata ad una separazione addebitata”, anche per fatti successivi alla separazione medesima, non soltanto è pervenuta a sottolineare che, in seguito all’abrogazione dell’art. 156 c.c., non sussistono a carico dei coniugi separati obblighi di carattere morale derivanti dal matrimonio, ma solo obblighi di carattere patrimoniale (di guisa che non sono valutabili fatti commessi in violazione di obblighi non più esistenti quando la separazione è stata pronunciata o consensualmente accettata, potendo i comportamenti ed i fatti successivi alla separazione, eventualmente, valere soltanto ai fini del mutamento delle condizioni della separazione medesima, dell’inibitoria dell’uso del cognome maritale e dell’adozione degli strumenti di tutela di cui all’art. 155 c.c., comma 8, artt. 330 e 333 c.c., nonchè ai fini penali), ma, soprattutto, è pervenuta ad enucleare l’essenziale principio secondo cui, per la necessaria contestualità tra il giudizio di improseguibilità della convivenza ed il giudizio di addebitabilità, non è consentito, una volta che la separazione è stata pronunciata o omologata, stabilire con un giudizio a posteriori che il fallimento dell’unione coniugale avrebbe potuto essere imputato a fatti e comportamenti diversi da quelli già considerati (Cass. 17 marzo 1995, n. 3098; Cass. 19 settembre 1997, n. 9317);

  2. b) che detta Corte, approfondendo la giurisprudenza consolidatasi già nel precedente decennio ed, in particolare, configurando la separazione quale effetto o rimedio di una convivenza ormai intollerabile, o tale da pregiudicare gravemente l’educazione della prole, ha, secondo il suo più recente orientamento, ritenuto che la separazione medesima non è più prevista come uno stato transitorio, determinato da colpe, in prospettiva della ricomposizione dell’unione coniugale, ma comporta che detto istituto si sostanzia in un titolo auto sufficiente di cessazione della convivenza, suscettibile di ulteriori e diversificati esiti, onde la volontà del legislatore, espressa nell’art. 151 c.c., di riservare esclusivamente al giudice chiamato a pronunciare la separazione il potere di statuire, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia stato richiesto, l’addebitabilità della separazione, precludendo, in tal modo, la possibilità che questa sia prospettata aliunde, in altra sede, con autonoma domanda, in presenza di un precedente titolo della separazione stessa, una simile possibilità essendo configurabile solo in caso di nuova pronuncia di separazione, emessa in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo l’eventuale riconciliazione (Cass. 30 luglio 1999, n. 8272);

  3. c) che, “alla stregua della ratio decidendi testè riportata, l’inammissibilità del mutamento del titolo della separazione prescinde completamente dal carattere preesistente o sopravvenuto, rispetto alla separazione consensuale, dei comportamenti costituenti violazione dei doveri coniugali, ma attiene alla stessa struttura e funzione dell’istituto della separazione personale dei coniugi”.

La Corte territoriale, quindi, stimando “pienamente condivisibile” tale “referente” giurisprudenziale e non ravvisando “ragioni per discostarsene”, ha finito per escludere “l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione”, ritenendo così (e salvo quanto appresso) “esaurito il tema del decidere”.[wpforms id=”9898″ title=”true” description=”true”]

Nei termini sin qui riferiti, il Giudice del merito ha fatto corretta applicazione di principi che, ripetutamente enunciati dalla più recente giurisprudenza di legittimità, richiamata del resto nella sentenza impugnata (Cass. n. 9317/1997, cit.; Cass. n. 8272/1999, cit.; nonchè Cass. Sezioni Unite 4 dicembre 2001, n. 15279), sono stati, poi, ribaditi in una non lontana pronuncia di questa Corte (Cass. 29 marzo 2005, n. 6625) là dove trovasi affermato in particolare:

  1. a) che l’art. 151 c.c., nel testo introdotto dalla L. 19 maggio 1975, n. 151, di riforma del diritto di famiglia, stabilisce al comma 1 che la separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole, mentre, al comma 2, stabilisce poi che il giudice, pronunciando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio;

  2. b) che del sopra citato art. 151 c.c., il comma 1, quindi, ricollega la pronuncia di separazione al verificarsi di fatti oggettivi che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza coniugale o che compromettano l’educazione della prole, laddove il comma 2, invece, prevede la possibilità di una pronuncia accessoria, su istanza di uno o di entrambi i coniugi, di addebito della medesima separazione;

  3. c) che il coordinamento fra tali disposizioni evidenzia come la dichiarazione di addebito possa essere richiesta e adottata soltanto nell’ambito del giudizio di separazione, dovendosi escludere l’esperibilità, in tema appunto di addebito, di domande successive a tale giudizio, attribuendo espressamente dell’art. 151 c.c., il comma 2 la relativa cognizione alla competenza esclusiva del giudice della separazione, con la conseguente improponibilità di domande di addebito al di fuori del giudizio anzidetto;

  4. d) che, pertanto, i coniugi, vuoi qualora siano addivenuti ad una separazione giudiziale senza pronuncia di addebito, vuoi qualora siano addivenuti ad una separazione consensuale omologata, come nella specie, non possono chiedere, in un successivo giudizio, nè per fatti sopravvenuti nè per fatti anteriori alla separazione medesima, una pronuncia di addebito, onde, in tal senso, si palesano di per sè prive di fondamento le censure dell’odierna ricorrente là dove quest’ultima assume che “i fatti (originari) denunciati sono tutti precedenti alla richiesta di (separazione) consensuale, ma venuti a conoscenza di una delle parti contraenti soltanto dopo la prestazione del consenso”.

Peraltro, la Corte territoriale, nell’impugnata sentenza, pur avendo (come si è accennato) “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione” ed avendo, quindi, ritenuto “esaurito…il tema del decidere”, ha tuttavia reputato “necessarie ulteriori precisazioni”, così da affermare:

  1. a) che “dagli atti del procedimento emerge la prospettazione, da parte dell’attuale appellante, di una pregressa situazione di fallimento matrimoniale, per comportamenti addebitabili al B. D.N., tale da indurre V.S. a risolversi ad assumere l’iniziativa della separazione e che su tale situazione ebbe ad innestarsi la condotta intenzionalmente ingannevole, posta in essere dal marito, nell’intento di convincere la moglie ad addivenire alla separazione consensuale”;

  2. b) che, “inoltre, il comportamento dedotto dalla ricorrente come maliziosamente attuato dal coniuge al fine di indurla a separarsi consensualmente pare individuato negli artifici e raggiri consistenti nelle mendaci dichiarazioni circa la definitiva cessazione della relazione extraconiugale dallo stesso intrattenuta (della quale la moglie doveva essere a conoscenza – altrimenti non trovando logica spiegazione il mendacio relativo alla cessazione di tale rapporto -, relazione, invece, perdurante e dalla quale era in procinto di nascere un figlio) nonchè nella contestuale rappresentazione della possibilità di una riconciliazione tra i coniugi”;

  3. c) che, “in ultima analisi, piuttosto che fatti e comportamenti intrinsecamente idonei a fondare autonomamente un addebito…la ricorrente pare dedurre…elementi ascrivibili alla fattispecie del dolo processuale revocatorio…”;

  4. d) che, “se il decreto di omologazione della separazione personale consensuale concordata tra i coniugi…non costituisce un provvedimento impugnabile con il mezzo della revocazione, tuttavia va…esclusa quella sorta di lacuna dell’ordinamento adombrata dalla ricorrente (nel senso che) il provvedimento di omologazione, in se stesso considerato, è impugnabile con reclamo alla corte d’appello ai sensi dell’art. 739 c.p.c. ed è revocabile ai sensi dell’art. 742 c.p.c. per vizi di legittimità, che non si convertono in motivi di gravame, ma sono in ogni tempo deducibili nell’ambito della giurisdizione camerale e sono pure eccepibili in un processo ordinario…, dove l’esistenza di un valido decreto di omologazione si presenti come imprescindibile condizione di legittimità dell’azione”.

Al riguardo, giova premettere come la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 5 marzo 2001, n. 3149; Cass. 20 novembre 2003, n. 17607; Cass. 4 settembre 2004, n. 17902; Cass. n. 6625/2005, cit.), argomentando dalla natura negoziale (quand’anche non contrattuale) dell’accordo che da sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi, nonchè dal fatto che non è ravvisabile, nell’atto di omologazione, una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti o di governo dell’autonomia dei coniugi (rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra gli stessi coniugi, salvo che per quanto riguarda i patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, rispetto ai quali il giudice è dotato di un potere di intervento più penetrante), abbia ritenuto applicabili alla separazione consensuale omologata le norme generali che disciplinano la materia dei vizi della volontà, nei limiti in cui dette norme risultino compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare, riconoscendo ammissibile la relativa azione di annullamento, la cui esperibilità, non limitata all’istituto contrattuale ma estensibile ai negozi che riguardano i rapporti giuridici non patrimoniali, cui appartengono quelli appunto di diritto familiare, presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti, là dove, però, rispetto all’atto di separazione omologato, nè gli eventuali vizi del consenso nè la sua eventuale simulazione sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c., nel senso esattamente che, costituendo presupposto del ricorso a detta procedura l’allegazione dell’esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli ipotetici vizi dell’accordo di separazione, ovvero della sua simulazione, resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali.

avvocatiabologna esperti

Nel caso in esame, tuttavia, è da osservare come l’odierna ricorrente non abbia specificatamente censurato l’apprezzamento di fatto della Corte territoriale secondo cui la stessa ricorrente:

1) mediante il ricorso (depositato il 22.7.1999) introduttivo del giudizio, ebbe a chiedere “il mutamento del titolo della separazione personale coniugale da consensuale, come da verbale del 24.11.1998, omologato con decreto del 1.12.1998, in giudiziale con addebito al coniuge…”;

2) mediante il ricorso in appello (depositato il 12.12.2003) avverso la sentenza del primo Giudice (dichiarativa dell’inammissibilità della domanda principale avanzata dalla V., al pari di quella, reciproca, proposta in via riconvenzionale dal marito), ha chiesto la riforma di detta sentenza “tramite l’accoglimento delle conclusioni formulate nel grado pregresso,…asserendo che…la valenza contrattuale della separazione consensuale…rendeva applicabili le norme (art. 1427 c.c.) sull’annullabilità dei contratti per vizio del consenso (e che tale) annullabilità (era) suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo…”.

In questo senso, anche a voler considerare l’assunto della Corte territoriale riportato da ultimo (sotto le lettere da “a” a “d” che precedono) alla stregua di una vera e propria ratio decidendi, non già di un mero obiter dictum (come pure induce a credere l’affermazione della medesima Corte secondo cui, “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione,…il tema del decidere potrebbe ritenersi esaurito”, indipendentemente, quindi, dalle “ulteriori precisazioni” che detto Giudice ha creduto nondimeno “necessarie”), appare, comunque, palese l’infondatezza delle censure attraverso le quali l’odierna ricorrente ha lamentato “il comportamento doloso (del marito) che ha viziato il consenso” (da lei prestato al raggiungimento della separazione consensuale), segnatamente deducendo che i relativi “accordi (vennero) esclusivamente raggiunti mediante l’occultamento doloso dei fatti, messo in atto subdolamente e premeditatamente da una delle parti contraenti”.

Al riguardo, infatti, malgrado la stessa ricorrente abbia, nella memoria ex art. 378 c.p.c., insistito sul rilievo secondo cui “nell’addivenire al negozio della separazione consensuale, la (sua) volontà…fu…viziata dal dolo del B.D.N.” (nel senso esattamente che “si lasciò indurre a concludere l’accordo separatizio in via consensuale dalle numerose e maliziose assicurazioni del marito – tendenti appunto a carpirle la sottoscrizione per il consenso – di aver cessato i rapporti adulterini…, ventilandole la possibilità di una…riconciliazione”), significando altresì che “la parte fraudolentemente ingannata poteva bene chiedere l’annullamento del negozio stesso” e che, “ove la volontà dei contraenti sia in qualche modo viziata, è logico ammettere la possibilità che si ponga nel nulla l’accordo con un’azione contenziosa, senza passare attraverso i rimedi camerali del reclamo e della revoca”, è da considerare, tuttavia, che, sulla base dell’incensurato (di per sè) apprezzamento di fatto della Corte territoriale sopra riferito, è rimasto accertato che la prospettazione dell’odierna ricorrente (ribadita in questa sede ed incentrata, come si è detto, sul rilievo di essere stata indotta alla separazione consensuale con volontà viziata dall’ignoranza di fatti dovuta al comportamento doloso dell’altra parte, assunto al fine di occultarli ed ottenere un’adesione che mai sarebbe stata concessa se tali fatti fossero stati conosciuti) non si è minimamente tradotta nell’esperimento di un vero e proprio giudizio di annullamento, bensì esclusivamente nella richiesta di una pronuncia di addebito, improponibile (per le ragioni illustrate) al di fuori del giudizio di separazione, ovvero, al più, in una pretesa pur sempre fondata, però, sull’annullabilità della separazione consensuale (per vizio del consenso) “suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo”, onde, avendo la stessa ricorrente proposto in sede di merito soltanto una simile domanda laddove altra è l’azione (di annullamento appunto) autonomamente predisposta dall’ordinamento a tutela del vizio allegato, nei limiti in cui quest’ultimo possa ritenersi rilevante in relazione ad un atto di separazione consensuale omologata, del tutto legittimamente la Corte territoriale, come già il primo Giudice, ha negato ingresso alla domanda sopraindicata escludendone l’ammissibilità.

Art. 152. (1)
[Separazione per condanna penale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere anche chiesta contro il coniuge che è stato condannato alla pena dell’ergastolo o della reclusione per un tempo superiore ai cinque anni, ovvero è stato sottoposto all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tranne il caso in cui la condanna o l’interdizione è anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ne è consapevole.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 153. (1)
[Separazione per non fissata residenza. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza giusto motivo, non fissa una residenza, o, avendone i mezzi, ricusa di fissarla in modo conveniente alla sua condizione.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151. 

Art. 154.
Riconciliazione. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta.

Art. 155.
Provvedimenti riguardo ai figli (
1)

 In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX.

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937. 

Va preliminarmente osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che l’onere di specifica indicazione dei motivi non può ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) sia basato sul mero richiamo dei motivi di appello ragionamento applicabile anche ai motivi di reclamo – atteso che una tale modalità di formulazione del motivo rende impossibile individuare la critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata, rivelandosi del tutto carente nella specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione. (Sez. 6 – 5, n. 1479 del 22/01/2018). Nel caso di specie, il ricorrente ha richiamato pedissequamente i rilievi mossi con l’atto di reclamo senza specificare, neppure per sommi tratti, il contenuto delle critica formulata al decreto impugnato, se non formulando censure generiche in ordine alle lacune, ai pregiudizi ed alle gravi carenze metodologiche dell’elaborato peritali che avrebbero potuto essere svolte in un qualsiasi procedimento, impedendo così di cogliere la portata delle doglianze. 3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5 rispettivamente per difetto di motivazione e violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 111 Cost. e art. 118 disp. att. c.p.c. nonchè per omessa valutazione di prove decisive. Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello non ha valutato le prove decisive costituite dalle deposizioni, quali informatrici, delle maestre della scuola elementare di (OMISSIS), il cui contenuto è stato distorto dalla CTU, ed entrambi i giudici di merito, nonostante le tempestive censure svolte sul punto dalla difesa del ricorrente, hanno omesso ogni motivazione. 4. Il motivo è inammissibile per difetto di genericità ed autosufficienza. Dall’esame del decreto impugnato non emerge traccia che sia stata dibattuta tra le parti la questione del valore probatorio delle deposizioni delle maestre della scuola di (OMISSIS) e dell’interpretazione che alle stesse sia stata data dalla CTU. E’ principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041). Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate come nel caso di specie – questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonchè il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430). Nel caso di specie, il ricorrente non ha adempiuto a tale onere di specifica allegazione, essendosi limitato ad affermare genericamente di aver formulato uno “specifico motivo d’appello” senza indicarne il contenuto ed il luogo di deduzione. 5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alla violazione del principio di bigenitorialità espresso dalla L. n. 54 del 2006, dell’art. 337 octies sull’ascolto del minore, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata con L. n. 176 del 1991 e della Carta di Nizza del 2000. Lamenta il ricorrente che nonostante si sia in presenza di un affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre maschera un affido esclusivo di fatto, potendo il padre trascorrere con il minore solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Corte d’appello ha erroneamente considerato come elemento di disturbo alla quiete del minore il mantenimento di una significativa relazione padre/figlio. La violazione delle norme sulle bigenitorialità e dell’ascolto del mi

Art. 155-bis. (1)
Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(…………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-ter. (1)
Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-quater. (1)
Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 27 maggio – 17 luglio 2008, n. 19691

(Presidente Varrone – Relatore Federico)

Svolgimento del processo

Con sentenza 26.03.03 il Tribunale di Bergamo, in relazione ad un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato l’1.10.94, rigettava la domanda di risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni pattuiti proposta il 15.2.00 dal locatore B. D. contro il conduttore B. G. per difetto di legittimazione passiva, riferendosi il mancato pagamento ad un periodo (1.4.99-1.10.99) in cui nel rapporto locatizio era subentrato come conduttore il coniuge L. R. per effetto di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale, e nel contempo accoglieva la domanda riconvenzionale con cui il B. aveva richiesto, previa determinazione del canone legalmente dovuto, la restituzione delle somme versate in eccesso, ritenendola fondata sotto il profilo del disposto dell’art. 2033 c.c., mentre risultava inammissibile ai sensi dell’art. 79 L. 392/78.

Proposto dal B. appello con duplice motivo, resistito dal B., che a sua volta proponeva appello incidentale, la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza depositata il 15.6.04, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava improponibile la domanda di ripetizione del B. nei confronti del B. per intervenuta decadenza.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., con un solo motivo, mentre ha resistito con controricorso il B..

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 79 secondo comma L. n. 392 del 1978, sostenendosi che il termine di decadenza semestrale previsto dalla norma predetta decorra dalla riconsegna dell’immobile locato, termine che va ricollegato alla definitiva cessazione di fatto del rapporto locatizio.

Il motivo è infondato.

Infatti, nessuna censura può muoversi in linea di massima a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata in ordine alla decorrenza, nel caso di specie, del momento iniziale del suddetto termine semestrale di decadenza per l’esercizio dell’azione di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal conduttore, ai sensi del citato art. 79 della L. 392/78.

Ed invero, premesso che la fattispecie in esame è caratterizzata dalla circostanza, pacifica tra le parti, che nel rapporto di locazione in corso tra il B., conduttore, ed il B., locatore, sia subentrata ex lege, a far data dal 6.2.97, la moglie del B. medesimo in conseguenza dell’assegnazione a suo favore della casa coniugale in sede di separazione personale, e che trattasi di un caso che è privo di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, si rileva che le soluzioni astrattamente prospettabili in materia sono tre:

1) il semestre ex art. 79 L. 392/78 decorre – come sostiene la sentenza impugnata – dalla pronuncia sulla separazione personale di coniugi, perché è in questo momento che al coniuge originariamente titolare del contratto subentra l’altro coniuge, assegnatario, mentre nell’ipotesi in questione deve escludersi la possibilità, da parte dell’originario conduttore, di un effettivo rilascio dell’immobile, se non nel senso figurato che più avanti verrà precisato;

2) il semestre decorre, anche in questo caso, dalla data dell’effettivo rilascio da parte dell’originario conduttore, data che può non coincidere con quella del provvedimento giudiziale di separazione e che deve essere provata dall’interessato a fronte di eventuale eccezione di decadenza;

3) in mancanza di possibilità di un rilascio effettivo dell’immobile, si deve escludere che possa aversi una decadenza dall’azione ex art. 79 citato, anche per evitare eventuali ritorsioni del locatore nei confronti del coniuge assegnatario subentrato nella qualità di conduttore, per cui resterebbe soltanto il decorso della prescrizione.

L’ultima tesi va senz’altro esclusa, in quanto, in caso della sua adozione, resterebbe di fatto abrogata la decadenza sancita dall’art. 79 secondo comma L. 392/78.

La soluzione del problema va, pertanto, ricercata attraverso un accorto bilanciamento delle prime due tesi, tenendo presente l’esigenza che la decorrenza del semestre resti ancorata ad una data certa, senza tuttavia porsi in contrasto con quel consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa C.S. che richiede, per l’inizio del decorso del termine stesso, la necessità di un effettivo rilascio dell’immobile locato, nel senso cioè che esso “viene concretamente posto nella effettiva disponibilità del locatore” (Cass. 22.3.2005 n. 6152).

Orbene, come ha correttamente rilevato la Corte di merito, se è indubbiamente vero che la locuzione “riconsegna”, utilizzata nell’art. 79 per indicare il momento iniziale del termine semestrale, va normalmente interpretata nel senso che tale dies a quo coincide con quello in cui l’immobile in locazione viene rilasciato dal conduttore e posto in concreto nella disponibilità effettiva del locatore, è altrettanto vero che siffatta interpretazione non può non tenere conto anche di quelle controversie in cui, per le ragioni più svariate, si fosse resa necessaria la distinzione tra cessazione del rapporto di locazione e concreta riconsegna dell’immobile, intesa quest’ultima quale obbligo autonomo, a volte anche di non semplice esecuzione, che può richiedere la cooperazione stessa del locatore.

È ovvio, infatti, che in questi casi, allo scopo in particolare di impedire che l’inizio della decorrenza del semestre possa essere anticipato ad un momento in cui ancora permanga la detenzione del bene da parte del conduttore, la giurisprudenza di questa C.S. abbia privilegiato una interpretazione della norma dell’art. 79 L. 392/78 che sia strettamente vincolata al dato testuale.

È però altrettanto comprensibile che, laddove debba escludersi un rilievo autonomo della riconsegna dell’immobile rispetto alla cessazione del rapporto di locazione, nel senso cioè che la prima resta completamente assorbita nella seconda per quanto attiene alla sua tipica funzione, il termine di decadenza allora non può che farsi decorrere dal momento stesso della cessazione del rapporto.

In tale ambito deve farsi rientrare appunto il caso della successione del coniuge separato nella posizione di conduttore della casa coniugale, ai sensi dell’art. 6 L. 392/78, allorquando quest’ultima gli sia stata assegnata dal giudice in sede di separazione personale, in quanto è pacifico che si sia con ciò realizzata un’ipotesi di cessione ex lege del contratto a favore del coniuge assegnatario “con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non è più suscettibile di reviviscenza neppure nell’ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore” (v. Cass. n. 10890/1993).

Data la successione in parola, che si realizza a prescindere dalla volontà del locatore e dalla sua stessa conoscenza del fatto successorio, sarebbe, perciò, assurdo in tale ipotesi far decorrere, per il conduttore sostituito, il termine di decadenza dall’azione ex art. 79 della legge sull’equo canone dal fatto della riconsegna dell’immobile locato cui sia tenuto un soggetto totalmente diverso da quello avente diritto alla ripetizione delle somme non dovute.

In altri termini, non sembra affatto ragionevole che l’esercizio di un proprio diritto dipenda dall’elemento temporale comunque legato alla sorte di un rapporto giuridico rispetto al quale l’agente sia divenuto totalmente estraneo.

È comunque innegabile che, nel caso di successione nel contratto di locazione ex art. 6 L. 392/78, nel momento in cui il coniuge separato ed assegnatario della casa coniugale sia subentrato nel contratto di locazione in sostituzione del coniuge, precedentemente titolare ex latere conductoris, si sia verificata una sorta di riconsegna (in senso del tutto figurativo e virtuale) dell’immobile al locatore da parte del vecchio conduttore, con contestuale consegna della cosa locata (sempre nel senso figurativo sopra specificato) al nuovo conduttore.

Conseguentemente, in questa ipotesi, la data di decorrenza del semestre va individuata – in linea di principio – in quella del provvedimento giudiziale di separazione personale dei coniugi, data dalla quale il conduttore non assegnatario cessa appunto di essere tale, pur dovendosi far salva a suo favore (come abbiamo anticipato nella premessa) la possibilità – a fronte di eventuale eccezione di decadenza – di dimostrare che l’effettivo rilascio dell’immobile sia avvenuto in data successiva a quella del provvedimento stesso.

Deve, dunque, ritenersi che, coerentemente con le ragioni sistematiche sopra evidenziate, nel caso di specie la Corte di merito abbia correttamente ritenuto che il provvedimento di omologazione della separazione consensuale dei coniugi B.-L., emesso in data 5.2.97 dal Tribunale di Bergamo, abbia estinto definitivamente il rapporto di locazione in capo al B. medesimo e che quest’ultimo abbia da quel momento perduto la qualità di conduttore, con la conseguenza che da quella data iniziava a decorrere, per il B., il termine di proponibilità di eventuali azioni per la ripetizione di somme versate per canoni contra legem.

Si aggiunga che nella specie, risultando dallo stesso ricorso per separazione dei coniugi predetti che il marito aveva già abbandonato la casa coniugale al momento della proposizione della domanda, ne deriva che non si rende necessario alcun accertamento circa la data dell’effettivo rilascio dell’immobile da parte del B., dovendosi far coincidere l’inizio della decorrenza del semestre con la data del provvedimento giudiziale di separazione.

Per completezza di motivazione, si rileva che la validità delle argomentazioni che precedono non resta inficiata dalla considerazione, fatta propria dal primo giudice, che – ove si facesse decorrere il termine di decadenza previsto dall’art. 79 L. 392/78 dal subentro di un nuovo conduttore nel contratto di locazione, ai sensi dell’art. 6 della stessa legge – l’esercizio dell’azione di ripetizione da parte dell’ex conduttore avrebbe esposto quello subentrante al rischio di ritorsioni ad opera del locatore, in quanto, come ha giustamente rilevato la Corte di merito, la soluzione della quaestio iuris qui accolta risulta la sola che appaia coerente con l’esigenza primaria di certezza dei rapporti giuridici che è connaturata all’istituto stesso della decadenza e postula una sua preminenza rispetto all’altra esigenza, pur essa legittima, che investe la tutela del contraente più debole nel contratto di locazione ed era stata ritenuta più cogente dal giudice di prime cure.

Il ricorso va, pertanto, rigettato, mentre ricorrono, considerata la novità della questione dibattuta, giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Spese del giudizio di cassazione compensate.

Art. 155-quinquies. (1)
Disposizioni in favore dei figli maggiorenni.

(………….)

(1)  Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-sexies. (1)
Poteri del giudice e ascolto del minore.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(………..)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Cfr. Tribunale di Lamezia Terme, ordinanza 26 maggio 2008, in Altalex Massimario.

il giudice reputa opportuno rimettere le parti dinnanzi al Collegio di mediazione, costituito in seno al Tribunale di Lamezia Terme e composto da “esperti” in mediazione familiare di rinomata professionalità. Rileva, al riguardo, che la legge 8 febbraio 2006 n. 54, recante disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli, ha introdotto disposizioni normative di nuovo conio in seno alla disciplina concernente la separazione personale dei coniugi, tra cui l’art. 155-sexies c.c. che, al comma II, recita:

Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.

Trattasi di una norma introduttiva di un “nuovo” potere discrezionale del Giudice facente capo alla possibilità che questi rimetta le parti in causa dinnanzi ad un collegio di esperti affinché in quella sede nascano accordi – trai coniugi – intesi a regolamentare il nuovo menage familiare successivo alla crisi coniugale. Ed, infatti, la disposizione ex art. 155-sexies c.c., rubricata “poteri del giudice ed ascolto del minore” suggerisce che la scelta discrezionale di far ricorso alla mediazione vada inscritta nel novero dei “nuovi poteri” del giudicante i quali posso estrinsecarsi nella facoltà (rectius: potere) di ricorrere all’assistenza di organi d’ausilio. Dal dato normativo – invero alquanto scarno – emerge, in tal senso, che la figura deputata a “mediare” trai coniugi è dotata di particolari competenze professionali ed assume, di fatto, la qualità di ausiliario del giudice. Si tratta, invero, di una facoltà che, nei “casi previsti dalla legge”, è già riconosciuta al giudicante laddove si prevede (art. 68 c.p.c. ) che “il giudice … si può fare assistere da esperti in una determinata arte o professione e, in generale, da persona idonea al compimento di atti che non e’ in grado di compiere da sé solo”.

Si è discusso circa l’applicabilità della Mediazione al rito del divorzio, da taluni esclusa poiché – si afferma – ontologicamente non compatibile con quel rito: se, infatti, nel rito della separazione essa è funzionale al raggiungimento di un accordo di omologa, nel rito divorzile siffatta ratio verrebbe meno. E, tuttavia, ai sensi dell’art. 4, comma II, legge 54/2006, le disposizioni della normativa già cit. (quindi anche l’art. 155-sexies c.c.) , si applicano anche in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, nonché ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati. Una interpretatio ortopedica, restrittiva, appare, quindi, non condivisibile.

Comunque vi è di più: il Giudice odierno reputa che la norma di cui all’art. 155-sexies, comma II, c.c. resterebbe applicabile in via analogica nel procedimento divorzile. Non può, infatti, essere sottaciuto che – anche nel rito del divorzio – permane l’interesse preminente e primario alla tutela della prole, in particolare dei figli minori – cosicché laddove la mediazione sia deputata a realizzare siffatta tutela, escluderla, in siffatti casi, creerebbe un vulnus agli artt. 3, 30, 31 Cost. E, dunque, l’estensione dell’istituto, anche al rito del divorzio, può essere postulata in forza del ricorso allo strumento dell’interpretazione adeguatrice o costituzionalmente orientata o teleologica o sistematica, in guisa del richiamo al principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost. (come, invero, già fatto in altro caso ma in relazione ai medesimi riti da Trib. Lamezia Terme, ordinanza 20 luglio 2007, Pres. ed est. C. Trapuzzano).

Art. 156.
Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi.

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.

Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155.

La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.

In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto. (1) (2) (3) (4)

Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti.

Cass. civile, sez. I, sentenza 1° agosto 2013, n. 18440.

L’accoglimento della richiesta della moglie di assegnazione dell’intera casa coniugale, da parte del primo giudice, è stata censurata, – in modo processualmente corretto, mediante appello – da parte dell’A.

Secondo giurisprudenza ampiamente consolidata (per tutte, Cass. n. 23591 del 2010), l’assegnazione della casa coniugale non può costituire una misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma può disporsi, a favore del genitore affidatario esclusivo ovvero collocatario dei figli minori, oppure convivente con figli maggiorenni ma non autosufficienti economicamente (e ciò pur se la casa stessa sia di proprietà dell’altro genitore o di proprietà comune).

Nella specie, non vi sono figli minori o maggiorenni autosufficienti economicamente, e dunque, del tutto correttamente, il giudice a quo ha revocato l’assegnazione della casa coniugale alla moglie.

È appena il caso di precisare che le questioni relative al diritto di proprietà della M. e a quello di abitazione per una quota dell’immobile da parte dell’A., esulano dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e potranno essere esaminati in un ordinario giudizio di cognizione.

Va pertanto rigettato il ricorso principale.

Quanto a quello incidentale, l’unico motivo proposto appare infondato.

La rubrica del motivo (violazione di norme, che non vengono indicate, e vizio di motivazione) si limita all’addebito. In realtà il motivo tratta del tutto sommariamente pure dell’assegno e del regime delle spese.

Sull’addebito, il giudice a quo richiama una sentenza penale di condanna dell’A. per lesioni alla moglie, e dunque non si fonda certo (come sostiene il ricorrente), su mere affermazioni della moglie.

Sull’assegno, la sentenza impugnata, tenuto conto, tra l’altro, della scarsissima rendita della moglie (esclusivamente una pensione di Euro 400,00 mensili) e della condizione assai più florida dell’A., che svolge attività commerciale, con ditta propria, ed ha ricevuto rilevante somma all’atto della cessazione dell’attività di autotrasportatore. Corretta appare pertanto la corresponsione di assegno, pur di importo assai limitato, disposta dalla Corte di Appello.

Motiva altresì adeguatamente la sentenza impugnata, sulla condanna alle spese dell’A. dei due gradi di giudizio, in considerazione delle ragioni della separazione e della sua parziale soccombenza sulle domande a contenuto economico.

Art. 156-bis.
Cognome della moglie.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

Il giudice può vietare alla moglie l’uso del cognome del marito quando tale uso sia a lui gravemente pregiudizievole, e può parimenti autorizzare la moglie a non usare il cognome stesso, qualora dall’uso possa derivarle grave pregiudizio.

Art. 157.
Cessazione degli effetti della separazione.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.

La separazione può essere pronunziata nuovamente soltanto in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo la riconciliazione.

Art. 158.
Separazione consensuale.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l’omologazione del giudice.

Quando l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli è in contrasto con l’interesse di questi il giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da adottare nell’interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione, può rifiutare allo stato l’omologazione.

 

SEPARAZIONI E DIVORZI BOLOGNA E PROVINCIA

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coppie di fatto

Al riguardo, giova premettere come la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 5 marzo 2001, n. 3149; Cass. 20 novembre 2003, n. 17607; Cass. 4 settembre 2004, n. 17902; Cass. n. 6625/2005, cit.), argomentando dalla natura negoziale (quand’anche non contrattuale) dell’accordo che da sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi, nonchè dal fatto che non è ravvisabile, nell’atto di omologazione, una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti o di governo dell’autonomia dei coniugi (rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra gli stessi coniugi, salvo che per quanto riguarda i patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, rispetto ai quali il giudice è dotato di un potere di intervento più penetrante), abbia ritenuto applicabili alla separazione consensuale omologata le norme generali che disciplinano la materia dei vizi della volontà, nei limiti in cui dette norme risultino compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare, riconoscendo ammissibile la relativa azione di annullamento, la cui esperibilità, non limitata all’istituto contrattuale ma estensibile ai negozi che riguardano i rapporti giuridici non patrimoniali, cui appartengono quelli appunto di diritto familiare, presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti, là dove, però, rispetto all’atto di separazione omologato, nè gli eventuali vizi del consenso nè la sua eventuale simulazione sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c., nel senso esattamente che, costituendo presupposto del ricorso a detta procedura l’allegazione dell’esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli ipotetici vizi dell’accordo di separazione, ovvero della sua simulazione, resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali.

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Nel caso in esame, tuttavia, è da osservare come l’odierna ricorrente non abbia specificatamente censurato l’apprezzamento di fatto della Corte territoriale secondo cui la stessa ricorrente:

1) mediante il ricorso (depositato il 22.7.1999) introduttivo del giudizio, ebbe a chiedere “il mutamento del titolo della separazione personale coniugale da consensuale, come da verbale del 24.11.1998, omologato con decreto del 1.12.1998, in giudiziale con addebito al coniuge…”;

2) mediante il ricorso in appello (depositato il 12.12.2003) avverso la sentenza del primo Giudice (dichiarativa dell’inammissibilità della domanda principale avanzata dalla V., al pari di quella, reciproca, proposta in via riconvenzionale dal marito), ha chiesto la riforma di detta sentenza “tramite l’accoglimento delle conclusioni formulate nel grado pregresso,…asserendo che…la valenza contrattuale della separazione consensuale…rendeva applicabili le norme (art. 1427 c.c.) sull’annullabilità dei contratti per vizio del consenso (e che tale) annullabilità (era) suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo…”.

In questo senso, anche a voler considerare l’assunto della Corte territoriale riportato da ultimo (sotto le lettere da “a” a “d” che precedono) alla stregua di una vera e propria ratio decidendi, non già di un mero obiter dictum (come pure induce a credere l’affermazione della medesima Corte secondo cui, “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione,…il tema del decidere potrebbe ritenersi esaurito”, indipendentemente, quindi, dalle “ulteriori precisazioni” che detto Giudice ha creduto nondimeno “necessarie”), appare, comunque, palese l’infondatezza delle censure attraverso le quali l’odierna ricorrente ha lamentato “il comportamento doloso (del marito) che ha viziato il consenso” (da lei prestato al raggiungimento della separazione consensuale), segnatamente deducendo che i relativi “accordi (vennero) esclusivamente raggiunti mediante l’occultamento doloso dei fatti, messo in atto subdolamente e premeditatamente da una delle parti contraenti”.

Al riguardo, infatti, malgrado la stessa ricorrente abbia, nella memoria ex art. 378 c.p.c., insistito sul rilievo secondo cui “nell’addivenire al negozio della separazione consensuale, la (sua) volontà…fu…viziata dal dolo del B.D.N.” (nel senso esattamente che “si lasciò indurre a concludere l’accordo separatizio in via consensuale dalle numerose e maliziose assicurazioni del marito – tendenti appunto a carpirle la sottoscrizione per il consenso – di aver cessato i rapporti adulterini…, ventilandole la possibilità di una…riconciliazione”), significando altresì che “la parte fraudolentemente ingannata poteva bene chiedere l’annullamento del negozio stesso” e che, “ove la volontà dei contraenti sia in qualche modo viziata, è logico ammettere la possibilità che si ponga nel nulla l’accordo con un’azione contenziosa, senza passare attraverso i rimedi camerali del reclamo e della revoca”, è da considerare, tuttavia, che, sulla base dell’incensurato (di per sè) apprezzamento di fatto della Corte territoriale sopra riferito, è rimasto accertato che la prospettazione dell’odierna ricorrente (ribadita in questa sede ed incentrata, come si è detto, sul rilievo di essere stata indotta alla separazione consensuale con volontà viziata dall’ignoranza di fatti dovuta al comportamento doloso dell’altra parte, assunto al fine di occultarli ed ottenere un’adesione che mai sarebbe stata concessa se tali fatti fossero stati conosciuti) non si è minimamente tradotta nell’esperimento di un vero e proprio giudizio di annullamento, bensì esclusivamente nella richiesta di una pronuncia di addebito, improponibile (per le ragioni illustrate) al di fuori del giudizio di separazione, ovvero, al più, in una pretesa pur sempre fondata, però, sull’annullabilità della separazione consensuale (per vizio del consenso) “suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo”, onde, avendo la stessa ricorrente proposto in sede di merito soltanto una simile domanda laddove altra è l’azione (di annullamento appunto) autonomamente predisposta dall’ordinamento a tutela del vizio allegato, nei limiti in cui quest’ultimo possa ritenersi rilevante in relazione ad un atto di separazione consensuale omologata, del tutto legittimamente la Corte territoriale, come già il primo Giudice, ha negato ingresso alla domanda sopraindicata escludendone l’ammissibilità.

Art. 152. (1)
[Separazione per condanna penale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere anche chiesta contro il coniuge che è stato condannato alla pena dell’ergastolo o della reclusione per un tempo superiore ai cinque anni, ovvero è stato sottoposto all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tranne il caso in cui la condanna o l’interdizione è anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ne è consapevole.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 153. (1)
[Separazione per non fissata residenza. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza giusto motivo, non fissa una residenza, o, avendone i mezzi, ricusa di fissarla in modo conveniente alla sua condizione.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151. 

Art. 154.
Riconciliazione. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta.

Art. 155.
Provvedimenti riguardo ai figli (
1)

 In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX.

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937. 

Va preliminarmente osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che l’onere di specifica indicazione dei motivi non può ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) sia basato sul mero richiamo dei motivi di appello ragionamento applicabile anche ai motivi di reclamo – atteso che una tale modalità di formulazione del motivo rende impossibile individuare la critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata, rivelandosi del tutto carente nella specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione. (Sez. 6 – 5, n. 1479 del 22/01/2018). Nel caso di specie, il ricorrente ha richiamato pedissequamente i rilievi mossi con l’atto di reclamo senza specificare, neppure per sommi tratti, il contenuto delle critica formulata al decreto impugnato, se non formulando censure generiche in ordine alle lacune, ai pregiudizi ed alle gravi carenze metodologiche dell’elaborato peritali che avrebbero potuto essere svolte in un qualsiasi procedimento, impedendo così di cogliere la portata delle doglianze. 3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5 rispettivamente per difetto di motivazione e violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 111 Cost. e art. 118 disp. att. c.p.c. nonchè per omessa valutazione di prove decisive. Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello non ha valutato le prove decisive costituite dalle deposizioni, quali informatrici, delle maestre della scuola elementare di (OMISSIS), il cui contenuto è stato distorto dalla CTU, ed entrambi i giudici di merito, nonostante le tempestive censure svolte sul punto dalla difesa del ricorrente, hanno omesso ogni motivazione. 4. Il motivo è inammissibile per difetto di genericità ed autosufficienza. Dall’esame del decreto impugnato non emerge traccia che sia stata dibattuta tra le parti la questione del valore probatorio delle deposizioni delle maestre della scuola di (OMISSIS) e dell’interpretazione che alle stesse sia stata data dalla CTU. E’ principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041). Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate come nel caso di specie – questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonchè il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430). Nel caso di specie, il ricorrente non ha adempiuto a tale onere di specifica allegazione, essendosi limitato ad affermare genericamente di aver formulato uno “specifico motivo d’appello” senza indicarne il contenuto ed il luogo di deduzione. 5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alla violazione del principio di bigenitorialità espresso dalla L. n. 54 del 2006, dell’art. 337 octies sull’ascolto del minore, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata con L. n. 176 del 1991 e della Carta di Nizza del 2000. Lamenta il ricorrente che nonostante si sia in presenza di un affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre maschera un affido esclusivo di fatto, potendo il padre trascorrere con il minore solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Corte d’appello ha erroneamente considerato come elemento di disturbo alla quiete del minore il mantenimento di una significativa relazione padre/figlio. La violazione delle norme sulle bigenitorialità e dell’ascolto del mi

Art. 155-bis. (1)
Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(…………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-ter. (1)
Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-quater. (1)
Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 27 maggio – 17 luglio 2008, n. 19691

(Presidente Varrone – Relatore Federico)

Svolgimento del processo

Con sentenza 26.03.03 il Tribunale di Bergamo, in relazione ad un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato l’1.10.94, rigettava la domanda di risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni pattuiti proposta il 15.2.00 dal locatore B. D. contro il conduttore B. G. per difetto di legittimazione passiva, riferendosi il mancato pagamento ad un periodo (1.4.99-1.10.99) in cui nel rapporto locatizio era subentrato come conduttore il coniuge L. R. per effetto di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale, e nel contempo accoglieva la domanda riconvenzionale con cui il B. aveva richiesto, previa determinazione del canone legalmente dovuto, la restituzione delle somme versate in eccesso, ritenendola fondata sotto il profilo del disposto dell’art. 2033 c.c., mentre risultava inammissibile ai sensi dell’art. 79 L. 392/78.

Proposto dal B. appello con duplice motivo, resistito dal B., che a sua volta proponeva appello incidentale, la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza depositata il 15.6.04, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava improponibile la domanda di ripetizione del B. nei confronti del B. per intervenuta decadenza.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., con un solo motivo, mentre ha resistito con controricorso il B..

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 79 secondo comma L. n. 392 del 1978, sostenendosi che il termine di decadenza semestrale previsto dalla norma predetta decorra dalla riconsegna dell’immobile locato, termine che va ricollegato alla definitiva cessazione di fatto del rapporto locatizio.

Il motivo è infondato.

Infatti, nessuna censura può muoversi in linea di massima a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata in ordine alla decorrenza, nel caso di specie, del momento iniziale del suddetto termine semestrale di decadenza per l’esercizio dell’azione di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal conduttore, ai sensi del citato art. 79 della L. 392/78.

Ed invero, premesso che la fattispecie in esame è caratterizzata dalla circostanza, pacifica tra le parti, che nel rapporto di locazione in corso tra il B., conduttore, ed il B., locatore, sia subentrata ex lege, a far data dal 6.2.97, la moglie del B. medesimo in conseguenza dell’assegnazione a suo favore della casa coniugale in sede di separazione personale, e che trattasi di un caso che è privo di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, si rileva che le soluzioni astrattamente prospettabili in materia sono tre:

1) il semestre ex art. 79 L. 392/78 decorre – come sostiene la sentenza impugnata – dalla pronuncia sulla separazione personale di coniugi, perché è in questo momento che al coniuge originariamente titolare del contratto subentra l’altro coniuge, assegnatario, mentre nell’ipotesi in questione deve escludersi la possibilità, da parte dell’originario conduttore, di un effettivo rilascio dell’immobile, se non nel senso figurato che più avanti verrà precisato;

2) il semestre decorre, anche in questo caso, dalla data dell’effettivo rilascio da parte dell’originario conduttore, data che può non coincidere con quella del provvedimento giudiziale di separazione e che deve essere provata dall’interessato a fronte di eventuale eccezione di decadenza;

3) in mancanza di possibilità di un rilascio effettivo dell’immobile, si deve escludere che possa aversi una decadenza dall’azione ex art. 79 citato, anche per evitare eventuali ritorsioni del locatore nei confronti del coniuge assegnatario subentrato nella qualità di conduttore, per cui resterebbe soltanto il decorso della prescrizione.

L’ultima tesi va senz’altro esclusa, in quanto, in caso della sua adozione, resterebbe di fatto abrogata la decadenza sancita dall’art. 79 secondo comma L. 392/78.

La soluzione del problema va, pertanto, ricercata attraverso un accorto bilanciamento delle prime due tesi, tenendo presente l’esigenza che la decorrenza del semestre resti ancorata ad una data certa, senza tuttavia porsi in contrasto con quel consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa C.S. che richiede, per l’inizio del decorso del termine stesso, la necessità di un effettivo rilascio dell’immobile locato, nel senso cioè che esso “viene concretamente posto nella effettiva disponibilità del locatore” (Cass. 22.3.2005 n. 6152).

Orbene, come ha correttamente rilevato la Corte di merito, se è indubbiamente vero che la locuzione “riconsegna”, utilizzata nell’art. 79 per indicare il momento iniziale del termine semestrale, va normalmente interpretata nel senso che tale dies a quo coincide con quello in cui l’immobile in locazione viene rilasciato dal conduttore e posto in concreto nella disponibilità effettiva del locatore, è altrettanto vero che siffatta interpretazione non può non tenere conto anche di quelle controversie in cui, per le ragioni più svariate, si fosse resa necessaria la distinzione tra cessazione del rapporto di locazione e concreta riconsegna dell’immobile, intesa quest’ultima quale obbligo autonomo, a volte anche di non semplice esecuzione, che può richiedere la cooperazione stessa del locatore.

È ovvio, infatti, che in questi casi, allo scopo in particolare di impedire che l’inizio della decorrenza del semestre possa essere anticipato ad un momento in cui ancora permanga la detenzione del bene da parte del conduttore, la giurisprudenza di questa C.S. abbia privilegiato una interpretazione della norma dell’art. 79 L. 392/78 che sia strettamente vincolata al dato testuale.

È però altrettanto comprensibile che, laddove debba escludersi un rilievo autonomo della riconsegna dell’immobile rispetto alla cessazione del rapporto di locazione, nel senso cioè che la prima resta completamente assorbita nella seconda per quanto attiene alla sua tipica funzione, il termine di decadenza allora non può che farsi decorrere dal momento stesso della cessazione del rapporto.

In tale ambito deve farsi rientrare appunto il caso della successione del coniuge separato nella posizione di conduttore della casa coniugale, ai sensi dell’art. 6 L. 392/78, allorquando quest’ultima gli sia stata assegnata dal giudice in sede di separazione personale, in quanto è pacifico che si sia con ciò realizzata un’ipotesi di cessione ex lege del contratto a favore del coniuge assegnatario “con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non è più suscettibile di reviviscenza neppure nell’ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore” (v. Cass. n. 10890/1993).

Data la successione in parola, che si realizza a prescindere dalla volontà del locatore e dalla sua stessa conoscenza del fatto successorio, sarebbe, perciò, assurdo in tale ipotesi far decorrere, per il conduttore sostituito, il termine di decadenza dall’azione ex art. 79 della legge sull’equo canone dal fatto della riconsegna dell’immobile locato cui sia tenuto un soggetto totalmente diverso da quello avente diritto alla ripetizione delle somme non dovute.

In altri termini, non sembra affatto ragionevole che l’esercizio di un proprio diritto dipenda dall’elemento temporale comunque legato alla sorte di un rapporto giuridico rispetto al quale l’agente sia divenuto totalmente estraneo.

DIRITTO VISITA PADRE SEPARATO

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Il diritto di famiglia – e in particolare le regole sull’affidamento condiviso – fornisce un illuminante esempio di una prassi di questo tipo.

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Lo rammenta, inequivocabilmente, la sentenza n. 1191 del 21 gennaio 2020, che appare improntata ad una filosofia di dubbia coerenza con la lettera e con lo spirito della Legge 54/2006.

Non è configurabile a carico del coniuge affidatario o presso il quale sono normalmente residenti i figli, anche nel caso di decisioni di maggiore interesse per questi ultimi, un obbligo di informazione e di concertazione preventiva con l’altro genitore in ordine alla effettuazione e determinazione delle spese straordinarie che, se non adempiuto, comporti la perdita del diritto al rimborso”. Un’affermazione, questa, che non necessita di commenti.

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Con sentenza pubblicata il (OMISSIS) la Corte di appello di Milano, in parziale riforma di quella impugnata, tra l’altro e per quanto qui rileva: affidava le figlie alla madre, collocataria, confermando il regime di limitazione all’esercizio della responsabilità genitoriale; modificava il rapporto tra padre e figlie, diversamente regolamentando il relativo regime di visita; incaricava gli operatori del Comune di Milano di monitorare la situazione delle minori con possibilità di intervenire a limitazione o ad ampliamento degli incontri tra minori, padre e nonni paterni; determinava, incrementandolo, l’assegno di contributo al mantenimento di ciascuna figlia; ordinava al terzo datore di lavoro il pagamento del contributo direttamente alla moglie.

Resta fermo, in ogni caso il principio, che l’eventuale nullità di una consulenza tecnica di ufficio derivante dalla mancata partecipazione a dette operazioni del consulente di parte ha carattere relativo e, conseguentemente, deve essere eccepita, a pena di decadenza, nella prima udienza successiva al deposito della relazione (Cass. 20/02/2003 n. 2589).

Con il ventinovesimo motivo si fa valere la violazione e falsa applicazione degli artt. 337-ter, 316 bis, 147 e 148 c.c. e del principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost.; la violazione degli artt. 2, 3, 30, 36 Cost.; artt. 2, 4, 5 e 8 CEDU; la violazione del diritto di bigenitorialità delle figlie; il D.Lgs. 13 luglio 2017, n. 116, art. 23, comma 2 in relazione alle art. 360 c.p.c., n. 3; omessa considerazione di circostanze decisive in relazione all’art. 111 Cost. e art. 360 c.p.c., n. 5 quanto ai redditi e le sostanze dei coniugi ed ai provvedimenti economici impossibili da eseguire.

Si tratta di cesura di merito, come tale inammissibile nel conclusivo rilievo del ricorrente della non capacità di dare attuazione ai provvedimenti economici, trattandosi di comandi matematicamente impossibili violativi del divieto di riduzione.

Il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, nel quale le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa. Ne consegue che la parte non può limitarsi a censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione degli accertamenti di fatto compiuti (Cass. n. 6519 del 06/03/2019; n. 19959 del 22/09/2014).

  1. Con il trentesimo motivo si contesta la violazione degli artt. 2, 3, 4, 13 e 36 Cost.; artt. 2, 4, 5 e 8 CEDU; la violazione degli artt. 316-bis e 337-ter c.c.; la violazione dell’art. 99 c.p.c. e art. 709 c.p.c., u.c. e art. 2907 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4; omessa considerazione di un fatto decisivo in relazione all’art. 111 Cost. e art. 360 c.p.c., n. 5: la retroattività dei provvedimenti economici e l’impossibilità dei provvedimenti economici interinali.

Il motivo è assorbito dalla valutazione dei precedenti (n. 25 e ss.).

    • Con il trentunesimo si fa questione della violazione e falsa applicazione dell’art. 151 c.c. anche in riferimento all’art. 2 Cost. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; omessa considerazione di due motivi d’addebito e altri fatti decisivi in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5; omessa pronuncia sulle istanze istruttorie in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 per un denunciato, all’esito della presupposta vicenda coniugale, di un “concubinato pubblico con prole nell’abitazione dell’amante a 200 km dalla residenza famigliare con occultamento delle figlie”.

Il motivo si presta ad una valutazione di inammissibilità perchè portatore di censure del merito ed assorbito dai precedenti.

    • La resistente sollecita la condanna, equitativamente determinata, del ricorrente ai sensi dell’art. 96 c.p.c., u.c. novellato, “per aver costretto con un atto ingiustificatamente lungo, ad una difesa lunga, articolata ed estenuante” la resistente, oltre ad avere adottato un comportamento di mala fede e colpa grave esponendo fatti non veritieri con accuse alle produzioni inammissibili e reiterazione di eccezioni più volte deliberate e rigettate nei gradi di merito.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. LAMORGESE Antonio Pietro – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – rel. Consigliere –

SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 19 settembre 2019 – 21 gennaio 2020, n. 1191

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 25394/2017 proposto da:

M.A., elettivamente domiciliato in Roma, Via Ludovisi n. 35, presso lo studio dell’avvocato Massimo Lauro, rappresentato e difeso dall’avvocato Carlo Piazza, giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

B.S., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la Cancelleria Civile della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa dall’avvocato Emanuele Ceraso, giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

contro

S.A., nella qualità di curatore speciale delle minori M.A. e M.G., avvocato in proprio;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3490/2017 della Corte d’Appello di Milano, del 25/07/2017;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 19/09/2019 dal Cons. Dott. Laura Scalia;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Zeno Immacolata, che ha concluso per l’accoglimento per quanto di ragione dei motivi n. 19 e 29;

udito, per il controricorrente, l’avvocato M., con delega, che si è riportato, insistendo per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. M.A. introduceva dinanzi al Tribunale di Milano giudizio per la separazione personale nei confronti del coniuge, B.S., chiedendo, tra l’altro, e per quanto rileva in questa sede, l’addebito alla moglie, per avere costei instaurato una relazione extraconiugale, l’affidamento delle figlie minori, l’assegnazione della ex casa coniugale, con condanna della prima alla corresponsione a titolo di contributo al mantenimento delle minori della somma di Euro 400,00 mensili.

Con distinto ricorso, B.S. chiedeva al Tribunale di Milano di pronunciare la separazione personale con addebito al marito, che accusava di violenze fisiche e psichiche ai danni propri e delle figlie, delle quali chiedeva l’affidamento in via esclusiva ed il collocamento, instando altresì per l’assegnazione della casa coniugale e la condanna del marito al pagamento di un assegno di Euro 2.500,00 e di altro di Euro 1.000,00, rispettivamente, per il mantenimento delle figlie ed il proprio.

  1. Con sentenza depositata il (OMISSIS), il Tribunale di Milano dichiarava la separazione personale tra i coniugi, affidava le figlie minori al Comune di Milano, limitava la responsabilità genitoriale alle decisioni di maggior interesse per le figlie, da assumersi dall’Ente affidatario sentiti i genitori a carico dei quali poneva gli eventuali oneri economici nella misura del 50% per ciascuno.

Il Tribunale disponeva inoltre il collocamento delle minori presso la madre, riservando all’ente affidatario, previo monitoraggio dell’adeguatezza dell’indicata misura, di valutare la necessità di una diversa soluzione abitativa per le prime compreso il loro collocamento presso il padre o, ancora, quello di tipo protettivo etero-familiare, stabilendo le modalità di visita del padre con possibilità per l’ente affidatario di modifica, secondo il migliore interesse delle figlie, e con incarico all’ente medesimo di avviare o proseguire interventi di supporto socio-educativo o psicologico-psichiatrico per minori e genitori, a sostegno della genitorialità.

I giudici di primo grado assegnavano la casa coniugale alla moglie, disponendo un contributo a carico del padre per il mantenimento delle figlie di 1.000,00 Euro mensili oltre al pagamento del 50% delle spese mediche. Venivano poste a carico di entrambi i genitori le spese per il curatore nominato.

  1. Avverso l’indicata sentenza proponevano appello B.S. e M.A..

La prima chiedeva l’incremento del contributo per il mantenimento delle figlie fino ad Euro 1.700,00 mensili oltre alla condanna del coniuge all’integrale pagamento delle spese straordinarie ed al proprio mantenimento in misura non inferiore a 500,00 Euro mensili; instava altresì per la revoca delle limitazioni disposte ex art. 333 c.c. dal Tribunale e per l’affido in via esclusiva delle figlie, con condanna del marito ex art. 96 c.p.c. al risarcimento del danno (determinazione di una diversa disciplina delle spese per la curatela e cancellazione delle espressioni sconvenienti ed offensive).

M.A., previa sospensiva della sentenza di primo grado, chiedeva: di dichiararsi l’abnormità, nullità o inesistenza di una serie di ordinanze adottate e della sentenza e, comunque, di tutti gli atti successivi all’istanza di ricusazione del G.I., Mu.Ro., con rimessione della causa in primo grado o, in subordine, con concessione dei termini di cui all’art. 186 c.p.c., comma 6; l’addebito alla moglie della separazione; l’affido condiviso delle figlie da collocarsi presso il padre; l’assegnazione della ex casa coniugale all’appellante; una diversa regolamentazione delle spese straordinarie.

L’appellante chiedeva la condanna della moglie al risarcimento dei danni per l’illiceità della condotta posta in essere ed il disporsi il divieto per il nuovo compagno del coniuge di frequentazione delle figlie.

Nel corso del giudizio la Corte territoriale respingeva le istanze di M. dirette ad ottenere una diversa disciplina dei rapporti con le figlie durante il periodo estivo e la modifica delle condizioni di affido e di assegnazione della casa coniugale e, su richiesta della moglie, ordinava al terzo, datore di lavoro del marito, Università degli Studi di Milano, di versare direttamente all’istante l’assegno in favore delle figlie.

Con sentenza pubblicata il (OMISSIS) la Corte di appello di Milano, in parziale riforma di quella impugnata, tra l’altro e per quanto qui rileva: affidava le figlie alla madre, collocataria, confermando il regime di limitazione all’esercizio della responsabilità genitoriale; modificava il rapporto tra padre e figlie, diversamente regolamentando il relativo regime di visita; incaricava gli operatori del Comune di Milano di monitorare la situazione delle minori con possibilità di intervenire a limitazione o ad ampliamento degli incontri tra minori, padre e nonni paterni; determinava, incrementandolo, l’assegno di contributo al mantenimento di ciascuna figlia; ordinava al terzo datore di lavoro il pagamento del contributo direttamente alla moglie.

  1. Ricorre per la cassazione dell’indicata sentenza M.A. con trentuno motivi di annullamento ai quali resiste con controricorso, illustrato da memoria, B.S..

  2. Con ordinanza interlocutoria adottata da questa stessa Prima Sezione civile della Corte di cassazione all’esito di adunanza camerale, la causa è stata rimessa all’odierna udienza di discussione.

Motivi della decisione

Si provvederà a dare partitamente indicazione dei motivi di ricorso all’esito della esposizione di ciascuno dei quali si indicheranno le ragioni di definizione.

Siffatta regola di scrutinio resterà derogata per taluni dei motivi che nella ritenuta loro connessione verranno cumulativamente trattati e decisi.

Ciò esposto, osserva il Collegio.

  1. Con il primo motivo il ricorrente deduce la nullità processuale della sentenza per vizio relativo alla costituzione del giudice per violazione del principio dell’immutabilità del Collegio (art. 158 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4).

Il verbale dell’ultima udienza di discussione e precisazione delle conclusioni dinanzi alla Corte di appello avrebbe riportato una composizione del collegio decidente diversa rispetto a quella indicata nell’intestazione della sentenza, che sarebbe stata quindi adottata da un collegio differente da quello che aveva partecipato all’udienza.

Il motivo è infondato.

1.1. La difesa della controricorrente B.S. ha versato in atti copia conforme del verbale di udienza del 31/01/2018 e dell’annotazione in data 20/02/2018 circa l’ordinanza collegiale con cui la Corte di appello di Milano ha dato correzione alla sentenza qui impugnata, la n. 3490/2017, indicando nell’intestazione quale il terzo componente del collegio giudicante quello riportato nel verbale di udienza.

1.2. Resta per l’effetto pienamente applicato il principio affermato da questa Corte di legittimità per il quale, la sentenza, nella cui intestazione risulti il nominativo di un magistrato, non tenuto alla sottoscrizione, diverso da quello indicato nel verbale dell’udienza collegiale di discussione, non è nulla ma deve presumersi affetta da errore materiale, come tale emendabile con la procedura di correzione di cui agli artt. 287 – 288 c.p.c., nel rilievo che detta intestazione è priva di autonoma efficacia probatoria, esaurendosi nella riproduzione dei dati del verbale d’udienza, e che, in difetto di elementi contrari, si devono ritenere coincidenti i magistrati indicati in tale verbale come componenti del collegio giudicante con quelli che in concreto hanno partecipato alla deliberazione della sentenza medesima (Cass. 11/03/2015 n. 4875; Cass. 11/04/2011 n. 8136; SU, 12/03/1999 n. 118).

  1. Con il secondo motivo si denuncia la nullità processuale dell’impugnato titolo in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e quindi la violazione e falsa applicazione degli artt. 51, 52, 54, 158 e 159 c.p.c., in riferimento agli artt. 25 e 111 Cost.

L’intero processo e le sentenze di primo e secondo grado sarebbero state nulle per l’irregolare costituzione del giudice che, in seguito al rigetto dell’istanza di ricusazione proposta dalla parte, avrebbe omesso di riconoscere l’obbligatorietà dell’astensione.

Il giudice istruttore di primo grado con ordinanza del 24.11.2014, nel rigettare le eccezioni di nullità sollevate dal M. in merito a precedenti proprie adottate ordinanze ed a quella di ammissione della disposta c.t.u., ravvisando nella memoria difensiva dal ricorrente redatta la configurabilità di un reato procedibile ex officio (violenza o minaccia a un pubblico ufficiale (art. 336 c.p.), aveva trasmesso per competenza agli uffici della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Brescia l’atto incriminato.

All’esito il ricorrente aveva presentato ricorso per ricusazione facendo valere il conflitto di interessi in cui si sarebbe trovato il giudice, ai sensi dell’art. 51 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere egli inoltrato una denuncia, non doverosa nei termini di cui all’art. 331 c.p.p., comma 4, e per un reato insussistente, e per l’esistenza, nella descritta fattispecie, di gravi ragioni di convenienza ai sensi dell’art. 51 c.p.c., comma 2, legittimanti la richiesta di autorizzazione all’astensione.

Il mancato esercizio della facoltà di astensione avrebbe integrato il reato di abuso di ufficio ex art. 323 c.p..

Sarebbe stata violata la disciplina della ricusazione che erroneamente denegata nella sua applicazione dal giudice competente avrebbe fatto sì che il giudice ricusato fosse esonerato dalla trattazione della causa all’esito della successiva istanza di astensione, autorizzata dal Presidente di sezione.

Nell’intervenuta applicazione dell’istituto dell’astensione invece che di quello della ricusazione si sarebbe prodotta:

  1. a) una violazione della disciplina costituzionale del giudice precostituito per legge ex art. 54 c.p.c. nella parte in cui è previsto che in caso di accoglimento del ricorso per ricusazione, a disporre la sostituzione del giudice ricusato sia il giudice competente sulla ricusazione;

  2. b) la mancata sospensione del processo prevista in caso di ricusazione (art. 52 c.p.c., comma 3);

  3. c) la violazione dell’art. 54 c.p.c., comma 4, che attribuisce alle parti l’onere della riassunzione del processo, in tal modo rimettendo alla disponibilità delle prime, e non ai poteri ufficiosi al giudice, la facoltà di proseguire la causa o di estinguerla con lesione, anche, dell’interesse pubblico a favorire una definizione consensuale della controversia.

La riattivazione in via ufficiosa del processo dopo la presentazione dell’istanza di ricusazione – a cui si accompagna in via automatica la sospensione del giudizio a mezzo del decreto presidenziale di nomina del nuovo istruttore all’esito dell’autorizzazione all’astensione del precedente, medio tempore intervenuta – avrebbe definito come abnorme l’atto, il successivo processo e le sentenze adottate in primo e secondo grado.

2.1. Il motivo presenta ragioni che sono nel contempo di inammissibilità e di infondatezza.

2.1.1. L’istituto della ricusazione del giudice è strumento attribuito alla parte che venga lesa nel diritto ad un equo processo, ex art. 111 Cost., comma 2, da declinarsi nell’accezione di diritto ad un giudice imparziale, che definito dalle fattispecie tipizzate di cui all’art. 51 c.p.c., comma 1, nn. 1-5, è destinato a tradursi in ragione di nullità del provvedimento impugnato solo ove venga attivato dalla parte e disatteso dal giudice della ricusazione (da ultimo: Cass. 28/01/2019 n. 2270; in precedenza vedi: Cass. 04/06/2008 n. 14807).

La ricusazione è rimedio di un pericolo di lesione dell’imparzialità del giudicante che, come tale, deve essere preesistente al processo ed al suo svolgimento e tanto sia che ciò avvenga per posizioni godute che per rapporti personali o per attività svolte dal giudice rispetto alle parti.

Restano pertanto estranee alla ricusazione quelle ipotesi che maturino all’interno del processo in ragione di un mal governo delle regole proprie del primo che si imputa dalla parte al giudice per una sorta di parzialità a posteriori disvelata dalla concreta conduzione del processo e tanto salvo che l’anomalia denunciata non sia tale da sovvertire i contenuti propri dell’atto o comunque da disvelare, per uno stretto rapporto di causa ed effetto, che la prima sia stata determinata dalle ragioni di inimicizia.

Come da questa Corte di legittimità nel tempo affermato, nel carattere tassativo dei casi di ricusazione del giudice come tali soggetti a stretta interpretazione, la “inimicizia” del ricusato, ai sensi dell’art. 51 c.p.c., comma 1, n. 3, non può essere desunta neppure dal contenuto di provvedimenti da lui emessi in altri processi concernenti il ricusante, tranne che le “anomalie” siano tali da non consentire neppure di identificare l’atto come provvedimento giurisdizionale.

In ogni caso, poi, il giudice della ricusazione deve comunque accertare che quelle anomalie siano state determinate proprio dalla grave inimicizia del giudice “a quo” nei confronti del ricusante, su cui incombe il correlato onere di allegare fatti e circostanze rivelatrici dell’esistenza di ragioni di avversione o di rancore estranei alla realtà processuale (Cass. SU 22/07/2014 n. 16627; Cass. 24/09/2015 n. 18976).

Entrambi gli indicati profili non si configurano nella fattispecie in esame e la prospettiva affermata in ricorso è espressione di una duplice torsione del dato normativo, come costantemente interpretato nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità.

Ed infatti, l’atto anomalo” ovverosia, nella fattispecie in esame, la denuncia redatta ex art. 331 c.p.p., comma 4, per un fatto reato a procedibilità ufficiosa, ravvisato dal giudicante, nei termini di cui all’art. 336 c.p., nella memoria difensiva redatta dal ricorrente, avvocato, è:

  1. a) innanzitutto, atto interno al processo e non oggetto quindi di un distinto e preesistente procedimento la cui gestione ad opera del medesimo giudicante abbia già rivelato, nella sua anomalia, quella grave inimicizia espressiva del pericolo di lesione dell’imparzialità del giudice nel successivo scrutinato giudizio;

  2. b) atto quindi non riconducibile, secondo uno stretto rapporto eziologico, a “pregresse” ragioni di inimicizia tra parte e giudice, nella tassatività delle fattispecie disegnate dall’art. 51 c.p.c. 2.1.2. Come correttamente ritenuto dalla Corte territoriale, poi, là dove venga dedotta la nullità di provvedimenti istruttori e/o interlocutori adottati da un giudice di cui la parte abbia denunciato, nelle forme della ricusazione, la mancanza di imparzialità, la successiva – rispetto all’adozione dei provvedimenti incriminati – sostituzione del primo con altro magistrato, anche ove intervenuta in esito al diverso modello dell’astensione autorizzata ex art. 51 c.p.c., u.c., non lascia spazio a profili di nullità della sentenza pronunciata dal nuovo giudice, nella implicita e presupposta rivalutazione da parte del decidente designato in sostituzione, di ogni provvedimento istruttorio ed interlocutorio del precedente giudicante, al fine di adottare la sentenza impugnata.

La inidoneità delle ordinanze comunque motivate a pregiudicare gli esiti della lite ex art. 177 c.p.c., comma 1, perchè sempre revocabili e modificabili dallo stesso giudice che le ha adottate, è principio destinato a valere non solo rispetto al medesimo giudicante che si trovi a definire il giudizio con sentenza, ma anche, e vieppiù, là dove si assista nel corso del giudizio ad una sostituzione del giudice che si trovi a pronunciare sentenza dopo i provvedimenti ordinatori adottati dal precedente.

La nullità dei provvedimenti a carattere ordinatorio adottati in corso di giudizio dal giudice in violazione del dovere di terzietà di rilievo costituzionale (art. 111 Cost., comma 2), deducibile in sede di impugnazione come motivo di nullità della sentenza all’esito dell’esercizio del potere di ricusazione, non è destinata a travolgere la sentenza quale provvedimento conclusivo del processo là dove l’originario istruttore sia stato sostituito da altro giudice che, nell’esercizio del libero convincimento ed in rivalutazione del materiale istruttorio acquisito, pervenga alla decisione.

Nella indicata premessa la critica è infondata e resta di difficile individuazione finanche l’interesse della parte alla proposizione del motivo nella novità ed autonomia del processo decisionale del giudice designato in sostituzione del precedente.

2.3. E’ infondata anche l’ulteriore ragione di nullità dedotta nell’articolato motivo di ricorso che vorrebbe la sentenza invalida perchè segnata da una situazione di conflitto di interessi tra il giudice e la parte.

Come questa Corte ha avuto occasione di affermare in sede disciplinare (Cass. SU 13/11/2012 n. 19704; più in generale: Cass. SU 27/12/2018 n. 33537), mutuando un principio formatosi nell’esperienza della giurisprudenza penale di legittimità (Cass. pen. 15/03/2013, n. 14457), le ragioni di astensione rimesse alla facoltà del

giudicante di astenersi ex art. 51 c.p.c., comma 2, acquistano natura obbligatoria in tutti i casi nei quali sia ravvisabile un interesse proprio del magistrato o di un suo prossimo congiunto e, quindi, quando si realizzi una situazione di conflitto di interessi.

L’art. 323 c.p., dettato sull’abuso di ufficio, fonda invero un dovere generale del giudice di astenersi ove sussista un conflitto di interessi sia esso anche solo potenziale perchè violativo del principio di imparzialità cui deve essere improntata l’attività di ogni pubblico ufficiale, a norma dell’art. 97 Cost. sicchè la facoltà di astenersi per gravi ragioni di convenienza è da ritenersi abrogata per incompatibilità e sostituita dal corrispondente obbligo, in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto, nel rilievo che la diversa soluzione esporrebbe la norma di cui all’art. 51 c.p.c., comma 2, al dubbio di costituzionalità, per disparità di trattamento rispetto al giudice penale, su cui incombe l’obbligo di astenersi ai sensi dell’art. 36 c.p.p., comma 1, lett. h), e a tutti i dipendenti della P.A., gravati di identico dovere per effetto del D.M. n. 28 novembre 2000, art. 6 (SU n. 19704 cit.).

L’avanzamento della soglia di tutela a rilievo pubblicistico della terzietà ed imparzialità del giudice, integrativa di una delle declinazioni di contenuto del cd. giusto processo ex art. 111 Cost., comma 2, destinata ad elevare a violazione anche, e solo, un dubbio di compromissione dei primi, è destinato a valere nell’ipotesi in cui il giudice sia portatore di un interesse proprio o dei propri congiunti; siffatta ipotesi non è ravvisabile nella posizione del giudice che, nei termini di cui all’art. 331 c.p.p., comma 4, abbia denunciato in suo danno la perpetrazione di un reato da una delle parti del giudizio, fattispecie, quest’ultima, nella quale il giudice diviene portatore di un interesse “distinto” da quello della causa.

2.4. Vi è ancora un profilo di nullità del proposto motivo di ricorso che va investigato.

Il ricorrente lamenta una “deviazione” dal modello processuale proprio della ricusazione (art. 52 c.p.c.) che sostituito nel suo svolgimento dal diverso istituto dell’astensione facoltativa autorizzata (art. 51 c.p.c., u.c.) avrebbe sacrificato l’automatismo sospensivo del processo, obliterando altresì il momento della riassunzione.

Il giudice ricusato con ricorso del 2.12.2014, cui si accompagnava coeva istanza di sospensione del processo ex art. 52 c.p.c., comma 3, delibava della richiesta l’inammissibilità per poi presentare istanza di autorizzazione ad astenersi al Presidente del Tribunale, nell’apprezzata non obbligatorietà dell’astensione. Nella pendenza del procedimento di ricusazione non venivano adottati provvedimenti interinali sino al rigetto dell’istanza di ricusazione con ordinanza del 21.01.2015, a seguito della quale il Presidente di sezione, con provvedimento del 27.01.2015, intervenendo sull’astensione facoltativa dell’originario magistrato, giudice Mu., assegnava il processo ad altro magistrato, giudice Bu..

Anche tale contenuto del motivo si apprezza come infondato; allo stesso non sono estranei, altresì, profili di inammissibilità.

La sola proposizione del ricorso per ricusazione non determina “ipso iure” la sospensione del procedimento nè la devoluzione della questione al giudice competente a deciderla, in quanto spetta pur sempre al giudice “a quo” una sommaria delibazione della sua ammissibilità, all’esito della quale, ove risultino “ictu oculi” carenti i requisiti formali di legge per l’ammissibilità dell’istanza, il procedimento può continuare.

L’evidente inammissibilità della ricusazione, infatti, pur non potendo impedire la rimessione del ricorso al giudice competente, esclude non di meno l’automatismo dell’effetto sospensivo, risultando in tal guisa contemperate le contrapposte esigenze, sottese all’istituto, di assicurare alle parti l’imparzialità del giudizio nella specifica controversia di cui trattasi e di impedire, nel contempo, l’uso distorto dell’istituto.

Tanto è destinato a valere anche in una ipotesi, qual è quella di specie, in cui l’istanza di ricusazione, presentata dopo che il giudice “a quo” ha disposto il rinvio della causa ad un’udienza successiva, venga rigettata con ordinanza di data anteriore a quella della già fissata udienza di rinvio e la trattazione del giudizio può proseguire legittimamente, non registrando alcuna soluzione di legittimità, e senza necessità di un nuovo impulso di parte da coltivarsi mediante un atto di riassunzione (in termini: Cass. 10/03/2006 n. 5236; Cass. 04/12/2014 n. 25709).

La mancata sospensione del processo, e con essa la conseguente necessità di riattivarlo, è evidenza che non riesce a dare conto dell’esistenza in capo al ricorrente di un interesse alla proposizione del motivo.

Là dove il giudice ricusato abbia delibato come insussistenti i requisiti formali della ricusazione ed il processo non sia stato sospeso ma sia proseguito nel suo svolgimento, la parte che abbia proposto istanza di ricusazione non può dolersi del fatto che la prosecuzione non sia stata effetto di riassunzione, mancata, e quindi che sia stato leso l’interesse delle parti di scegliere se definire la lite ridando impulso al processo o secondo una alternativa e stragiudiziale modalità.

La mancata sospensione previa delibazione da parte del giudice “a quo” dei requisiti della ricusazione non realizza una deviazione dal modello tipico dell’istituto, integrando un error in procedendo denunciabile in cassazione, e comunque la sua mancanza non sostiene un interesse specifico e puntuale del ricorrente alla definizione della lite per una scelta stragiudiziale.

Poichè l’interesse ad impugnare con il ricorso per cassazione discende dalla possibilità di conseguire, attraverso il richiesto annullamento della sentenza impugnata, un risultato pratico favorevole ed i vizi dell’attività del giudice che possano comportare la nullità della sentenza o del procedimento, rilevanti ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, non sono posti a tutela di un interesse all’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma a garanzia dell’eliminazione del pregiudizio concretamente subito dal diritto di difesa in dipendenza del denunciato “error in procedendo”, è necessario che la parte non si limiti a dedurre tale violazione, ma

ottemperando al principio di autosufficienza del ricorso a pena di inammissibilità deve specificare quale sarebbe stata la situazione di fatto che si sarebbe realizzata nel caso dell’invocata e corretta osservanza della norma processuale (Cass. 02/02/2018 n. 2626; Cass. 09/07/2014 n. 15676; Cass. 12/09/2011 n. 18635).

Nella specie non è stata dedotta la diversa concreta composizione negoziale degli interessi oggetto del giudizio di separazione personale tra coniugi che sarebbe mancata nell’accertamento giudiziale e tanto, pure, nel carattere cedevole della definibilità della separazione in via giudiziale rispetto ad alternative modalità consensuali, sempre attivabili.

  1. Con il terzo motivo il ricorrente fa valere la violazione degli artt. 24, 104, 111 Cost.; dell’art. 6 Cedu; del R.D. n. 12 del 1941 sull’Ordinamento giudiziario., art. 42-quater; della L. n. 57 del 2016, art. 2 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 e quindi la nullità del processo e della sentenza per la costituzione quale difensore in proprio ex art. 86 c.p.c., in primo e secondo grado, di colei, la controricorrente, che svolgeva le funzioni di magistrato onorario del Tribunale di Milano, nel circondario della Corte di appello di Milano.

B.S., g.o.t. del Tribunale di Milano, si sarebbe trovata in una posizione di incompatibilità con l’esercizio dei poteri difensivi, quale avvocato, nell’introdotto processo di separazione personale dal coniuge, perchè celebrato nel circondario della Corte di appello di Milano.

La sentenza di appello avrebbe dato conto della stima e delle conoscenze godute dalla prima presso l’ambiente giudiziario di Milano e tanto avrebbe violato, in punto di apparenza, l’imparzialità del giudice del processo.

3.1. Il motivo si espone a plurime ragioni di inammissibilità.

3.1.1. La critica difensiva non si fa carico, nell’osservanza del principio dell’autosufficienza, di allegare di avere tempestivamente dedotto dinanzi ai giudici di merito, che non si pronunciano sul punto, sulla questione ed incorre pertanto nella inammissibilità della censura per sua novità.

Per il principio di autosufficienza il ricorrente in cassazione deve allegare l’avvenuta deduzione delle questioni prospettate innanzi al giudice di merito indicando anche in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto e tanto per dar modo a questa Corte di procedere alla verifica “ex actis” della veridicità di tale asserzione prima di ogni suo esame nel merito (ex multis: Cass. 18/10/2013 n. 23675).

3.1.2. Il motivo è altresì inammissibile per genericità là dove è diretto ad individuare una causa di nullità della sentenza che sia stata pronunciata all’esito di un giudizio nel corso del quale una delle parti, avvocato in proprio ex art. 86 c.p.c., abbia svolto il mandato professionale in violazione delle norme ordinamentali che

sanciscono l’incompatibilità tra l’esercizio della professione forense e le funzioni di giudice onorario dal primo pure rivestite (R.D. n. 12 del 1941, art. 42-quater).

La violazione dedotta è infatti ancipite.

3.1.3. Essa vale invero, ed innanzitutto, a dare conto della tutela apprestata dall’ordinamento all’interesse pubblico alla imparzialità del giudicante che non può all’interno del medesimo circondario svolgere funzioni giudiziarie ed incarichi difensivi professionali.

La situazione censurata in ricorso integra, per il segnalato profilo, una ipotesi di ricusabilità del giudice in quanto magistrato onorario che con condotta pregiudizievole della sua imparzialità eserciti la professione nel circondario del Tribunale all’interno del quale svolge funzioni giudiziarie e di eventuale responsabilità disciplinare (R.D. n. 12 del 1941, art. 42-quater, comma 2, per il quale “Gli avvocati ed i praticanti ammessi al patrocinio non possono esercitare la professione forense dinanzi agli uffici giudiziari compresi nel circondario del tribunale presso il quale svolgono le funzioni di giudice onorario e non possono rappresentare o difendere le parti, nelle fasi successive, in procedimenti svoltisi dinanzi ai medesimi uffici”).

3.1.4. Per converso, la medesima situazione dà luogo ad una causa di eventuale responsabilità disciplinare del professionista secondo il proprio differente statuto ordinamentale là dove l’art. 53, comma 2 Codice deontologico, approvato dal Consiglio nazionale forense il 14 aprile 1997, ratione temporis vigente stabilisce che: “Gli avvocati ed i praticanti ammessi al patrocinio non possono esercitare la professione forense dinanzi agli uffici giudiziari compresi nel circondario del tribunale presso il quale svolgono le funzioni di giudice onorario e non possono rappresentare o difendere le parti, nelle fasi successive, in procedimenti svoltisi dinanzi ai medesimi uffici”, vd. Cass. SU 29/05/2017 n. 13456, p. 4 motivazione).

3.1.5. Nè è d’altro canto ipotizzabile per la descritta fattispecie un “dovere”, sollecitato e peraltro neppure precisato in ricorso, in capo ai giudici chiamati a decidere la controversia – il Tribunale, in primo grado, e quindi la Corte di appello di Milano – “di impedire la commissione e reiterazione di un siffatto illecito che incide proprio sulla imparzialità del Giudice” (p. 20 ricorso).

Il pregiudizio alla imparzialità dei giudicanti loro derivante in via riflessa dagli apprezzamenti operati nelle sentenze di merito alla figura del legale, conosciuto dai primi quale magistrato onorario del medesimo circondario o distretto, e comunque da un rapporto di “colleganza”, è condotto in ricorso per un percorso non perspicuo, incapace di individuare le ragioni, che si vorrebbero negate, anche ex art. 6 C.E.D.U., ad un equo processo, sub specie della imparzialità del giudice, e di una derivata nullità della sentenza.

Il dubbio sulla parzialità dei giudici di primo e secondo grado che hanno deciso la controversia, anche in ragione delle conoscenze di cui avrebbe goduto l’avvocato B. presso l’ambiente giudiziario milanese in cui si era

celebrato il processo, definisce, se del caso, una ragione di ricusazione del giudice che, come tale, avrebbe dovuto essere fatta valere previa proposizione della relativa istanza e che, in difetto, non può tradursi in un motivo di nullità della sentenza fatto valere quale motivo di gravame (sul principio consolidato, in termini: Cass. 04/06/2008 n. 14807).

Con il motivo, infatti, il ricorrente declina genericamente, e finanche atipicamente, nella tassatività delle relative previsioni (artt. 51 e 52 c.p.c.), una ragione di ricusazione del magistrato decidente non prevista dall’ordinamento.

Il motivo è conclusivamente inammissibile.

  1. Con il quarto motivo si denuncia la violazione dell’equo processo e del contraddittorio (artt. 2, 13, 24, 104 e 111 Cost.; artt. 6 Cedu; art. 101 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, agli artt. 2699 e 2700 c.c., artt. 126 e 130 c.p.c. artt. 76 e 97 disp. att. c.p.c. La Corte di merito avrebbe mancato di instaurare il contraddittorio, concedendo termine o rinvio alla difesa, all’udienza del 7.6.2017, sull’ultima relazione dell’ente affidatario, depositata “a sorpresa”, soli otto giorni prima dell’udienza; siffatta relazione, secretata e contenente anche l’ascolto indiretto delle minori non autorizzato, era stata posta d’ufficio a fondamento di ogni statuizione di merito.

La Corte territoriale non avrebbe poi riportato a verbale le circostanze riferite dai difensori in udienza – e cioè che il cancelliere non avrebbe reso possibile la visione della relazione – e nel motivare sulla circostanza, svolgendo apprezzamenti sulla genericità della deduzione difensiva, incapace di indicare chi avesse richiesto in Cancelleria la relazione nè quando e quale operatore l’avesse negata, avrebbe posto a fondamento della decisione la scienza privata, in violazione dell’art. 97 disp. att. c.p.c. I motivi sono inammissibili perchè affastellano critiche di contenuto vario, assertivamente poste nell’atto difensivo e non riescono in modo efficace a veicolare la dedotta violazione delle norme a tutela del giusto processo, sub specie del rispetto del contraddittorio.

Il carattere processuale e quindi strumentale della violazione lascia non dedotto l’interesse in concreto leso dalla prima.

In tema di ricorso per cassazione, la censura concernente la violazione dei “principi regolatori del giusto processo” e cioè delle regole processuali ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, deve avere carattere decisivo, cioè incidente sul contenuto della decisione e, dunque, deve portare un effettivo pregiudizio a chi la denuncia (Cass. 26/09/2017 n. 22341).

Il motivo costruisce la violazione su premesse in fatto che vengono contrastate in sentenza con la quale, per siffatti passaggi, il motivo non si confronta. Nel carattere non contestato della veridicità dei contenuti delle dichiarazioni della relazione riportati in sentenza, la critica resta non concludente rispetto all’effetto voluto.

L’ulteriore profilo per il quale il ricorrente fa sostanzialmente valere una omessa pronuncia della Corte di merito sulla richiesta di rinvio per esame della relazione del Comune di Milano, profilo di censura più esattamente ascrivibile ad un vizio motivatorio, e tanto là dove l’impugnata sentenza argomenta, escludendola, sulla circostanza della impossibilità della parte di venire a conoscenza della relazione attraverso il suo esame in cancelleria, per una analitica valutazione del fatto, non si confronta con quest’ultima e reiterando le iniziali censure sortisce l’effetto di un “non motivo” (Cass. 24/09/2018 n. 22478; Cass. 31/08/2015 n. 17330).

Valga sul punto la considerazione che la Corte di appello rileva che la relazione è alla stessa pervenuta; che essa era stata posta, da sempre, a disposizione delle parti nel fascicolo di ufficio in cui la madre delle minori aveva potuto trovarla e leggerla; che la difesa del M. non aveva saputo precisare chi si fosse presentato a richiederla e chi del personale della cancelleria l’avesse negata, passaggi, questi, non contestati nella loro veridicità e concludenza dal ricorrente.

Nè l’indicata conclusione è superata dalla deduzione difensiva che la gravità della condotta del personale di cancelleria avrebbe imposto un accertamento d’ufficio dell’accaduto e la concessione di un termine al ricorrente per provare la circostanza ex art. 153 c.p.c., comma 2.

La deduzione, generica ed eccentrica, non sostiene neppure l’interesse della parte alla sua proposizione e tanto in una piena commistione di piani in cui all’interesse della parte a conoscere i contenuti della relazione del Comune se ne affianca un altro, a rilievo squisitamente pubblicistico, sulle liceità delle condotte della cancelleria che la visione della prima avrebbe denegato.

Vero è poi che la richiesta di termine per esame della relazione resta correlata, nelle premesse in fatto del motivo, al solo diniego della cancelleria di far visionare l’atto e non alla insufficienza del tempo, pari ad otto giorni, evidenza che pure verificatasi avrebbe imposto al motivo di correlarsi, per significare della lesione del contraddittorio denunciata, la sua effettività.

  1. Con il sesto motivo si deduce la violazione dell’equo processo e del contraddittorio ex artt. 24, 104, 111 Cost.; art. 6 Cedu; art. 101 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per avere la Corte di appello posto d’ufficio a fondamento della decisione, nonchè di interlocutorie statuizioni adottate ex art. 709-ter c.p.c., cinque relazioni dell’ente affidatario, con plurimi ascolti dei minori senza concedere termine a difesa ed attivazione del contraddittorio e travisando altresì la nota di commento depositata dal M. del 15.02.2017 nella parte in cui, i giudici di appello avevano ritenuto che i contenuti delle relazioni non fossero contestati dalla parte e li avevano riportati acriticamente in sentenza.

Il motivo è inammissibile ex art. 360-bis c.p.c., n. 2 perchè non provvede a segnalare quali evidenze in fatto, contenute nelle relazioni, abbiano violato la posizione del ricorrente e, comunque – in tal modo mancando, anche, di autosufficienza – ad indicare in quali atti il ricorrente ebbe a denunciare tempestivamente ai giudici di merito la dedotta violazione e tanto al fine di non incorrere nella inammissibilità da “novità” della deduzione dinanzi al giudice di legittimità a cui è preclusa ogni diretta rivisitazione del fatto.

Il ricorrente non provvede ad indicare il pregiudizio risentito in ragione dei contenuti della relazione che non contesta nei vari suoi passaggi, non potendo in tal senso valere, perchè generica, la denunciata decisione della Corte di merito di affidare le figlie alla madre, con conseguenti determinazioni in punto di assegnazione della ex casa coniugale e di quantificazione dell’assegno di contributo al mantenimento.

  1. Con il settimo motivo si deduce la violazione del diritto di difesa e del contraddittorio ex artt. 2, 13, 24, 104 e 111 Cost.; ex artt. 6 e 8 CEDU, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per l’estromissione del consulente di parte del ricorrente, testimone di quanto avvenuto durante il “Progetto educativo familiare”. Le relazioni dell’ente affidatario sui rapporti tra padre e figlie sarebbero state “illegittime” perchè formatesi dopo l’estromissione del consulente di parte, psicologo, che assisteva agli incontri dell’educatrice del Comune tra padre e figlie presso l’abitazione dei nonni, con conseguente lesione del contraddittorio ed inutilizzabilità delle prime.

Il motivo è infondato.

La relazione di una educatrice del Comune al quale siano stati affidati i figli minori in un giudizio di separazione personale tra coniugi non integra una relazione di consulenza tecnica di ufficio ed al suo svolgimento non si applica la disciplina della partecipazione alle operazioni peritali del consulente tecnico di parte.

La presenza pertanto di un esperto al quale uno o entrambi i genitori, in un giudizio di separazione personale tra coniugi, abbiano affidato l’incarico di seguire gli incontri periodici tra educatrice della struttura pubblica affidataria dei minori, genitori e parenti, in un quadro di sostegno dei nuclei familiari a rischio, L. n. 149 del 2001, ex art. 1, comma 3, di modifica della L. n. 183 del 1984, non equivale alla partecipazione di un consulente tecnico di parte nell’ambito di operazioni peritali demandate ad un consulente di ufficio.

L’intervenuto allontanamento dell’esperto nominato dai genitori non si pone quindi in contrasto con il principio del contraddittorio non potendosi assimilare la descritta situazione allo svolgimento di una c.t.u. alle cui operazioni partecipi un consulente della parte.

Resta fermo, in ogni caso il principio, che l’eventuale nullità di una consulenza tecnica di ufficio derivante dalla mancata partecipazione a dette operazioni del consulente di parte ha carattere relativo e, conseguentemente, deve essere eccepita, a pena di decadenza, nella prima udienza successiva al deposito della relazione (Cass. 20/02/2003 n. 2589).

Si tratta di evidenza di cui non si ha contezza nel ricorso, con conseguente inosservanza del principio di autosufficienza e di allegazione.

  1. Con l’ottavo motivo si deduce la violazione degli artt. 24, 104 e 111 Cost.; la violazione dell’art. 6 CEDU; la violazione degli artt. 323, 610, 574, 388, 328, 368 e 595 c.p. e motivazione apparente in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, e quindi la non imparzialità dell’ente affidatario, per non essersi l’operatore dei servizi sociali astenuto, l’integrazione di situazioni di conflitto e l’inutilizzabilità delle relazioni.

L’ordinanza presidenziale del (OMISSIS) faceva divieto alla madre di far frequentare le figlie al nuovo compagno incaricando i servizi sociali di vigilare sul rispetto delle prescrizioni; ciò nonostante, la madre avrebbero trascorso l’estate immediatamente successiva, quella del (OMISSIS) facendo frequentare il compagno alle figlie, condotta che avrebbe reiterato l’anno dopo con unilaterale fissazione delle modalità di visita del padre.

L’Ente affidatario, designato anche per l’esercizio della responsabilità genitoriale, in sostituzione dei genitori, in applicazione dell’art. 333 c.c., al quale il giudice di primo grado, con delega in bianco, aveva attribuito in sentenza il potere di modificare i giorni di visita, avrebbe violato ed eluso i provvedimenti del Tribunale quanto al divieto di frequentazione delle figlie con il compagno della madre e sovvertito l’intero calendario estivo già stabilito in sentenza.

L’assistente sociale, che per l’ente affidatario seguiva la relazione genitori/figlie, avrebbe violato il calendario estivo fissato in sede giudiziale in favore della madre rendendo impossibile ogni visita per il padre rispetto al quale si spingeva a sospendere i rapporti con le figlie su presupposti falsi.

Siffatta condotta avrebbe ingenerato per l’operatore sociale l’obbligo di astensione ex art. 323 c.p., per una conclamata situazione di conflitto di interessi da cui sarebbe derivata la nullità delle relazioni redatte, segnatamente quelle del gennaio, aprile e maggio 2016.

A dispetto di siffatta cornice di reiterate e documentate contestazioni su condotte e parzialità dell’Ente affidatario, la Corte di merito si sarebbe limitata a riferire i fatti senza spiegarli se non per l’aggiunta, apodittica, che si sarebbe trattato di “operatori terzi”.

Il motivo si presta ad una valutazione di inammissibilità perchè offre una lettura dei fatti alternativa a quella contenuta nell’impugnata sentenza rispetto alla quale manca nel confronto.

Tanto è a dirsi quanto alla valorizzazione del rapporto padre e figlie contenuto nelle conclusioni dei vari operatori sociali, nella individuazione della “scarsa presenza del padre in casa nei periodi in cui avrebbe dovuto tenere con sè le figlie” e, ancora, della “delega dallo stesso operata delle sue funzioni genitoriali alla propria-madre, spesso in difficoltà a gestire le nipoti”, quale unica causa impediente la relazione genitore e minori, nel pure rilevato “disagio mostrato dalle stesse”e nella “mancanza di comunicazione e trasparenza in ordine alle abitudini di vita del M. e dal contesto svalutante verso la madre in cui le minori -erano costrette a vivere quando stavano con il padre” (p. 6 sentenza).

Con l’indicata ratio integrata da una diversa, rispetto a quella dedotta dal ricorrente, sequela di accadimenti, il motivo non dialoga e con il non cogliere della struttura portante del provvedimento la ragione sua propria, esso resta inammissibilmente proposto.

Le evidenze fattuali prospettate in ricorso definiscono per vero una differente serie causale che – determinata da una dedotta violazione, anche di rilievo penale, di provvedimenti giudiziali di governo del regime di visita delle figlie minori – è capace di sostenere un alternativo atteggiarsi dei fatti senza offrire però ragione della eziologia delle condotte finali attribuite invece nell’impugnata sentenza al padre e non contestate da questi nella loro obiettività.

  1. Con il nono motivo il ricorrente deduce violazione del contraddittorio e dell’equo processo, violazione e falsa applicazione degli artt. 24, 104 e 111 Cost., dell’art. 6 CEDU, dell’art. 12 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989, delle “Regole di Pechino” del 29 novembre 1985, della Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993; degli artt. 3, 5 e 6 della Convezione Europea di Strasburgo sull’esercizio dei diritti dei fanciulli del 25 gennaio 1996; degli artt. 23 Reg. CE n. 2201/2003; delle Linee guida del Consiglio d’Europa del 17 novembre 2010; dell’art. 147 c.c.; dell’art. 336-bis c.c. in relazione all’art. 360 c.c., comma 1, nn. 3 e 4; l’illiceità ed inutilizzabilità degli ascolti indiretti del minore, non delegati nè verbalizzati nè condotti in contraddittorio.

L’ascolto delle minori e, in particolare, l’ultimo, riferito nella relazione “a sorpresa”, secretata, del 29 maggio 2017 avrebbe fondato ogni decisione in punto di affido e di determinazioni patrimoniali e tanto là dove l’ascolto indiretto, senza delega del giudice, è illegittimo per violazione delle norme suindicate e sono inutilizzabili le dichiarazioni delle minori in tal modo acquisite al processo.

La censura è inammissibile perchè priva di autosufficienza e specificità.

Ove una determinata questione giuridica – che implichi un accertamento di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga detta questione in sede di legittimità ha l’onere, al

fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegarne l’avvenuta deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale atto del giudizio precedente vi abbia provveduto, onde dare modo alla Corte di cassazione di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare nel merito la questione stessa (Cass. 24/01/2019 n. 2038; Cass. 13/06/2018 n. 15430; Cass. 18/10/2013 n. 23675).

  1. Con il decimo motivo si fa valere la violazione del contraddittorio e dell’equo processo, la violazione e falsa applicazione degli artt. 24, 104, 111 Cost., dell’art. 6 CEDU, dell’art. 12 della convenzione di New York del 20 novembre 1989, delle Regole di Pechino del 29 novembre 1989 (rectius 1985), della Convenzione dell’Aja del 29 maggio 1993; degli artt. 3, 5 e 6 della Convezione Europea di Strasburgo sull’esercizio dei diritti dei fanciulli del 25 gennaio 1996; degli artt. 23 Reg. CE n. 2201/2003; delle Linee guida del Consiglio d’Europa del 17 novembre 2010; dell’art. 147 c.c.; dell’art. 336-bis c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4; l’omesso ascolto delle minori. La sentenza di primo grado affermava che le minori erano state sentite in via indiretta, in sede di consulenza tecnica d’ufficio “con verbalizzazione dell’ascolto”; il M. deduce di aver impugnato in appello eccependo, in realtà, l’omesso ascolto; la sentenza di appello rilevava che sarebbe stata ascoltata la figlia A., atteso che all’epoca la più piccola aveva quattro anni.

L’ascolto del minore è imperativo che non richiede l’istanza di parte ma che deve essere disposto d’ufficio e verbalizzato al fine di realizzare l’equo processo e quello disposto dal c.t.u. non sarebbe neppure un ascolto “delegato” ma un ascolto indiretto ed illegittimo.

10.1. Il motivo presenta ragioni di inammissibilità e di infondatezza.

10.1.1. Agli atti si ha che in primo grado entrambe le minori erano infradodicenni e che la figlia più piccola tale sia rimasta anche in appello.

Per la minore la doglianza del ricorrente è pertanto inammissibile.

Il principio di valenza generale destinato a trovare espressione nei vari istituti e rimedi apprestati dall’ordinamento a tutela del minore riconosce al giudice il potere discrezionale di disporne l’ascolto, anche al fine di verificarne la capacità di discernimento, senza dover tuttavia motivare sulle ragioni dell’omessa audizione, salvo che la parte abbia presentato una specifica istanza con cui abbia indicato gli argomenti ed i temi di approfondimento, ex art. 336-bis c.c., comma 2, su cui ritenga necessario l’ascolto del minore (in materia di adozione e per l’indicata lettura: Cass. 07/03/2017 n. 5676).

Ciò posto, nessuna istanza risulta avanzata nel senso precisato dal ricorrente, che, piuttosto, invoca, in modo inammissibile sul punto, l’esercizio ufficioso del relativo potere da parte dei giudici di merito.

10.1.2. In ordine poi all’ascolto della figlia A., che aveva raggiunto i dodici anni di età, in via preliminare si ha che, nell’intervenuta nomina di un curatore nel corso del giudizio di primo grado, la legittimazione a far valere l’omesso adempimento, integrativo del diritto del minore ad una libera e consapevole partecipazione al procedimento che lo riguarda, sarebbe spettata al curatore nominato.

Tanto rilevato, nel proposto motivo di ricorso per cassazione si denuncia, in ragione del mancato rinvenimento dei relativi verbali, allegati alla disposta c.t.u., l’insussistenza di un ascolto “in senso tecnico”, o “dedicato”, delle figlie minori del ricorrente, in quanto genericamente effettuato nell’ambito di una consulenza tecnica di ufficio, alla presenza di genitori e terzi, con modalità pregiudizievoli della genuinità e libertà della volontà del minore in tal modo raccolta e, quindi, del suo diritto ad essere informato e ad esprimere le proprie opinioni nel procedimento che direttamente lo riguarda.

Nella deduzione difensiva, la mancanza di delega da parte del Tribunale ai consulenti sarebbe stata disvelata, nella denuncia sul punto portata in appello e ivi rimasta erroneamente risolta, dalla richiesta effettuata ai nominati tecnici di dare conto delle loro valutazioni tecniche, “visitate le parti e le figlie minori” (ordinanza del 12.03.2013 come richiamata a p. 38 del ricorso per cassazione).

Fermo il rilevo che l’audizione dei minori, già prevista nell’art. 12 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, è divenuta un adempimento necessario nelle procedure giudiziarie che li riguardino ed, in particolare, in quelle relative al loro affidamento ai genitori, ai sensi dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 25 gennaio 1996, ratificata con la L. n. 77 del 2003, nonchè dell’art. 315-bis c.c. (introdotto dalla L. n. 219 del 2012) e degli artt. 336-bis e 337-octies c.c. (inseriti dal D.Lgs. n. 154 del 2013, che ha altresì abrogato l’art. 155-sexies c.c.), sulle modalità di espletamento del mezzo e, segnatamente, la legittimità dell’ascolto cd. indiretto, si osserva.

L’art. 336-bis c.c., dettato in materia di ascolto del minore nei procedimenti in cui devono essere adottati provvedimenti che lo riguardano, al comma 2 stabilisce che l’ascolto possa essere condotto dal giudice anche avvalendosi di esperti o di altri ausiliari, nella ulteriore precisazione che all’ascolto del minore può procedere direttamente il giudice ovvero, su mandato di questi, un consulente o il personale dei servizi sociali.

La distinzione operata nella motivazione della sentenza impugnata (p. 4 sentenza ottavo rigo dal basso) tra “colloqui con le parti” e “audizione della sola figlia minore A.”, con la precisazione che, l’altra figlia, ” G. all’epoca aveva solo 4 anni”, dà conto dell’evidenza che i giudici di appello hanno ben potuto riconoscere tra le attività svolte dai nominati esperti (uno psicologo ed uno specialista in neuropsichiatria infantile che hanno operato, nell’apprezzamento della Corte di merito, “con rigore metodologico”) quanto ascrivere all’una piuttosto che all’altra categoria di atti.

In materia di ascolto del minore, di almeno dodici anni e anche di età inferiore ove capace di discernimento, la necessità di una specifica delega del giudice all’esperto nominato per procedere all’espletamento vale a dare conto del rilievo che l’incombente riveste, in quanto diretto a raccogliere le opinioni ed i bisogni effettivi del minore, nel rapporto di strumentalità con il suo diritto alla partecipazione al procedimento che lo riguarda.

L’ascolto indiretto del minore operato su delega del giudice da parte dell’esperto nominato per le modalità di cui all’art. 336-bis c.c., comma 2, non è mai questione terminologica, ma di metodo; il relativo incombente resta pertanto soddisfatto non solo ed esclusivamente se vi sia stato l’utilizzo del termine nel conferimento dell’incarico al tecnico nominato ed il richiamo allo stesso nella svolta relazione, ma per le modalità secondo le quali esso sia stato operato.

La libera e consapevole partecipazione del minore al procedimento è pertanto rispettata attraverso l’ascolto del primo che può dirsi realizzato in quanto sostenuto dalla professionalità dell’esperto nominato che vi proceda e dall’utilizzo che questi faccia, nella redatta relazione, di categorie nominalistiche destinate a definire, tecnicamente, le attività svolte in esecuzione dell’incarico peritale (così per l’uso stesso del termine “ascolto” nel corpo della svolta relazione di ufficio) senza che l’incombente formale demandato dal giudice possa dirsi, per converso, inosservato solo ed in quanto manchi nel conferimento dell’incarico una espressa delega all’ascolto.

E’ in siffatta prospettiva che va intesa la decisione di questa Corte di cassazione per la quale “meri contatti”, non meglio definiti, tra minori ed appartenenti a servizi sociali, non indicativi delle circostanze in cui gli stessi ebbero a maturare, sono violativi del diritto all’ascolto del minore (Cass. 15/05/2013 n. 11687).

La genericità dei contatti non è infatti capace di dar conto della scientificità e serietà dell’approccio, significativo della primaria importanza assolta dal mezzo nella valutazione dell’interesse del minore stesso, e, quindi ed in via strumentale, dell’adozione di tutte le cautele atte ad evitare interferenze, turbamenti e condizionamenti, ivi compresa la facoltà di vietare l’interlocuzione con i genitori e/o con i difensori, nonchè di sentire il minore da solo, o, ancora, di una delega ad un organo più appropriato e professionalmente più attrezzato (Cass. 26/03/2010 n. 7282).

Nella ipotesi in esame il ricorrente fa richiamo agli importanti principi che si sono affermati in materia di ascolto del minore in ambito giurisprudenziale e dottrinale senza però denunciare, veicolando così in modo efficace la propria critica, se poi, nel caso di specie, le concrete modalità di ascolto e le interferenze denunciate, anche per la paventata presenza degli adulti, abbiano compromesso, del primo, la libertà di espressione.

  1. Con l’undicesimo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 24, 104, 111 Cost., dell’art. 6 Cedu, degli artt. 126, 130, 156, 157, 159, 168 e 195 c.c.; la violazione degli artt. 323, 328 e 490 c.p. in relazione all’art. 476 c.p., la violazione dell’art. 11 del Codice della privacy e delle Linee guida adottate dall’Autorità garante con Delib. 26 giugno 2008, n. 46 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4: per omesso

deposito e distruzione di atti processuali irripetibili e non rinnovabili (atti processuali, verbale di perizia e dell’ascolto delle minori e prove irripetibili). I consulenti tecnici di ufficio nominati in primo grado non avevano depositato le videoregistrazioni alle quali erano stati autorizzati dal giudice ma le avevano distrutte ex art. 11 legge privacy. Il Tribunale dapprima e poi la Corte di appello avevano ritenuto legittima la distruzione di quelle registrazioni peraltro nella natura “relativa” dell’eccezione senza considerare che quest’ultima era stata sollevata dalla difesa del ricorrente non per far valere “un difetto del contraddittorio nello svolgimento delle operazioni peritali, bensì la negazione del diritto di difesa del ricorrente, quale parte cui è stato impedito di provare le carenze materne di svolgere le proprie contestazioni alla c. t. u., dopo il deposito della relazione e a causa dell’omessa produzione delle videoregistrazioni”.

Di contro quanto ritenuto dai giudici di merito, e giustificato dai cc.tt.uu., i dati raccolti in ambito giudiziario ai fini di giustizia devono essere conservati fino a quando “è necessario al perseguimento degli scopi per i quali sono stati raccolti o successivamente trattati” (art. 11, lett. e) cit. in relazione all’art. 13, comma 5, lett. b) L. cit.).

Il giudice di primo grado aveva ordinato il deposito delle videoregistrazioni e la successiva loro distruzione da parte dei nominati tecnici.

L’apprezzamento dell’attività operato dai giudici di merito in applicazione della normativa sulla privacy (Delib. Garante della privacy n. 46 del 2008 riportata nella sentenza di primo grado e condivisa dai giudici di appello) – per la quale i dati acquisiti dai tecnici strumentali agli accertamenti delegati nel corso dell’espletamento delle indagini, in applicazione di quanto previsto dall’art. 11, lett. e) Codice della privacy, non possono essere conservati per un tempo superiore a quello necessario per il perseguimento degli scopi per cui sono stati acquisiti, tempo da identificarsi con la conclusione dell’incarico peritale ed il deposito della relazione – avrebbe realizzato un ribaltamento del rapporto tra privacy e diritto ad un giusto processo, declinato come diritto al contraddittorio.

Ed infatti la nullità della consulenza per distruzione di un atto irripetibile e non ricostruibile su cui essa era fondata avrebbe inficiato anche le sentenze di merito in ordine all’ivi espresso giudizio sulla capacità genitoriale nel rispetto dei principi dell’equo processo.

Il motivo è inammissibile.

La consulenza è stata depositata il 9.10.13 e le richieste del ricorrente ai cc.tt.uu. di consegna e deposito di copia del compact disk contenente le video registrazioni assunte nel corso delle operazioni peritali sono del 21 gennaio, 24 febbraio e 4 aprile 2014 là dove solo con la memoria in data 17.11.2014 il ricorrente eccepiva la nullità della c.t.u. nella denunciata indisponibilità del supporto informatico.

Come correttamente ritenuto dai giudici di merito, le nullità della consulenza hanno carattere relativo e vanno eccepite nella prima udienza successiva al deposito (Cass. 5422/2002; Cass. 2251/2013), termine rimasto inosservato nella fattispecie in esame per l’indicata sequenza di attività e rilievi di parte.

Ed infatti per la denunciata violazione quanto viene in considerazione è la nullità della disposta consulenza tecnica di ufficio perchè violativa del diritto alla difesa.

Essa, come tale trattata nella impugnata sentenza, resta pienamente sostenuta dalla motivazione della Corte di merito là dove si valorizza la piena partecipazione delle parti, a mezzo dei propri consulenti, all’indagine tecnica di ufficio con conseguente contemperamento del diritto alla privacy, da un canto, e del rispetto della regola del contraddittorio che presiede allo svolgimento del processo, dall’altro.

In tema di protezione dei dati personali, non costituisce violazione della relativa disciplina il loro utilizzo mediante lo svolgimento di attività processuale giacchè detta disciplina non trova applicazione in via generale per il D.Lgs. n. 193 del 2003 (cd. codice della privacy), quando i dati stessi vengano raccolti e gestiti nell’ambito di un processo; in esso, infatti, la titolarità del trattamento spetta all’autorità giudiziaria e in tal sede vanno composte le diverse esigenze di tutela della riservatezza e di corretta esecuzione del processo.

Là dove le esigenze di tutela della riservatezza e di regolare svolgimento del processo non siano coincidenti, sarà il codice di rito a disciplinare le modalità di esercizio del diritto di difesa nel processo e, con le sue forme, a prevalere in quanto contenente disposizioni speciali e, benchè anteriori, non suscettibili di alcuna integrazione su quelle del predetto codice della privacy (Cass. 08/02/2011 n. 3034; in siffatta prospettiva, si vedano, ancora, tra le altre: Cass. 02/08/2012 n. 13914; Cass. 20/09/2013 n. 21612; Cass. 10/05/2018 n. 11322).

L’indicato principio, saldo nella affermazioni di principio di questa Corte di legittimità, vuole che ove il diritto alla privacy venga fatto valere all’interno del processo, esso entra in bilanciamento con le regole proprie del primo e, tra esse, in principalità, con il diritto di difesa ed al contraddittorio per un’opera di contemperamento che resta affidata all’attività del giudice.

Quando in un giudizio avente ad oggetto l’affido di un minore e/o la definizione delle modalità di visita da parte del genitore non collocatario si contesti la distruzione, effettuata nel rispetto della normativa sulla privacy dal nominato c.t.u., dei verbali di ascolto del minore – adempimento curato per termini rispettosi della libera determinazione del primo e della spontanea espressione della sua volontà – in ragione della dedotta violazione del principio di difesa e del contraddittorio, il giudizio di bilanciamento dei contrapposti interessi che il giudice è tenuto ad effettuare resta soddisfatto in ragione della valorizzazione delle modalità attraverso le quali l’indagine tecnica è stata svolta.

Varranno, segnatamente, gli apprezzamenti svolti dal giudice del merito: sulla partecipazione dei tecnici di parte a tutte le operazioni peritali; sulla sottoposizione al tecnico di parte degli esiti degli accertamenti disposti dal consulente di ufficio e la conseguente formulazione delle osservazioni di parte sulle quali si è espresso il tecnico di ufficio; il tutto per una valorizzata ampia e condivisa metodologia di indagine tra tecnici di parte e d’ufficio.

Siffatta ratio spesa nell’impugnata sentenza di appello sostiene, correttamente, il rigetto della deduzione difensiva portata nel grado e, d’altra parte, essa stessa non colta con il ricorso per cassazione sortisce l’effetto di definire di quest’ultimo una ragione di inammissibilità.

Ogni altra censura finalizzata a porre in discussione nel giudizio di legittimità il merito stesso della decisione resta, come tale, anch’essa, non sindacabile in cassazione; è assorbito ogni ulteriore dedotto profilo di censura.

  1. Con il dodicesimo motivo si deduce la violazione e falsa applicazione degli artt. 24, 104, 111 Cost., dell’art. 6 Cedu, degli artt. 51 e 52 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, e quindi il conflitto di interessi del g.i. Mu.Ro. e la nullità dell’ordinanza in data 24.11.2014 e del processo.

Il motivo è assorbito da quanto ritenuto da questa Corte di legittimità supra sub n. 2.

  1. Con il tredicesimo motivo si fa valere violazione e falsa applicazione degli artt. 51, 52, 54, 99, 112, 158 e 159 c.p.c. in riferimento agli artt. 2, 13, 24, 25 e 111 Cost. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 e quindi nullità del processo e delle sentenze di primo e secondo grado per la riattivazione di ufficio del processo sospeso.

Dopo il rigetto della ricusazione e l’autorizzazione ad astenersi concessa dal Presidente di sezione al giudice istruttore, il Presidente avrebbe attivato in modo abnorme, d’ufficio e senza riassunzione ad opera delle parti, il giudizio provvedendo a designare il nuovo istruttore in sostituzione di quello astenutosi.

Il nuovo magistrato aveva confermato, implicitamente, con provvedimento in data 29.1.2015 l’ordinanza di concessione dei termini ex art. 183 c.p.c., comma 6, emessa dal precedente istruttore il 24.11.2014 ed in sede di sentenza si esprimeva la legittimità della riattivazione d’ufficio del processo per separazione personale in ragione dei principi dell’equo processo e dei poteri ufficiosi del giudice della separazione in materia di minori, motivazione poi condivisa dai giudici di appello.

All’esito dell’istanza di ricusazione il procedimento, salve l’ipotesi enucleata dalla giurisprudenza di reiterate e strumentali istanze dichiarate come tali inammissibili, è in via automatica sospeso e nulli tutti gli atti processuali successivi ad una riattivazione operata in modo abnorme ex officio dal giudice (nella specie, per

nomina del nuovo istruttore all’esito dell’astensione, medio tempore proposta ed accolta, da parte del competente Presidente).

Il rispetto della riassunzione per iniziativa delle parti avrebbe tutelato l’effetto potenzialmente deflattivo della conflittualità che a siffatta modalità di riattivazione del processo si sarebbe accompagnato, non ne avrebbe compromesso la durata, tutelando l’interesse pubblico diretto ad una regolazione consensuale della materia.

Il motivo resta assorbito dalle ragioni scrutinate supra sub n. 2. 14. Con il quattordicesimo motivo si deduce violazione del diritto di difesa e del contraddittorio; degli artt. 152, 156, 157, 159 c.p.c. e art. 183 c.p.c., comma 6, nn. 1, 2 e 3 e dell’art. 354 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4; violazione del principio dell’affidamento e di ragionevolezza; nullità del processo e della sentenza per la riduzione dei termini perentori ex art. 183 c.p.c., comma 6.

In seguito all’introdotto procedimento di ricusazione i termini avrebbero dovuto essere concessi a far data dal rigetto, ragione per la quale il ricorrente formulava istanza di proroga degli originari, domanda su cui non pronunciava il Tribunale nell’ordinanza istruttoria e quindi in sentenza e successivamente la Corte di merito nell’impugnata sentenza. Una ragionevole interpretazione della normativa processuale con il principio del giusto processo avrebbe imposto il ricalcolo dei termini e la loro proroga con violazione del diritto di difesa.

Il motivo è inammissibile ex art. 360-bis c.p.c., n. 2 mancando del carattere della decisività della violazione denunciata.

In tema di ricorso per cassazione, la censura concernente la violazione dei “principi regolatori del giusto processo” e cioè delle regole processuali ex art. 360 c.p.c., n. 4, deve avere carattere decisivo, cioè incidente sul contenuto della decisione e, dunque, arrecante un effettivo pregiudizio a chi la denuncia (Cass. 26/09/2017 n. 22341).

  1. Con il quindicesimo motivo si deduce violazione del diritto di difesa e del contraddittorio, la violazione degli artt. 737, 738, 742-bis c.p.c., la violazione dell’art. 345 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per avere la Corte di merito ritenuto l’inammissibilità dei documenti depositati in appello dal ricorrente perchè relativi a circostanze non sopravvenute là dove nel rito camerale ex art. 737 c.p.c., per giurisprudenza consolidata, l’allegazione dei documenti può intervenire anche oltre i termini fissati purchè la controparte sia messa nella condizione di interloquire. Alcuni dei documenti sarebbero stati sopravvenuti.

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I documenti sarebbero stati ammissibili e rilevanti in ordine alla situazione economica delle parti, l’addebito e le statuizioni sulle figlie. Con violazione del principio di uguaglianza i documenti versati dalla moglie in appello sarebbero stati tutti ritenuti ammissibili anche se alcuni chiaramente non sopravvenuti.

Il motivo è inammissibile.

Fermo il principio per il quale nel rito camerale d’appello l’acquisizione dei nuovi mezzi di prova, e segnatamente di nuovi documenti, è ammissibile sino all’udienza di discussione in camera di consiglio, sempre che sulla produzione si possa considerare instaurato un pieno e completo contraddittorio, che costituisce esigenza irrinunziabile anche nei procedimenti camerali (arg. ex Cass. n. 11319 del 27/05/2005; id., n. 5876 del 13/04/2012), la dedotta questione in quanto relativa alla violazione del contraddittorio è inammissibile perchè non evidenzia in alcun modo quale pregiudizio la violazione denunciata avrebbe arrecato alla parte.

  1. Con il sedicesimo motivo si fa valere la violazione degli artt. 2, 13, 24, 32, 104 e 111 Cost.; degli artt. 6 e 8 CEDU in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4 e quindi l’illegittimità e l’inutilizzabilità dei trattamenti sanitari coatti incostituzionali.

Il motivo è inammissibile per difetto di autosufficienza e novità. In tema di ricorso per cassazione, qualora siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, il ricorrente deve, a pena di inammissibilità della censura, non solo allegarne l’avvenuta loro deduzione dinanzi al giudice di merito ma, in virtù del principio di autosufficienza, anche indicare in quale specifico atto del giudizio precedente ciò sia avvenuto, giacchè i motivi di ricorso devono investire questioni già comprese nel “thema decidendum” del giudizio di appello, essendo preclusa alle parti, in sede di legittimità, la prospettazione di questioni o temi di contestazione nuovi, non trattati nella fase di merito nè rilevabili di ufficio (ex multis: Cass. 09/08/2018 n. 20694).

  1. Con il diciassettesimo motivo si deduce la violazione degli artt. 2, 13, 24, 29, 30. 104, 111 Cost.; degli artt. 6 e 8 CEDU; degli artt. 2907, 337-bis, ter e quater c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4; l’illegittimità della delega in bianco sine die ai Servizi Sociali del Comune di Milano riguardo la sospensione e la limitazione delle frequentazioni tra figlie, padre e nonni paterni.

La sentenza di primo grado delegava l’ente affidatario a modificare gli incontri tra figlie e padre. La Corte di appello in sentenza avrebbe delegato in bianco e sine die ogni potere sulla relazione tra figlie, padre e nonni paterni, incidendo sul diritto alla bigenitorialità, all’ente che avrebbe “manipolato” e “sovvertito” l’intero calendario estivo delle visite paterne rendendo al padre impossibile rispettarlo per poi motivare da detto inadempimento al fine di adottare ogni decisione riguardo le figlie.

La delega operata in sentenza (dispositivo punto n. 4) sarebbe stato un atto abnorme attribuendo la funzione giurisdizionale all’ente pubblico in contrasto con il principio della separazione dei poteri, con le libertà fondamentali e con la riserva di legge.

Il motivo è infondato.

Il servizio sociale, investito dal giudice del merito dei poteri di indagine necessari al fine di individuare il regime di affido più favorevole ai minori e di monitorare a tal fine la famiglia di origine per modificare quel regime ove non più rispondente alle esigenze del minore, non si sostituisce al giudice nella funzione giurisdizionale ex art. 337-ter c.c., comma 2, trovandosi piuttosto ad operare sotto la direzione dell’autorità giudiziaria e restando inalterata la possibilità del ricorrente di rivolgersi all’indicato fine anche al giudice.

Il denunciato dispositivo non può leggersi, come invece dedotto in ricorso, in deroga ad un siffatto fisiologico suo contenuto, quale ipotesi integrativa di una abnorme “delega in bianco” di funzioni giurisdizionali ad un organo amministrativo.

L’esigenza di monitorare in continuità le condotte dei genitori, nella loro interlocuzione con i bisogni dei minori, sostiene la scelta operata dai giudici di merito di attribuire all’Ente pubblico la necessaria verifica non mediata dal ricorso al giudice la cui possibilità, sempre esercitabile dalle parti interessate, rende legittimo il definito sistema, nel raggiunto suo ragionevole contemperamento delle contrapposte esigenze.

  1. Con il diciottesimo motivo si deduce violazione degli artt. 2, 13, 24, 29, 30, 32, 104 e 111 Cost.; artt. 6 ed 8 CEDU; artt. 337 bis, ter e quater c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4; illegittimità della “delega in bianco” ai Servizi sociali di trattare se del caso “sanitariamente e coattivamente le figlie e i genitori con espressa punizione in caso di esercizio di un diritto dell’uomo”.

Il motivo è infondato.

La previsione dell’intervento di supporto psicologico psichiatrico di entrambi i genitori si inserisce in un quadro di sostegno alla genitorialità sviluppato, nella soluzione prescelta dal giudice di primo grado, condivisa dalla Corte di appello ed illustrata nel motivo di ricorso, “per il tempo ritenuto necessario nel solo interesse delle loro figlie”, restando attivato nel presupposto del consenso dei genitori.

L’iniziativa non è imposta come individuale e doverosa ma, involgendo le posizioni di genitori e figlie e risultando espressamente subordinata al consenso dei primi, nella dimensione parentale goduta essa resta compatibile con un sistema volto a tutelare le ragioni delle minori in un quadro di recupero della genitorialità.

La prescrizione non entra pertanto in urto con quanto ritenuto da questa stessa sezione con la sentenza del 01/07/2015 n. 13506 e non vivendo in via autonoma, essa non resta connotata da una finalità estranea al giudizio che è quella di recupero di una bigenitorialità a salvaguardia delle posizioni dei figli minori.

Il motivo va pertanto rigettato.

  1. Con il diciannovesimo motivo di ricorso si fa valer la violazione degli artt. 2, 13, 29, 30 e 32 Cost.; artt. 6 e 6 CEDU; violazione dell’interesse delle figlie minori in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4: illegittimità delle ulteriori restrizioni e limitazioni di luogo e presenza alle visite paterne. La previsione (dispositivo punto 3 e p. 8 sentenza) per il padre di poter tenere con sè le figlie presso un’abitazione inesistente, quella paterna, purchè le incontri da solo e senza poter uscire per una intera giornata consisterebbe in una limitazione del diritto fondamentale del padre e delle figlie di autodeterminarsi determinando la degenerazione della libertà di genitore e figlie in una misura restrittiva della libertà.

Tanto sarebbe avvenuto in difetto di qualsivoglia pregiudizio per le minori ed il comando sarebbe stato impossibile per inesistenza dell’abitazione prevista e perchè nella casa in cui gli incontri erano avvenuti vivono anche i nonni paterni.

La previsione di un monitoraggio senza termine da parte dei Servizi Sociali sarebbe stato violativo dell’art. 8 CEDU. Il motivo è inammissibile.

La Corte di merito (p. 7) muovendo dagli esiti delle relazioni dell’ente affidatario dà conto della circostanza che il padre trascorre poco tempo con le figlie che lascia con i propri genitori allontanandosi dalla loro casa, presso cui egli continua a portare le figlie, per tutto il giorno e tornando solo la sera.

Il ricorso non confrontandosi con siffatta motivazione, nella decisività del rilievo in essa contenuto, non coglie della impugnata sentenza la ratio ed introduce una critica inefficace.

  1. Con il ventesimo motivo si deduce il contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili sulla capacità genitoriale paterna e materna e sui rapporti con le figlie in riferimento all’art. 111 Cost. e art. 132 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.

Da una parte la Corte aveva evidenziato la volontà delle figlie di non stare con padre e del padre di non vedere le figlie per poi, nel valutare la capacità della madre, sottolineare la volontà delle figlie, non osteggiata dalla genitrice, di vedere e stare con il padre nell’attaccamento di questi alle figlie.

Il motivo è infondato.

Gli argomenti censurati sostengono da una parte il giudizio sulla incapacità paterna quando, all’esito dei viaggi a Roma, le bambine vengono lasciate dal genitore da sole con i nonni paterni e dall’altra la valutazione del diritto alla bigenitorialità nel suo composito contenuto quanto ai rapporti tra genitori e figli.

21 e 22. Con il ventunesimo ed il ventiduesimo motivo si deduce, rispettivamente, l’apparenza della motivazione in relazione all’art. 111 Cost., art. 132 c.p.c. e art. 360 c.p.c., n. 4, là dove la Corte di merito sancisce l’ablazione di ogni rapporto tra padre e figli e la violazione degli artt. 2, 13, 329 e 30 Cost., dell’art. 8 CEDU; degli artt. 337-ter, e quater, 317-bis c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3; nonchè il vizio per omesso esame di un fatto ex art. 360 c.p.c., n. 5 quanto alle capacità genitoriali e i rapporti con le figlie.

La Corte di appello avrebbe omesso di vagliare le relazioni dei Servizi Sociali senza considerazione le allegazioni difensive, e muoverebbe in modo illegittimo dalla situazione di conflitto tra coniugi per adottare una decisione di ablazione della responsabilità genitoriale.

I motivi sono inammissibili perchè finalizzati a contestare in modo non consentito in sede di legittimità in via diretta il merito della controversia come definito dagli accertamenti svolti dal giudice di appello.

  1. Con il ventitreesimo motivo si fa valere motivazione apparente e contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili sulla capacità genitoriale paterna e materna con riferimento all’art. 111 Cost. 132 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4; in subordine omessa valutazione di fatti decisivi ex art. 360 c.p.c., n. 5 e violazione dell’interesse delle minori ex art. 337-ter in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 inesistenza e inadeguatezza di un’attuale abitazione del ricorrente.

La motivazione, denunciata come finanche perplessa sull’esistenza dell’abitazione in cui il ricorrente vivrebbe, avrebbe poi condizionato in modo decisivo ogni successiva determinazione in punto di statuizioni economiche e non. La perdita dell’abitazione in cui il padre sarebbe vissuto in locazione sarebbe stata circostanza non contestata dalla moglie.

Il motivo è infondato.

La motivazione distingue tra affermazioni rese agli operatori sociali e condotta di non contestazione tenuta nel corso del processo dalla parte, valorizzando quest’ultima per gli effetti processuali suoi propri ex art. 115 c.p.c. Nel resto la censura proposta è di squisito merito, a cui peraltro replica, in una dimensione, ancora, di stretta fattualità. la resistente nel controricorso.

  1. Con il ventiquattresimo motivo, si deduce violazione degli artt. 2 e 36 Cost.; degli artt. 2, 4, 5 e 8 CEDU; violazione e falsa applicazione dell’art. 156 c.c., comma 6 della L. n. 219 del 2012, art. 3, comma 2; L. n. 898 del

1970, art. 8, commi 5 e 6, del D.P.R. n. 180 del 1950, artt. 1 e 2 e dell’art. 545 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3 Si solleva questione di legittimità costituzionale ex art. 134 Cost. della L. n. 1 del 1948, art. 1 e L. n. 87 del 1953, art. 23 in punto di distrazione ed integrale assegnazione dello stipendio alla moglie.

La Corte di merito, elevando ad Euro 1.200,00 mensili il contributo per il mantenimento delle figlie a carico del ricorrente, godendo egli quale lavoratore dipendente di uno stipendio mensile di Euro 1.800,00 già gravato della cessione di un quinto e di altre trattenute, nel saldo negativo registrato dalla parte, avrebbe violato la normativa su cessioni e pignoramenti degli stipendi dei dipendenti pubblici là dove essa pone limiti alla pignorabilità nella misura variabile tra 1/5 ed 1/3 dell’intero e, nel concorso di più titoli, pone quale termine complessivo ed invalicabile quello della metà, valutata al netto delle ritenute.

La Legge sul divorzio n. 898 del 1970, art. 8, comma 5, avrebbe previsto l’onere per l’ente pubblico datore di lavoro tenuto in via diretta del pagamento di versare per crediti alimentari una somma superiore alla metà dello stipendio ed eguale previsione avrebbe riguardato i figli nati fuori dal matrimonio.

Medesime previsioni sarebbero contenute nell’ordinamento tributario e nel novellato art. 545 c.p.c. che al comma 5 pone quale limite al prelievo forzoso quello della metà degli emolumenti fatte salve le ulteriori limitazioni contenute in leggi speciali.

Principi generali dell’ordinamento in un’applicazione della normativa in materia ispirata al canone costituzionale di tutela della dignità della persona e del lavoratore sosterrebbero la nullità della sentenza in quanto violativa delle limitazioni al vincolo rispetto ad una norma, l’art. 156 c.c., comma 6, che, ove diversamente interpretata, si esporrebbe a dubbio di legittimità costituzionale.

Non risponderebbe all’interesse del minore, come ritenuto dal Tribunale con provvedimento reso in corso di causa il 3.6.2015, alla “eliminazione” della vita sociale di un genitore ed una decisione siffatta sarebbe violativa dell’art. 156 c.c., comma 6, come interpretato da Corte costituzionale n. 278/1994 che subordina la misura all’assenza di un serio pregiudizio degli aventi diritto.

Il motivo è inammissibilmente posto.

Ed infatti la Corte di appello ha stabilito il contributo al mantenimento delle figlie minori sul presupposto che il reddito complessivo del genitore gravato, inteso come capacità reddituale (p. 9 motivazione,) fosse superiore a quello dichiarato e quindi ai 1.800,00-2.000,00 Euro mensili percepiti quale docente universitario.

Siffatta premessa resta estranea al proposto motivo che dato, invece, per certo l’ammontare dello stipendio mensile quale dipendente pubblico del genitore gravato, censura la decisione impugnata perchè violativa della

normativa che sancendo limiti alla pignorabilità e vincolatività dello stipendio è posta a presidio della dignità della persona.

Il motivo non individua la ragione della decisione e, quindi e correttamente, il perimetro di contestazione, restando come tale inammissibile (Cass. 10/08/2017 n. 19989). Ogni altro profilo è assorbito.

  1. Con il venticinquesimo motivo, si denuncia l’irriducibile contrasto tra affermazioni contenute in sentenza quanto ai provvedimenti economici adottati ed il mutamento dei redditi del padre con conseguente violazione dell’art. 111 Cost. e art. 132 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4; degli artt. 3, 4 e 13 Cost. e artt. 316-bis e 337-ter c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

La Corte di merito avrebbe accertato in sentenza il mutamento della capacità reddituale di uno dei due genitori che nel corso del giudizio di primo grado, a seguito della riforma forense, aveva optato per la carriera universitaria a tempo pieno, per poi fissare l’ammontare del contributo in misura sostanzialmente pari a quella determinata in sede presidenziale quando il primo svolgeva ancora la professione forense.

Il motivo è inammissibile perchè propone una lettura della sentenza impugnata che non coglie di questa la ratio decidendi incorrendo in tal modo in difetto di autosufficienza (n. 19989 cit.; vd.: Cass. 17/07/2007 n. 15952).

La Corte di appello di Milano dopo aver dato atto che il padre ha dichiarato di svolgere in via esclusiva attività di docenza presso l’Università per il prescelto regime e che, in ragione di tanto, ad oggi non può più svolgere attività professionale extra-universitaria, ricostruisce il reddito del primo sulla capacità di spesa e di reddito, intesa anche come risparmio delle pregresse attività, valorizzando la posizione economica della famiglia di provenienza, qualificata come benestante, la pregressa attività professionale svolta durante il matrimonio.

I giudici di appello hanno poi ritenuto l’indicata evidenza confermata dalla condotta, apprezzata come concludente, adottata dal ricorrente che ha chiesto il collocamento presso di sè delle figlie minori senza alcun contributo mensile da parte della moglie.

Rispetto all’indicato percorso la denuncia della illegittimità per contrasto con principi, anche di rilievo costituzionale e per apparenza della motivazione, non dialoga con quest’ultima per la quale, quanto viene inteso in ricorso in termini di positiva premessa delle ridotte capacità contributive del padre delle minori – tale è l’opzione per il tempo pieno universitario – è in realtà negata nei suoi effetti per una diversa e più articolata argomentazione.

Nel resto il motivo è comunque infondato; il principio applicato dalla Corte di merito è certa espressione di consolidata giurisprudenza di questa Corte di legittimità.

Al fine della quantificazione dell’assegno di contributo al mantenimento dei figli minori in sede di separazione personale tra coniugi, ex art. 316-bis c.c., comma 1, richiamato dall’art. 155 c.c., il giudice del merito deve accertare, quale indispensabile elemento di riferimento ai fini della valutazione di congruità dell’assegno, le disponibilità patrimoniali dell’onerato in rapporto di proporzione con quelle dell’altro genitore, ma anche la rispettiva capacità di lavoro, professionale o casalingo, di ciascun coniuge, con espressa valorizzazione, oltre che delle risorse economiche individuali, anche delle accertate potenzialità reddituali nella necessità di mantenimento del tenore di vita in precedenza goduto dai minori (Cass. 24/04/2007 n. 9915; Cass. 10/07/2013 n. 17089; Cass. 01/03/2018 n. 4811).

  1. Con il ventiseiesimo motivo si denuncia l’impugnata sentenza per motivazione meramente apparente in riferimento all’art. 111 Cost. e art. 132 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4: la composizione degli interessi avrebbe operato quale attentato alla sopravvivenza fisica di un padre senza motivazione.

Il motivo reitera critica assorbita dal vaglio del precedente.

  1. Con il ventisettesimo motivo si fa valere la violazione dell’art. 30 Cost., artt. 337-ter e 316-bis c.c. e dell’art. 2034 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 nella dedotta irrilevanza della situazione patrimoniale dei nonni paterni e delle obbligazioni naturali nella ricostruzione dei redditi e delle sostanze del padre.

La Corte di merito avrebbe erroneamente ritenuto, in contrasto con gli artt. 337-ter e 316-bis c.c. e lo stesso art. 2034 c.c., che le sostanze dei genitori sui cui parametrare il contributo al mantenimento non fossero solo quelle dei genitori delle minori, ma anche quelle dei nonni integranti, invece, una obbligazione “eventuale” e “pro futuro”.

Il motivo è inammissibile perchè non si correla con le ragioni della decisione di cui non coglie l’argomento portante come indicato sub n. 25.

  1. Con il ventottesimo motivo si deduce la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c.; violazione dell’art. 2729 c.c. e dell’art. 97 disp. att. c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 4); omessa considerazione di circostanze decisive (art. 360 c.p.c., n. 5): le impossibili presunzioni sulle maggiori entrate del sig. M. (e dei suoi genitori).

Il motivo è inammissibile per le ragioni di seguito indicate.

Il principio del libero convincimento, posto a fondamento degli artt. 115 e 116 c.p.c., opera interamente sul piano dell’apprezzamento di merito, insindacabile in sede di legittimità; pertanto la denuncia della violazione delle predette regole da parte del giudice del merito non configura un vizio di violazione o falsa applicazione di norme processuali, sussumibile nella fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, bensì un errore di fatto, che deve essere censurato attraverso il corretto paradigma normativo del difetto di motivazione, e dunque nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012 (Cass. n. 23940 del 12/10/2017).

Ferma l’inammissibilità della censura, espressamente qualificata in termini di nullità processuale della sentenza, nel resto si assiste comunque ad una non consentita richiesta di rivalutazione dell’argomentare presuntivo osservato dalla Corte di merito che resta incensurabile in cassazione in punto di valutazione della ricorrenza dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti dalla legge, in quanto adeguatamente motivato.

  1. Con il ventinovesimo motivo si fa valere la violazione e falsa applicazione degli artt. 337-ter, 316 bis, 147 e 148 c.c. e del principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost.; la violazione degli artt. 2, 3, 30, 36 Cost.; artt. 2, 4, 5 e 8 CEDU; la violazione del diritto di bigenitorialità delle figlie; il D.Lgs. 13 luglio 2017, n. 116, art. 23, comma 2 in relazione alle art. 360 c.p.c., n. 3; omessa considerazione di circostanze decisive in relazione all’art. 111 Cost. e art. 360 c.p.c., n. 5 quanto ai redditi e le sostanze dei coniugi ed ai provvedimenti economici impossibili da eseguire.

Si tratta di cesura di merito, come tale inammissibile nel conclusivo rilievo del ricorrente della non capacità di dare attuazione ai provvedimenti economici, trattandosi di comandi matematicamente impossibili violativi del divieto di riduzione.

Il giudizio di cassazione è un giudizio a critica vincolata, nel quale le censure alla pronuncia di merito devono trovare collocazione entro un elenco tassativo di motivi, in quanto la Corte di cassazione non è mai giudice del fatto in senso sostanziale ed esercita un controllo sulla legalità e logicità della decisione che non consente di riesaminare e di valutare autonomamente il merito della causa. Ne consegue che la parte non può limitarsi a censurare la complessiva valutazione delle risultanze processuali contenuta nella sentenza impugnata, contrapponendovi la propria diversa interpretazione, al fine di ottenere la revisione degli accertamenti di fatto compiuti (Cass. n. 6519 del 06/03/2019; n. 19959 del 22/09/2014).

  1. Con il trentesimo motivo si contesta la violazione degli artt. 2, 3, 4, 13 e 36 Cost.; artt. 2, 4, 5 e 8 CEDU; la violazione degli artt. 316-bis e 337-ter c.c.; la violazione dell’art. 99 c.p.c. e art. 709 c.p.c., u.c. e art. 2907 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4; omessa considerazione di un fatto decisivo in relazione all’art. 111 Cost. e art. 360 c.p.c., n. 5: la retroattività dei provvedimenti economici e l’impossibilità dei provvedimenti economici interinali.

Il motivo è assorbito dalla valutazione dei precedenti (n. 25 e ss.).

  1. Con il trentunesimo si fa questione della violazione e falsa applicazione dell’art. 151 c.c. anche in riferimento all’art. 2 Cost. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; omessa considerazione di due motivi d’addebito e altri fatti decisivi in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5; omessa pronuncia sulle istanze istruttorie in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 per un denunciato, all’esito della presupposta vicenda coniugale, di un “concubinato pubblico con prole nell’abitazione dell’amante a 200 km dalla residenza famigliare con occultamento delle figlie”.

Il motivo si presta ad una valutazione di inammissibilità perchè portatore di censure del merito ed assorbito dai precedenti.

  1. La resistente sollecita la condanna, equitativamente determinata, del ricorrente ai sensi dell’art. 96 c.p.c., u.c. novellato, “per aver costretto con un atto ingiustificatamente lungo, ad una difesa lunga, articolata ed estenuante” la resistente, oltre ad avere adottato un comportamento di mala fede e colpa grave esponendo fatti non veritieri con accuse alle produzioni inammissibili e reiterazione di eccezioni più volte deliberate e rigettate nei gradi di merito.

Ai fini dell’applicazione dell’art. 96 c.p.c., comma 3, può costituire abuso del diritto di impugnazione la proposizione di un ricorso per cassazione basato su motivi manifestamente incoerenti con il contenuto della sentenza impugnata o completamente privo di autosufficienza oppure contenente una mera complessiva richiesta di rivalutazione nel merito della controversia o, ancora, fondato sulla deduzione del vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, ove sia applicabile, “ratione temporis”, l’art. 348-ter c.c., comma 5, che ne esclude la invocabilità; in tali ipotesi, infatti, si determina uno sviamento del sistema giurisdizionale dai suoi fini istituzionali ed un ingiustificato aumento del contenzioso che ostacolano la ragionevole durata dei processi pendenti e il corretto impiego delle risorse necessarie per il buon andamento della giurisdizione (Cass. 27/02/2019 n. 5725; in termini, quanto al perimetro di applicazione della norma per un ricorso redatto in palese violazione dell’art. 366 c.p.c.: Cass. 23/05/2019 n. 14035).

L’applicazione dell’indicato principio porta a ritenere l’insussistenza dell’abuso del diritto di impugnazione e a disattendere la sollecitata applicazione della sanzione di cui all’art. 96 c.p.c., comma 3.

  1. Le spese di lite restano disciplinate in applicazione della principio della prevalenza della soccombenza come da dispositivo.

  2. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del

ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 vanno omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente M.A. al pagamento delle spese processuali in favore di B.S. che liquida in complessivi Euro 8.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali al 15% forfettario sul compenso ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Ai sensi del D.Lgs. n. 198 del 2003, art. 52 vanno omessi le generalità e gli altri dati identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima civile, il 19 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 21 gennaio 2020.

SEPARAZIONE CON ADDEBITO : TRIBUNALE DI BOLOGNA

SEPARAZIONE CON ADDEBITO : TRIBUNALE

DI BOLOGNA

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È noto che la giurisprudenza è costante nell’affermare che “La dichiarazione di addebito della separazione implica la imputabilità al coniuge del comportamento, volontariamente e consapevolmente contrario ai doveri del matrimonio, cui sia ricollegabile l’irreversibile crisi del rapporto fra coniugi” (Cass. n. 25843/213), ovvero “che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza” (Cass. n. 14840/2006), sicchè diviene necessario verificare, con accertamento non censurabile in sede di legittimità ove congruamente e logicamente motivato, se la violazione dei doveri di cui all’art. 143 c.c., “lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata ed in conseguenza di una situazione di intollerabilità della convivenza, abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale” (Cass. n. 18074/2014). 

In particolare, secondo la giurisprudenza “l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale” (Cass. ord. 6-1 n. 1685/2015; Cass. n. 25618/2007), ovvero “di una situazione stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da affectio coniugalis” (Cass. n. 9074/2011). 

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separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare
separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare

 

 REPUBBLICA ITALIANA

In nome del popolo italiano

Il Tribunale Ordinario di Bologna

PRIMA SEZIONE CIVILE

in persona dei magistrati 

dott. Bruno Perla Presidente 

dott.ssa Sonia Porreca Relatore 

dott.ssa Francesca Neri Componente 

ha pronunciato la seguente 

SENTENZA

nella causa di primo grado iscritta al n. 1822 del Ruolo Generale degli affari contenziosi per l’anno 2017 

promossa da 

X (C.F. ***), rappresentata e difesa dall’Avvocato GUZZO SALVATORE del Foro di Bologna 

parte attrice 

contro

Y (C.F. ***), rappresentato e difeso dall’Avvocato MINELLI STEFANIA del Foro di Bologna 

parte convenuta 

con l’intervento del P.M. presso il Tribunale Ordinario di Bologna 

OGGETTO: Separazione giudiziale 

CONCLUSIONI DELLE PARTI COSTITUITE: come in verbale di udienza in data 25 giugno 2019 

FATTO E DIRITTO

Con ricorso depositato in data 7 febbraio 2017 X coniugata con Y per matrimonio concordatario celebrato in BOLOGNA il 04/09/1993, chiedeva al Tribunale adìto di dichiarare la separazione dei coniugi con addebito a carico del marito, dando atto della disgregazione del rapporto coniugale e della intollerabilità della convivenza. Parte ricorrente formulava, altresì, ulteriori domande accessorie inerenti la gestione dei due figli, D. (cl. 1994) e S. (cl. 1999) e la regolamentazione degli aspetti economici tra le parti. 

Con memoria depositata il 20.10.2017 si costituiva Y, il quale aderiva alla domanda di separazione, chiedendo, però, l’addebito della disgregazione del rapporto matrimoniale in capo alla ricorrente; chiedeva, inoltre, una diversa regolamentazione delle ulteriori questioni accessorie inerenti gli aspetti parentali ed economici. 

Con ordinanza del 13.2.2018, resa all’esito dell’udienza presidenziale, il Presidente autorizzava i coniugi a vivere separati e assumeva i provvedimenti provvisori ed urgenti di propria competenza: in particolare, assegnava la casa coniugale al Y, convivente con il figlio D., maggiorenne ma non autosufficiente, il cui mantenimento, ordinario e straordinario, veniva posto integralmente a carico del padre, gravato altresì di un assegno perequativo di €150,00 mensili per il mantenimento della figlia S. (divenuta nelle more maggiorenne) convivente con la madre, oltre al 50% delle spese straordinarie. 

All’udienza davanti al Giudice Istruttore tenutasi in data 14.6.2018 i difensori delle parti precisavano le conclusioni sul vincolo sulle quali, già intervenuto il PM, si pronunciava il Collegio con sentenza parziale n. 2051/2018. 

La causa veniva, quindi, rimessa sul ruolo per la prosecuzione del giudizio sulle questioni accessorie. 

Espletata l’istruttoria, all’udienza del 25 giugno 2019 le parti precisavano le conclusioni e la causa era, quindi, rimessa al Collegio per la decisione; decorsi i termini ex art. 190 c.p.c., veniva discussa nella camera di consiglio del 12.11.2019. 

Preliminarmente, occorre dare atto del fatto che i coniugi X e Y sono già separati per effetto della sentenza parziale n. 2051/2018 resa da questo Tribunale in data 19.6.2018.

Venendo alle ulteriori domande accessorie, si osserva quanto segue. 

– Sull’addebito della separazione

Entrambe le difese, fino in sede di precisazione delle conclusioni, hanno insistito per le rispettive domande di addebito della separazione alla controparte. 

Quanto alla X, l’attrice imputa al convenuto condotte che, durante tutto il periodo di durata del matrimonio (ivi compreso quello successivo all’omologa della prima separazione, intervenuta con decreto del Tribunale di Bologna in data 27.10.1998), sarebbero state caratterizzate da ripetute violenze verbali e fisiche nei confronti della moglie, oltre che condotte contrarie al dovere di fedeltà coniugale, consistite, specificamente, nella ricerca, da parte del marito, di relazioni extraconiugali su siti online. 

Entrambe le allegazioni attoree – in merito alle quali, peraltro, la difesa attorea ha speso appena qualche riga nelle proprie memorie conclusive ex art. 190 c.p.c. – non hanno trovato alcun idoneo riscontro probatorio in sede istruttoria. 

Quanto, in particolare, alle asserite violenze poste in essere dal Y, gli episodi del 17 novembre 2013 e 17 marzo 2014 (cfr. doc. n. 4 fasc. Avv. Guzzo) denunciati dalla X sono stati oggetto di remissione della relativa querela, con conseguente definizione del correlato giudizio penale a carico del Y con sentenza del Tribunale di Bologna n. 1899/2018 di declaratoria di non doversi procedere nei confronti dell’imputato (cfr. doc. n. 54 fasc. Avv. Minelli); quanto, invece, agli asseriti maltrattamenti, la Procura della Repubblica, che pure aveva formulato l’ipotesi di reato di cui all’art. 572 c.p., ha chiesto l’archiviazione del procedimento ritenendo il fatto insussistente (cfr. doc. n. 14 fasc. Avv. Minelli): va, peraltro, rimarcato come sia nella richiesta di archiviazione da ultimo menzionata come anche, e ancora più diffusamente, nella sentenza penale n. 1899/2018 cit. emerge che nella coppia vi sia stata da sempre una elevata conflittualità, con animosità da parte di entrambi i coniugi, senza, peraltro, che le frequenti liti e discussioni verbali abbiano mai avuto, in effetti, conseguenze rilevanti di sorta. 

Ben diverso esito deve avere, invece, la domanda di addebito della separazione proposta dal convenuto per violazione del dovere di fedeltà coniugale della moglie. 

È noto che la giurisprudenza è costante nell’affermare che “La dichiarazione di addebito della separazione implica la imputabilità al coniuge del comportamento, volontariamente e consapevolmente contrario ai doveri del matrimonio, cui sia ricollegabile l’irreversibile crisi del rapporto fra coniugi” (Cass. n. 25843/213), ovvero “che sussista un nesso di causalità tra i comportamenti addebitati ed il determinarsi dell’intollerabilità della ulteriore convivenza” (Cass. n. 14840/2006), sicchè diviene necessario verificare, con accertamento non censurabile in sede di legittimità ove congruamente e logicamente motivato, se la violazione dei doveri di cui all’art. 143 c.c., “lungi dall’essere intervenuta quando era già maturata ed in conseguenza di una situazione di intollerabilità della convivenza, abbia, viceversa, assunto efficacia causale nel determinarsi della crisi del rapporto coniugale” (Cass. n. 18074/2014). 

In particolare, secondo la giurisprudenza “l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, costituisce, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati, attraverso un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale” (Cass. ord. 6-1 n. 1685/2015; Cass. n. 25618/2007), ovvero “di una situazione stabilizzata di reciproca sostanziale autonomia di vita, non caratterizzata da affectio coniugalis” (Cass. n. 9074/2011). 

Ciò posto, nel caso di specie è stata la stessa attrice che, a verbale dell’udienza del 5.3.2019, ha pacificamente ammesso di aver avuto, dal 2013, due relazioni sentimentali con uomini diversi dal marito, ovvero tale *** e poi, dalla fine del 2015, tale ***, che ancora oggi è il suo attuale compagno, come comprovato, peraltro, dalle inequivoche fotografie pubblicate sui social (cfr. doc. n. 9 fasc. Avv. Minelli).

È ben vero che la X ha anche precisato che dal 2013 insieme al marito aveva già “deciso verbalmente” di separarsi di nuovo, ma la parte, a ciò onerata secondo i principi giurisprudenziali sopra richiamati, non ha dato in giudizio alcuna prova della effettiva previa esistenza, rispetto alle relazioni extraconiugali, di una situazione di crisi già irrimediabilmente in atto, ovvero di un contesto familiare caratterizzato da una convivenza meramente formale per reciproca sostanziale autonomia di vita. 

Tenuto conto del fatto che la relazione extraconiugale con tale ***, ancora oggi compagno dell’attrice, ha avuto inizio (per stessa ammissione della parte) alla fine dell’anno 2015, vi è anche contiguità temporale con l’avvio del presente giudizio di separazione, nel quale il convenuto ha immediatamente proposto la propria domanda di addebito sin dalla costituzione in fase presidenziale, da ciò potendosi desumere con evidenza la rilevanza causale tra il comportamento attoreo in violazione dei doveri di cui all’art. 143 c.c. e la definitiva disgregazione dell’unità coniugale. 

La domanda di addebito della separazione proposta dal convenuto è, dunque, fondata e va accolta. 

– Sull’assegnazione della casa coniugale

La casa coniugale, per la quale entrambe le parti hanno fatto domanda di assegnazione, è costituita dall’immobile sito in Bologna, Via *** n. 4. 

Nell’abitazione in questione è sempre rimasto ad abitare il Y unitamente al figlio D., maggiorenne ma non ancora autosufficiente, mentre la X, con la figlia S., già nella fase presidenziale del presente giudizio risultava essersi trasferita altrove. 

Rispetto alla situazione di fatto appena delineata, ormai consolidata da anni, non sono state dedotte dalle parti novità di rilievo, sicchè va confermata in questa sede l’assegnazione formale della casa coniugale ex art. 337 sexies c.c. in favore del convenuto, quale genitore convivente con prole maggiorenne ma non ancora autosufficiente. 

– Sulle questioni economiche 

In base al disposto di cui all’art. 156, comma 1, c.c., la declaratoria di addebito della separazione alla X preclude il riconoscimento in favore dell’attrice di un assegno di mantenimento a carico del marito: la relativa domanda attorea va, dunque, respinta. 

Quanto al mantenimento dei figli della coppia, entrambi maggiorenni ma pacificamente non autosufficienti, possono farsi le seguenti considerazioni. 

Il Y svolge un lavoro con contratto a tempo indeterminato alle dipendenze della società Cava Kiwi s.r.l. La documentazione reddituale prodotta in giudizio dal convenuto attesta un reddito netto annuo di circa € 23.500,00, corrispondenti a circa € 1.900,00 netti mensili [nel dettaglio: anno 2014/€ 22964 netti anno (€ 1913 netto mese); anno 2015/€ 24535 netti anno (€ 2044 netto mese); anno 2016/€ 22357 netti anno (€ 1863 netto mese); anno 2017/€ 23755 netti anno (€ 1979 netto mese); anno 2018/€ 24179 netti anno (€ 2014 netto mese)]. È pacifico ed incontroverso che il convenuto sta pagando integralmente la rata di mutuo ipotecario che grava sulla casa coniugale a lui assegnata, rata dell’importo complessivo di € 589,00 mensili, per la quale coobbligata solidale è anche la X (cfr. doc. n. 36 fasc. Avv. Minelli). 

Quanto all’attrice, in fase presidenziale la stessa riferiva a verbale di essere disoccupata ma di aver fatto lavori saltuari come croupier in sale da gioco (cfr. dichiarazioni rese dalla parte a verbale dell’udienza del 31.10.2017), come ribadito dalla parte stessa in sede di interrogatorio formale (cfr. verbale di udienza del 5.3.2019) e confermato dalla figlia S., escussa come teste in istruttoria (cfr. verbale di udienza del 5.3.2019). La circostanza risulta, invero, debitamente riscontrata anche dalle plurime fotografie prodotte in atti dalla difesa del convenuto, ove è chiaramente visibile la X al tavolo da gioco con la divisa dello “staff” del relativo locale (cfr. doc. nn. 34, 61 fasc. Avv. Minelli). 

In ogni caso, non è dato sapere l’effettivo reddito percepito dall’attrice come croupier, lavoro occasionale per il quale, rispondendo all’interrogatorio formale, la X ha ammesso di aver ottenuto solo un rimborso di €10/15 a serata. Per quanto possa ipotizzarsi che verosimilmente i guadagni percepiti dall’attrice come croupier siano superiori a quelli (davvero esigui) ammessi in giudizio, rimane indubbia l’evidenza di una differente capacità reddituale tra le parti, che inevitabilmente si riverbera sulla misura dell’obbligo di contribuzione al mantenimento della prole. 

Quanto al primogenito D., non vi è controversia tra le parti a che sia il padre, odierno convenuto, a provvedere al suo mantenimento ordinario: quanto alle spese straordinarie, tenuto conto della disparità reddituale tra i genitori, può essere confermata in questa sede la decisione assunta in fase presidenziale di porre anche queste spese a totale carico del padre con il quale il ragazzo convive, come sta avvenendo da quasi due anni. 

Relativamente alla figlia S., rimasta a convivere con la madre nell’abitazione della nonna materna, in fase presidenziale le parti avevano concordato sulla previsione di un contributo paterno quantificato in € 150,00 mensili, oltre al 50% delle spese straordinarie, somme da versare direttamente alla ragazza entro il giorno 20 di ogni mese sul conto Postepay a lei in uso: tale previsione, in mancanza di sopravvenienze di rilievo in epoca successiva al febbraio 2018 (data del provvedimento presidenziale menzionato), può essere integralmente confermata in questa sede, anche come modalità (diretta) di pagamento. 

– Sulle spese di lite 

Le spese di lite sono regolate dal principio generale della soccombenza e sono quindi poste a carico di X . La relativa liquidazione è fatta in dispositivo sulla base del valore indeterminato della causa con applicazione dei parametri di cui al D.M. n. 55/2014 attualmente in vigore, tenuto conto della natura e del pregio dell’attività difensiva svolta, nonché della notula depositata in atti dall’Avv. Minelli. 

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, in contraddittorio delle parti, ogni diversa domanda ed eccezione disattesa e respinta: 

  1. RIGETTAla domanda attorea di addebito della separazione al convenuto; 
  2. DICHIARAche la separazione coniugale tra le parti è da addebitare a X , ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 151, comma 2, c.c.; 
  3. ASSEGNAl’abitazione familiare, sita in Bologna, via *** n. 4, a Y , convivente con il figlio D., maggiorenne ma non autosufficiente;
  4. PONEa carico di Y l’obbligo di contribuire al mantenimento della figlia maggiorenne S., convivente con la madre, mediante versamento sul conto Postepay in uso alla ragazza della somma mensile di € 150,00, importo, rivalutabile annualmente secondo gli indici ISTAT, da corrispondere entro il giorno 20 di ogni mese, oltre al 50% delle spese straordinarie disciplinate secondo il Protocollo dell’agosto 2017 in uso presso il Tribunale di Bologna, di seguito riportato: I] spese straordinarie da non concordare preventivamente in quanto ritenute in via generale nell’interesse dei figli: a) spese corrispondenti a scelte già condivise dei genitori e dotate della caratteristica della continuità, a meno che non intervengano tra i genitori – a causa o dopo lo scioglimento dell’unione – documentati mutamenti connessi a primarie esigenze di vita tali da rendere la spesa eccessivamente gravosa. A titolo esemplificativo: spese mediche precedute dalla scelta concordata dello specialista, comprese le spese per i trattamenti e i farmaci prescritti; spese scolastiche costituenti conseguenza delle scelte concordate dai genitori in ordine alla frequenza dell’istituto scolastico; spese sportive, precedute dalla scelta concordata dello sport (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature e del corredo sportivo); spese ludico-ricreativo-culturali, precedute dalla scelta concordata dell’attività (incluse le spese per l’acquisto delle relative attrezzature); b) campi scuola estivi, baby sitter, pre-scuola e post-scuola se necessitate dalle esigenze lavorative del genitore collocatario e se il genitore non collocatario, anche per tramite della rete famigliare di riferimento (nonni, ecc.) non offre tempestive alternative; c) spese necessarie per il conseguimento della patente di guida; d) abbonamento ai mezzi di trasporto pubblici; e) spese scolastiche di iscrizione e dotazione scolastica iniziale, come da indicazione dell’istituto scolastico frequentato; uscite scolastiche senza pernottamento; f) visite specialistiche prescritte dal medico di base; ticket sanitari e apparecchi dentistici o oculistici, comprese le lenti a contatto, se prescritti; spese mediche aventi carattere d’urgenza. II] Spese straordinarie da concordare preventivamente: Tutte le altre spese straordinarie vanno concordate tra i genitori, con le seguenti modalità: il genitore che propone la spesa dovrà informarne l’altro per iscritto (con raccomandata, fax o e-mail), anche in relazione all’entità della spesa. Il tacito consenso dell’altro genitore sarà presunto decorsi trenta giorni dalla richiesta formale, se quest’ultimo non abbia manifestato il proprio dissenso per iscritto (con raccomandata, fax o e-mail) motivandolo adeguatamente, salvi diversi accordi: III] Rimborso delle spese straordinarie: Il rimborso delle spese straordinarie a favore del genitore anticipatario avverrà dietro esibizione di adeguata documentazione comprovante la spesa. La richiesta di rimborso dovrà avvenire in prossimità dell’esborso. Il rimborso dovrà avvenire tempestivamente dalla esibizione del documento di spesa e non oltre venti giorni dalla richiesta, salvi diversi accordi. La documentazione fiscale deve essere intestata al figlio ai fini della corretta deducibilità della stessa. Gli eventuali rimborsi e/o sussidi disposti dalla Stato e/o da altro ente pubblico o privato per spese scolastiche e/o sanitarie relative alla prole vanno a beneficio di entrambi i genitori nella stessa quota proporzionale di riparto delle spese straordinarie” 
  5. PONEad integrale carico di Y il mantenimento ordinario e straordinario del figlio D., maggiorenne e non autosufficiente, convivente con il padre; 
  6. RIGETTAla domanda di X di assegno di mantenimento in proprio favore; 
  7. condanna X a rifondere a Y le spese di lite, che liquida in complessive € 7.254,00 per compensi, oltre spese generali al 15%, tributi e contributi come per legge.

Così deciso in Bologna nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile in data 12/11/2019.

IL GIUDICE ESTENSORE 

dott.ssa Sonia Porreca 

IL PRESIDENTE 

dott. Bruno Perla 

Pubblicazione il 29/11/2019

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