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SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA COME FARE? COSA FARE?

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA ALTEDO MONTEVEGLIO CASALECCHIO, BUDRIO MALALBERGO, CASTEL SAN PIETRO SAN PIETROIN CASALE

Capo V
Dello scioglimento del matrimonio e della separazione dei coniugi

Art. 149.
Scioglimento del matrimonio.

Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge. Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai sensi dell’articolo 82, o dell’ articolo 83, e regolarmente trascritto, cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge.

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  • Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 2 dicembre 2019, n. 31358.
  • – che è vero come, secondo l’orientamento più volte espresso da questa Corte, nel giudizio di divorzio la sopravvenuta morte del coniuge determina la cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio ed a tutti i profili economici connessi (Cass. 20 febbraio 2018, n. 4092; Cass. 8 novembre 2017, n. 26489; Cass. 29 luglio 2015, n. 16051, non tutte massimate): onde l’evento della morte sortisce l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato, assumendo esso rilevanza in relazione alla specifica res litigiosa; – che, pertanto, atteso che il capo di pronuncia sullo status era passato in giudicato, va accolta l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere con riguardo alla materia residua, ossia con riguardo ai capi sulle disposizioni patrimoniali a carico dell’obbligato, che non hanno ancora acquisito definitività; – che, pertanto,

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Art. 150.
Separazione personale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

E’ ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.

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Art. 151.
Separazione giudiziale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

, Cass. Civile, sez. I, sentenza 30 gennaio 2013, n. 2183.

La procedura per la separazione consensuale:

  • La Separazione consensuale è molto agevole ed è lo strumento attraverso il quale marito e moglie, di comune accordo tra loro, decidono di separarsi.
  • La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione
  • La separazione consensuale acquista efficacia con un provvedimento emesso dal Tribunale, l’omologa (in pratica il Tribunale si limita a validare, controllare e dichiarare efficaci le condizioni determinate dai coniugi congiuntamente).
  • Diritto di Famiglia
  • Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

Si ricorre alla separazione giudiziale quando:

  • in caso di gravi disaccordi tra i coniugi per motivi economici o di affidamento dei figli e può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi. In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata la violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) da parte di uno dei coniugi e che questa violazione abbia determinato la cessazione del matrimonio.
  • Nel caso in cui l’addebito sia riconosciuto dal giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.
  1. Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

  1. a) che la Suprema Corte, sottoponendo a revisione l’indirizzo meno recente, favorevole in prevalenza “al passaggio da una separazione consensuale omologata ad una separazione addebitata”, anche per fatti successivi alla separazione medesima, non soltanto è pervenuta a sottolineare che, in seguito all’abrogazione dell’art. 156 c.c., non sussistono a carico dei coniugi separati obblighi di carattere morale derivanti dal matrimonio, ma solo obblighi di carattere patrimoniale (di guisa che non sono valutabili fatti commessi in violazione di obblighi non più esistenti quando la separazione è stata pronunciata o consensualmente accettata, potendo i comportamenti ed i fatti successivi alla separazione, eventualmente, valere soltanto ai fini del mutamento delle condizioni della separazione medesima, dell’inibitoria dell’uso del cognome maritale e dell’adozione degli strumenti di tutela di cui all’art. 155 c.c., comma 8, artt. 330 e 333 c.c., nonchè ai fini penali), ma, soprattutto, è pervenuta ad enucleare l’essenziale principio secondo cui, per la necessaria contestualità tra il giudizio di improseguibilità della convivenza ed il giudizio di addebitabilità, non è consentito, una volta che la separazione è stata pronunciata o omologata, stabilire con un giudizio a posteriori che il fallimento dell’unione coniugale avrebbe potuto essere imputato a fatti e comportamenti diversi da quelli già considerati (Cass. 17 marzo 1995, n. 3098; Cass. 19 settembre 1997, n. 9317);

SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA COME FARE? COSA FARE?

Diritto di famiglia e dei minori (separazioni, divorzi – consensuali, congiunti e giudiziali e con negoziazione assistita,  modifica delle condizioni di separazione, reversibilità di pensioni al coniuge superstite, riconoscimento di paternità) materie per le quali offre una intera gamma di servizi personalizzati volti al superamento delle numerose e variegate problematiche che si sviluppano all’interno del nucleo familiare.

– Procedure Di Separazione E Divorzio Sia Consensuali Che Giudiziali (Con O Senza Addebito)

– Disciplina Dei Rapporti Patrimoniali Dei Coniugi Ed Assegnazione Dell’Abitazione Familiare

– Affidamento, Collocazione, Mantenimento E Disciplina Del Diritto Di Frequentazione Dei Figli

– Procedure Di Affidamento Congiunto O Disgiunto Di Minori Nati Da Coppie Non Coniugate E, Più In Generale, Assistenza Legale In Ambito Di Rapporti Di Filiazione

Riconoscimento O Disconoscimento Dei Figli[wpforms id=”9898″ title=”true” description=”true”]

– Unioni Civili  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

Delle persone e della famiglia

 

– Tutela Dei Rapporti Nonni/Nipoti

– Tutela Avverso La Violazione Degli Obblighi Di Assistenza Nei Confronti Dei Figli Minori

– Ordini Di Protezione Ed Allontanamento Del Coniuge O Del Figlio

– Ordini Di Protezione Contro La Violenza O Lo Stalking Familiare

– Amministrazioni Di Sostegno

Coppie in crisi:

Uno dei due partner è deciso per la separazione e l’altro non accetta

La decisione di separarsi è chiara per entrambi

Coppie separate di fatto: coppie con aree di conflitto sui termini di affidamento dei figli e/o sul versante economico

Coppie separate legalmente: le condizioni di separazione risultano di difficile attuazione o non vengono rispettate

  •  

Codice Civile

Libro Primo
Delle persone e della famiglia

Titolo VI
Del matrimonio

separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare
separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare

Capo V
Dello scioglimento del matrimonio e della separazione dei coniugi

Art. 149.
Scioglimento del matrimonio.

Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge. Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai sensi dell’articolo 82, o dell’ articolo 83, e regolarmente trascritto, cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge.

  • Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 2 dicembre 2019, n. 31358.

  • – che è vero come, secondo l’orientamento più volte espresso da questa Corte, nel giudizio di divorzio la sopravvenuta morte del coniuge determina la cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio ed a tutti i profili economici connessi (Cass. 20 febbraio 2018, n. 4092; Cass. 8 novembre 2017, n. 26489; Cass. 29 luglio 2015, n. 16051, non tutte massimate): onde l’evento della morte sortisce l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato, assumendo esso rilevanza in relazione alla specifica res litigiosa; – che, pertanto, atteso che il capo di pronuncia sullo status era passato in giudicato, va accolta l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere con riguardo alla materia residua, ossia con riguardo ai capi sulle disposizioni patrimoniali a carico dell’obbligato, che non hanno ancora acquisito definitività; – che, pertanto,

  •  

Art. 150.
Separazione personale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

E’ ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.

Art. 151.
Separazione giudiziale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

, Cass. Civile, sez. I, sentenza 30 gennaio 2013, n. 2183.

La procedura per la separazione consensuale:

 

  • La Separazione consensuale è molto agevole ed è lo strumento attraverso il quale marito e moglie, di comune accordo tra loro, decidono di separarsi.

 

 

  • La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione
  •  
  • La separazione consensuale acquista efficacia con un provvedimento emesso dal Tribunale, l’omologa (in pratica il Tribunale si limita a validare, controllare e dichiarare efficaci le condizioni determinate dai coniugi congiuntamente).
  • Diritto di Famiglia
  • Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.
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Si ricorre alla separazione giudiziale quando:

 

  • in caso di gravi disaccordi tra i coniugi per motivi economici o di affidamento dei figli e può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi. In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata la violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) da parte di uno dei coniugi e che questa violazione abbia determinato la cessazione del matrimonio.

 

  • Nel caso in cui l’addebito sia riconosciuto dal giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.

 

  1. Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

 

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

  1. a) che la Suprema Corte, sottoponendo a revisione l’indirizzo meno recente, favorevole in prevalenza “al passaggio da una separazione consensuale omologata ad una separazione addebitata”, anche per fatti successivi alla separazione medesima, non soltanto è pervenuta a sottolineare che, in seguito all’abrogazione dell’art. 156 c.c., non sussistono a carico dei coniugi separati obblighi di carattere morale derivanti dal matrimonio, ma solo obblighi di carattere patrimoniale (di guisa che non sono valutabili fatti commessi in violazione di obblighi non più esistenti quando la separazione è stata pronunciata o consensualmente accettata, potendo i comportamenti ed i fatti successivi alla separazione, eventualmente, valere soltanto ai fini del mutamento delle condizioni della separazione medesima, dell’inibitoria dell’uso del cognome maritale e dell’adozione degli strumenti di tutela di cui all’art. 155 c.c., comma 8, artt. 330 e 333 c.c., nonchè ai fini penali), ma, soprattutto, è pervenuta ad enucleare l’essenziale principio secondo cui, per la necessaria contestualità tra il giudizio di improseguibilità della convivenza ed il giudizio di addebitabilità, non è consentito, una volta che la separazione è stata pronunciata o omologata, stabilire con un giudizio a posteriori che il fallimento dell’unione coniugale avrebbe potuto essere imputato a fatti e comportamenti diversi da quelli già considerati (Cass. 17 marzo 1995, n. 3098; Cass. 19 settembre 1997, n. 9317);

  2. b) che detta Corte, approfondendo la giurisprudenza consolidatasi già nel precedente decennio ed, in particolare, configurando la separazione quale effetto o rimedio di una convivenza ormai intollerabile, o tale da pregiudicare gravemente l’educazione della prole, ha, secondo il suo più recente orientamento, ritenuto che la separazione medesima non è più prevista come uno stato transitorio, determinato da colpe, in prospettiva della ricomposizione dell’unione coniugale, ma comporta che detto istituto si sostanzia in un titolo auto sufficiente di cessazione della convivenza, suscettibile di ulteriori e diversificati esiti, onde la volontà del legislatore, espressa nell’art. 151 c.c., di riservare esclusivamente al giudice chiamato a pronunciare la separazione il potere di statuire, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia stato richiesto, l’addebitabilità della separazione, precludendo, in tal modo, la possibilità che questa sia prospettata aliunde, in altra sede, con autonoma domanda, in presenza di un precedente titolo della separazione stessa, una simile possibilità essendo configurabile solo in caso di nuova pronuncia di separazione, emessa in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo l’eventuale riconciliazione (Cass. 30 luglio 1999, n. 8272);

  3. c) che, “alla stregua della ratio decidendi testè riportata, l’inammissibilità del mutamento del titolo della separazione prescinde completamente dal carattere preesistente o sopravvenuto, rispetto alla separazione consensuale, dei comportamenti costituenti violazione dei doveri coniugali, ma attiene alla stessa struttura e funzione dell’istituto della separazione personale dei coniugi”.

La Corte territoriale, quindi, stimando “pienamente condivisibile” tale “referente” giurisprudenziale e non ravvisando “ragioni per discostarsene”, ha finito per escludere “l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione”, ritenendo così (e salvo quanto appresso) “esaurito il tema del decidere”.[wpforms id=”9898″ title=”true” description=”true”]

Nei termini sin qui riferiti, il Giudice del merito ha fatto corretta applicazione di principi che, ripetutamente enunciati dalla più recente giurisprudenza di legittimità, richiamata del resto nella sentenza impugnata (Cass. n. 9317/1997, cit.; Cass. n. 8272/1999, cit.; nonchè Cass. Sezioni Unite 4 dicembre 2001, n. 15279), sono stati, poi, ribaditi in una non lontana pronuncia di questa Corte (Cass. 29 marzo 2005, n. 6625) là dove trovasi affermato in particolare:

  1. a) che l’art. 151 c.c., nel testo introdotto dalla L. 19 maggio 1975, n. 151, di riforma del diritto di famiglia, stabilisce al comma 1 che la separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole, mentre, al comma 2, stabilisce poi che il giudice, pronunciando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio;

  2. b) che del sopra citato art. 151 c.c., il comma 1, quindi, ricollega la pronuncia di separazione al verificarsi di fatti oggettivi che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza coniugale o che compromettano l’educazione della prole, laddove il comma 2, invece, prevede la possibilità di una pronuncia accessoria, su istanza di uno o di entrambi i coniugi, di addebito della medesima separazione;

  3. c) che il coordinamento fra tali disposizioni evidenzia come la dichiarazione di addebito possa essere richiesta e adottata soltanto nell’ambito del giudizio di separazione, dovendosi escludere l’esperibilità, in tema appunto di addebito, di domande successive a tale giudizio, attribuendo espressamente dell’art. 151 c.c., il comma 2 la relativa cognizione alla competenza esclusiva del giudice della separazione, con la conseguente improponibilità di domande di addebito al di fuori del giudizio anzidetto;

  4. d) che, pertanto, i coniugi, vuoi qualora siano addivenuti ad una separazione giudiziale senza pronuncia di addebito, vuoi qualora siano addivenuti ad una separazione consensuale omologata, come nella specie, non possono chiedere, in un successivo giudizio, nè per fatti sopravvenuti nè per fatti anteriori alla separazione medesima, una pronuncia di addebito, onde, in tal senso, si palesano di per sè prive di fondamento le censure dell’odierna ricorrente là dove quest’ultima assume che “i fatti (originari) denunciati sono tutti precedenti alla richiesta di (separazione) consensuale, ma venuti a conoscenza di una delle parti contraenti soltanto dopo la prestazione del consenso”.

Peraltro, la Corte territoriale, nell’impugnata sentenza, pur avendo (come si è accennato) “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione” ed avendo, quindi, ritenuto “esaurito…il tema del decidere”, ha tuttavia reputato “necessarie ulteriori precisazioni”, così da affermare:

  1. a) che “dagli atti del procedimento emerge la prospettazione, da parte dell’attuale appellante, di una pregressa situazione di fallimento matrimoniale, per comportamenti addebitabili al B. D.N., tale da indurre V.S. a risolversi ad assumere l’iniziativa della separazione e che su tale situazione ebbe ad innestarsi la condotta intenzionalmente ingannevole, posta in essere dal marito, nell’intento di convincere la moglie ad addivenire alla separazione consensuale”;

  2. b) che, “inoltre, il comportamento dedotto dalla ricorrente come maliziosamente attuato dal coniuge al fine di indurla a separarsi consensualmente pare individuato negli artifici e raggiri consistenti nelle mendaci dichiarazioni circa la definitiva cessazione della relazione extraconiugale dallo stesso intrattenuta (della quale la moglie doveva essere a conoscenza – altrimenti non trovando logica spiegazione il mendacio relativo alla cessazione di tale rapporto -, relazione, invece, perdurante e dalla quale era in procinto di nascere un figlio) nonchè nella contestuale rappresentazione della possibilità di una riconciliazione tra i coniugi”;

  3. c) che, “in ultima analisi, piuttosto che fatti e comportamenti intrinsecamente idonei a fondare autonomamente un addebito…la ricorrente pare dedurre…elementi ascrivibili alla fattispecie del dolo processuale revocatorio…”;

  4. d) che, “se il decreto di omologazione della separazione personale consensuale concordata tra i coniugi…non costituisce un provvedimento impugnabile con il mezzo della revocazione, tuttavia va…esclusa quella sorta di lacuna dell’ordinamento adombrata dalla ricorrente (nel senso che) il provvedimento di omologazione, in se stesso considerato, è impugnabile con reclamo alla corte d’appello ai sensi dell’art. 739 c.p.c. ed è revocabile ai sensi dell’art. 742 c.p.c. per vizi di legittimità, che non si convertono in motivi di gravame, ma sono in ogni tempo deducibili nell’ambito della giurisdizione camerale e sono pure eccepibili in un processo ordinario…, dove l’esistenza di un valido decreto di omologazione si presenti come imprescindibile condizione di legittimità dell’azione”.

Al riguardo, giova premettere come la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 5 marzo 2001, n. 3149; Cass. 20 novembre 2003, n. 17607; Cass. 4 settembre 2004, n. 17902; Cass. n. 6625/2005, cit.), argomentando dalla natura negoziale (quand’anche non contrattuale) dell’accordo che da sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi, nonchè dal fatto che non è ravvisabile, nell’atto di omologazione, una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti o di governo dell’autonomia dei coniugi (rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra gli stessi coniugi, salvo che per quanto riguarda i patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, rispetto ai quali il giudice è dotato di un potere di intervento più penetrante), abbia ritenuto applicabili alla separazione consensuale omologata le norme generali che disciplinano la materia dei vizi della volontà, nei limiti in cui dette norme risultino compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare, riconoscendo ammissibile la relativa azione di annullamento, la cui esperibilità, non limitata all’istituto contrattuale ma estensibile ai negozi che riguardano i rapporti giuridici non patrimoniali, cui appartengono quelli appunto di diritto familiare, presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti, là dove, però, rispetto all’atto di separazione omologato, nè gli eventuali vizi del consenso nè la sua eventuale simulazione sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c., nel senso esattamente che, costituendo presupposto del ricorso a detta procedura l’allegazione dell’esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli ipotetici vizi dell’accordo di separazione, ovvero della sua simulazione, resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali.

avvocatiabologna esperti

Nel caso in esame, tuttavia, è da osservare come l’odierna ricorrente non abbia specificatamente censurato l’apprezzamento di fatto della Corte territoriale secondo cui la stessa ricorrente:

1) mediante il ricorso (depositato il 22.7.1999) introduttivo del giudizio, ebbe a chiedere “il mutamento del titolo della separazione personale coniugale da consensuale, come da verbale del 24.11.1998, omologato con decreto del 1.12.1998, in giudiziale con addebito al coniuge…”;

2) mediante il ricorso in appello (depositato il 12.12.2003) avverso la sentenza del primo Giudice (dichiarativa dell’inammissibilità della domanda principale avanzata dalla V., al pari di quella, reciproca, proposta in via riconvenzionale dal marito), ha chiesto la riforma di detta sentenza “tramite l’accoglimento delle conclusioni formulate nel grado pregresso,…asserendo che…la valenza contrattuale della separazione consensuale…rendeva applicabili le norme (art. 1427 c.c.) sull’annullabilità dei contratti per vizio del consenso (e che tale) annullabilità (era) suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo…”.

In questo senso, anche a voler considerare l’assunto della Corte territoriale riportato da ultimo (sotto le lettere da “a” a “d” che precedono) alla stregua di una vera e propria ratio decidendi, non già di un mero obiter dictum (come pure induce a credere l’affermazione della medesima Corte secondo cui, “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione,…il tema del decidere potrebbe ritenersi esaurito”, indipendentemente, quindi, dalle “ulteriori precisazioni” che detto Giudice ha creduto nondimeno “necessarie”), appare, comunque, palese l’infondatezza delle censure attraverso le quali l’odierna ricorrente ha lamentato “il comportamento doloso (del marito) che ha viziato il consenso” (da lei prestato al raggiungimento della separazione consensuale), segnatamente deducendo che i relativi “accordi (vennero) esclusivamente raggiunti mediante l’occultamento doloso dei fatti, messo in atto subdolamente e premeditatamente da una delle parti contraenti”.

Al riguardo, infatti, malgrado la stessa ricorrente abbia, nella memoria ex art. 378 c.p.c., insistito sul rilievo secondo cui “nell’addivenire al negozio della separazione consensuale, la (sua) volontà…fu…viziata dal dolo del B.D.N.” (nel senso esattamente che “si lasciò indurre a concludere l’accordo separatizio in via consensuale dalle numerose e maliziose assicurazioni del marito – tendenti appunto a carpirle la sottoscrizione per il consenso – di aver cessato i rapporti adulterini…, ventilandole la possibilità di una…riconciliazione”), significando altresì che “la parte fraudolentemente ingannata poteva bene chiedere l’annullamento del negozio stesso” e che, “ove la volontà dei contraenti sia in qualche modo viziata, è logico ammettere la possibilità che si ponga nel nulla l’accordo con un’azione contenziosa, senza passare attraverso i rimedi camerali del reclamo e della revoca”, è da considerare, tuttavia, che, sulla base dell’incensurato (di per sè) apprezzamento di fatto della Corte territoriale sopra riferito, è rimasto accertato che la prospettazione dell’odierna ricorrente (ribadita in questa sede ed incentrata, come si è detto, sul rilievo di essere stata indotta alla separazione consensuale con volontà viziata dall’ignoranza di fatti dovuta al comportamento doloso dell’altra parte, assunto al fine di occultarli ed ottenere un’adesione che mai sarebbe stata concessa se tali fatti fossero stati conosciuti) non si è minimamente tradotta nell’esperimento di un vero e proprio giudizio di annullamento, bensì esclusivamente nella richiesta di una pronuncia di addebito, improponibile (per le ragioni illustrate) al di fuori del giudizio di separazione, ovvero, al più, in una pretesa pur sempre fondata, però, sull’annullabilità della separazione consensuale (per vizio del consenso) “suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo”, onde, avendo la stessa ricorrente proposto in sede di merito soltanto una simile domanda laddove altra è l’azione (di annullamento appunto) autonomamente predisposta dall’ordinamento a tutela del vizio allegato, nei limiti in cui quest’ultimo possa ritenersi rilevante in relazione ad un atto di separazione consensuale omologata, del tutto legittimamente la Corte territoriale, come già il primo Giudice, ha negato ingresso alla domanda sopraindicata escludendone l’ammissibilità.

Art. 152. (1)
[Separazione per condanna penale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere anche chiesta contro il coniuge che è stato condannato alla pena dell’ergastolo o della reclusione per un tempo superiore ai cinque anni, ovvero è stato sottoposto all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tranne il caso in cui la condanna o l’interdizione è anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ne è consapevole.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 153. (1)
[Separazione per non fissata residenza. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza giusto motivo, non fissa una residenza, o, avendone i mezzi, ricusa di fissarla in modo conveniente alla sua condizione.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151. 

Art. 154.
Riconciliazione. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta.

Art. 155.
Provvedimenti riguardo ai figli (
1)

 In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX.

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937. 

Va preliminarmente osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che l’onere di specifica indicazione dei motivi non può ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) sia basato sul mero richiamo dei motivi di appello ragionamento applicabile anche ai motivi di reclamo – atteso che una tale modalità di formulazione del motivo rende impossibile individuare la critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata, rivelandosi del tutto carente nella specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione. (Sez. 6 – 5, n. 1479 del 22/01/2018). Nel caso di specie, il ricorrente ha richiamato pedissequamente i rilievi mossi con l’atto di reclamo senza specificare, neppure per sommi tratti, il contenuto delle critica formulata al decreto impugnato, se non formulando censure generiche in ordine alle lacune, ai pregiudizi ed alle gravi carenze metodologiche dell’elaborato peritali che avrebbero potuto essere svolte in un qualsiasi procedimento, impedendo così di cogliere la portata delle doglianze. 3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5 rispettivamente per difetto di motivazione e violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 111 Cost. e art. 118 disp. att. c.p.c. nonchè per omessa valutazione di prove decisive. Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello non ha valutato le prove decisive costituite dalle deposizioni, quali informatrici, delle maestre della scuola elementare di (OMISSIS), il cui contenuto è stato distorto dalla CTU, ed entrambi i giudici di merito, nonostante le tempestive censure svolte sul punto dalla difesa del ricorrente, hanno omesso ogni motivazione. 4. Il motivo è inammissibile per difetto di genericità ed autosufficienza. Dall’esame del decreto impugnato non emerge traccia che sia stata dibattuta tra le parti la questione del valore probatorio delle deposizioni delle maestre della scuola di (OMISSIS) e dell’interpretazione che alle stesse sia stata data dalla CTU. E’ principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041). Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate come nel caso di specie – questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonchè il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430). Nel caso di specie, il ricorrente non ha adempiuto a tale onere di specifica allegazione, essendosi limitato ad affermare genericamente di aver formulato uno “specifico motivo d’appello” senza indicarne il contenuto ed il luogo di deduzione. 5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alla violazione del principio di bigenitorialità espresso dalla L. n. 54 del 2006, dell’art. 337 octies sull’ascolto del minore, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata con L. n. 176 del 1991 e della Carta di Nizza del 2000. Lamenta il ricorrente che nonostante si sia in presenza di un affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre maschera un affido esclusivo di fatto, potendo il padre trascorrere con il minore solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Corte d’appello ha erroneamente considerato come elemento di disturbo alla quiete del minore il mantenimento di una significativa relazione padre/figlio. La violazione delle norme sulle bigenitorialità e dell’ascolto del mi

Art. 155-bis. (1)
Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(…………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-ter. (1)
Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-quater. (1)
Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 27 maggio – 17 luglio 2008, n. 19691

(Presidente Varrone – Relatore Federico)

Svolgimento del processo

Con sentenza 26.03.03 il Tribunale di Bergamo, in relazione ad un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato l’1.10.94, rigettava la domanda di risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni pattuiti proposta il 15.2.00 dal locatore B. D. contro il conduttore B. G. per difetto di legittimazione passiva, riferendosi il mancato pagamento ad un periodo (1.4.99-1.10.99) in cui nel rapporto locatizio era subentrato come conduttore il coniuge L. R. per effetto di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale, e nel contempo accoglieva la domanda riconvenzionale con cui il B. aveva richiesto, previa determinazione del canone legalmente dovuto, la restituzione delle somme versate in eccesso, ritenendola fondata sotto il profilo del disposto dell’art. 2033 c.c., mentre risultava inammissibile ai sensi dell’art. 79 L. 392/78.

Proposto dal B. appello con duplice motivo, resistito dal B., che a sua volta proponeva appello incidentale, la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza depositata il 15.6.04, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava improponibile la domanda di ripetizione del B. nei confronti del B. per intervenuta decadenza.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., con un solo motivo, mentre ha resistito con controricorso il B..

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 79 secondo comma L. n. 392 del 1978, sostenendosi che il termine di decadenza semestrale previsto dalla norma predetta decorra dalla riconsegna dell’immobile locato, termine che va ricollegato alla definitiva cessazione di fatto del rapporto locatizio.

Il motivo è infondato.

Infatti, nessuna censura può muoversi in linea di massima a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata in ordine alla decorrenza, nel caso di specie, del momento iniziale del suddetto termine semestrale di decadenza per l’esercizio dell’azione di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal conduttore, ai sensi del citato art. 79 della L. 392/78.

Ed invero, premesso che la fattispecie in esame è caratterizzata dalla circostanza, pacifica tra le parti, che nel rapporto di locazione in corso tra il B., conduttore, ed il B., locatore, sia subentrata ex lege, a far data dal 6.2.97, la moglie del B. medesimo in conseguenza dell’assegnazione a suo favore della casa coniugale in sede di separazione personale, e che trattasi di un caso che è privo di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, si rileva che le soluzioni astrattamente prospettabili in materia sono tre:

1) il semestre ex art. 79 L. 392/78 decorre – come sostiene la sentenza impugnata – dalla pronuncia sulla separazione personale di coniugi, perché è in questo momento che al coniuge originariamente titolare del contratto subentra l’altro coniuge, assegnatario, mentre nell’ipotesi in questione deve escludersi la possibilità, da parte dell’originario conduttore, di un effettivo rilascio dell’immobile, se non nel senso figurato che più avanti verrà precisato;

2) il semestre decorre, anche in questo caso, dalla data dell’effettivo rilascio da parte dell’originario conduttore, data che può non coincidere con quella del provvedimento giudiziale di separazione e che deve essere provata dall’interessato a fronte di eventuale eccezione di decadenza;

3) in mancanza di possibilità di un rilascio effettivo dell’immobile, si deve escludere che possa aversi una decadenza dall’azione ex art. 79 citato, anche per evitare eventuali ritorsioni del locatore nei confronti del coniuge assegnatario subentrato nella qualità di conduttore, per cui resterebbe soltanto il decorso della prescrizione.

L’ultima tesi va senz’altro esclusa, in quanto, in caso della sua adozione, resterebbe di fatto abrogata la decadenza sancita dall’art. 79 secondo comma L. 392/78.

La soluzione del problema va, pertanto, ricercata attraverso un accorto bilanciamento delle prime due tesi, tenendo presente l’esigenza che la decorrenza del semestre resti ancorata ad una data certa, senza tuttavia porsi in contrasto con quel consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa C.S. che richiede, per l’inizio del decorso del termine stesso, la necessità di un effettivo rilascio dell’immobile locato, nel senso cioè che esso “viene concretamente posto nella effettiva disponibilità del locatore” (Cass. 22.3.2005 n. 6152).

Orbene, come ha correttamente rilevato la Corte di merito, se è indubbiamente vero che la locuzione “riconsegna”, utilizzata nell’art. 79 per indicare il momento iniziale del termine semestrale, va normalmente interpretata nel senso che tale dies a quo coincide con quello in cui l’immobile in locazione viene rilasciato dal conduttore e posto in concreto nella disponibilità effettiva del locatore, è altrettanto vero che siffatta interpretazione non può non tenere conto anche di quelle controversie in cui, per le ragioni più svariate, si fosse resa necessaria la distinzione tra cessazione del rapporto di locazione e concreta riconsegna dell’immobile, intesa quest’ultima quale obbligo autonomo, a volte anche di non semplice esecuzione, che può richiedere la cooperazione stessa del locatore.

È ovvio, infatti, che in questi casi, allo scopo in particolare di impedire che l’inizio della decorrenza del semestre possa essere anticipato ad un momento in cui ancora permanga la detenzione del bene da parte del conduttore, la giurisprudenza di questa C.S. abbia privilegiato una interpretazione della norma dell’art. 79 L. 392/78 che sia strettamente vincolata al dato testuale.

È però altrettanto comprensibile che, laddove debba escludersi un rilievo autonomo della riconsegna dell’immobile rispetto alla cessazione del rapporto di locazione, nel senso cioè che la prima resta completamente assorbita nella seconda per quanto attiene alla sua tipica funzione, il termine di decadenza allora non può che farsi decorrere dal momento stesso della cessazione del rapporto.

In tale ambito deve farsi rientrare appunto il caso della successione del coniuge separato nella posizione di conduttore della casa coniugale, ai sensi dell’art. 6 L. 392/78, allorquando quest’ultima gli sia stata assegnata dal giudice in sede di separazione personale, in quanto è pacifico che si sia con ciò realizzata un’ipotesi di cessione ex lege del contratto a favore del coniuge assegnatario “con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non è più suscettibile di reviviscenza neppure nell’ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore” (v. Cass. n. 10890/1993).

Data la successione in parola, che si realizza a prescindere dalla volontà del locatore e dalla sua stessa conoscenza del fatto successorio, sarebbe, perciò, assurdo in tale ipotesi far decorrere, per il conduttore sostituito, il termine di decadenza dall’azione ex art. 79 della legge sull’equo canone dal fatto della riconsegna dell’immobile locato cui sia tenuto un soggetto totalmente diverso da quello avente diritto alla ripetizione delle somme non dovute.

In altri termini, non sembra affatto ragionevole che l’esercizio di un proprio diritto dipenda dall’elemento temporale comunque legato alla sorte di un rapporto giuridico rispetto al quale l’agente sia divenuto totalmente estraneo.

È comunque innegabile che, nel caso di successione nel contratto di locazione ex art. 6 L. 392/78, nel momento in cui il coniuge separato ed assegnatario della casa coniugale sia subentrato nel contratto di locazione in sostituzione del coniuge, precedentemente titolare ex latere conductoris, si sia verificata una sorta di riconsegna (in senso del tutto figurativo e virtuale) dell’immobile al locatore da parte del vecchio conduttore, con contestuale consegna della cosa locata (sempre nel senso figurativo sopra specificato) al nuovo conduttore.

Conseguentemente, in questa ipotesi, la data di decorrenza del semestre va individuata – in linea di principio – in quella del provvedimento giudiziale di separazione personale dei coniugi, data dalla quale il conduttore non assegnatario cessa appunto di essere tale, pur dovendosi far salva a suo favore (come abbiamo anticipato nella premessa) la possibilità – a fronte di eventuale eccezione di decadenza – di dimostrare che l’effettivo rilascio dell’immobile sia avvenuto in data successiva a quella del provvedimento stesso.

Deve, dunque, ritenersi che, coerentemente con le ragioni sistematiche sopra evidenziate, nel caso di specie la Corte di merito abbia correttamente ritenuto che il provvedimento di omologazione della separazione consensuale dei coniugi B.-L., emesso in data 5.2.97 dal Tribunale di Bergamo, abbia estinto definitivamente il rapporto di locazione in capo al B. medesimo e che quest’ultimo abbia da quel momento perduto la qualità di conduttore, con la conseguenza che da quella data iniziava a decorrere, per il B., il termine di proponibilità di eventuali azioni per la ripetizione di somme versate per canoni contra legem.

Si aggiunga che nella specie, risultando dallo stesso ricorso per separazione dei coniugi predetti che il marito aveva già abbandonato la casa coniugale al momento della proposizione della domanda, ne deriva che non si rende necessario alcun accertamento circa la data dell’effettivo rilascio dell’immobile da parte del B., dovendosi far coincidere l’inizio della decorrenza del semestre con la data del provvedimento giudiziale di separazione.

Per completezza di motivazione, si rileva che la validità delle argomentazioni che precedono non resta inficiata dalla considerazione, fatta propria dal primo giudice, che – ove si facesse decorrere il termine di decadenza previsto dall’art. 79 L. 392/78 dal subentro di un nuovo conduttore nel contratto di locazione, ai sensi dell’art. 6 della stessa legge – l’esercizio dell’azione di ripetizione da parte dell’ex conduttore avrebbe esposto quello subentrante al rischio di ritorsioni ad opera del locatore, in quanto, come ha giustamente rilevato la Corte di merito, la soluzione della quaestio iuris qui accolta risulta la sola che appaia coerente con l’esigenza primaria di certezza dei rapporti giuridici che è connaturata all’istituto stesso della decadenza e postula una sua preminenza rispetto all’altra esigenza, pur essa legittima, che investe la tutela del contraente più debole nel contratto di locazione ed era stata ritenuta più cogente dal giudice di prime cure.

Il ricorso va, pertanto, rigettato, mentre ricorrono, considerata la novità della questione dibattuta, giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Spese del giudizio di cassazione compensate.

Art. 155-quinquies. (1)
Disposizioni in favore dei figli maggiorenni.

(………….)

(1)  Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-sexies. (1)
Poteri del giudice e ascolto del minore.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(………..)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Cfr. Tribunale di Lamezia Terme, ordinanza 26 maggio 2008, in Altalex Massimario.

il giudice reputa opportuno rimettere le parti dinnanzi al Collegio di mediazione, costituito in seno al Tribunale di Lamezia Terme e composto da “esperti” in mediazione familiare di rinomata professionalità. Rileva, al riguardo, che la legge 8 febbraio 2006 n. 54, recante disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli, ha introdotto disposizioni normative di nuovo conio in seno alla disciplina concernente la separazione personale dei coniugi, tra cui l’art. 155-sexies c.c. che, al comma II, recita:

Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.

Trattasi di una norma introduttiva di un “nuovo” potere discrezionale del Giudice facente capo alla possibilità che questi rimetta le parti in causa dinnanzi ad un collegio di esperti affinché in quella sede nascano accordi – trai coniugi – intesi a regolamentare il nuovo menage familiare successivo alla crisi coniugale. Ed, infatti, la disposizione ex art. 155-sexies c.c., rubricata “poteri del giudice ed ascolto del minore” suggerisce che la scelta discrezionale di far ricorso alla mediazione vada inscritta nel novero dei “nuovi poteri” del giudicante i quali posso estrinsecarsi nella facoltà (rectius: potere) di ricorrere all’assistenza di organi d’ausilio. Dal dato normativo – invero alquanto scarno – emerge, in tal senso, che la figura deputata a “mediare” trai coniugi è dotata di particolari competenze professionali ed assume, di fatto, la qualità di ausiliario del giudice. Si tratta, invero, di una facoltà che, nei “casi previsti dalla legge”, è già riconosciuta al giudicante laddove si prevede (art. 68 c.p.c. ) che “il giudice … si può fare assistere da esperti in una determinata arte o professione e, in generale, da persona idonea al compimento di atti che non e’ in grado di compiere da sé solo”.

Si è discusso circa l’applicabilità della Mediazione al rito del divorzio, da taluni esclusa poiché – si afferma – ontologicamente non compatibile con quel rito: se, infatti, nel rito della separazione essa è funzionale al raggiungimento di un accordo di omologa, nel rito divorzile siffatta ratio verrebbe meno. E, tuttavia, ai sensi dell’art. 4, comma II, legge 54/2006, le disposizioni della normativa già cit. (quindi anche l’art. 155-sexies c.c.) , si applicano anche in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, nonché ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati. Una interpretatio ortopedica, restrittiva, appare, quindi, non condivisibile.

Comunque vi è di più: il Giudice odierno reputa che la norma di cui all’art. 155-sexies, comma II, c.c. resterebbe applicabile in via analogica nel procedimento divorzile. Non può, infatti, essere sottaciuto che – anche nel rito del divorzio – permane l’interesse preminente e primario alla tutela della prole, in particolare dei figli minori – cosicché laddove la mediazione sia deputata a realizzare siffatta tutela, escluderla, in siffatti casi, creerebbe un vulnus agli artt. 3, 30, 31 Cost. E, dunque, l’estensione dell’istituto, anche al rito del divorzio, può essere postulata in forza del ricorso allo strumento dell’interpretazione adeguatrice o costituzionalmente orientata o teleologica o sistematica, in guisa del richiamo al principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost. (come, invero, già fatto in altro caso ma in relazione ai medesimi riti da Trib. Lamezia Terme, ordinanza 20 luglio 2007, Pres. ed est. C. Trapuzzano).

Art. 156.
Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi.

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.

Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155.

La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.

In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto. (1) (2) (3) (4)

Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti.

Cass. civile, sez. I, sentenza 1° agosto 2013, n. 18440.

L’accoglimento della richiesta della moglie di assegnazione dell’intera casa coniugale, da parte del primo giudice, è stata censurata, – in modo processualmente corretto, mediante appello – da parte dell’A.

Secondo giurisprudenza ampiamente consolidata (per tutte, Cass. n. 23591 del 2010), l’assegnazione della casa coniugale non può costituire una misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma può disporsi, a favore del genitore affidatario esclusivo ovvero collocatario dei figli minori, oppure convivente con figli maggiorenni ma non autosufficienti economicamente (e ciò pur se la casa stessa sia di proprietà dell’altro genitore o di proprietà comune).

Nella specie, non vi sono figli minori o maggiorenni autosufficienti economicamente, e dunque, del tutto correttamente, il giudice a quo ha revocato l’assegnazione della casa coniugale alla moglie.

È appena il caso di precisare che le questioni relative al diritto di proprietà della M. e a quello di abitazione per una quota dell’immobile da parte dell’A., esulano dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e potranno essere esaminati in un ordinario giudizio di cognizione.

Va pertanto rigettato il ricorso principale.

Quanto a quello incidentale, l’unico motivo proposto appare infondato.

La rubrica del motivo (violazione di norme, che non vengono indicate, e vizio di motivazione) si limita all’addebito. In realtà il motivo tratta del tutto sommariamente pure dell’assegno e del regime delle spese.

Sull’addebito, il giudice a quo richiama una sentenza penale di condanna dell’A. per lesioni alla moglie, e dunque non si fonda certo (come sostiene il ricorrente), su mere affermazioni della moglie.

Sull’assegno, la sentenza impugnata, tenuto conto, tra l’altro, della scarsissima rendita della moglie (esclusivamente una pensione di Euro 400,00 mensili) e della condizione assai più florida dell’A., che svolge attività commerciale, con ditta propria, ed ha ricevuto rilevante somma all’atto della cessazione dell’attività di autotrasportatore. Corretta appare pertanto la corresponsione di assegno, pur di importo assai limitato, disposta dalla Corte di Appello.

Motiva altresì adeguatamente la sentenza impugnata, sulla condanna alle spese dell’A. dei due gradi di giudizio, in considerazione delle ragioni della separazione e della sua parziale soccombenza sulle domande a contenuto economico.

Art. 156-bis.
Cognome della moglie.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

Il giudice può vietare alla moglie l’uso del cognome del marito quando tale uso sia a lui gravemente pregiudizievole, e può parimenti autorizzare la moglie a non usare il cognome stesso, qualora dall’uso possa derivarle grave pregiudizio.

Art. 157.
Cessazione degli effetti della separazione.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.

La separazione può essere pronunziata nuovamente soltanto in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo la riconciliazione.

Art. 158.
Separazione consensuale.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l’omologazione del giudice.

Quando l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli è in contrasto con l’interesse di questi il giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da adottare nell’interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione, può rifiutare allo stato l’omologazione.

 

SEPARAZIONI E DIVORZI BOLOGNA E PROVINCIA

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coppie di fatto

Al riguardo, giova premettere come la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 5 marzo 2001, n. 3149; Cass. 20 novembre 2003, n. 17607; Cass. 4 settembre 2004, n. 17902; Cass. n. 6625/2005, cit.), argomentando dalla natura negoziale (quand’anche non contrattuale) dell’accordo che da sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi, nonchè dal fatto che non è ravvisabile, nell’atto di omologazione, una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti o di governo dell’autonomia dei coniugi (rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra gli stessi coniugi, salvo che per quanto riguarda i patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, rispetto ai quali il giudice è dotato di un potere di intervento più penetrante), abbia ritenuto applicabili alla separazione consensuale omologata le norme generali che disciplinano la materia dei vizi della volontà, nei limiti in cui dette norme risultino compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare, riconoscendo ammissibile la relativa azione di annullamento, la cui esperibilità, non limitata all’istituto contrattuale ma estensibile ai negozi che riguardano i rapporti giuridici non patrimoniali, cui appartengono quelli appunto di diritto familiare, presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti, là dove, però, rispetto all’atto di separazione omologato, nè gli eventuali vizi del consenso nè la sua eventuale simulazione sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c., nel senso esattamente che, costituendo presupposto del ricorso a detta procedura l’allegazione dell’esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli ipotetici vizi dell’accordo di separazione, ovvero della sua simulazione, resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali.

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Nel caso in esame, tuttavia, è da osservare come l’odierna ricorrente non abbia specificatamente censurato l’apprezzamento di fatto della Corte territoriale secondo cui la stessa ricorrente:

1) mediante il ricorso (depositato il 22.7.1999) introduttivo del giudizio, ebbe a chiedere “il mutamento del titolo della separazione personale coniugale da consensuale, come da verbale del 24.11.1998, omologato con decreto del 1.12.1998, in giudiziale con addebito al coniuge…”;

2) mediante il ricorso in appello (depositato il 12.12.2003) avverso la sentenza del primo Giudice (dichiarativa dell’inammissibilità della domanda principale avanzata dalla V., al pari di quella, reciproca, proposta in via riconvenzionale dal marito), ha chiesto la riforma di detta sentenza “tramite l’accoglimento delle conclusioni formulate nel grado pregresso,…asserendo che…la valenza contrattuale della separazione consensuale…rendeva applicabili le norme (art. 1427 c.c.) sull’annullabilità dei contratti per vizio del consenso (e che tale) annullabilità (era) suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo…”.

In questo senso, anche a voler considerare l’assunto della Corte territoriale riportato da ultimo (sotto le lettere da “a” a “d” che precedono) alla stregua di una vera e propria ratio decidendi, non già di un mero obiter dictum (come pure induce a credere l’affermazione della medesima Corte secondo cui, “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione,…il tema del decidere potrebbe ritenersi esaurito”, indipendentemente, quindi, dalle “ulteriori precisazioni” che detto Giudice ha creduto nondimeno “necessarie”), appare, comunque, palese l’infondatezza delle censure attraverso le quali l’odierna ricorrente ha lamentato “il comportamento doloso (del marito) che ha viziato il consenso” (da lei prestato al raggiungimento della separazione consensuale), segnatamente deducendo che i relativi “accordi (vennero) esclusivamente raggiunti mediante l’occultamento doloso dei fatti, messo in atto subdolamente e premeditatamente da una delle parti contraenti”.

Al riguardo, infatti, malgrado la stessa ricorrente abbia, nella memoria ex art. 378 c.p.c., insistito sul rilievo secondo cui “nell’addivenire al negozio della separazione consensuale, la (sua) volontà…fu…viziata dal dolo del B.D.N.” (nel senso esattamente che “si lasciò indurre a concludere l’accordo separatizio in via consensuale dalle numerose e maliziose assicurazioni del marito – tendenti appunto a carpirle la sottoscrizione per il consenso – di aver cessato i rapporti adulterini…, ventilandole la possibilità di una…riconciliazione”), significando altresì che “la parte fraudolentemente ingannata poteva bene chiedere l’annullamento del negozio stesso” e che, “ove la volontà dei contraenti sia in qualche modo viziata, è logico ammettere la possibilità che si ponga nel nulla l’accordo con un’azione contenziosa, senza passare attraverso i rimedi camerali del reclamo e della revoca”, è da considerare, tuttavia, che, sulla base dell’incensurato (di per sè) apprezzamento di fatto della Corte territoriale sopra riferito, è rimasto accertato che la prospettazione dell’odierna ricorrente (ribadita in questa sede ed incentrata, come si è detto, sul rilievo di essere stata indotta alla separazione consensuale con volontà viziata dall’ignoranza di fatti dovuta al comportamento doloso dell’altra parte, assunto al fine di occultarli ed ottenere un’adesione che mai sarebbe stata concessa se tali fatti fossero stati conosciuti) non si è minimamente tradotta nell’esperimento di un vero e proprio giudizio di annullamento, bensì esclusivamente nella richiesta di una pronuncia di addebito, improponibile (per le ragioni illustrate) al di fuori del giudizio di separazione, ovvero, al più, in una pretesa pur sempre fondata, però, sull’annullabilità della separazione consensuale (per vizio del consenso) “suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo”, onde, avendo la stessa ricorrente proposto in sede di merito soltanto una simile domanda laddove altra è l’azione (di annullamento appunto) autonomamente predisposta dall’ordinamento a tutela del vizio allegato, nei limiti in cui quest’ultimo possa ritenersi rilevante in relazione ad un atto di separazione consensuale omologata, del tutto legittimamente la Corte territoriale, come già il primo Giudice, ha negato ingresso alla domanda sopraindicata escludendone l’ammissibilità.

Art. 152. (1)
[Separazione per condanna penale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere anche chiesta contro il coniuge che è stato condannato alla pena dell’ergastolo o della reclusione per un tempo superiore ai cinque anni, ovvero è stato sottoposto all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tranne il caso in cui la condanna o l’interdizione è anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ne è consapevole.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 153. (1)
[Separazione per non fissata residenza. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza giusto motivo, non fissa una residenza, o, avendone i mezzi, ricusa di fissarla in modo conveniente alla sua condizione.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151. 

Art. 154.
Riconciliazione. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta.

Art. 155.
Provvedimenti riguardo ai figli (
1)

 In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX.

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937. 

Va preliminarmente osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che l’onere di specifica indicazione dei motivi non può ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) sia basato sul mero richiamo dei motivi di appello ragionamento applicabile anche ai motivi di reclamo – atteso che una tale modalità di formulazione del motivo rende impossibile individuare la critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata, rivelandosi del tutto carente nella specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione. (Sez. 6 – 5, n. 1479 del 22/01/2018). Nel caso di specie, il ricorrente ha richiamato pedissequamente i rilievi mossi con l’atto di reclamo senza specificare, neppure per sommi tratti, il contenuto delle critica formulata al decreto impugnato, se non formulando censure generiche in ordine alle lacune, ai pregiudizi ed alle gravi carenze metodologiche dell’elaborato peritali che avrebbero potuto essere svolte in un qualsiasi procedimento, impedendo così di cogliere la portata delle doglianze. 3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5 rispettivamente per difetto di motivazione e violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 111 Cost. e art. 118 disp. att. c.p.c. nonchè per omessa valutazione di prove decisive. Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello non ha valutato le prove decisive costituite dalle deposizioni, quali informatrici, delle maestre della scuola elementare di (OMISSIS), il cui contenuto è stato distorto dalla CTU, ed entrambi i giudici di merito, nonostante le tempestive censure svolte sul punto dalla difesa del ricorrente, hanno omesso ogni motivazione. 4. Il motivo è inammissibile per difetto di genericità ed autosufficienza. Dall’esame del decreto impugnato non emerge traccia che sia stata dibattuta tra le parti la questione del valore probatorio delle deposizioni delle maestre della scuola di (OMISSIS) e dell’interpretazione che alle stesse sia stata data dalla CTU. E’ principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041). Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate come nel caso di specie – questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonchè il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430). Nel caso di specie, il ricorrente non ha adempiuto a tale onere di specifica allegazione, essendosi limitato ad affermare genericamente di aver formulato uno “specifico motivo d’appello” senza indicarne il contenuto ed il luogo di deduzione. 5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alla violazione del principio di bigenitorialità espresso dalla L. n. 54 del 2006, dell’art. 337 octies sull’ascolto del minore, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata con L. n. 176 del 1991 e della Carta di Nizza del 2000. Lamenta il ricorrente che nonostante si sia in presenza di un affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre maschera un affido esclusivo di fatto, potendo il padre trascorrere con il minore solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Corte d’appello ha erroneamente considerato come elemento di disturbo alla quiete del minore il mantenimento di una significativa relazione padre/figlio. La violazione delle norme sulle bigenitorialità e dell’ascolto del mi

Art. 155-bis. (1)
Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(…………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-ter. (1)
Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-quater. (1)
Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 27 maggio – 17 luglio 2008, n. 19691

(Presidente Varrone – Relatore Federico)

Svolgimento del processo

Con sentenza 26.03.03 il Tribunale di Bergamo, in relazione ad un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato l’1.10.94, rigettava la domanda di risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni pattuiti proposta il 15.2.00 dal locatore B. D. contro il conduttore B. G. per difetto di legittimazione passiva, riferendosi il mancato pagamento ad un periodo (1.4.99-1.10.99) in cui nel rapporto locatizio era subentrato come conduttore il coniuge L. R. per effetto di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale, e nel contempo accoglieva la domanda riconvenzionale con cui il B. aveva richiesto, previa determinazione del canone legalmente dovuto, la restituzione delle somme versate in eccesso, ritenendola fondata sotto il profilo del disposto dell’art. 2033 c.c., mentre risultava inammissibile ai sensi dell’art. 79 L. 392/78.

Proposto dal B. appello con duplice motivo, resistito dal B., che a sua volta proponeva appello incidentale, la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza depositata il 15.6.04, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava improponibile la domanda di ripetizione del B. nei confronti del B. per intervenuta decadenza.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., con un solo motivo, mentre ha resistito con controricorso il B..

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 79 secondo comma L. n. 392 del 1978, sostenendosi che il termine di decadenza semestrale previsto dalla norma predetta decorra dalla riconsegna dell’immobile locato, termine che va ricollegato alla definitiva cessazione di fatto del rapporto locatizio.

Il motivo è infondato.

Infatti, nessuna censura può muoversi in linea di massima a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata in ordine alla decorrenza, nel caso di specie, del momento iniziale del suddetto termine semestrale di decadenza per l’esercizio dell’azione di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal conduttore, ai sensi del citato art. 79 della L. 392/78.

Ed invero, premesso che la fattispecie in esame è caratterizzata dalla circostanza, pacifica tra le parti, che nel rapporto di locazione in corso tra il B., conduttore, ed il B., locatore, sia subentrata ex lege, a far data dal 6.2.97, la moglie del B. medesimo in conseguenza dell’assegnazione a suo favore della casa coniugale in sede di separazione personale, e che trattasi di un caso che è privo di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, si rileva che le soluzioni astrattamente prospettabili in materia sono tre:

1) il semestre ex art. 79 L. 392/78 decorre – come sostiene la sentenza impugnata – dalla pronuncia sulla separazione personale di coniugi, perché è in questo momento che al coniuge originariamente titolare del contratto subentra l’altro coniuge, assegnatario, mentre nell’ipotesi in questione deve escludersi la possibilità, da parte dell’originario conduttore, di un effettivo rilascio dell’immobile, se non nel senso figurato che più avanti verrà precisato;

2) il semestre decorre, anche in questo caso, dalla data dell’effettivo rilascio da parte dell’originario conduttore, data che può non coincidere con quella del provvedimento giudiziale di separazione e che deve essere provata dall’interessato a fronte di eventuale eccezione di decadenza;

3) in mancanza di possibilità di un rilascio effettivo dell’immobile, si deve escludere che possa aversi una decadenza dall’azione ex art. 79 citato, anche per evitare eventuali ritorsioni del locatore nei confronti del coniuge assegnatario subentrato nella qualità di conduttore, per cui resterebbe soltanto il decorso della prescrizione.

L’ultima tesi va senz’altro esclusa, in quanto, in caso della sua adozione, resterebbe di fatto abrogata la decadenza sancita dall’art. 79 secondo comma L. 392/78.

La soluzione del problema va, pertanto, ricercata attraverso un accorto bilanciamento delle prime due tesi, tenendo presente l’esigenza che la decorrenza del semestre resti ancorata ad una data certa, senza tuttavia porsi in contrasto con quel consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa C.S. che richiede, per l’inizio del decorso del termine stesso, la necessità di un effettivo rilascio dell’immobile locato, nel senso cioè che esso “viene concretamente posto nella effettiva disponibilità del locatore” (Cass. 22.3.2005 n. 6152).

Orbene, come ha correttamente rilevato la Corte di merito, se è indubbiamente vero che la locuzione “riconsegna”, utilizzata nell’art. 79 per indicare il momento iniziale del termine semestrale, va normalmente interpretata nel senso che tale dies a quo coincide con quello in cui l’immobile in locazione viene rilasciato dal conduttore e posto in concreto nella disponibilità effettiva del locatore, è altrettanto vero che siffatta interpretazione non può non tenere conto anche di quelle controversie in cui, per le ragioni più svariate, si fosse resa necessaria la distinzione tra cessazione del rapporto di locazione e concreta riconsegna dell’immobile, intesa quest’ultima quale obbligo autonomo, a volte anche di non semplice esecuzione, che può richiedere la cooperazione stessa del locatore.

È ovvio, infatti, che in questi casi, allo scopo in particolare di impedire che l’inizio della decorrenza del semestre possa essere anticipato ad un momento in cui ancora permanga la detenzione del bene da parte del conduttore, la giurisprudenza di questa C.S. abbia privilegiato una interpretazione della norma dell’art. 79 L. 392/78 che sia strettamente vincolata al dato testuale.

È però altrettanto comprensibile che, laddove debba escludersi un rilievo autonomo della riconsegna dell’immobile rispetto alla cessazione del rapporto di locazione, nel senso cioè che la prima resta completamente assorbita nella seconda per quanto attiene alla sua tipica funzione, il termine di decadenza allora non può che farsi decorrere dal momento stesso della cessazione del rapporto.

In tale ambito deve farsi rientrare appunto il caso della successione del coniuge separato nella posizione di conduttore della casa coniugale, ai sensi dell’art. 6 L. 392/78, allorquando quest’ultima gli sia stata assegnata dal giudice in sede di separazione personale, in quanto è pacifico che si sia con ciò realizzata un’ipotesi di cessione ex lege del contratto a favore del coniuge assegnatario “con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non è più suscettibile di reviviscenza neppure nell’ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore” (v. Cass. n. 10890/1993).

Data la successione in parola, che si realizza a prescindere dalla volontà del locatore e dalla sua stessa conoscenza del fatto successorio, sarebbe, perciò, assurdo in tale ipotesi far decorrere, per il conduttore sostituito, il termine di decadenza dall’azione ex art. 79 della legge sull’equo canone dal fatto della riconsegna dell’immobile locato cui sia tenuto un soggetto totalmente diverso da quello avente diritto alla ripetizione delle somme non dovute.

In altri termini, non sembra affatto ragionevole che l’esercizio di un proprio diritto dipenda dall’elemento temporale comunque legato alla sorte di un rapporto giuridico rispetto al quale l’agente sia divenuto totalmente estraneo.

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L’art 156 del Codice Civile (Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi), al comma 1, viene stabilito che “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri”.

Ebbene si la separazione ha forti conseguenze sul regime patrimoniale della famiglia in quanto determina la cessazione del vincolo coniugale.

Assegno di mantenimento e assegno divorzile: confronto

L’assegno di mantenimento svolge la propria funzione nella separazione legale dei coniugi: il giudice, nel pronunciare la separazione, impone al coniuge che disponga di una migliore condizione economica  di contribuire al mantenimento dell’altro, se privo di adeguati redditi propriSEPARAZIONE BOLOGNA? MANTENIMENTO? ASSEGNO? Assegno di mantenimento e assegno divorzile

Dunque, l’assegno di mantenimento a seguito di separazione è disciplinato dall’art. 156 CC, il quale recita testualmente che “il Giudice pronunziando la separazione stabilisce a carico del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia redditi propri”.

 

l’assegno divorzile, il cui fondamento si ravvisa, infatti, nella rottura definitiva del rapporto coniugale e, dunque, nel venir meno di tutti gli effetti propri del vincolo matrimoniale. Anche l’assegno divorzile ha una finalità assistenziale/solidaristica serve cioè a impedire il deterioramento delle condizioni economiche del coniuge economicamente più debole.

Matrimonio – Separazione – Assegno di mantenimento – Decorrenza – Dalla data della domanda – Ammissibilità – Modulazione della misura dell’assegno nel tempo – Possibilità. (Cc, articoli 155 e 156) 
In tema di separazione personale dei coniugi la circostanza che la spettanza degli assegni di cui agli articoli 155 e 156 del Cc decorra fin dalla domanda non esclude il potere del giudice del merito di graduare e differenziare nel tempo la entità dell’assegno di contributo al mantenimento del coniuge e dei figli, modulandola in funzione del complesso dei dati concretamente accertati. Ne segue, pertanto, che la naturale retroattività delle statuizioni assunte in proposito in sede di giudizio di separazione non vuole anche dire necessaria uniformità degli importi fissati in relazione alle varie fasi temporali. 
Cass. Sezione I, sentenza 17 dicembre 2004 n. 23570 ()

Divorzio – Successivo a separazione – Assegno di divorzio – Comportamento di uno dei coniugi – Anteriormente alla separazione – Irrilevanza. (Legge 1° dicembre 1970 n. 898, articoli 3 e 5) 
Il comportamento dei coniugi, anteriore alla separazione, resta superato e assorbito dalla valutazione effettuata al riguardo dal giudice della separazione. Ne deriva, pertanto, che ove questa sia stata pronunciata senza addebito (e con il riconoscimento del diritto a percepire un assegno di mantenimento in favore di uno dei coniugi) nell’accertamento delle ragioni della decisione, ai fini della determinazione dell’assegno di divorzio può tenersi conto solo del comportamento della parte beneficiaria dell’assegna successivo alla separazione, quando esso si sia rilevato tale da precludere la ricostituzione della comunione spirituale e materiale dei coniugi. 
Cass. Sezione I, sentenza 1° febbraio 2005 n. 1989 (in Giuda al Diritto, Edizione n. 12 del 26 marzo 2005, pagina 52)

 

norma dell’art. 156 cod. civ., il diritto al mantenimento a seguito di separazione personale sorge, in favore del coniuge al quale questa non sia addebitabile, ove egli non fruisca di redditi che gli consentano di mantenere un tenore di vita analogo a quello che aveva durante il matrimonio. Nel valutare tale presupposto, tuttavia, il giudice dovrà tenere conto di ogni tipo di reddito disponibile da parte del richiedente, ivi compresi quelli derivanti da elargizioni da parte di familiari che erano in corso durante il matrimonio e che si protraggano in regime di separazione con carattere di regolarità e continuità tali da influire in maniera stabile e certa sul tenore di vita dell’interessato.

Cassazione civile sez. VI  10 giugno 2014 n. 13026  

L’art. 5 della legge n. 898/70 prevede che il Tribunale, con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, riconosca l’assegno divorzile al coniuge che lo richiede quando quest’ultimo non disponga di mezzi adeguati o comunque non possa procurarseli per ragioni obiettive, tenendo conto delle condizioni reddituali di entrambi i coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e patrimoniale, e valutando questi elementi in rapporto alla durata del matrimonio.

In assenza di tale presupposto, la casa in comproprietà non può essere assegnata dal Giudice in sostituzione o quale componente dell’assegno di mantenimento (di separazione o di divorzio) e resta soggetta alle norme sulla comunione, in ordine all’uso ed alla eventuale divisione (cfr ax multis Cass. 9079/2011; Cass. 6979/2007; Cass. 16398/2007; Cass. 3934/2008; Cass. 387/2012; Cass. 18440/2013; Cass. 12346/2014).

 

  • all’art. 708 cpc che il presidente “anche d’ufficio, sentiti i coniugi ed i rispettivi difensori, dà con ordinanza i provvedimenti temporanei e

urgenti che reputa opportuni nell’interesse della prole e dei coniugi”

  • − all’art. 155-sexies c.c. che: “prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 155, il giudice può assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento. Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla

tutela dell’interesse morale e materiale dei figli

 

Art. 156 c.c. Art. 8 L. divorzio
Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi.1. Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.2. L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.3. Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.4. Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155.5. La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.6. In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa 1. Il tribunale che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio può imporre all’obbligato di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6.2. La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’art. 2818 del codice civile.3. Il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, dopo la costituzione in mora a mezzo raccomandata con avviso di ricevimento del coniuge obbligato e inadempiente per un periodo di almeno trenta giorni, può notificare il provvedimento in cui è stabilita la misura dell’assegno ai terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro al coniuge obbligato con l’invito a versargli direttamente le somme dovute, dandone comunicazione al coniuge inadempiente.4. Ove il terzo cui sia stato notificato il provvedimento non adempia, il coniuge creditore ha azione diretta esecutiva nei suoi confronti per il pagamento delle somme dovutegli quale assegno di mantenimento ai sensi degli articoli 5 e 6.5. Qualora il credito del coniuge obbligato nei confronti dei suddetti terzi sia stato già pignorato al momento della notificazione, all’assegnazione e alla ripartizione delle somme fra il coniuge cui spetta la corresponsione periodica dell’assegno, il creditore procedente e i creditori intervenuti nell’esecuzione, provvede il giudice dell’esecuzione.6. Lo Stato e gli altri enti indicati nell’art. 1 del testo unico delle leggi concernenti il sequestro, il pignoramento e la cessione degli stipendi, salari e pensioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1950, n. 180, nonché gli altri enti datori di lavoro cui sia stato notificato il provvedimento in cui è stabilita la misura dell’assegno e l’invito a pagare direttamente al coniuge cui spetta la corresponsione periodica, non possono versare a
venga versata direttamente agli aventi diritto.7. Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti. quest’ultimo oltre la metà delle somme dovute al coniuge obbligato, comprensive anche degli assegni e degli emolumenti accessori.7. Per assicurare che siano soddisfatte o conservate le ragioni del creditore in ordine all’adempimento degli obblighi di cui agli articoli 5 e 6, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro dei beni del coniuge obbligato a somministrare l’assegno. Le somme spettanti al coniuge obbligato alla corresponsione dell’assegno di cui al precedente comma sono soggette a sequestro e pignoramento fino alla concorrenza della metà per il soddisfacimento dell’assegno periodico di cui agli articoli 5 e 6.
Somma sequestrabile: nessun limite Somma sequestrabile: fino alla metà
Ordinanza-ingiunzione di pagamento Azione diretta esecutiva verso il terzo, a seguito della messa in mora stragiudiz.

Articolo 155. Il giudice che pronunzia la separazione dichiara a quale dei coniugi i figli sono affidati e adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, con esclusivo riferimento all’interesse morale e materiale di essa.

In particolare il giudice stabilisce la misura e il modo con cui l’altro coniuge deve contribuire al mantenimento, all’istruzione e all’educazione dei figli, nonché le modalità di esercizio dei suoi diritti nei rapporti con essi.

Il coniuge cui sono affidati i figli, salva diversa disposizione del giudice, ha l’esercizio esclusivo della potestà su di essi; egli deve attenersi alle condizioni determinate dal giudice. Salvo che sia diversamente stabilito, le decisioni di maggiore interesse per i figli sono adottate da entrambi i coniugi. Il coniuge cui i figli non siano affidati ha il diritto e il dovere di vigilare sulla loro istruzione ed educazione e può ricorrere al giudice quando ritenga che siano state assunte decisioni pregiudizievoli al loro interesse.

L’abitazione nella casa familiare spetta di preferenza, e ove sia possibile, al coniuge cui vengono affidati i figli.

Il giudice dà inoltre disposizioni circa l’amministrazione dei beni dei figli e, nell’ipotesi che l’esercizio della potestà sia affidato ad entrambi i genitori, il concorso degli stessi al godimento dell’usufrutto legale.

In ogni caso il giudice può per gravi motivi ordinare che la prole sia collocata presso una terza persona o, nella impossibilità, in un istituto di educazione (Cod. Proc. Civ. 710).

Nell’emanare i provvedimenti relativi all’affidamento dei figli e al contributo al loro mantenimento, il giudice deve tener conto dell’accordo fra le parti: i provvedimenti possono essere diversi rispetto alle domande delle parti o al loro accordo, ed emessi dopo l’assunzione di mezzi prova dedotti dalle parti o disposti d’ufficio dal giudice.

I coniugi hanno diritto di chiedere in ogni tempo la revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli, l’attribuzione dell’esercizio della potestà su di essi e le disposizioni relative alla misura e alle modalità del contributo.

Separazione personale dei coniugi – Determinazione dell’assegno di mantenimento – Contestazioni – Ricorso da parte del giudice alla polizia tributaria – Ammissibilità. (Legge 898/1970, articolo 5) 
L’articolo 5, comma 9, della legge 898/1970, nel testo novellato dall’articolo 10 della legge 74/1987, il quale, in tema di riconoscimento e determinazione dell’assegno divorzile, stabilisce che “in caso di contestazioni, il tribunale dispone indagini sui redditi e patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria”, deve ritenersi applicabile in via analogica, stante l’identità di ratio, anche in materia di separazione di coniugi, con riguardo all’assegno di mantenimento. L’esercizio di detto potere, che costituisce una deroga alle regole generali sull’onere della prova, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, e non può essere considerato anche come un dovere imposto sulla base della semplice contestazione delle parti in ordine alle loro rispettive condizioni economiche. Esiste, tuttavia, un limite a tale discrezionalità, da rinvenire nella circostanza che il giudice, potendosi avvalere di detto potere, non può rigettare le istanze delle parti relative al riconoscimento e alla determinazione dell’assegno sotto il profilo della mancata dimostrazione degli assunti sui quali si fondano, facendo capo in tal caso allo stesso l’obbligo di disporre accertamenti di ufficio.
Cass. Sezione I, sentenza 17 maggio 2005 n. 10344 (in Giuda al Diritto, Edizione n. 25 del 25 giugno, pagina 42)

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“L’esercente la professione sanitaria che nello svolgimento della propria attività si attiene a linee guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica non risponde penalmente per colpa lieve”). In seguito all’entrata in vigore della legge Balduzzi, accanto a sentenze nelle quali si ritiene necessario accertare “se vi sia stato un errore determinato da una condotta negligente o imprudente” pur a fronte del rispetto di linee guida accreditate presso la comunità scientifica (Sez. 4, n. 18430 del 05/11/2013 – dep. 2014, Loiotila, Rv. 261294), ve ne sono altre secondo le quali la disciplina di cui all’art. 3 della legge Balduzzi, pur trovando terreno d’elezione nell’ambito dell’imperizia, può tuttavia venire in rilievo anche quando il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza (Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, Rv. 260739), o comunque in ipotesi di errori connotati da profili di colpa generica diversi dall’imperizia (Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri, Rv. 266903). Con l’entrata in vigore della legge Gelli-Bianco, il parametro dell’imperizia ha assunto maggior rilievo. Dopo una travagliata vicenda interpretativa, la questione della corretta interpretazione da conferire all’ art. 6 della legge 24/2017 (introduttivo dell’art. 590-sexies cod.pen.) é stata devoluta alle Sezioni Unite, le quali hanno affermato il seguente principio di diritto: “L’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica: a) se l’evento si é verificato per colpa (anche “lieve”) da negligenza o imprudenza; b) se l’evento si é verificato per colpa (anche “lieve’) da imperizia quando il caso concreto non é regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali; c) se l’evento si é verificato per colpa (anche “lieve’) da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche che non risultino adeguate alla specificità del caso concreto; d) se l’evento si é verificato per colpa “grave” da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni, di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle specifiche difficoltà tecniche dell’atto medico” (Sez. U, n. 8770 del 21/12/2017, dep. 22/02/2018, ric. Mariotti). In conseguenza di tale assetto normativo ed interpretativo, si dovrà anche verificare in concreto quale sia la legge penale più favorevole, in relazione a fatti risalenti ad epoca antecedente all’ultimo intervento legislativo, come nel presente caso. Ciò, evidentemente, in virtù di quanto previsto dalle disposizioni che stabiliscono la retroattività della legge più favorevole. Con riferimento a tale ultimo profilo„ sempre la pronuncia delle Sezioni Unite, Mariotti e altro, recependo approdi già delineatisi, ha precisato che il precetto di cui all’art. 3 legge 8\11\2012, nr. 189 “risulta più favorevole in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario – commessi prima della entrata in vigore della legge Gelli-Bianco – connotati da negligenza o imprudenza, con configurazione di colpa lieve, che solo per il decreto Balduzzi erano esenti da responsabilità quando risultava provato il rispetto delle linee-guida o delle buone pratiche accreditate. In secondo luogo, nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve, che sia caduto sul momento selettivo delle linee-guida e cioè su quello della valutazione della appropriatezza della linea-guida era coperto dalla esenzione di responsabilità del decreto Balduzzi (v. Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, non massimata sul punto), mentre non lo è più in base alla novella che risulta anche per tale aspetto meno favorevole. In terzo luogo, sempre nell’ambito della colpa da imperizia, l’errore determinato da colpa lieve nella sola fase attuativa andava esente per il decreto Balduzzí ed è oggetto di causa di non punibilità in base all’art. 590-sexies, essendo, in tale prospettiva, ininfluente, in relazione alla attività del giudice penale che si trovi a decidere nella vigenza della nuova legge su fatti verificatisi antecedentemente alla sua entrata in vigore, la qualificazione giuridica dello strumento tecnico attraverso il quale giungere al verdetto liberatorio” (così in motivazione la già citata Sez. U n. 8770 del 21/12/2017, dep. 22/02/2018, Mariotti e altro, Rv. 272174 – 01). In conclusione, la Corte di merito avrebbe dovuto verificare la esistenza di linee guida, stabilire il grado di colpa tenendo conto del discostamento da tali linee guida o, comunque, del grado di difficoltà dell’atto medico, stabilendo la qualità della colpa (imprudenza, negligenza imperizia) ed il suo grado al fine di verificare se il caso rientri in una delle previsioni più favorevoli. 4. Parimenti carente è l’aspetto riguardante il profilo del giudizio controfattuale, che non viene percorso dal giudice d’appello il quale non si interroga, come avrebbe dovuto, sulle conseguenze salvifiche di un intervento appropriato del sanitario. L’errore, ex se, non vale a tradursi nell’immediato riconoscimento della responsabilità penale. Nelle ipotesi di omicidio o lesioni colpose in campo medico, deve necessariamente farsi luogo ad un ragionamento controfattuale che deve essere svolto dal giudice in riferimento alla specifica attività richiesta al sanitario (diagnostica, terapeutica, di vigilanza e salvaguardia dei parametri vitali del paziente o altro) e che si assume idonea, se realizzata, a scongiurare o ritardare l’evento lesivo, come in concreto verificatosi, con alto grado di credibilità razionale (Sez. 4, Sentenza n. 30469 del 13/06/2014, Rv. 262239

LO STUDIO LEGALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

COMUNICA CHE RINGRAZIA DI CUORE  IL PERSONALE

MEDICO E INFERMIERITICO PER QUANTO STANNO

FACENDO A FAVORE DEGLI AMMALATI DI COVID 19

E CHE NON ACCETTA NESSUN TIPO DI INCARICO LEGATO

ALLA RESPONSABILITA’ MEDICA DA ASSISTENZE COVID

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IL COVID ‘ UN VIRUS E PERTANTO LA CLASSE MEDICA E

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di malasanità ?

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Malasanità AVVOCATO ESPERTO  si occupa di assistenza legale alle vittime di malasanità per errori medici.

Vittima di un danno fisico dovuto ad un errore medico, se un tuo familiare è deceduto a causa di un errore commesso da un medico, rivolgiti all’avvocato Sergio Armaroli

Errata o tardiva diagnosi malattie oncologiche

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AUSL RISPONDE DELLA NEGLIGENZA MEDICO DI BASE RAVENNA
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Terapie oncologiche (chemioterapie, radioterapie, ecc) inadatte

Accanimento terapeutico

Consenso informato: pazienti mal edotti delle eventuali complicazioni derivanti dall’intervento

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Lesioni colpose di organi, terminazioni nervose, legamenti in corso di intervento

Suturazioni errate

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Errori in fase di anestesia con lesioni cerebrali o decesso del paziente

  • carenze organizzative nosocomiali delle strutture, che incidono sulla efficienza e sulla salubrità degli ambienti sanitari (cfr. infezioni), oppure sulla ripetizione di errori professionali (si pensi alla maggiore esposizione al rischio di sanitari costretti ad orari di lavoro eccessivamente onerosi);

Quando si calcola? Innanzi tutto è necessario indicare in quali settori è necessario valutare il danno biologico infatti numerosi sono i casi: incidente stradale; incidente sul lavoro; errore medico

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Qualora una persona abbia riportato lesioni o problemi gravi a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo , in seguito ad interventi chirurgici o cure non adatte al tipo di patologia, derivanti dall’imperizia e della disattenzione di medici o personale infermieristico, può chiedere assistenza legale per far accertare le responsabilità di chi gli ha cagionato il danno. Denunciare un caso di malasanità a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo , ed ottenere un giusto risarcimento Denunciare un caso di malasanità ed ottenere un giusto risarcimento è un diritto di ogni cittadino ed un’occasione anche per far aumentare la vigilanza sull’operato dei medici e sulla loro efficienza. Infatti secondo le normative italiana i soggetti che hanno subito conseguenze da un errore medico a Firenze o i suoi eredi in caso di morte, possono agire contro la struttura sanitaria o il suo personale medico e paramedico, entro 10 anni dall’evento occorso ed hanno diritto al risarcimento danni e dal rimborso di tutte le spese a a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo

. Per poter procedere contro il caso di malasanità a Bologna,Ravenna Forli ,Cesena,Lugo , è necessario conservare tutta la documentazione sanitaria e le ricevute delle spese sostenute. Cartelle cliniche, certificati, esami diagnostici e qualsiasi altro documento da cui risulti sia la patologia che il danno derivante dall’intervento o dalla cura sbagliata sono fondamentali per poter verificare le effettive conseguenze imputabili ad errori medici e poter agire contro di essi.

Per fare il calcolo del danno biologico e determinare quindi l’entità del risarcimento danni ci si basa su tabelle elaborate da vari tribunali, in particolare sulla tabella del Tribunale di Milano.

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Analisi del caso – Perizia medico legale – Quantificazione dei danni – Pratiche di risarcimento

negligenze / imperizie / imprudenze da parte di medici ed infermieri, talvolta nel corso di prestazioni (soprattutto diagnostiche) routinarie, senz’altro evitabili alla luce delle conoscenze scientifiche, delle linee guida e dei protocolli in vigore;

QUALI I SETTORI PIU’ ESPOSTI PER LA MASANITA’ ?

sono generalmente i seguenti:

Anestesia;

Chirurgia generale ed estetica;

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Oculistica;

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Gli errori medici più comuni, invece, riguardano:

diagnosi errata o tardiva;

mancata esecuzione di esami che pregiudica lo stato di salute del paziente;

intervento chirurgico eseguito senza le opportune attenzioni del caso;

cattiva gestione della fase post-operatoria

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO DI BOLOGNA

Terza Sezione Civile

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott.ssaMaria Laura Benini ha pronunciato ex art. 281 sexiesc.p.c.la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. R.G. 12708/2018 

promossa da

X, con il patrocinio dell’avv.Pedicone Giovanni, elettivamente domiciliato in Via G. Parini 31/A, 64021 Giulianova, presso il difensore avv. Pedicone Giovanni (attore)

contro

ISTITUTO ORTOPEDICO RIZZOLI DI BOLOGNA – ISTITUTO DI RICOVERO E CURA A CARATTERE SCIENTIFICO, con il patrocinio dell’avv. Tavazzi Michele, elettivamente domiciliato in Via G. Marconi 9, 40121 Bologna, presso il difensore avv. Tavazzi Michele (convenuto)

CONCLUSIONI

Parte attrice ha concluso come da note conclusive, insistendo per la remissione in istruttoria della causa; pare convenuta come da prima memoria ex art. 183 co. VI c.p.c.

Concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione

X ha agito in giudizio chiedendo il risarcimento dei danni subiti a seguito dei trattamenti sanitari ricevuti presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli, ove in data 12.10.2010 e 17.09.2015 era stata sottoposta a due interventi chirurgici all’avampiede sinistro. Lamentava che i due interventi non avessero avuto l’esito sperato e la esistenza di errori iatrogeni, ritenendo, in particolare, non adatta la scelta terapeutica del secondo intervento.

Precisava che in data 18.07.2016 era stato instaurata procedimento per ATP ex art.696 bis c.p.c., di cui peraltro eccepiva la nullità per il tardivo deposito della Consulenza, oltre che per il fatto che, non avendo presenziato il CTP di parte convenuta al primo incontro, non era stato possibile esperire il tentativo di conciliazione. Contestava poi che fosse stata acquisita dal CTU documentazione senza l’instaurazione del contraddittorio delle parti.

Riteneva dunque parte attrice che le gravi lesioni riportate a seguito degli erronei interventi fossero interamente ascrivibili alla condotta colposa dei sanitari ed operatori dell’Istituto Rizzoli, ai quali andava addebitato anche un vizio di informazione del consenso reso.

In via subordinata lamentava un danno da perdita di chance.

Sì costituiva in giudizio l’Istituto Ortopedico Rizzali, chiedendo in via pregiudiziale la sospensione del giudizio fino alla definizione del precedente (ed analogo) giudizio promosso dall’attrice ovvero la riunione dei due procedimenti; nel merito, evidenziava che la Consulenza espletata nel procedimento ex art.696 bis c.p.c. aveva escluso qualsivoglia profilo di responsabilità dei sanitari dello IOR rispetto all’attuale condizione psico-fisica dell’attrice. Negava la sussistenza di vizi del consenso informato così come l’esistenza del preteso danno da perdita di chance. Quanto alla eccepita nullità della Consulenza, rilevava come irrilevante fosse la mancata partecipazione del proprio CTP al primo incontro e come buona parte della documentazione di cui parte attrice denunciava l’acquisizione fosse stata fornita da lei stessa.

Chiedeva pertanto rigetto della domanda attorea e, in subordine, la riduzione del quantum del risarcimento, anche tenuto conto del concorso attoreo ex art.1227 1° co. c.c. per non essersi più presentata l’attrice ai controlli programmati.

Nel corso del giudizio veniva disposta l’acquisizione del fascicolo del procedimento ex art.696 bis c.p.c. espletato ante causam.

***

Preliminarmente si rileva come l’eccezione sollevata da parte attrice circa la nullità dell’espletato procedimento ex art.696 bis c.p.c. sia infondata e, conseguentemente, vada respinta.

Quanta alla mancata partecipazione del CTP di parte convenuta al primo incontro e, alla conseguente impossibilità di espletare il tentativo di conciliazione, pare sufficiente rilevare come la norma preveda che il Consulente, prima di provvedere al deposito della relazione, tenti, ove possibile, la conciliazione delle parti, senza sancirne dunque l’obbligo né la nullità in caso di omissione.

In merito al tardivo deposito della CTU, la Suprema Corte ha chiarito (cfr. Cass. 6195/14) che”l’inosservanza, da parte del consulente tecnico d’ufficio, del termine assegnatogli per il deposito della consulenza non comporta di regola alcuna nullità, se non in particolari casi nel rito del lavoro“. Il termine di deposito della consulenza tecnica preventiva ha infatti carattere ordinatorio ed il giudice può consentire il deposito della relazione anche dopo la scadenza del termine stesso (cfr. Cass. 8406/14). Venendo infine alla acquisizione di ulteriore documentazione da parte del CTU in corso di procedimento ex art.696 bis c.p.c. si rileva come, nel silenzio della norma, debba ritenersi che il consulente possa acquisire ulteriore documentazione rispetto a quella depositata dalle parti nella fase iniziale del procedimento; nei confronti delle parti, infatti, non è ancora maturata alcuna barriera preclusiva, tenuto conto che le stesse potranno ancora produrre ulteriori prove documentali nel corso del giudizio di merito.

Sul punto non appaiono ostative le sentenze evidenziate da parte attrice in sede di discussione né la recente pronuncia della S.C. n.31886/19, che si riferisce alle preclusioni istruttorie di cui all’art.183 co. 6 c.p.c.

Né del resto è stato violato in alcun modo il diritto di difesa, essendo avvenuta l’acquisizione nel rispetto del contraddittorio e con l’accordo delle parti; nella Consulenza si dà espressamente atto che l’avv. Pedicone non aveva nulla in contrario nel reperire altra iconografia direttamente dallo IOR e che i CCTTPP non ponevano nulla in contrario rispetto alla valutazione di tutta la documentazione sanitaria rilevando la necessità di valutazione strumentale per poter meglio coagulare la sintesi clinica della vicenda in esame; cfr. anche lettera del 16.1.2017 dott. Pilotti. Il CTU ha poi avvisato formalmente in data 19 aprile 2017 l’avv. di parte attrice e i CCTTPP della richiesta di documentazione allo IOR. 

E ciò a prescindere dal rilievo che parte della documentazione della cui acquisizione parte attrice si duole, è stata da lei stessa prodotta.

Nel merito, il Consulente ha accertato come la sig.ra X soffrisse di intense a]gie al piede sinistro già dal 2002, armo in cui fu sottoposta ad intervento chirurgico di osteotomia (“intervento secondo Scarf; Weil”) per la correzione di alluce valgo (cfr. doc. san.). Tale patologia provocava metatarsalgia già 13 anni prima dell’intervento di causa, tanto da rendere indicato, secondo i curanti dell’epoca, l’intervento chirurgico stesso.

Due anni dopo il primo intervento ortopedico la attrice si rivolgeva ai Sanitari del Pronto Soccorso di Teramo per sintomatologia legata allo stesso avampiede, che, ancora affetto da valgismo e dito a martello, presentava, verosimilmente per vizio d’appoggio,ipercheratosi plantare all’avampiede. Il medico di Pronto Soccorso consigliava nuova visita ortopedica. Ciò rende evidentecome vi sia stata recidiva di alluce valgo già nell’anno 2004. 

In sede di prima memoria istruttoria parte attrice ha modificato le proprie conclusioni, non reiterando le contestazioni in ordine al primo intervento effettuato presso l’IOR. 

Tale modifica è stata ribadita in sede di note conclusive.

In ogni caso CTU ha ritenuto che data la presenza di recidiva di alluce valgo a sinistra, di dita “en griffe” e di metatarsalgia, risulta corretta l’indicazione all’intervento chirurgico all’avampiede eseguito in data 12 ottobre 2010 presso l’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. Nel caso di specie i chirurghi hanno optato per un intervento di “osteotomia 1° metatarsale, Akin e artrodesi interfalangee prossimali delle dita esterne”. Inoltre, dall’esame della documentazione sanitaria e dalle immagini radiografiche, l’intervento chirurgico in questione risulta correttamente eseguito.

Risulta altresì corretta l’indicazione a chirurgia ortopedica posta in data 2 dicembre 2014, essendo presente, come riscontrato in documentazione, dolore da conflitto con la calzatura, metatarsalgia e deformità.

Per quanto riguarda la scelta del tipo di intervento proposto (nel caso di specie “artrodesi” della prima MTF), fortemente contestata dalla parte attrice, il Consulente ha evidenziato che esistono più di cento metodiche chirurgiche diverse per la correzione dell’alluce valgo e, sta al chirurgo la scelta di quella più indicata al caso specifico.

L’intervento di artrodesi risulta essere spesso un intervento “di salvataggio”, utilizzato in casi quale quello in esame, per togliere il dolore in piedi con patologia recidivata dopo chirurgia. Il caso di specie rientra dunque tra quelli che possono necessitare di interventi d’artrodesi, dato che la sig.ra X era già stata sottoposta a due interventi all’avampiede, i quali non erano però risultati risolutivi. Ha quindi ritenuto condivisibile la scelta del tipo di intervento (artrodesi) effettuata dai curanti.

Per quanto attiene all’approccio chirurgico ha precisato che l’intervento posto in essere in data 17 settembre 2015 risulta non di semplice esecuzione, operato su di un piede già due volte sottoposta ad intervento di osteotomia correttiva. Inoltre la deformità non era limitata all’alluce, ma, a vario grado, anche alle altre dita del piede sinistro, rendendo ancora di più difficile esecuzione l’intervento. “La presenza all’esame obiettivo all’ingresso di grave deformità in valgo dell’alluce, con movimenti della 1a MTF concessi solo per pochi gradi e dolenti, deviazione laterale delle dita esterne con lussazione della 4a MTF e griffe del 5° dito non riducibile, metatarsalgia sinistra con deficitfunzionale statico e deambulatorio, poneva all’attenzione dei professionisti o la scelta di reintervenire, o lasciare che l’evoluzione naturale ponesse le articolazioni dell’avampiede in sicura artrosi e conseguente deformità ossea. L’intervento di artrodesi della 1a MTF stabilizzata con 3 fili di K e stabilizzazione della 2a, 3a e 4a MTF con fili di K e resezione della testa del 5° metatarso si articolava anche in questo caso su una scarsa qualità dell’osso dovuta purtroppo al pregresso“.

Il CTU non ha quindi ravvisato criticità imputabili all’operato dei curanti.

Quanto agli esiti lamentati, descritti come “claudicatio con impossibilità a flettere ed estendere il collo piede con il blocco totale delle articolazioni del piede”, ha precisato il CTU che “va a configurare dunque un quadro peggiorativo, di una condizione già esistente, dovuto nel caso di specie soprattutto alla preesistenza di una particolare condizione fisica, prevedibile ma non prevenibile nell’espressione obiettiva e nelle manifestazioni cliniche e quindi evitabile“.

Ed infatti gli esiti obiettivati a carico del piede sinistro dalla sig.ra X risultano riconducibili agli interventi posti in essere nel 2002, 2010, 2015, nonché all’evoluzione della patologia stessa.

È possibile riferire l’ipofunzionalità della caviglia così come la difficoltà alla deambulazione, comeesiti prevedibili ma non prevenibili rispetto all’intervento del 2015; cfr. pag. 28: “la causa dellacomplicanza, data la complessità dell’intervento contestato, non è ascrivibile alla condotta dei sanitari, nel senso che non pare, a chi scrive, se pur prevedibile in senso oggettivo, certamente prevenibile ed evitabile“.

Quanto alla lamentata patologia psichiatrica, il CTU ha osservato -in ogni caso- come tale patologia richieda, per essere diagnosticata, una particolare intensità dell’evento psico-traumatico; e per quanto alcuni incidenti medici possano essere inclusi tra gli eventi traumatici capaci di innescare il disturbo, questi sono di entità di gran lunga superiore al caso della sig.ra X.

Inoltre vi erano delle preesistenze, riferite dalla stessa sig.ra X in sede di visita medico legale (“problemi di ordine psicologico che riconduce causalmente al terremoto dell’Aquila del 2009, periodo nel quale il marito ha sofferto di 2 episodi di infarto miocardico“).

Ha quindi concluso quanto sia poco probabile che la sig.ra soffra del disturbo psichiatrico riferito e soprattutto quanto sia difficile ricondurre tale disturbo, pur se dovesse essere accertato, agli interventi chirurgici all’avampiede sinistro eseguiti dai curanti dello IOR.

Ritiene questo Giudice di dover aderire alle conclusioni cui é giunto il CTU in quanto congruamente motivate e frutto di un corretto iter logico-argomentativo.

Quanto alla lamentata violazione del consenso informato, va innanzitutto rilevato che la domanda èstata tempestivamente proposta in atto di citazione (cfr. pag. 9). È vero che poi parte attrice non ha provveduto ad una sua quantificazione, ma in sede di conclusioni ha comunque chiesto il risarcimento “di quell’altra somma ritenuta di Giustizia, a titolo di risarcimento di danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dall’istante e per tutti i titoli esposti in narrativa“.

Tanto premesso si osserva che la Suprema Corte con la recente pronuncia n.28985/19 ha precisato come la violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente può causare due diversi tipi di danni: un danno alla salute, quando sia ragionevole ritenere che il paziente- sul quale grava il relativo onere probatorio – se correttamente informato, avrebbe rifiutato di sottoporsi all’intervento (onde non subirne le conseguenze invalidanti); un danno da lesione del diritto all’autodeterminazione, predicabile se, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale o non patrimoniale (ed, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità) diverso dalla lesione del diritto alla salute.

Quanto al primo aspetto, la parte non ha dedotto, prima ancora che provato, che se correttamente informata delle possibili complicanze non si sarebbe sottoposta all’intervento.

Quanto alla lesione del diritto all’autodeterminazione, l’attrice non ha specificato quali conseguenze dannose le sarebbero derivate, limitandosi ad allegare la sussistenza di danni in relazione alla sua “qualità e dignità di vita” (cfr. atto di citazione pag. 9).

Ma, come ribadito nella pronuncia citata, è impredicabile la esistenza di danni in re ipsa nell’attuale sistema della responsabilità civile.

Ne consegue pertanto che la domanda attorea va respinta, e ciò anche con riferimento alla dedotta perdita di chance, non essendo peraltro predicabile un errore di diagnosi e di scelta terapeutica.

Le spese di lite seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo.

Non si ritiene sussistano i presupposti per la condanna ai sensi dell’art.96 co.3 c.p.c.

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza disattesa o assorbita, così dispone:

-respinge la domanda attorea;

-condanna parte attrice alla refusione delle spese di lite, che si liquidano in € 8.570,00 per compensi, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A. come per legge.

Bologna, 17 gennaio 2020.

IL GIUDICE

dott.ssa Maria Laura Benini

Depositato in Cancelleria il 17 gennaio 2020.

MALASANITA’ - RESPONSABILITA’ MEDICA – MANCATA DIAGNOSI TUMORE AVVOCATI A BOLOGNA - STUDIO LEGALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI
MALASANITA’ – RESPONSABILITA’ MEDICA – MANCATA DIAGNOSI TUMORE AVVOCATI A BOLOGNA – STUDIO LEGALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

Sono un avvocato cassazionista esperto di danni per responsabilità medica e malasanita’ in risarcimento del danno per malasanità .

 

Se ritieni di aver subito un torto a causa di un errore medico commesso a Bologna, Rimini, Ravenna, Treviso, Vicenza, Udine Conselice Provincia di Ravenna chiama subito

RINUNCIA EREDITA’ COSA E’ ?QUANDO FARLA ? AVVOCATO SUCCESSIONI BOLOGNA effetti della rinuncia all eredità rinuncia successione conseguenze rinuncia eredità costi rinuncia eredità rinuncia eredità termine rinuncia eredità minorenni rinuncia eredità modulo rinuncia eredità debiti

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Nel novero di queste “prestazioni” e, segnatamente, tra quelle “curative” (secondo l’espressa definizione normativa, di cui al combinato disposto degli artt. 19 e 25) la medesima L. n. 833 include l'”assistenza medico-generica”, che l’art. 14, comma 3, lett. h), individua come specifico compito in capo alle Unità sanitarie locali.

Pertanto, in forza delle citate disposizioni, le USL “provvedono ad erogare” l’assistenza medico-generica sia in forma domiciliare, che ambulatoriale, assicurando i livelli di prestazioni stabiliti dal piano sanitario nazionale.

I coniugi B.P. e V.M. convennero in giudizio l’Azienda Regionale Usl (OMISSIS) di Chivasso e L.L., medico di base, perchè fosse accertata la responsabilità di quest’ultimo (a causa del suo negligente comportamento, consistito nell’esser intervenuto con estremo ritardo – soltanto nel pomeriggio del (OMISSIS) -, allorchè chiamato – la mattina del (OMISSIS) – dalla moglie del B., che presentava sintomi di ischemia cerebrale, e nel prescrivere poi cure del tutto inadeguate) e fossero condannati entrambi i convenuti al risarcimento dei danni patiti dai medesimi attori a seguito della paralisi della parte sinistra del corpo della quale era rimasto affetto il B., con necessità di assistenza e cure continue.

BOLOGNA-RAVENNA-RIMINI- VICENZA TREVISO -AUSL RISPONDE DELLA NEGLIGENZA MEDICO DI BASE –AVVOCATI A BOLOGNAn forza delle suddette disposizioni, la prestazione medico-generica avviene sia in forma ambulatoriale che domiciliare nei confronti del cittadino “iscritto in singoli elenchi periodicamente aggiornati presso l’unità sanitaria locale” nel cui territorio lo stesso ha la residenza ed è prestata dal personale dipendente del servizio pubblico (laddove l’assetto organizzativo delle USL lo consenta) o dal personale con esso convenzionato.

Da un lato quindi l’utente nella scelta del proprio medico di fiducia è chiamato a optare tra il medico pubblico dipendente operante nelle USL (divenute ASL) o il medico convenzionato operante nel comune di residenza dell’utente del S.S.N.; dall’altro lato il medico viene selezionato sulla base di parametri definiti da accordi regionali ed iscritto in appositi elenchi e viene remunerato direttamente dall’ASL; nessun obbligo remunerativo sussiste invece in capo all’utente ed anzi il pagamento anche parziale della prestazione professionale da parte di quest’ultimo comporta il venir meno del rapporto di convenzionamento con il S.S.N.

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L’utente, dunque, attiva l’erogazione della prestazione curativa di assistenza medico-generica (che è prestazione di durata), cui è tenuta la USL (per il S.S.N.: L. n. 833 del 1978, art. 10), con la scelta, nei confronti della medesima USL, del sanitario di fiducia, individuato in un determinato contesto territoriale e (ove non pubblico dipendente, se una tale scelta sia resa esercitabile) soltanto tra i medici convenzionati con la USL competente (a loro volta oggetto di accesso selettivo); il medico prescelto è tenuto a prestare l’assistenza medico-generica in quanto convenzionato con la USL e in forza di tale rapporto di convenzionamento. Salvo l’ipotesi della cessazione del rapporto fiduciario nei modi e nei limiti consentiti (dalla stessa USL), il medico convenzionato “è tenuto alla prestazione” (espressione che utilizza anche l’art. 48, comma 3, n. 11, allorquando consente l’ipotesi di sostituzione temporanea del medico di “fiducia”), ossia non può rifiutare di prestare, in favore dell’utente del S.S.N., l’assistenza medico-generica, in quanto prestazione curativa definita secondo livelli uniformi.

BOLOGNA-RAVENNA-RIMINI- VICENZA TREVISO -AUSL RISPONDE DELLA NEGLIGENZA MEDICO DI BASE –AVVOCATI A BOLOGNASUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 27 marzo 2015, n. 6243

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SEGRETO Antonio – Presidente –

Dott. PETTI Giovanni Battista – Consigliere –

Dott. CARLUCCIO Giuseppa – Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 15749-2012 proposto da:

V.M. ((OMISSIS)), in proprio e quale erede del Sig. B.P., B.E. ((OMISSIS)), in qualità di erede del Sig. B.P., elettivamente domiciliati in ROMA, VICOLO ORBITELLI 31, presso lo studio dell’avvocato ZENCOVICH VINCENZO ZENO, che li rappresenta e difende unitamente agli avvocati AMBROSIO RENATO e OLIVA UMBERTO giusta procura speciale a margine del ricorso;

Avvocato Sergio Armaroli
Avvocato Sergio Armaroli

– ricorrenti –

contro

ASL TO (OMISSIS) (già ASL (OMISSIS) di Chiavasso), in persona del Direttore Generale pro tempore, dott. BO.FL., elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 19, presso lo studio dell’avvocato LANIA ALDO LUCIO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato CITTERIO ALESSANDRO giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente –

e contro

L.L. e BI.PA.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1830/2011 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 22/12/2011, RR.GG.NN. 2116/2008, 2209/2008;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 16/01/2015 dal Consigliere Dott. ENZO VINCENTI;

udito l’Avvocato UMBERTO OLIVA; udito l’Avvocato ALDO LANIA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. FUZIO Riccardo, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

  1. – I coniugi B.P. e V.M. convennero in giudizio l’Azienda Regionale Usl (OMISSIS) di Chivasso e L.L., medico di base, perchè fosse accertata la responsabilità di quest’ultimo (a causa del suo negligente comportamento, consistito nell’esser intervenuto con estremo ritardo – soltanto nel pomeriggio del (OMISSIS) -, allorchè chiamato – la mattina del (OMISSIS) – dalla moglie del B., che presentava sintomi di ischemia cerebrale, e nel prescrivere poi cure del tutto inadeguate) e fossero condannati entrambi i convenuti al risarcimento dei danni patiti dai medesimi attori a seguito della paralisi della parte sinistra del corpo della quale era rimasto affetto il B., con necessità di assistenza e cure continue.

Si costituirono sia l’Azienda Usl (OMISSIS) di Chivasso, che il L., contestando la fondatezza della domanda.

All’esito di istruttoria (con assunzione di prove testimoniali e espletamento di c.t.u.), l’adito Tribunale di Torino, sezione distaccata di Chivasso, con sentenza non definitiva del febbraio 2007, dichiarò la responsabilità del L. (in ragione del comportamento colposo dovuto ad intempestività della visita domiciliare, al mancato rilievo delle “gravi condizioni” del paziente e all’omessa urgente sua ospedalizzazione) e rimise la causa in istruttoria per provvedere ad un supplemento di c.t.u. (al fine di verificare se una tempestiva diagnosi ed un immediato trattamento farmacologico con aspirina avessero potuto contenere gli effetti dell’attacco ischemico).

Espletato il supplemento di c.t.u. (i cui esiti furono convergenti sul fatto che il tempestivo trattamento farmacologico avrebbe avuto effetti contenitivi del danno alla salute del paziente), con sentenza definitiva del marzo 2008, lo stesso Tribunale condannò in solido L.L. e l’Azienda Regionale ASL (OMISSIS) di Chivasso al risarcimento dei danni patiti dagli attori.

  1. – Avverso tale decisione proponevano impugnazione sia l’ASL TO (OMISSIS) (già ASL (OMISSIS) di Chivasso), che L.L., al quale resistevano i coniugi B. e V.

La Corte di appello di Torino, con sentenza resa pubblica in data 22 dicembre 2011: accoglieva il gravame della ASL TO (OMISSIS), rigettando la domanda risarcitoria proposta da B.P. e V.M. nei suoi confronti, con integrale compensazione delle spese di primo grado tra le stesse parti; rideterminava in complessivi Euro 70.000,00, a seguito della morte del B. il (OMISSIS), la somma dovuta dal L. a titolo di risarcimento del danno futuro;

confermava nel resto la sentenza di primo grado; compensava interamente le spese di appello tra la ASL e gli appellati originari attori; condannava il L. al pagamento delle spese del grado in favore degli appellati.

2.1. – Per quanto ancora rileva in questa sede, la Corte territoriale escludeva la responsabilità ai sensi dell’art. 1228 cod. civ. della ASL TO (OMISSIS) osservando, segnatamente, che:

il SSN assume nei confronti dei cittadini obblighi organizzativi, ma non assume, in base alla L. n. 833 del 1978, “un obbligo diretto avente ad oggetto il contenuto della prestazione professionale”; gli artt. 14 e 25 della citata legge n. 833 non sono di per sè fondanti “la esistenza di un contratto “a monte” fra il paziente e l’ASL”, cosi come lo stesso art. 25 non fonda l’obbligazione della struttura ospedaliera nei confronti del paziente, la quale deriva dalla conclusione del contratto d’opera professionale con lo stesso; non può ritenersi concluso un contratto tra ASL e paziente nel momento in cui quest’ultimo chiede la prestazione al suo medico di base, non essendovi alcun contatto, o diretto rapporto, tra la prima ed il secondo (come invece sussiste tra struttura ospedaliera e paziente ivi ricoverato, che beneficia di prestazione sia alberghiera, che professionale), “in quanto le prestazioni professionali cui il paziente ha diritto si esauriscono solo in quelle che dovranno essergli fornite dal suo medico di base”; anche la teoria del “contatto sociale”, pur ammettendo l’implicita accettazione del contratto tra struttura ospedaliera e paziente, presuppone quanto meno la “conoscenza che la struttura ha del fatto che il paziente vi viene ricoverato”, quale elemento del tutto assente nel rapporto tra ASL e paziente a fronte della richiesta di prestazione al medico di base.

2.2. – La Corte torinese (richiamando anche Cass. pen., sez. 4, del 16 aprile 2003, n. 34460) escludeva, altresì, che la responsabilità della ASL convenuta potesse fondarsi sull’art. 2049 cod. civ., in assenza della ravvisabilità, anzitutto, di un rapporto di preposizione tra Azienda sanitaria e medico convenzionato, essendo quest’ultimo “un libero professionista del tutto autonomo, scelto dal paziente in piena libertà”, sul quale la stessa ASL non esercita alcun potere di vigilanza, controllo o direzione, là dove, poi, lo stesso assetto normativo “non distingue sostanzialmente, con riguardo al rapporto con il paziente, la posizione del medico convenzionato da quella del medico non convenzionato”, entrambi godendo “dello stesso tipo di libertà nell’esecuzione” delle loro prestazioni.

2.3. – Era da escludere – soggiungeva la Corte di merito – anche la sussistenza di un rapporto di immedesimazione organica, non essendo il medico di base dipendente della ASL, nè chiamato “a estrinsecare all’esterno la volontà dell’ente” o soggetto a direttive nell’ambito della “sua peculiare attività professionale”. L’inserimento del medico di base nell’organizzazione territoriale della ASL si esaurisce, dunque, sul piano organizzativo-amministrativo, ma non tocca “certamente il contenuto squisitamente professionale della prestazione del medico di base”, che non viene sindacata dalla stessa ASL, non essendovi alcuna norma che attribuisce a quest’ultima “un potere di vigilanza e controllo sul contenuto specifico della prestazione professionale medica del medico di base”.

  1. – Per la cassazione di tale sentenza ricorrono congiuntamente V.M. ed B.E., la prima in proprio ed entrambi quali eredi di B.P., affidando le sorti dell’impugnazione a due articolati motivi, illustrati da memoria.

Resiste con controricorso la ASL TO (OMISSIS), mentre non ha svolto attività difensiva in questa sede l’intimato L.L.

Il ricorso è stato notificato anche a Bi.Pa., ulteriore erede di B.P.

Motivi della decisione

  1. – Con un primo mezzo è denunciata, in via principale e ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1228 cod. civ. e/o della L. 23 dicembre 1978, n. 833, art. 1, art. 14, comma 3, lett. h), e art. 25, comma 3, e dell’art. 32 Cost.

Con un secondo mezzo è prospettata, in via subordinata e sempre ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2049 cod. civ. e/o della L. 23 dicembre 1978, n. 833, art. 1, art. 14, comma 3, lett. h), e art. 25, comma 3, e dell’art. 32 Cost.

La Corte territoriale, nell’escludere la responsabilità civile della ASL TO (OMISSIS) (già ASL (OMISSIS) di Chivasso) per i danni patiti dai coniugi B. e V. a seguito dell’illecito accertato nei confronti del medico di base L.L., avrebbe errato nell’applicazione delle norme anzidette e ciò alla luce delle ragioni, diffusamente argomentate, che gli stessi ricorrenti compendiano nel “quesito di diritto” (non già necessario ai sensi dell’art. 366-bis cod. proc. civ., quale disposizione inapplicabile ratione temporis alla presente impugnazione) che segue, il quale individua nella sua effettiva portata la questione sottoposta all’esame di questa Corte: “Con riferimento al caso in cui sia stata accertata la responsabilità civile del cd. “medico di base” per i pregiudizi da questo arrecati ad un paziente iscritto al SSN, dica l’Ecc.ma Corte di Cassazione adita se del risarcimento dei danni debba rispondere anche la ASL, con la quale detto professionista è convenzionato, ai sensi dell’art. 1228 c.c. e/o dell’art. 2049 c.c., regimi di responsabilità che prescindono dalla sussistenza di una culpa in vigilando del debitore principale (art. 1228 c.c.) o del padrone/committente (art. 2049 c.c.), disposizioni entrambe da interpretarsi alla luce di quanto espressamente stabilito sia dalla L. 23 dicembre 1978, n. 833, art. 14, comma 3, lett. h (“nell’ambito delle proprie competenze l’unità sanitaria locale provvede in particolare:… h) all’assistenza medico-generica e infermieristica, domiciliare e ambulatoriale”), norma dalla quale si evince che sono le aziende sanitarie locali che, in quanto tenute in concreto a “provvedere” all’assistenza medico-generica, sono soggetti sia debitori (art. 1228 c.c.) e sia committenti (art. 2049 c.c.) delle prestazioni in questioni, e sia della L. n. 833 del 1978, art. 25, comma 3 (“l’assistenza medicogenerica e pediatrica è prestata dal personale dipendente o convenzionato del servizio sanitario nazionale operante nelle unità sanitarie locali o nel comune di residenza del cittadino”), norma dalla quale si ricava che la ASL (il soggetto istituzionalmente debitore delle prestazioni di medicina generale nei confronti degli iscritti al SSN) può alternativamente decidere, a propria discrezionalità e con suo rischio di impresa, per l’attuazione dell’assistenza medico generica e pediatrica, cui è obbligata ex lege, di avvalersi di propri dipendenti oppure di medici convenzionati, rimanendo in entrambe le ipotesi il debitore e committente delle prestazioni di medicina generale”.

  1. – Il primo motivo, prospettato in via principale, è fondato nei termini di seguito esposti.
  2. – La legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale (L. 23 dicembre 1978, n. 833), innestatasi in un contesto ordinamentale che, da sempre, aveva registrato interventi settoriali e privi di organicità in materia di tutela della salute, ha comportato un capovolgimento di prospettiva, attribuendo effettività al precetto dell’art. 32 Cost., attraverso la previsione di un sistema, ispirato al principio della partecipazione democratica all’attuazione dello stesso Servizio sanitario (art. 1, comma terzo), di tutela indifferenziata (artt. 1 e 3) e globale (art. 2), anche tramite l’individuazione e la fissazione, in sede di approvazione del piano sanitario nazionale (art. 53), dei “livelli delle prestazioni sanitarie che devono essere, comunque, garantite a tutti i cittadini” (art. 3).

Nel novero di queste “prestazioni” e, segnatamente, tra quelle “curative” (secondo l’espressa definizione normativa, di cui al combinato disposto degli artt. 19 e 25) la medesima L. n. 833 include l'”assistenza medico-generica”, che l’art. 14, comma 3, lett. h), individua come specifico compito in capo alle Unità sanitarie locali.

Pertanto, in forza delle citate disposizioni, le USL “provvedono ad erogare” l’assistenza medico-generica sia in forma domiciliare, che ambulatoriale, assicurando i livelli di prestazioni stabiliti dal piano sanitario nazionale.

Avente diritto all’erogazione della “prestazione curativa” di assistenza medico-generica, alla quale è tenuta la USL in base a livelli definiti, è, dunque, il “cittadino”, in quanto “utente” del S.S.N. e come tale iscritto “in appositi elenchi periodicamente aggiornati presso l’unità sanitaria locale nel cui territorio” lo stesso ha la residenza (art. 19, comma 3). Ed è proprio tramite detta iscrizione che l’utente esercita il diritto di libera scelta del medico, che è assicurato “nei limiti oggettivi dell’organizzazione sanitaria”, cosi godendo dell’assistenza medico- generica, la quale, per l’appunto, “è prestata dal personale dipendente o convenzionato del servizio sanitario nazionale operante nelle unità sanitarie locali o nel comune di residenza del cittadino” (art. 25, comma 3).

Dunque, la medesima prestazione curativa è erogata in favore dell’utente o tramite personale dipendente del servizio pubblico, oppure attraverso personale convenzionato con il medesimo servizio (L. n. 833 del 1978, art. 48 e, successivamente, D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8, le quali disposizioni demandano la disciplina del rapporto convenzionato ad appositi accordi collettivi nazionali).

Sicchè, la scelta del “medico di fiducia”, ove non si opti per il medico pubblico dipendente operante nella USL (giacchè la legge postula anche una tale alternativa, sempre frutto di opzione fiduciaria, là dove questa sia resa concretamente esercitabile in forza di apposito modulo organizzativo in seno alla medesima USL), dovrà necessariamente cadere sul medico convenzionato operante nel comune di residenza dell’utente del S.S.N. (art. 25, comma 4), il quale medico, a sua volta, è selezionato “secondo parametri definiti nell’ambito degli accordi regionali”, in modo tale che l’accesso “alle funzioni di medico di medicina generale del Servizio sanitario nazionale… sia consentito prioritariamente ai medici forniti dell’attestato di cui al D.Lgs. 8 agosto 1991, n. 256, art. 2” (D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8, lett. g).

La scelta del medico convenzionato per l’assistenza medico-generica avviene, dunque, nei confronti della USL, che cura la tenuta di appositi elenchi in cui sono inseriti i medici con i quali è stato previamente instaurato, con la medesima USL, lo specifico rapporto di convenzionamento (cfr., sin d’ora, il D.P.R. 22 luglio 1996, n. 484, artt. 19 e 26, che ha recepito l’accordo collettivo per la disciplina dei rapporti con i medici di medicina generale, ai sensi dell’art. 8 del D.Lgs. n. 502 del 1992, e la cui natura di fonte normativa secondaria consente a questa Corte di conoscerlo direttamente: cfr., tra le tante, Cass., 16 aprile 2013, n. 9171).

In siffatto circoscritto ambito la scelta del medico è, per l’appunto, di carattere fiduciario e tale rapporto – come prevede l’art. 25, comma 5 – “può cessare in ogni momento, a richiesta dell’assistito o del medico”; in quest’ultimo caso, tuttavia, “la richiesta deve essere motivata”.

Tale scelta è, dunque, un atto dell’utente del S.S.N. destinato a produrre i suoi effetti nei confronti dello stesso Servizio e, per esso, della USL nel cui territorio opera il medico (pubblico dipendente o) in regime di convenzionamento con la stessa USL (art. 48) e, dunque, non direttamente nei confronti del medico prescelto;

la rinuncia al medico è, del pari, atto dell’assistito/utente del S.S.N. che produce i suoi effetti nei confronti della USL e, analogamente, opera la ricusazione dell’utente da parte del medico prescelto, la quale, peraltro, deve essere sorretta da giustificazione e, dunque, rimane sindacabile dalla stessa USL (D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8, comma 1, lett. a e b; D.P.R. n. 484 del 1996, art. 27).

L’utente, dunque, attiva l’erogazione della prestazione curativa di assistenza medico-generica (che è prestazione di durata), cui è tenuta la USL (per il S.S.N.: L. n. 833 del 1978, art. 10), con la scelta, nei confronti della medesima USL, del sanitario di fiducia, individuato in un determinato contesto territoriale e (ove non pubblico dipendente, se una tale scelta sia resa esercitabile) soltanto tra i medici convenzionati con la USL competente (a loro volta oggetto di accesso selettivo); il medico prescelto è tenuto a prestare l’assistenza medico-generica in quanto convenzionato con la USL e in forza di tale rapporto di convenzionamento. Salvo l’ipotesi della cessazione del rapporto fiduciario nei modi e nei limiti consentiti (dalla stessa USL), il medico convenzionato “è tenuto alla prestazione” (espressione che utilizza anche l’art. 48, comma 3, n. 11, allorquando consente l’ipotesi di sostituzione temporanea del medico di “fiducia”), ossia non può rifiutare di prestare, in favore dell’utente del S.S.N., l’assistenza medico-generica, in quanto prestazione curativa definita secondo livelli uniformi.

E in armonia con tale sistema, che impegna la USL alla erogazione della prestazione curativa di assistenza medicogenerica, l’utente e il prescelto medico convenzionato (in quanto tale) concentrano, quindi, il loro rapporto sul piano dello svolgimento in concreto della “prestazione curativa”, che sia riconducibile nell’alveo dell’assistenza medicogenerica.

3.1. – L’impianto appena descritto non ha subito sostanziali mutamenti a seguito delle riforme intervenute con il D.L. n. 384 del 1992 (convertito dalla L. n. 438 del 1992) e con il D.Lgs. n. 502 del 1992 (ulteriormente modificato dal D.Lgs. n. 517 del 1993).

L’assistenza medico-generica (o di base) è rimasta tra le prioritarie competenze delle USL (divenute ASL, ovvero aziende dotate “di personalità giuridica pubblica, di autonomia organizzativa, amministrativa, patrimoniale, contabile, gestionale e tecnica”: art. 3 D.Lgs. n. 502), alle quali spetta di provvedere “ad assicurare i livelli di assistenza di cui all’art. 1 nel proprio ambito territoriale” (la cui diversa conformazione in “distretto”, già prevista dal citato art. 3, troverà compiuta definizione con la successiva riforma del 1999), ossia “i livelli di assistenza da assicurare in condizioni di uniformità sul territorio nazionale”, che, includono per l’appunto, detta assistenza medica di base.

In base al piano nazionale approvato per il triennio 1994-1996 (D.P.R. 1 marzo 1994), l’assistenza “sanitaria di base” è, infatti, inclusa tra i livelli uniformi di assistenza che devono essere assicurati e garantiti agli utenti del S.S.N., ricomprendendo, tra i vali “livelli analitici” nei quali essa si articola, il “livello di Medicina generale”, che è “costituito dal complesso delle seguenti attività e prestazioni: – visita medica generica e pediatrica, ambulatoriale e domiciliare, anche con carattere di urgenza, con rilascio, quando richiesto, di certificazioni mediche obbligatorie ai sensi della vigente legislazione; -eventuali prescrizioni di farmaci, di prestazioni di assistenza integrativa, di diagnostica strumentale e di laboratorio e di altre prestazioni specialistiche in regime ambulatoriale, proposta di invio a cure termali; – richiesta di visite specialistiche, anche per eventuale consulto, ai fini del rispetto della continuità terapeutica; – proposta di ricovero in strutture di degenza, anche a ciclo diurno; -partecipazione alla definizione e gestione del piano di trattamento individuale domiciliare in pazienti non deambulanti ed anziani”.

Tale è, dunque, nei termini generali – che, tuttavia, ne segnano l’ambito di erogazione – la “prestazione curativa” di assistenza medico-generica alla quale ha diritto l’utente nei confronti della ASL (già USL) ed alla quale, per essa (art. 25 citato), è obbligato il medico “di fiducia” convenzionato, in forza soltanto del rapporto di convenzionamento che lo lega alla ASL, il quale è stipulato (artt. 48 e 8 citati) in base alla disciplina contenuta in accordi collettivi nazionali.

Prestazione, questa, per la quale nessun obbligo remunerativo sussiste in capo all’utente nei confronti del medico “di fiducia”; ed anzi il “pagamento anche parziale da parte dell’assistito delle prestazioni previste in convenzione comporta il venir meno del rapporto con il Servizio sanitario nazionale” (D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8, lett. d). In altri termini, ciò costituisce illecito disciplinare tipico (D.P.R. n. 484 del 1996, art. 6, comma 2, e art. 13) che determina, per il medico, la sanzione della cessazione del rapporto di convenzionamento.

Il medico convenzionato è, infatti, remunerato dalla ASL in forza del rapporto di convenzionamento (L. n. 833 del 1978, art. 48 e D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8), il quale – come affermato dalla costante giurisprudenza di questa Corte (che ha esaminato la tematica eminentemente sotto il profilo della natura del rapporto lavorativo da esso instaurato) – da luogo non già ad un rapporto di lavoro subordinato (e, dunque, di pubblico impiego), bensì ad un rapporto di lavoro autonomo “parasubordinato” (e, dunque, di “prestazione di opera continuativa e coordinata, prevalentemente personale”, ai sensi dell’art. 409 c.p.c., comma 1, n. 3), trattandosi, dunque, di un rapporto professionale che si svolge, di norma, su un piano di parità, sebbene sia comunque costituito “in vista dello scopo di soddisfare le finalità istituzionali del servizio sanitario nazionale, dirette a tutelare la salute pubblica” (così, tra le tante, Cass., 13 aprile 2011, n. 8457).

Invero, l’assistenza medico-generica, in quanto “prestazione curativa” che è assicurata e garantita, secondo i livelli definiti dal piano sanitario nazionale, dal S.S.N., e per esso dalla ASL, rinviene, al pari delle ulteriori prestazioni rese dallo stesso S.S.N. (e degli oneri correlati per lo svolgimento complessivo del Servizio stesso), le risorse finanziarie necessarie dal “fondo sanitario nazionale” di cui alla L. n. 833 del 1978, art. 51. Si tratta di finanziamento pubblico al quale concorrono i cittadini con un contributo (art. 63 della medesima legge 833 e successivi interventi legislativi che ne hanno precisato l’ammontare e le modalità di determinazione, accertamento e riscossione, tra i quali la L. n. 438 del 1981, art. 16, la L. n. 41 del 1986, art. 31, la L. n. 413 del 1991, art. 14, la L. n. 421 del 1992, art. 1: già cd.

“tassa sulla salute”), che la giurisprudenza di questa Corte ritiene fermamente essere di natura tributaria, quale imposta (e non già tassa per la fruizione di un servizio) con destinazione del relativo gettito alla copertura di spese pubbliche, nonchè riconducibile, quale sovraimposta IRPEF, alle imposte sui redditi, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 2 (Cass., sez. un., 6 febbraio 2009, n. 2871).

Il rapporto di convenzionamento, pertanto, si distingue nettamente da quello della “libera professione” che il medico di medicina generale può svolgere in favore di chiunque, ma al di fuori della prestazione curativa di assistenza medicogenerica, senza, peraltro, recare “pregiudizio al corretto e puntuale svolgimento degli obblighi del medico, nello studio medico e al domicilio del paziente”, che detto rapporto di convenzionamento impone (D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 8, comma 1, lett. c).

3.2. – Tale il quadro normativo rilevante ratione temporis, in riferimento all’epoca (dicembre 1997) in cui si è verificato il fatto illecito ascritto al medico di medicina generale L.L. (riconducibile – come, del resto, in nessun caso è contestato – nell’ambito della prestazione di assistenza medico-generica in favore di B.P., del quale il medesimo L. era “medico di fiducia”), la cui responsabilità civile è ormai oggetto di statuizione passata in cosa giudicata, non essendo stata impugnata in parte qua la sentenza della Corte di appello di Torino, la quale ha riformato la decisione di primo grado di condanna dello stesso L. al risarcimento danni soltanto in punto di determinazione del quantum debeatur.

3.3. – Invero, anche le successive vicende normative confermano il medesimo assetto ordinamentale, accentuando semmai – nell’ambito della compiuta definizione degli standard di assistenza sanitaria, ora quali “livelli essenziali di assistenza” (D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 3, modificato dal D.Lgs. n. 269 del 1999: c.d. LEA) – i caratteri del sistema, in base ad una organizzazione sempre più volta a compenetrare l’azione delle “strutture operative a gestione diretta” (ossia quelle che si avvalgono del personale dipendente delle ASL) con i medici di medicina generale (art. 3-quinquies), ai quali resta sempre affidata l'”assistenza primaria, ivi compresa la continuità assistenziale”, la quale è realizzata attraverso “il necessario coordinamento e l’approccio multidisciplinare, in ambulatorio e a domicilio, tra medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, servizi di guardia medica notturna e festiva e i presidi specialistici ambulatoriali” (art. 3 citato).

Ed ancor più stringenti sono diventati i principi che devono essere considerati dagli accordi collettivi di cui all’art. 8 citato (come modificato dal citato D.Lgs. n. 229 e da successivi interventi legislativi), ai quali devono conformarsi le convenzioni con i medici di medicina generale. Principi che, tra l’altro, riguardano (comma 1): la necessità che le prestazioni da assicurare siano ricondotte ai LEA (lett. Oa) e che siano erogate in base a standard (lett. b- septies); l’organizzazione sull’arco dell’intera giornata dell’attività assistenziale, con offerta integrata tra medici di medicina generale, guardia medica e medicina dei servizi e degli specialisti ambulatoriali (lett. b-bis) ed individuazione di obiettivi e programmi da parte delle ASL (lett. b-sexies); la previsione dell’accesso “al ruolo unico per le funzioni di medico di medicina generale del Servizio sanitario nazionale”, in base ad “una graduatoria unica per titoli” (lett. f); la previsione della “adesione obbligatoria dei medici all’assetto organizzativo e al sistema informativo definiti da ciascuna regione, al Sistema informativo nazionale, compresi gli aspetti relativi al sistema della tessera sanitaria” (lett. m-ter).

ADSVETEMPODENATOSCRITTACiò in un contesto in cui viene ad affermarsi, dopo la riforma costituzionale del 2001, incidente sul Titolo 5 della Parte seconda della Costituzione, il concorso di competenze statali e regionali nella materia della tutela della salute, spettando allo Stato, in particolare, la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale (art. 117 Cost., comma 2, lett. m).

3.4. – In definitiva, l’impianto normativo sopra ricordato consente di affermare che l’assistenza medicogenerica è prestazione curativa che l’utente del S.S.N. ha diritto di ricevere secondo il livello stabilito dal piano sanitario nazionale (e, in epoca successiva, in base ai LEA) e, in questi termini, la ASL ha l’obbligo di erogare.

Tale è, del resto, la prospettiva verso cui, proprio in riferimento alle prestazioni assicurate dalla L. n. 833 del 1978, si è decisamente orientata la giurisprudenza costituzionale, assumendo che “ogni persona che si trovi nelle condizioni obiettive stabilite dalla legislazione sull’erogazione dei servizi sanitari ha “pieno e incondizionato diritto” a fruire delle prestazioni sanitarie erogabili, a norma di legge, come servizio pubblico a favore dei cittadini” (C. cost., sent. n. 455 del 1990 e, in precedenza, sent. n. 175 del 1982).

Dunque, occorre ribadire che il rapporto dell’utente con il S.S.N., nell’ambito del quale trova effettività il diritto alla salute (art. 32 Cost.) in quanto diritto costituzionale “a prestazioni positive”, basato su norme costituzionali di carattere programmatico (C. cost., sent. n. 218 del 1994), viene a connotarsi dei tratti del diritto soggettivo pieno ed incondizionato, ma nei limiti e secondo le modalità prescelte dal legislatore nell’attuazione della relativa tutela, ben potendo detti limiti e modalità essere conformati dai condizionamenti che lo stesso legislatore incontra nella distribuzione delle risorse finanziarie disponibili (tra le altre, C. cost., sentenze n. 309 del 1999, n. 432 del 2005 e n. 251 del 2008).

3.5. – Il diritto soggettivo dell’utente del S.S.N. all’assistenza medico-generica ed alla relativa prestazione curativa, nei limiti stabiliti normativamente (dapprima, dal piano sanitario nazionale e, poi, dai LEA), nasce, dunque, direttamente dalla legge ed è la legge stessa ad individuare la ASL come soggetto tenuto ad erogarla, avvalendosi di “personale” medico alle proprie dipendenze ovvero in rapporto di convenzionamento (avente natura di rapporto di lavoro autonomo “parasubordinato”).

Il medico convenzionato, scelto dall’utente iscritto al S.S.N. nei confronti della ASL, in un novero di medici già selezionati nell’accesso al rapporto di convenzionamento e in un ambito territoriale delimitato, è obbligato (e non può rifiutarsi, salvo casi peculiari sorretti da giustificazione e, dunque, sindacabili dalla stessa ASL) a prestare l’assistenza medico-generica, e dunque la prestazione curativa, soltanto in forza ed in base al rapporto di convenzionamento (e non già in base ad un titolo legale o negoziale che costituisca un rapporto giuridico diretto con l’utente), il quale rappresenta altresì la fonte che legittima la sua remunerazione da parte, esclusivamente, della ASL (essendo vietato qualsiasi compenso da parte dell’utente).

Le prestazioni di assistenza medico-generica, che sono parte dei livelli uniformi (e, poi, dei LEA) da garantirsi agli utenti del S.S.N., sono, infatti, finanziate dalla fiscalità generale, alla quale concorrono tutti i cittadini con il versamento di una imposta.

3.6. – Si viene, dunque, a configurare a carico della ASL una obbligazione ex lege di prestare l’assistenza medicogenerica all’utente del S.S.N., che viene adempiuta attraverso (secondo l’ipotesi che specificamente qui interessa) l’opera del medico convenzionato.

Sebbene non derivante da “contratto” (nè, ovviamente, da fatto illecito), la sua fonte è comunque da ricomprendersi tra quelle contemplate dall’art. 1173 cod. civ. (ossia, in “atto e fatto idoneo a produrle”) e la relativa disciplina è quella, se non altrimenti specificamente derogata, di cui al titolo 1 (“Delle obbligazioni in generale”) del libro quarto del codice civile e cioè dettata dagli artt. 1173 e ss. cod. civ.. Si tratta, dunque, di obbligazione qaoad effectum contrattuale, per cui, segnatamente nella sua fase patologica, vengono in rilievo le disposizioni di cui agli artt. 1218 c.c. e ss.

In altri termini, posto che l’assistenza medico-generica si configura – nei limiti in cui la legge ne assicura l’erogazione – come diritto soggettivo pieno ed incondizionato dell’utente del S.S.N., questi è “creditore” nei confronti della ASL, che, in quanto soggetto pubblico ex lege tenuto ad erogare detta prestazione curativa (per conto del S.S.N.), assume la veste di “debitore”.

Il “debitore” ASL, nell’erogare la prestazione curativa dell’assistenza medico-generica, si avvale, poi, di “personale” medico dipendente o in rapporto di convenzionamento.

In particolare, il rapporto di convenzionamento, come detto, assume natura di rapporto di lavoro autonomo, ma con i caratteri della “parasubordinazione”, ossia – come affermato costantemente da questa Corte (tra le tante, Cass., 19 aprile 2002, n. 5698) – in presenza della continuità della prestazione, della sua personalità e, in particolare, della coordinazione, “intesa come connessione funzionale derivante da un protratto inserimento nell’organizzazione aziendale o, più in generale, nelle finalità perseguite dal committente e caratterizzata dall’ingerenza di quest’ultimo nell’attività del prestatore”. E tali caratteri sono stati da sempre riconosciuti dalla giurisprudenza di questa Corte (come in precedenza evidenziato) nel rapporto di convenzionamento tra medici generici e ASL, operando i primi per il soddisfare gli scopi istituzionali della seconda.

Proprio in tale ottica risulta, del resto, significativo il riferimento, che si coglie segnatamente nel citato D.P.R. n. 484 del 1996, alla figura del medico di medicina generale come “parte integrante ed essenziale dell’organizzazione sanitaria complessiva”, operando “a livello distrettuale per l’erogazione delle prestazioni demandategli dal Piano sanitario nazionale”.

Dunque, il medico generico convenzionato è ausiliario della ASL quanto all’adempimento (e, in tal senso, proprio limitatamente all’adempimento dell’obbligazione, senza incidere quindi sulla soggettività del relativo rapporto, il medico convenzionato può caratterizzarsi anche come sostituto della ASL), da parte di quest’ultima, dell’obbligazione ex lege di prestare assistenza medico- generica all’utente iscritto negli elenchi del S.S.N.

ADENAROSVEGLIAIl medico convenzionato non è, infatti, parte di detto rapporto giuridico obbligatorio, di durata, ma interviene nella fase del suo svolgimento, per rendere la prestazione curativa che la USL è tenuta per legge ad erogare secondo livelli prestabiliti normativamente. E l’adempimento dovrà avvenire nell’ambito di tale predeterminata prestazione, come tale soggetto al controllo della stessa ASL (cfr.

D.P.R. n. 484 del 1996, art. 12, sulla responsabilità del medicogenerico per infrazioni alle norme sulle prescrizioni e proposte sanitarie; cosi come, peraltro, il controllo del debitore ASL si esercita sull’idoneità dei locali e delle attrezzature utilizzati dal medico convenzionato per rendere la prestazione curativa dovuta, nonchè sul rispetto dell’orario, predeterminato, ad essa dedicato: art. 22 del medesimo d.P.R.), rimanendo la prestazione medesima, ovviamente, libera nei contenuti tecnici-professionali suoi propri (come, del resto, lo è in tutti i casi in cui essa viene prestata, sia in regime di subordinazione, che libero professionale), in quanto espressione di opera intellettuale a carattere scientifico, oggetto di protezione legale (art. 2229 cod. civ.).

3.7. – Di qui, pertanto, in ipotesi di illecito commesso dal medico convenzionato nell’adempimento della prestazione curativa di assistenza medico-generica, l’operatività dell’art. 1228 cod. civ. nei confronti della stessa ASL, quale norma che questa Corte, del resto, ha già ritenuto pienamente applicabile in riferimento alla posizione della struttura sanitaria pubblica (e, quindi, in relazione alla pubblica amministrazione) per l’attività sanitaria svolta dal personale medico dipendente, là dove la natura del rapporto che lega l’ausiliario al debitore non assume però rilievo ai fini dell’applicazione della stessa anzidetta disposizione.

Infatti, perchè possa operare l’art. 1228 cod. civ. non è affatto dirimente la natura del rapporto che lega il debitore all’ausiliario, ma trova fondamentale importanza la circostanza che il debitore in ogni caso si avvalga dell’opera del terzo nell’attuazione della sua obbligazione, ponendo tale opera a disposizione del creditore, sicchè la stessa risulti cosi inserita nel procedimento esecutivo del rapporto obbligatorio (Cass., 26 maggio 2011, n. 11590). La responsabilità di chi si avvale dell’esplicazione dell’attività del terzo per l’adempimento della propria obbligazione contrattuale trova allora radice non già in una colpa in eligendo degli ausiliari o in vigilando circa il loro operato, bensi nel rischio connaturato all’utilizzazione dei terzi nell’adempimento dell’obbligazione: “sul principio cuius commoda, cuius et incommoda, o, più precisamente, dell’appropriazione o “avvalimento” dell’attività altrui per l’adempimento della propria obbligazione, comportante l’assunzione del rischio per i danni che al creditore ne derivino” (così Cass., 6 giugno 2014, n. 12833).

3.8. – Nella fattispecie (diversamente, quindi, da altre ipotesi in cui il servizio pubblico venga devoluto a privati, come accade per le concessioni di pubblico servizio, là dove il rapporto che si instaura – al di là della fonte che lo possa regolare – è direttamente con il concessionario, il quale è debitore dell’utente del servizio e, pertanto, non ausiliario della p.a. concedente, potendo quest’ultima semmai rispondere dell’operato del concessionario solo per omessa vigilanza od omesso controllo), l’obbligo di erogare la prestazione curativa dell’assistenza medico- generica sussiste esclusivamente in capo alla USL ed essa è resa avvalendosi del medico con essa ASL convenzionato, che assume rilievo in guisa di elemento modale dell’adempimento di detta prestazione di durata, senza che tale fenomeno possa essere intaccato dalla “scelta” dell’utente, la quale, oltre ad essere effettuata a monte nei confronti del debitore ASL (senza giuridico coinvolgimento del medico prescelto), è ristretta “nei limiti oggettivi dell’organizzazione dei servizi sanitari” e, dunque, esercitabile nell’ambito del “personale” del S.S.N. che la stessa ASL ha previamente selezionato, mediante l’accesso al convenzionamento.

E’, dunque, una scelta che si realizza all’interno dell’organizzazione del servizio sanitario predisposto dalla ASL, del quale il medico convenzionato è parte integrante, e, quindi, come tale, cade sempre su un “ausiliario” della stessa ASL. In tale ottica rileva, pertanto, la stessa giurisprudenza di questa Corte che ha affermato l’irrilevanza, ai fini del riconoscimento della responsabilità ex art. 1228 cod. civ. della struttura sanitaria, della scelta del medico da parte del paziente (o del suo consenso su quella operata dalla stessa struttura), là dove il medico prescelto sia inserito nella struttura anzidetta (cfr., tra le altre, Cass., 14 luglio 2004, n. 13066; Cass., 2 febbraio 2005, n. 2042; Cass., 26 gennaio 2006, n. 1698; Cass., 13 aprile 2007, n. 8826).

Del resto, che il fattore della “scelta fiduciaria” non assuma rilievo dirimente negativo in funzione della configurazione del medico convenzionato come “ausiliario” è circostanza che trova conforto anche nel fatto – già in precedenza messo in risalto – che è la stessa legge a consentire che detta scelta possa investire, in via alternativa, pure il medico dipendente della ASL, cosi da rendere fungibili i possibili moduli organizzativi volti ad assicurare, da parte della ASL, la prestazione di assistenza medico-generica, nei limiti (livelli e standard) in cui questa è normativamente erogabile.

E ciò fornisce anche la dimensione di quanto l’aspetto attinente ai contenuti tecnico-professionali della prestazione non incida sulla complessiva ricostruzione giuridica che precede, posto che non è dato dubitare che anche il medico in regime lavorativo dipendente con la ASL – e, quindi, in rapporto di sicura “ausiliarietà” con la medesima Azienda – debba godere, ove fosse scelto come “medico di fiducia”, di piena autonomia quanto al concreto dispiegarsi della prestazione curativa in favore del paziente, utente del S.S.N..

Dunque, non può che ribadirsi che il medico generico (o di base) convenzionato, nello svolgimento della propria attività professionale, adempie una obbligazione della ASL nei confronti degli assistiti/utenti del S.S.N. e la adempie per conto e nell’interesse di quella.

3.9. – Quanto, poi, alla natura della responsabilità del medico convenzionato nei confronti dell’utente (profilo che, nella specie, non costituisce oggetto specifico di scrutinio, essendovi già il giudicato sulla responsabilità civile del L.), con il quale non sussiste alcun vincolo negoziale od obbligatorio ex lege preesistente all’espletamento in concreto della prestazione curativa, è sufficiente osservare che essa è da ricondursi al “contatto sociale”, tenuto conto dell’affidamento che egli crea per essere stato prescelto per rendere l’assistenza sanitaria dovuta e sulla base di una professione protetta. La sua prestazione (e per l’effetto il contenuto della sua responsabilità) per quanto non derivante da contratto, ma da altra fonte (art. 1173 cod. civ.), ha un contenuto contrattuale (in tal senso la consolidata giurisprudenza di questa Corte a partire dalla sentenza n. 589 del 22 gennaio del 1999).

3.10. – Le complessive considerazioni che precedono consentono, quindi, di superare le obiezioni mosse dalla parte controricorrente, sulla scorta, segnatamente, della giurisprudenza delle sezioni penali di questa Corte (incentrata sull’assenza di controllo e vigilanza della ASL sul medico convenzionato, anche in relazione ai contenuti della prestazione prettamente professionale; sulla mancanza di immedesimazione organica del medico nella ASL; sulla mancanza di ogni rapporto, o “contatto”, tra ASL e cittadino paziente e sul riconoscimento che “unico debitore del “servizio sanitario” deve essere considerato il medico”: tra le altre, Cass. pen. n. 34460/2013, Cass. pen. n. 36502 del 2008, Cass. pen. n. 41982 del 2012), alla quale aveva fatto riferimento anche la Corte di appello di Torino nella impugnata sentenza, erroneamente escludendo la responsabilità civile della ASL TO (OMISSIS).

3.11. – Deve, pertanto, essere enunciato il seguente principio di diritto:

“L’ASL è responsabile civilmente, ai sensi dell’art. 1228 cod. civ., del fatto illecito che il medico, con essa convenzionato per l’assistenza medico-generica, abbia commesso in esecuzione della prestazione curativa, ove resa nei limiti in cui la stessa è assicurata e garantita dal S.S.N. in base ai livelli stabiliti secondo la legge”.

  1. – Va, dunque, accolto il primo motivo di ricorso, con assorbimento del secondo mezzo (proposto solo in via subordinata alla reiezione del primo).

La sentenza impugnata deve essere cassata in relazione e, non essendo necessari ulteriori accertamenti in fatto, la causa può essere decisa nel merito, ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ..

Come detto, vi è, difatti, giudicato sulla responsabilità civile del medico convenzionato L.L. per un fatto illecito concernente la prestazione curativa di assistenza medico-generica resa in favore di B.P., con condanna del medesimo L. al risarcimento dei danni, liquidati nei gradi di merito.

La ASL TO (OMISSIS) (già ASL (OMISSIS) di Chivasso) deve, pertanto, essere condannata, in solido con il L., al pagamento, in favore di V.M., in proprio e quale erede di B.P., e di B.E., quale erede di B.P., della stessa somma risarcitoria già liquidata (in base alla sentenza di primo grado, come parzialmente riformata dalla sentenza impugnata in questa sede) e posta a carico del medesimo L..

  1. – Quanto alla regolamentazione delle spese processuali, la ASL TO (OMISSIS) va condannata al pagamento di quelle relative ai gradi di merito, nella stessa misura liquidata a carico del L. in primo e secondo grado.

Le spese del presente giudizio di legittimità vanno interamente compensate tra i ricorrenti e la ASL TO (OMISSIS), in ragione della novità e rilevanza della quaestio iuris su cui si è incentrata l’impugnazione. Devono, altresì, essere interamente compensate le anzidette spese tra gli stessi ricorrenti e gli intimati L. L. e Bi.Pa., in quanto l’impugnazione è stata, in questa sede, rivolta unicamente nei confronti della ASL.

P.Q.M.

LA CORTE accoglie il primo motivo di ricorso e dichiara assorbito il secondo motivo;

cassa in relazione la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, condanna la ASL TO (OMISSIS) (già ASL (OMISSIS) di Chivasso), in solido con L.L., al pagamento, in favore di V.M., in proprio e quale erede di B.P., e di B.E., quale erede di B.P., della stessa somma risarcitoria già liquidata e posta a carico del L. nei gradi di merito;

condanna, altresì, la medesima ASL TO (OMISSIS) al pagamento, in favore dei ricorrenti, delle spese processuali dei due gradi merito, che liquida nello stesso importo già liquidato e posto a carico di L.L. in primo ed in secondo grado;

compensa interamente, tra tutte le parti, le spese di lite del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza civile della Corte suprema di Cassazione, il 16 gennaio 2015.

Depositato in Cancelleria il 27 marzo 2015

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