SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” Testamento olografo – Autografia –

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” 

Testamento olografo

– Autografia –

VICENZA BOLOGNA TREVISO MILANO RAVENNA PAVIA FORLI RIMINI CESENA IMA FAENZA LUGO MANTOVA PADOVA ROVIGO AVVOCATO ESPERTO CAUSE E SOLUZIONI EREDITARIE

CHIAMA SUBITO AVVOCATO ESPERTO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA 051 6447838

Ai fini dell’identificazione del requisito dell’autografia del testamento olografo è necessario distinguere tra la dichiarazione di ultima volontà e il documento cartaceo sul quale essa è vergata, di tal che detto requisito è rispettato quando la disposizione di ultima volontà sia stata interamente scritta di pugno dal testatore e da lui sottoscritta pur se il documento cartaceo che la reca contenga scritti di mano aliena in una parte diversa da quella occupata dalla disposizione testamentaria; mentre la nullità per difetto di autografia del testamento è configurabile allorchè l’intervento del terzo ne elimini il carattere di stretta personalità, interferendo sulla volontà di disporre del testatore, come avviene quando nel corpo della disposizione di ultima volontà anche una sola parola sia di mano altrui e risulti scritta dal terzo durante la confezione del testamento, ancorchè su incarico o col consenso del testatore. (Nella specie, in applicazione del principio di cui in massima, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva escluso la nullità del testamento olografo in un caso nel quale nel documento cartaceo, contenente la disposizione di ultima volontà interamente scritta dal “de cuius” e, immediatamente sotto, la sottoscrizione dello stesso, comparivano anche, redatte da mano aliena, le sottoscrizioni di due infermiere che gli prestavano assistenza e altre scritte in stampatello riproducenti i nomi e gli indirizzi delle stesse).

a guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia, indispensabile per la validità del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda rispetto alla volontà del testatore ed essendo ultroneo verificare se la “mano guidante” sia intervenuta (come nella specie) su tutta la scheda testamentaria, trattandosi di condotta in ogni caso idonea ad alterare la personalità ed abitualità del gesto scrittorio e tale da condizionare l’accertamento della validità del testamento alla verifica di ulteriori circostanze – quali l’effettiva finalità dell’aiuto del terzo o la corrispondenza del testo scritto alla volontà dell’adiuvato – che minerebbero le finalità di chiarezza e semplificazione alla base della disciplina del testamento olografo. (Rigetta, CORTE D’APPELLO TORINO, 13/01/2015)

il procedimento di verificazione di cui agli artt. 214 e 215 c.p.c. ha la funzione di accertare l’autenticità della scrittura privata o della sottoscrizione disconosciuta allo scopo di consentire alla parte che vi ha interesse di avvalersene nel giudizio in corso, per cui il giudice di merito – che ha il compito di stabilire quali scritture debbano servire da comparazione – non è vincolato da alcuna graduatoria tra le fonti di accertamento dell’autenticità, ben potendo utilizzare, in virtù del principio generale dell’acquisizione della prova, anche le scritture prodotte dalla parte diversa da quella che ha proposto l’istanza di verificazione. Peraltro, la scrittura privata può assolvere alla funzione di comparazione quando sussista il dato positivo del suo riconoscimento espresso o tacito, ovvero quando non ne sia stata contestata l’autenticità, mentre la sua inidoneità a fornire la prova dell’autenticità della scrittura o della sottoscrizione disconosciuta non determina l’inammissibilità dell’istanza di verificazione, ma si riflette sul suo esito. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che l’accertamento tecnico sull’autografia del testamento olografo fosse stato correttamente eseguito mediante utilizzazione, quali scritture di comparazione, di documenti prodotti dalla parte convenuta, nonostante la parte attrice, che aveva avanzato l’istanza di verificazione, si fosse opposta al loro impiego).

Data dell’atto – Successione testamentaria – Forma dei testamenti – Testamento olografo – Autografia – Data dell’atto – Indicazione completa del giorno, mese ed anno – Necessità – Omissione totale o parziale – Annullamento del testamento – Valutazione della rilevanza sul regolamento d’interessi contenuto nell’atto .In tema di validità del testamento olografo, la completa indicazione della data, composta di giorno, mese ed anno, costituisce un requisito essenziale di forma dell’atto anche nel caso in cui, in concreto, l’omissione sia irrilevante rispetto al regolamento d’interessi risultante dalle disposizioni testamentarie

Sez. U, Sentenza n. 19597 del 18/09/2020 (Rv. 658833 – 03)

Nelle controversie relative alla spettanza e alla misura degli interessi moratori, l’onere della prova, ai sensi dell’art. 2697 c.c., si atteggia nel senso che il debitore che intenda dimostrare l’entità usuraria degli stessi è tenuto a dedurre il tipo contrattuale, la clausola negoziale relativa agli interessi moratori e quelli applicati in concreto, l’eventuale qualità di consumatore, la misura del T.e.g.m. nel periodo considerato e gli altri elementi contenuti nel decreto ministeriale di riferimento, mentre la controparte dovrà allegare e provare i fatti modificativi o estintivi dell’altrui diritto.

Sez. U, Sentenza n. 6459 del 6/03/2020 (Rv. 657212 – 02)

La dichiarazione unilaterale scritta dal fiduciario, ricognitiva dell’intestazione fiduciaria dell’immobile e promissiva del suo ritrasferimento al fiduciante, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma, rappresentando una promessa di pagamento, ha soltanto effetto confermativo del preesistente rapporto nascente dal patto fiduciario, realizzando, ai sensi dell’art. 1888 c.c., una astrazione processuale della causa, con conseguente esonero a favore del fiduciante, destinatario della “contra se pronuntiatio”, dell’onere della prova del rapporto fondamentale, che si presume fino a prova contraria.

Sez. U, Sentenza n. 15895 del 13/06/2019 (Rv. 654580 – 01)

In tema di prescrizione estintiva, l’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da apertura di credito, è soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, unita alla dichiarazione di volerne profittare, senza che sia necessaria l’indicazione delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte.

).

Sez. U, Sentenza n. 11748 del 03/05/2019 (Rv. 653791 – 01)

In materia di garanzia per i vizi della cosa venduta di cui all’articolo 1490 c.c., il compratore che esercita le azioni di risoluzione del contratto o di riduzione del prezzo di cui all’articolo 1492 c.c. è gravato dell’onere di offrire la prova dell’esistenza dei vizi.

VICENZA BOLOGNA TREVISO MILANO RAVENNA PAVIA FORLI RIMINI CESENA IMA FAENZA LUGO MANTOVA PADOVA ROVIGO AVVOCATO ESPERTO CAUSE E SOLUZIONI EREDITARIE

CHIAMA SUBITO AVVOCATO ESPERTO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA 051 6447838

VIZI DELLA CASA QUANDO SI COMPRA AVVOCATO BOLOGNA

VIZI DELLA CASA QUANDO SI COMPRA AVVOCATO BOLOGNA

HAI COMPRATO UNA CASA E VI SONO GRAVI VIZI?

TRIBUNALE MILANO
eredita’ tra fratellio Bologna

HAI DEI DANNI E NON SAI COME FARE?

TI HANNO VENDUTO SENZA ABITABILITA’ ?

VI SONO INFILTRAZIONI GRAVI?

Gli acquirenti di un immobile edificato in difformità dalla concessione edilizia, che abbiano chiesto (ed ottenuto) la sanatoria di cui all’ art. 31 della l. n. 47 del 1985 in qualità di proprietari del bene, possono agire in giudizio per la riduzione del prezzo, ai sensi degli artt. 1490 e 1492 c.c., ma non anche esercitare il diritto di rivalsa ex art. 6 della medesima l. n. 47, qualora le lamentate difformità non risultino essenziali o totali rispetto alla rilasciata concessione. La casistica elaborata dalla giurisprudenza di merito sulla consegna di aliud pro alio in materia di compravendita di auto è stata, diffusamente, richiamata nella replica della terza chiamata, e contempla ipotesi non assimilabili alla fattispecie de qua; né la parte attrice ha fornito la prova della differenza di genere del bene acquistato da quello pattuito (Cass. n. 8803/2015, cit.).

L’accoglimento delle eccezioni di prescrizione e decadenza investe, necessariamente, l’azione risarcitoria ex art. 1494 c.c..

La questione relativa agli effetti che l’intervenuta decadenza e prescrizione (quindi il rigetto della domanda) è destinata a produrre sulla domanda di manleva va risolta alla luce di quanto chiarito dalla Suprema Corte, che ne ravvisa l’assorbimento, in senso proprio, per sopravvenuto difetto d’interesse della parte, che “con la pronuncia sulla domanda assorbente – rispetto alla quale la questione assorbita si pone in rapporto di esclusione – ha conseguito la tutela richiesta nel modo più pieno” (Cass. civ., sez. VI, ord. n. 13534 del 30/5/2018). Il venditore di un bene immobile ha l’obbligo non solo di garantire che la res venduta sia immune da vizi ex art. 1490 c.c. e di trasferire all’acquirente un fabbricato conforme all’atto amministrativo di assenso della costruzione e, dunque, idoneo ad ottenere l’agibilità prevista, ma anche di consegnargli il relativo certificato, curandone la richiesta e sostenendo le spese necessarie al rilascio.  L’inadempimento di quest’ultima obbligazione è ex se foriero di danno emergente, perché costringe l’acquirente a provvedere in proprio ovvero a ritenere l’immobile con un valore di scambio inferiore a quello che esso diversamente avrebbe, a prescindere dalla circostanza che il bene sia alienato o comunque destinato all’alienazione a terzi. 

In forza dell’ art. 1497 c.c. qualora la cosa venduta difetti delle qualità promesse o di quelle essenziali per l’uso a cui è destinata e, parimenti, in caso di aliud pro alio, il compratore ha diritto di esperire l’azione di risoluzione del contratto per inadempimento ex art. 1453 c.c.. La situazione che legittima la proposizione di tale domanda va ritenuta sussistente allorché la diversità tra la cosa venduta e quella consegnata incida sulla natura, sull’individualità, sulla consistenza e sulla destinazione del bene al punto che esso appartenga ad un genere del tutto diverso da quello che l’acquirente intendeva comprare. … In altri termini, la res tradita deve essere difforme per essenza, consistenza, destinazione ed appartenere ad una specie diversa da quella acquistata ovvero difettare delle qualità necessarie ad assolvere alla sua naturale funzione economico-sociale e, in tale ultima categoria, va fatto rientrare il caso in cui sia avvenuta l’alienazione di un immobile come ad uso abitativo ma privo, in realtà del certificato di abitabilità. avvocati a bologna

Cass. civ. Sez. II Ord., 28/04/2021, n. 11211 rv. 661215-03

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… VENDITA – Obbligazioni del venditore – Garanzia per i vizi della cosa venduta (nozione, distinzioni) – Effetti della garanzia – Riduzione del prezzo – In genere – Immobile costruito in difformità dalla concessione edilizia – Alienazione – Richiesta di sanatoria presentata dagli acquirenti “ex lege” n. 47 del 1985 – Difformità non essenziali o totali rispetto alla concessione edilizia – Rivalsa nei confronti del costruttore ex art. 6 della stessa legge n. 47 – Inammissibilità – Diritto alla riduzione del prezzo ex artt. 1490 e 1492 c.c. – Sussistenza … Gli acquirenti di un immobile edificato in difformità dalla concessione edilizia, che abbiano chiesto (ed ottenuto) la sanatoria di cui all’ art. 31 della l. n. 47 del 1985 in qualità di proprietari del bene, possono agire in giudizio per la riduzione del prezzo, ai sensi degli artt. 1490 e 1492 c.c., ma non anche esercitare il diritto di rivalsa ex art. 6 della medesima l. n. 47, qualora le lamentate difformità non risultino essenziali o totali rispetto alla rilasciata concessione. …

Sentenza di riferimento: Cass. civ. Sez. II, Ord., (ud. 18/02/2021) 28/04/2021, n. 11211

    1. VENDITA
    2. In genere

Tribunale Brescia Sez. II Sent., 19/02/2021

… Parti: Samec S.p.A. Costruzioni Meccaniche c. Gruppo Bossoni S.p.A. L’inidoneità all’uso è una conseguenza dei vizi mentre, in caso di aliud pro alio, è la conseguenza della differenza di genere tra il bene venduto ed il bene consegnato, perciò stesso inadatto a fornire l’utilità richiesta dal compratore. .

In altre parole, secondo la Cassazione, in caso di bene viziato, l’inidoneità all’uso è una conseguenza dei vizi mentre, in caso di aliud pro alio, è la conseguenza della differenza di genere tra il bene venduto ed il bene consegnato, perciò stesso inadatto a fornire l’utilità richiesta dal compratore.

La casistica elaborata dalla giurisprudenza di merito sulla consegna di aliud pro alio in materia di compravendita di auto è stata, diffusamente, richiamata nella replica della terza chiamata, e contempla ipotesi non assimilabili alla fattispecie de qua; né la parte attrice ha fornito la prova della differenza di genere del bene acquistato da quello pattuito (Cass. n. 8803/2015, cit.).

L’accoglimento delle eccezioni di prescrizione e decadenza investe, necessariamente, l’azione risarcitoria ex art. 1494 c.c..

La questione relativa agli effetti che l’intervenuta decadenza e prescrizione (quindi il rigetto della domanda) è destinata a produrre sulla domanda di manleva va risolta alla luce di quanto chiarito dalla Suprema Corte, che ne ravvisa l’assorbimento, in senso proprio, per sopravvenuto difetto d’interesse della parte, che “con la pronuncia sulla domanda assorbente – rispetto alla quale la questione assorbita si pone in rapporto di esclusione – ha conseguito la tutela richiesta nel modo più pieno” (Cass. civ., sez. VI, ord. n. 13534 del 30/5/2018).

Sentenza di riferimento: Tribunale Brescia Sez. II, Sent., 19/02/2021

    1. VENDITA
    2. Obbligazioni del venditore

Tribunale Vicenza Sent., 09/09/2020

… Il venditore di un bene immobile ha l’obbligo non solo di garantire che la res venduta sia immune da vizi ex art. 1490 c.c. e di trasferire all’acquirente un fabbricato conforme all’atto amministrativo di assenso della costruzione e, dunque, idoneo ad ottenere l’agibilità prevista, ma anche di consegnargli il relativo certificato, curandone la richiesta e sostenendo le spese necessarie al rilascio.  L’inadempimento di quest’ultima obbligazione è ex se foriero di danno emergente, perché costringe l’acquirente a provvedere in proprio ovvero a ritenere l’immobile con un valore di scambio inferiore a quello che esso diversamente avrebbe, a prescindere dalla circostanza che il bene sia alienato o comunque destinato all’alienazione a terzi. 

Cass. civ. Sez. II Sent., 21/05/2020, n. 9374 rv. 657752-01

… APPALTO (CONTRATTO DI) – Rovina e difetti di cose immobili (responsabilita’ del costruttore) – Decadenza dalla garanzia – In genere – Appalto – Acquisto di materiali da terzi – Vizi – Rimedi esperibili – VENDITA – Obbligazioni del venditore – Garanzia per i vizi della cosa venduta (nozione, distinzioni) – Effetti della garanzia – Risarcimento del danno – In genere … In tema di appalto, l’appaltatore si trova, rispetto ai materiali acquistati presso terzi e messi in opera in esecuzione del contratto, in una posizione analoga a quella dell’acquirente successivo nell’ipotesi della cd. “vendita a catena”, potendosi, conseguentemente, configurare, in suo favore, due distinte fattispecie di azioni risarcitorie: quella contrattuale relativa ai danni propriamente connessi all’inadempimento in ragione del vincolo negoziale, deducibili con l’azione contrattuale ex art. 1494 , comma 2, c.c. relativa alla compravendita (corrispondente, per l’appalto, a quella ex art. 1668 c.c.), e quella extracontrattuale per essere tenuto indenne di quanto versato al committente ex art. 1669 c.c. in ragione dei danni sofferti per i vizi dei materiali posti in opera. 

    1. PRESCRIZIONE E DECADENZA CIVILE

Tribunale Cosenza Sez. II Sent., 27/04/2020

… Parti: Impresa Italiano Giasone c. Cima Costruzioni Generali SRL … In tema di vizi della cosa venduta, la prescrizione dell’azione di garanzia accordata al compratore decorre, in ogni caso, dalla consegna allo stesso del bene, non rilevando in senso contrario che l’acquirente non abbia la possibilità di scoprire il vizio, nonostante l’avvenuta consegna, o che questo gli sia stato dolosamente occultato dal venditore, con espedienti o raggiri, salva tuttavia la possibilità, in tale ultimo caso, di invocare la sospensione della prescrizione, agli effetti dell’ art. 2941 , n. 8, c.c., ove si accerti la sussistenza di una dichiarazione del venditore, non solo obiettivamente contraria al vero quanto, altresì, caratterizzata dalla consapevolezza dell’esistenza della circostanza taciuta e dalla conseguente volontà decipiente. …

  1. Obbligazioni del venditore

Tribunale Velletri Sez. I Sent., 21/04/2020

 

 Ove la compravendita abbia per oggetto un immobile costruito in difformità del progetto edilizio approvato, non si ha nullità del contratto per illiceità o impossibilità dell’oggetto né vizio della cosa venduta, secondo la previsione dell’ art. 1490 c.c. Pertanto, quando, in conseguenza della accertata difformità della costruzione rispetto al progetto edilizio sopraggiunga l’ordine amministrativo di demolizione dell’opera illegittima, si producono gli effetti sostanziali dell’evizione totale o parziale ( art. 1483 , 1484 c.c.), a seconda che sia disposta la eliminazione integrale o soltanto per una parte della costruzione, e, quindi, il venditore, anche se non tenuto alla garanzia per essere l’acquirente a conoscenza della difformità dell’immobile rispetto al progetto approvato, dovrà pur sempre restituire a quest’ultimo il prezzo e rimborsargli le spese, salvo il caso in cui la compravendita sia stata conclusa a rischio e pericolo del compratore.  PRESCRIZIONE E DECADENZA CIVILE

    1. VENDITA
    2. Obbligazioni del venditore

Tribunale Milano Sez. VII Sent., 16/01/2020

… Parti: Franco Di Giglio c. Iaconelli Costruzioni SRL … In tema di vizi della cosa venduta, la prescrizione dell’azione di garanzia accordata al compratore decorre, in ogni caso, dalla consegna allo stesso del bene, non rilevando in senso contrario che l’acquirente non abbia la possibilità di scoprire il vizio, nonostante l’avvenuta consegna, o che questo gli sia stato dolosamente occultato dal venditore, con espedienti o raggiri, salva tuttavia la possibilità, in tale ultimo caso, di invocare la sospensione della prescrizione agli effetti dell’ art. 2941 n. 8, c.c., ove si accerti la sussistenza di una dichiarazione del venditore, non solo obiettivamente contraria al vero quanto, altresì, caratterizzata dalla consapevolezza dell’esistenza della circostanza taciuta e dalla conseguente volontà decipiente. …

Sentenza di riferimento:  VENDITA

  1. Obbligazioni del venditore

Tribunale Savona Sent., 03/06/2019

In forza dell’ art. 1497 c.c. qualora la cosa venduta difetti delle qualità promesse o di quelle essenziali per l’uso a cui è destinata e, parimenti, in caso di aliud pro alio, il compratore ha diritto di esperire l’azione di risoluzione del contratto per inadempimento ex art. 1453 c.c.. La situazione che legittima la proposizione di tale domanda va ritenuta sussistente allorché la diversità tra la cosa venduta e quella consegnata incida sulla natura, sull’individualità, sulla consistenza e sulla destinazione del bene al punto che esso appartenga ad un genere del tutto diverso da quello che l’acquirente intendeva comprare. … In altri termini, la res tradita deve essere difforme per essenza, consistenza, destinazione ed appartenere ad una specie diversa da quella acquistata ovvero difettare delle qualità necessarie ad assolvere alla sua naturale funzione economico-sociale e, in tale ultima categoria, va fatto rientrare il caso in cui sia avvenuta l’alienazione di un immobile come ad uso abitativo ma privo, in realtà del certificato di abitabilità. 

Tribunale Brescia Sez. II Sent., 09/01/2018

I

… Le diffuse infiltrazioni d’acqua costituiscono vizio dell’immobile, tale da determinare significativo pregiudizio al godimento dei locali e diminuzione del valore della cosa venduta, presupposto di responsabilità a carico del venditore, non solo ai sensi dell’art. 1490/1494 c.c. ma altresì, ai sensi dell’ art. 1667 c.c.. …

Cass. civ. Sez. II Sent., 23/11/2017, n. 27916 rv. 647027-01

… VENDITA – Singole specie di vendita – Di cose immobili – In genere vendita di immobile – Falsa rappresentazione circa la potenzialità edificatoria – Rimedi esperibili … In nessun caso sono applicabili alla fattispecie gli artt. 1490 e 1492 c.c., relativi ai vizi redibitori, che attengono esclusivamente alla materialità del bene venduto. 

Cass. civ. Sez. II Ord., 16/10/2017, n. 24343 rv. 645864-01

 VENDITA – Obbligazioni del venditore – Garanzia per i vizi della cosa venduta (nozione, distinzioni) – In genere compravendita di immobile – Difetti conseguenti alla vetustà dell’edificio o delle tecniche costruttive – Responsabilità dell’alienante ex art. 1490 c.c. – Esclusione – Limiti – VENDITA – Obbligazioni del venditore – Garanzia per i vizi della cosa venduta (nozione, distinzioni) – Esclusione della garanzia – Vizi facilmente riconoscibili in genere … In caso di vendita di un bene appartenente a un edificio condominiale di risalente costruzione, i difetti materiali conseguenti al concreto ed accertato stato di vetustà ovvero al tempo di realizzazione delle tecniche costruttive utilizzate, non integrano un vizio rilevante ai fini previsti dall’ art. 1490 c.c., essendo la garanzia in esame esclusa tutte le volte in cui, a norma dell’ art. 1491 c.c., il vizio era facilmente riconoscibile, salvo che, in quest’ultimo caso, il venditore abbia dichiarato che la cosa era immune da vizi. 

Cass. civ. Sez. II Sent., 28/07/2017, n. 18891 rv. 645228-02

… APPALTO (CONTRATTO DI) – Responsabilita’ – Dell’appaltatore vizi della cosa venduta – Responsabilità ex art. 1669 c.c. in capo al venditore che abbia eseguito lavori di manutenzione di lunga durata o di ristrutturazione prima della compravendita – Sussistenza – APPALTO (CONTRATTO DI) – Rovina e difetti di cose immobili (responsabilita’ del costruttore) – In genere in genere – VENDITA – Obbligazioni del venditore – Garanzia per i vizi della cosa venduta (nozione, distinzioni) – Effetti della garanzia – Riduzione del prezzo – Alienazione o trasformazione della cosa in genere … Il venditore che, sotto la propria direzione e controllo, abbia fatto eseguire sull’immobile successivamente alienato opere di ristrutturazione edilizia ovvero interventi manutentivi o modificativi di lunga durata, che rovinino o presentino gravi difetti, ne risponde nei confronti dell’acquirente ai sensi dell’ art. 1669 c.c.. (Cassa con rinvio, CORTE

  1. Obbligazioni del venditore

Tribunale Bari Sez. III, 27/10/2015

 

L’azione di risarcimento dei danni di cui all’ art. 1494 del Codice Civile in merito ai vizi che dovesse presentare la cosa venduta si appalesa cumulabile sia con la domanda di risoluzione del contratto che con quella di riduzione del prezzo benché esercitabile anche in via autonoma stante la diversità dei presupposti rispetto a quanto statuito dall’ art. 1492 del Codice Civile e sempre che ricorrano le condizioni indicate nel successivo art. 1495 tra le quali occorre annoverare l’inidoneità all’uso cui era preposta, la mancata conoscenza dei vizi della cosa ovvero che gli stessi non fossero comunque facilmente riconoscibili. …

Tribunale Vicenza Sez. II, 25/05/2015

 

… La presenza di irregolarità amministrative che rendono non commerciabile il compendio immobiliare in comunione, costituisce circostanza ostativa alla relativa divisione, anche qualora richiesta in sede giudiziale. … L’esito è il medesimo sia nel caso in cui vi sia la richiesta di assegnazione del bene (abusivo) in comunione, sia nel caso in cui il bene debba essere venduto all’asta, poiché in entrambe le ipotesi la pronuncia giudiziale avrebbe sempre natura costitutiva, con effetti traslativi vietati dal combinato disposto di cui agli artt. 17 e 40 della legge n. 47 del 1985 . 

CASA CONIUGALE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI? CASA CONIUGALE A CHI VA?

CASA CONIUGALE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI? CASA CONIUGALE A CHI VA?

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

CASA CONIUGALE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI? CASA CONIUGALE A CHI VA?
CASA CONIUGALE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI? CASA CONIUGALE A CHI VA?

Cass. civ., Sez. VI – 1, Ordinanza, 27/10/2020, n. 23473

In tema di separazione personale dei coniugi, la nozione di convivenza rilevante agli effetti dell’assegnazione della casa familiare comporta la stabile dimora del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori con sporadici allontanamenti, con l’esclusione di saltuario ritorno presso l’abitazione solo per il fine settimana.

Corte cost., 10/06/2021, n. 118

CASA CONIUGALE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI? CASA CONIUGALE A CHI VA?
CASA CONIUGALE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI? CASA CONIUGALE A CHI VA?

LEGGI, DECRETI E REGOLAMENTI › Questioni di legittimità costituzionale

In tema di interventi di sostegno economico ed abitativo, è dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 42, comma 4 della L.R. Abruzzo 28 gennaio 2020, n. 3, per contrasto con l’art. 3 Cost., laddove, in merito agli interventi di sostegno abitativo ed economico di cui al medesimo art. 42, in favore dei coniugi che sono obbligati al versamento dell’assegno di mantenimento dei figli e non sono assegnatari o comunque non hanno la disponibilità della casa familiare in cui risiedono i figli, anche se di proprietà dei medesimi coniugi o ex coniugi, esclude dai detti benefici i genitori condannati per la generalità dei reati contro la persona, tra cui i delitti di atti persecutori, di violazione degli obblighi di assistenza familiare e di maltrattamenti in famiglia. Una tale indifferenziata esclusione, infatti, non appare ragionevolmente correlabile alla “ratio” che sorregge le misure in questione, finalizzate a rispondere a situazioni di bisogno economico e abitativo spesso conseguenti a una separazione o a un divorzio e al tempo stesso a consentire al genitore non assegnatario dell’abitazione in precedenza condivisa di continuare ad accudire i figli, assicurandogli una collocazione abitativa nelle vicinanze. Tale “ratio” opera, all’evidenza, anche nei confronti del genitore che abbia subìto in passato condanne per reati contro la persona, il quale resta cionondimeno titolare del diritto, e prima ancora del dovere, di esercitare la propria responsabilità genitoriale nei confronti dei figli.

Cass. civ., Sez. VI – 1, Ordinanza, 15/10/2020, n. 22266 (rv. 659413-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione personale dei coniugi – Casa familiare – Assegnazione parziale al coniuge non collocatario dei figli – Condizioni

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, l’assegnazione di una porzione della casa familiare al genitore non collocatario dei figli può disporsi solo nel caso in cui l’unità abitativa sia del tutto autonoma e distinta da quella destinata ad abitazione della famiglia o sia comunque agevolmente divisibile. (Dichiara inammissibile, CORTE D’APPELLO SALERNO, 25/07/2018)

Cass. civ., Sez. VI – 1, Ordinanza, 20/07/2020, n. 15397

Il giudice deve determinare la misura dell’assegno in relazione alle circostanze ed ai redditi dell’obbligato, mentre l’assegnazione della casa familiare – già prevista dall’art. 155-quater c.c., introdotto dalla legge n. 54 del 2006, ed ora 337-sexies c.c., introdotto dall’art. 55 del D.Lgs. n. 154 del 2013 – è finalizzata unicamente alla tutela della prole e non può essere disposta come se fosse una componente dell’assegno di mantenimento. Deve, dunque, escludersi che vi sia un nesso di necessaria conseguenzialità o automaticità, sul piano logico-giuridico, tra il provvedimento di assegnazione della casa coniugale (o di revoca della stessa) e l’assegno di mantenimento, tale che il primo determini un obbligo del giudice di rivalutazione o adeguamento delle statuizioni economiche nei rapporti tra i coniugi.

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 21/07/2021, n. 20858 (rv. 661830-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

In materia di quantificazione dell’assegno di mantenimento a seguito della separazione dei coniugi, deve attribuirsi rilievo anche all’assegnazione della casa familiare che, pur essendo finalizzata alla tutela della prole e del suo interesse a permanere nell’ambiente domestico, indubbiamente costituisce un’utilità suscettibile di apprezzamento economico, come del resto espressamente precisato dall’art. 337 sexies c.c., e tale principio trova applicazione anche qualora il coniuge separato assegnatario dell’immobile ne sia comproprietario, perché il suo godimento del bene non trova fondamento nella comproprietà del bene, ma nel provvedimento di assegnazione, opponibile anche ai terzi, che limita la facoltà dell’altro coniuge di disporre della propria quota dell’immobile e si traduce in un pregiudizio economico, anch’esso valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto. (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANZARO, 23/10/2015)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. MELONI Marina – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9273-2020 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GERMANICO 101, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPA (PINUCCIA) CALCATERRA, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

R.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VINCENZO AMBROSIO 4, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO BELLOMI, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5552/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 13/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 27/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott.ssa MELONI MARINA.

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Roma con sentenza in data 13/9/2019 ha parzialmente riformato la sentenza pronunciata dal Tribunale di Roma in data 9/12/2016 in sede di separazione personale tra i coniugi P.A. ed R.A. e in particolare ha dichiarato l’addebito della separazione al marito e confermato che nessun assegno era dovuto dal R. a titolo di contributo al mantenimento a favore della moglie come già stabilito in sede di udienza presidenziale prima e dal Tribunale poi, lasciando altresì immutate le ulteriori statuizioni relativamente al mantenimento dei figli ed all’assegnazione alla P. della casa coniugale.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso in cassazione P.A. affidato a due motivi.

R.A. resiste con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente denuncia nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 113 c.p.c. e 156 c.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il giudice territoriale, senza tener conto della disparità delle situazioni economiche delle parti, non aveva posto alcun assegno di mantenimento a carico del R. per la mogli P.A.. Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente denunciano nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 156 c.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 per avere la Corte di Appello in riforma della sentenza di primo grado addebitato la separazione al R. in quanto il matrimonio era fallito a causa della relazione extraconiugale del marito e ciò nonostante non ha riconosciuto alla moglie alcun assegno.

Il primo e secondo motivo del ricorso sono inammissibili in quanto riguardano questioni di merito già ampiamente esaminate.

In tema di determinazione del “quantum” dell’assegno di mantenimento, la valutazione delle condizioni economiche delle parti non richiede necessariamente l’accertamento dei redditi nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi (Cass. 975/2021; Cass. 605/2017), nella specie motivatamente effettuata dalla Corte d’appello. La motivazione della sentenza di appello infatti non rinvia acriticamente alla decisione di prime cure, essendo la Corte pervenuta al convincimento che tale decisione fosse da condividere, poichè adeguata alle condizioni, economiche delle parti l’uno magistrato, l’altra funzionario giudiziario. In altri termini, la decisione relativa al mancato assegno di mantenimento della moglie è stata adottata dalla Corte condividendo, sì, la decisione del primo giudice, ma all’esito di una comparazione delle condizioni reddituali di entrambi i coniugi, che la ha indotta a ritenere che ambedue i coniugi fossero autosufficienti e che fosse rispettato il pregresso tenore di vita.

Infatti la ricorrente svolge attività lavorativa di funzionario giudiziario e percepisce come stipendio la somma mensile di Euro 1875,00 con trattenuta mensile di Euro 204,00 per un prestito INPDAP. La ricorrente è poi assegnataria della casa coniugale mentre per i due figli ormai maggiorenni il padre provvede al pagamento degli studi universitari ed alle loro esigenze nella misura di 600,00 Euro al mese per ciascuno più metà delle spese straordinarie stante la mancanza di autonomia economica. A tal riguardo in tema di separazione personale dei coniugi, ai fini dell’accertamento del diritto all’assegno di mantenimento e della sua determinazione occorre considerare la complessiva situazione di ciascuno dei coniugi e, quindi, tener conto, oltre che dei redditi in denaro, di ogni altra utilità economicamente valutabile, ivi compresa la disponibilità, della casa coniugale (Cass. 19291/2005).

Il R., a sua volta, pur godendo di uno stipendio di 8300,00 Euro deve pagare un canone di locazione oltre a far fronte alle spese del mutuo della casa coniugale ed alle rate di un prestito contratto per la sistemazione del proprio attuale alloggio.

La non addebitabilità della separazione al coniuge richiedente, e l’addebito all’altro, non determinano automaticamente il riconoscimento dell’assegno di mantenimento in suo favore, dovendo concorrere anche gli altri presupposti, previsti dall’art. 156 c.c., costituti dalla mancanza, per il beneficiario, di adeguati redditi propri e nella sussistenza di una disparità economica fra i due coniugi (Cass. 5251/2017).

La pronuncia impugnata merita quindi di essere confermata.

Alla luce dell’orientamento di questa Corte in materia e tenuto conto che tutte le circostanze evidenziate nel ricorso sono già emerse nei precedenti gradi di giudizio e risultano essere già state prese in considerazione dal giudice di merito risulta quindi infondata l’istanza di assegno di mantenimento per la moglie.

Il ricorso è pertanto infondato in ordine a tutti i motivi e deve essere respinto con condanna della soccombente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. Ricorrono i presupposti per l’applicazione del doppio contributo di cui all’art. 13 comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002 ove dovuto.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00 ed agli accessori di legge. Si omettono i dati personali in caso di diffusione.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115art. 13, comma 1 quater, ricorrono i presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sesta sezione della Corte di Cassazione, il 27 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2021

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 21/07/2021, n. 20858 (rv. 661830-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

In materia di quantificazione dell’assegno di mantenimento a seguito della separazione dei coniugi, deve attribuirsi rilievo anche all’assegnazione della casa familiare che, pur essendo finalizzata alla tutela della prole e del suo interesse a permanere nell’ambiente domestico, indubbiamente costituisce un’utilità suscettibile di apprezzamento economico, come del resto espressamente precisato dall’art. 337 sexies c.c., e tale principio trova applicazione anche qualora il coniuge separato assegnatario dell’immobile ne sia comproprietario, perché il suo godimento del bene non trova fondamento nella comproprietà del bene, ma nel provvedimento di assegnazione, opponibile anche ai terzi, che limita la facoltà dell’altro coniuge di disporre della propria quota dell’immobile e si traduce in un pregiudizio economico, anch’esso valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto. (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANZARO, 23/10/2015)

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SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA COME FARE? COSA FARE?

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Capo V
Dello scioglimento del matrimonio e della separazione dei coniugi

Art. 149.
Scioglimento del matrimonio.

Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge. Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai sensi dell’articolo 82, o dell’ articolo 83, e regolarmente trascritto, cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge.

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  • Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 2 dicembre 2019, n. 31358.
  • – che è vero come, secondo l’orientamento più volte espresso da questa Corte, nel giudizio di divorzio la sopravvenuta morte del coniuge determina la cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio ed a tutti i profili economici connessi (Cass. 20 febbraio 2018, n. 4092; Cass. 8 novembre 2017, n. 26489; Cass. 29 luglio 2015, n. 16051, non tutte massimate): onde l’evento della morte sortisce l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato, assumendo esso rilevanza in relazione alla specifica res litigiosa; – che, pertanto, atteso che il capo di pronuncia sullo status era passato in giudicato, va accolta l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere con riguardo alla materia residua, ossia con riguardo ai capi sulle disposizioni patrimoniali a carico dell’obbligato, che non hanno ancora acquisito definitività; – che, pertanto,

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Art. 150.
Separazione personale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

E’ ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.

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Art. 151.
Separazione giudiziale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

, Cass. Civile, sez. I, sentenza 30 gennaio 2013, n. 2183.

La procedura per la separazione consensuale:

  • La Separazione consensuale è molto agevole ed è lo strumento attraverso il quale marito e moglie, di comune accordo tra loro, decidono di separarsi.
  • La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione
  • La separazione consensuale acquista efficacia con un provvedimento emesso dal Tribunale, l’omologa (in pratica il Tribunale si limita a validare, controllare e dichiarare efficaci le condizioni determinate dai coniugi congiuntamente).
  • Diritto di Famiglia
  • Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

Si ricorre alla separazione giudiziale quando:

  • in caso di gravi disaccordi tra i coniugi per motivi economici o di affidamento dei figli e può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi. In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata la violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) da parte di uno dei coniugi e che questa violazione abbia determinato la cessazione del matrimonio.
  • Nel caso in cui l’addebito sia riconosciuto dal giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.
  1. Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

  1. a) che la Suprema Corte, sottoponendo a revisione l’indirizzo meno recente, favorevole in prevalenza “al passaggio da una separazione consensuale omologata ad una separazione addebitata”, anche per fatti successivi alla separazione medesima, non soltanto è pervenuta a sottolineare che, in seguito all’abrogazione dell’art. 156 c.c., non sussistono a carico dei coniugi separati obblighi di carattere morale derivanti dal matrimonio, ma solo obblighi di carattere patrimoniale (di guisa che non sono valutabili fatti commessi in violazione di obblighi non più esistenti quando la separazione è stata pronunciata o consensualmente accettata, potendo i comportamenti ed i fatti successivi alla separazione, eventualmente, valere soltanto ai fini del mutamento delle condizioni della separazione medesima, dell’inibitoria dell’uso del cognome maritale e dell’adozione degli strumenti di tutela di cui all’art. 155 c.c., comma 8, artt. 330 e 333 c.c., nonchè ai fini penali), ma, soprattutto, è pervenuta ad enucleare l’essenziale principio secondo cui, per la necessaria contestualità tra il giudizio di improseguibilità della convivenza ed il giudizio di addebitabilità, non è consentito, una volta che la separazione è stata pronunciata o omologata, stabilire con un giudizio a posteriori che il fallimento dell’unione coniugale avrebbe potuto essere imputato a fatti e comportamenti diversi da quelli già considerati (Cass. 17 marzo 1995, n. 3098; Cass. 19 settembre 1997, n. 9317);

SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA COME FARE? COSA FARE?

Diritto di famiglia e dei minori (separazioni, divorzi – consensuali, congiunti e giudiziali e con negoziazione assistita,  modifica delle condizioni di separazione, reversibilità di pensioni al coniuge superstite, riconoscimento di paternità) materie per le quali offre una intera gamma di servizi personalizzati volti al superamento delle numerose e variegate problematiche che si sviluppano all’interno del nucleo familiare.

– Procedure Di Separazione E Divorzio Sia Consensuali Che Giudiziali (Con O Senza Addebito)

– Disciplina Dei Rapporti Patrimoniali Dei Coniugi Ed Assegnazione Dell’Abitazione Familiare

– Affidamento, Collocazione, Mantenimento E Disciplina Del Diritto Di Frequentazione Dei Figli

– Procedure Di Affidamento Congiunto O Disgiunto Di Minori Nati Da Coppie Non Coniugate E, Più In Generale, Assistenza Legale In Ambito Di Rapporti Di Filiazione

Riconoscimento O Disconoscimento Dei Figli[wpforms id=”9898″ title=”true” description=”true”]

– Unioni Civili  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

Delle persone e della famiglia

 

– Tutela Dei Rapporti Nonni/Nipoti

– Tutela Avverso La Violazione Degli Obblighi Di Assistenza Nei Confronti Dei Figli Minori

– Ordini Di Protezione Ed Allontanamento Del Coniuge O Del Figlio

– Ordini Di Protezione Contro La Violenza O Lo Stalking Familiare

– Amministrazioni Di Sostegno

Coppie in crisi:

Uno dei due partner è deciso per la separazione e l’altro non accetta

La decisione di separarsi è chiara per entrambi

Coppie separate di fatto: coppie con aree di conflitto sui termini di affidamento dei figli e/o sul versante economico

Coppie separate legalmente: le condizioni di separazione risultano di difficile attuazione o non vengono rispettate

  •  

Codice Civile

Libro Primo
Delle persone e della famiglia

Titolo VI
Del matrimonio

separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare
separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare

Capo V
Dello scioglimento del matrimonio e della separazione dei coniugi

Art. 149.
Scioglimento del matrimonio.

Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge. Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai sensi dell’articolo 82, o dell’ articolo 83, e regolarmente trascritto, cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge.

  • Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 2 dicembre 2019, n. 31358.

  • – che è vero come, secondo l’orientamento più volte espresso da questa Corte, nel giudizio di divorzio la sopravvenuta morte del coniuge determina la cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio ed a tutti i profili economici connessi (Cass. 20 febbraio 2018, n. 4092; Cass. 8 novembre 2017, n. 26489; Cass. 29 luglio 2015, n. 16051, non tutte massimate): onde l’evento della morte sortisce l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato, assumendo esso rilevanza in relazione alla specifica res litigiosa; – che, pertanto, atteso che il capo di pronuncia sullo status era passato in giudicato, va accolta l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere con riguardo alla materia residua, ossia con riguardo ai capi sulle disposizioni patrimoniali a carico dell’obbligato, che non hanno ancora acquisito definitività; – che, pertanto,

  •  

Art. 150.
Separazione personale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

E’ ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.

Art. 151.
Separazione giudiziale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

, Cass. Civile, sez. I, sentenza 30 gennaio 2013, n. 2183.

La procedura per la separazione consensuale:

 

  • La Separazione consensuale è molto agevole ed è lo strumento attraverso il quale marito e moglie, di comune accordo tra loro, decidono di separarsi.

 

 

  • La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione
  •  
  • La separazione consensuale acquista efficacia con un provvedimento emesso dal Tribunale, l’omologa (in pratica il Tribunale si limita a validare, controllare e dichiarare efficaci le condizioni determinate dai coniugi congiuntamente).
  • Diritto di Famiglia
  • Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.
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Si ricorre alla separazione giudiziale quando:

 

  • in caso di gravi disaccordi tra i coniugi per motivi economici o di affidamento dei figli e può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi. In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata la violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) da parte di uno dei coniugi e che questa violazione abbia determinato la cessazione del matrimonio.

 

  • Nel caso in cui l’addebito sia riconosciuto dal giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.

 

  1. Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

 

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

  1. a) che la Suprema Corte, sottoponendo a revisione l’indirizzo meno recente, favorevole in prevalenza “al passaggio da una separazione consensuale omologata ad una separazione addebitata”, anche per fatti successivi alla separazione medesima, non soltanto è pervenuta a sottolineare che, in seguito all’abrogazione dell’art. 156 c.c., non sussistono a carico dei coniugi separati obblighi di carattere morale derivanti dal matrimonio, ma solo obblighi di carattere patrimoniale (di guisa che non sono valutabili fatti commessi in violazione di obblighi non più esistenti quando la separazione è stata pronunciata o consensualmente accettata, potendo i comportamenti ed i fatti successivi alla separazione, eventualmente, valere soltanto ai fini del mutamento delle condizioni della separazione medesima, dell’inibitoria dell’uso del cognome maritale e dell’adozione degli strumenti di tutela di cui all’art. 155 c.c., comma 8, artt. 330 e 333 c.c., nonchè ai fini penali), ma, soprattutto, è pervenuta ad enucleare l’essenziale principio secondo cui, per la necessaria contestualità tra il giudizio di improseguibilità della convivenza ed il giudizio di addebitabilità, non è consentito, una volta che la separazione è stata pronunciata o omologata, stabilire con un giudizio a posteriori che il fallimento dell’unione coniugale avrebbe potuto essere imputato a fatti e comportamenti diversi da quelli già considerati (Cass. 17 marzo 1995, n. 3098; Cass. 19 settembre 1997, n. 9317);

  2. b) che detta Corte, approfondendo la giurisprudenza consolidatasi già nel precedente decennio ed, in particolare, configurando la separazione quale effetto o rimedio di una convivenza ormai intollerabile, o tale da pregiudicare gravemente l’educazione della prole, ha, secondo il suo più recente orientamento, ritenuto che la separazione medesima non è più prevista come uno stato transitorio, determinato da colpe, in prospettiva della ricomposizione dell’unione coniugale, ma comporta che detto istituto si sostanzia in un titolo auto sufficiente di cessazione della convivenza, suscettibile di ulteriori e diversificati esiti, onde la volontà del legislatore, espressa nell’art. 151 c.c., di riservare esclusivamente al giudice chiamato a pronunciare la separazione il potere di statuire, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia stato richiesto, l’addebitabilità della separazione, precludendo, in tal modo, la possibilità che questa sia prospettata aliunde, in altra sede, con autonoma domanda, in presenza di un precedente titolo della separazione stessa, una simile possibilità essendo configurabile solo in caso di nuova pronuncia di separazione, emessa in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo l’eventuale riconciliazione (Cass. 30 luglio 1999, n. 8272);

  3. c) che, “alla stregua della ratio decidendi testè riportata, l’inammissibilità del mutamento del titolo della separazione prescinde completamente dal carattere preesistente o sopravvenuto, rispetto alla separazione consensuale, dei comportamenti costituenti violazione dei doveri coniugali, ma attiene alla stessa struttura e funzione dell’istituto della separazione personale dei coniugi”.

La Corte territoriale, quindi, stimando “pienamente condivisibile” tale “referente” giurisprudenziale e non ravvisando “ragioni per discostarsene”, ha finito per escludere “l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione”, ritenendo così (e salvo quanto appresso) “esaurito il tema del decidere”.[wpforms id=”9898″ title=”true” description=”true”]

Nei termini sin qui riferiti, il Giudice del merito ha fatto corretta applicazione di principi che, ripetutamente enunciati dalla più recente giurisprudenza di legittimità, richiamata del resto nella sentenza impugnata (Cass. n. 9317/1997, cit.; Cass. n. 8272/1999, cit.; nonchè Cass. Sezioni Unite 4 dicembre 2001, n. 15279), sono stati, poi, ribaditi in una non lontana pronuncia di questa Corte (Cass. 29 marzo 2005, n. 6625) là dove trovasi affermato in particolare:

  1. a) che l’art. 151 c.c., nel testo introdotto dalla L. 19 maggio 1975, n. 151, di riforma del diritto di famiglia, stabilisce al comma 1 che la separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole, mentre, al comma 2, stabilisce poi che il giudice, pronunciando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio;

  2. b) che del sopra citato art. 151 c.c., il comma 1, quindi, ricollega la pronuncia di separazione al verificarsi di fatti oggettivi che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza coniugale o che compromettano l’educazione della prole, laddove il comma 2, invece, prevede la possibilità di una pronuncia accessoria, su istanza di uno o di entrambi i coniugi, di addebito della medesima separazione;

  3. c) che il coordinamento fra tali disposizioni evidenzia come la dichiarazione di addebito possa essere richiesta e adottata soltanto nell’ambito del giudizio di separazione, dovendosi escludere l’esperibilità, in tema appunto di addebito, di domande successive a tale giudizio, attribuendo espressamente dell’art. 151 c.c., il comma 2 la relativa cognizione alla competenza esclusiva del giudice della separazione, con la conseguente improponibilità di domande di addebito al di fuori del giudizio anzidetto;

  4. d) che, pertanto, i coniugi, vuoi qualora siano addivenuti ad una separazione giudiziale senza pronuncia di addebito, vuoi qualora siano addivenuti ad una separazione consensuale omologata, come nella specie, non possono chiedere, in un successivo giudizio, nè per fatti sopravvenuti nè per fatti anteriori alla separazione medesima, una pronuncia di addebito, onde, in tal senso, si palesano di per sè prive di fondamento le censure dell’odierna ricorrente là dove quest’ultima assume che “i fatti (originari) denunciati sono tutti precedenti alla richiesta di (separazione) consensuale, ma venuti a conoscenza di una delle parti contraenti soltanto dopo la prestazione del consenso”.

Peraltro, la Corte territoriale, nell’impugnata sentenza, pur avendo (come si è accennato) “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione” ed avendo, quindi, ritenuto “esaurito…il tema del decidere”, ha tuttavia reputato “necessarie ulteriori precisazioni”, così da affermare:

  1. a) che “dagli atti del procedimento emerge la prospettazione, da parte dell’attuale appellante, di una pregressa situazione di fallimento matrimoniale, per comportamenti addebitabili al B. D.N., tale da indurre V.S. a risolversi ad assumere l’iniziativa della separazione e che su tale situazione ebbe ad innestarsi la condotta intenzionalmente ingannevole, posta in essere dal marito, nell’intento di convincere la moglie ad addivenire alla separazione consensuale”;

  2. b) che, “inoltre, il comportamento dedotto dalla ricorrente come maliziosamente attuato dal coniuge al fine di indurla a separarsi consensualmente pare individuato negli artifici e raggiri consistenti nelle mendaci dichiarazioni circa la definitiva cessazione della relazione extraconiugale dallo stesso intrattenuta (della quale la moglie doveva essere a conoscenza – altrimenti non trovando logica spiegazione il mendacio relativo alla cessazione di tale rapporto -, relazione, invece, perdurante e dalla quale era in procinto di nascere un figlio) nonchè nella contestuale rappresentazione della possibilità di una riconciliazione tra i coniugi”;

  3. c) che, “in ultima analisi, piuttosto che fatti e comportamenti intrinsecamente idonei a fondare autonomamente un addebito…la ricorrente pare dedurre…elementi ascrivibili alla fattispecie del dolo processuale revocatorio…”;

  4. d) che, “se il decreto di omologazione della separazione personale consensuale concordata tra i coniugi…non costituisce un provvedimento impugnabile con il mezzo della revocazione, tuttavia va…esclusa quella sorta di lacuna dell’ordinamento adombrata dalla ricorrente (nel senso che) il provvedimento di omologazione, in se stesso considerato, è impugnabile con reclamo alla corte d’appello ai sensi dell’art. 739 c.p.c. ed è revocabile ai sensi dell’art. 742 c.p.c. per vizi di legittimità, che non si convertono in motivi di gravame, ma sono in ogni tempo deducibili nell’ambito della giurisdizione camerale e sono pure eccepibili in un processo ordinario…, dove l’esistenza di un valido decreto di omologazione si presenti come imprescindibile condizione di legittimità dell’azione”.

Al riguardo, giova premettere come la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 5 marzo 2001, n. 3149; Cass. 20 novembre 2003, n. 17607; Cass. 4 settembre 2004, n. 17902; Cass. n. 6625/2005, cit.), argomentando dalla natura negoziale (quand’anche non contrattuale) dell’accordo che da sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi, nonchè dal fatto che non è ravvisabile, nell’atto di omologazione, una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti o di governo dell’autonomia dei coniugi (rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra gli stessi coniugi, salvo che per quanto riguarda i patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, rispetto ai quali il giudice è dotato di un potere di intervento più penetrante), abbia ritenuto applicabili alla separazione consensuale omologata le norme generali che disciplinano la materia dei vizi della volontà, nei limiti in cui dette norme risultino compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare, riconoscendo ammissibile la relativa azione di annullamento, la cui esperibilità, non limitata all’istituto contrattuale ma estensibile ai negozi che riguardano i rapporti giuridici non patrimoniali, cui appartengono quelli appunto di diritto familiare, presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti, là dove, però, rispetto all’atto di separazione omologato, nè gli eventuali vizi del consenso nè la sua eventuale simulazione sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c., nel senso esattamente che, costituendo presupposto del ricorso a detta procedura l’allegazione dell’esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli ipotetici vizi dell’accordo di separazione, ovvero della sua simulazione, resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali.

avvocatiabologna esperti

Nel caso in esame, tuttavia, è da osservare come l’odierna ricorrente non abbia specificatamente censurato l’apprezzamento di fatto della Corte territoriale secondo cui la stessa ricorrente:

1) mediante il ricorso (depositato il 22.7.1999) introduttivo del giudizio, ebbe a chiedere “il mutamento del titolo della separazione personale coniugale da consensuale, come da verbale del 24.11.1998, omologato con decreto del 1.12.1998, in giudiziale con addebito al coniuge…”;

2) mediante il ricorso in appello (depositato il 12.12.2003) avverso la sentenza del primo Giudice (dichiarativa dell’inammissibilità della domanda principale avanzata dalla V., al pari di quella, reciproca, proposta in via riconvenzionale dal marito), ha chiesto la riforma di detta sentenza “tramite l’accoglimento delle conclusioni formulate nel grado pregresso,…asserendo che…la valenza contrattuale della separazione consensuale…rendeva applicabili le norme (art. 1427 c.c.) sull’annullabilità dei contratti per vizio del consenso (e che tale) annullabilità (era) suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo…”.

In questo senso, anche a voler considerare l’assunto della Corte territoriale riportato da ultimo (sotto le lettere da “a” a “d” che precedono) alla stregua di una vera e propria ratio decidendi, non già di un mero obiter dictum (come pure induce a credere l’affermazione della medesima Corte secondo cui, “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione,…il tema del decidere potrebbe ritenersi esaurito”, indipendentemente, quindi, dalle “ulteriori precisazioni” che detto Giudice ha creduto nondimeno “necessarie”), appare, comunque, palese l’infondatezza delle censure attraverso le quali l’odierna ricorrente ha lamentato “il comportamento doloso (del marito) che ha viziato il consenso” (da lei prestato al raggiungimento della separazione consensuale), segnatamente deducendo che i relativi “accordi (vennero) esclusivamente raggiunti mediante l’occultamento doloso dei fatti, messo in atto subdolamente e premeditatamente da una delle parti contraenti”.

Al riguardo, infatti, malgrado la stessa ricorrente abbia, nella memoria ex art. 378 c.p.c., insistito sul rilievo secondo cui “nell’addivenire al negozio della separazione consensuale, la (sua) volontà…fu…viziata dal dolo del B.D.N.” (nel senso esattamente che “si lasciò indurre a concludere l’accordo separatizio in via consensuale dalle numerose e maliziose assicurazioni del marito – tendenti appunto a carpirle la sottoscrizione per il consenso – di aver cessato i rapporti adulterini…, ventilandole la possibilità di una…riconciliazione”), significando altresì che “la parte fraudolentemente ingannata poteva bene chiedere l’annullamento del negozio stesso” e che, “ove la volontà dei contraenti sia in qualche modo viziata, è logico ammettere la possibilità che si ponga nel nulla l’accordo con un’azione contenziosa, senza passare attraverso i rimedi camerali del reclamo e della revoca”, è da considerare, tuttavia, che, sulla base dell’incensurato (di per sè) apprezzamento di fatto della Corte territoriale sopra riferito, è rimasto accertato che la prospettazione dell’odierna ricorrente (ribadita in questa sede ed incentrata, come si è detto, sul rilievo di essere stata indotta alla separazione consensuale con volontà viziata dall’ignoranza di fatti dovuta al comportamento doloso dell’altra parte, assunto al fine di occultarli ed ottenere un’adesione che mai sarebbe stata concessa se tali fatti fossero stati conosciuti) non si è minimamente tradotta nell’esperimento di un vero e proprio giudizio di annullamento, bensì esclusivamente nella richiesta di una pronuncia di addebito, improponibile (per le ragioni illustrate) al di fuori del giudizio di separazione, ovvero, al più, in una pretesa pur sempre fondata, però, sull’annullabilità della separazione consensuale (per vizio del consenso) “suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo”, onde, avendo la stessa ricorrente proposto in sede di merito soltanto una simile domanda laddove altra è l’azione (di annullamento appunto) autonomamente predisposta dall’ordinamento a tutela del vizio allegato, nei limiti in cui quest’ultimo possa ritenersi rilevante in relazione ad un atto di separazione consensuale omologata, del tutto legittimamente la Corte territoriale, come già il primo Giudice, ha negato ingresso alla domanda sopraindicata escludendone l’ammissibilità.

Art. 152. (1)
[Separazione per condanna penale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere anche chiesta contro il coniuge che è stato condannato alla pena dell’ergastolo o della reclusione per un tempo superiore ai cinque anni, ovvero è stato sottoposto all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tranne il caso in cui la condanna o l’interdizione è anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ne è consapevole.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 153. (1)
[Separazione per non fissata residenza. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza giusto motivo, non fissa una residenza, o, avendone i mezzi, ricusa di fissarla in modo conveniente alla sua condizione.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151. 

Art. 154.
Riconciliazione. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta.

Art. 155.
Provvedimenti riguardo ai figli (
1)

 In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX.

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937. 

Va preliminarmente osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che l’onere di specifica indicazione dei motivi non può ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) sia basato sul mero richiamo dei motivi di appello ragionamento applicabile anche ai motivi di reclamo – atteso che una tale modalità di formulazione del motivo rende impossibile individuare la critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata, rivelandosi del tutto carente nella specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione. (Sez. 6 – 5, n. 1479 del 22/01/2018). Nel caso di specie, il ricorrente ha richiamato pedissequamente i rilievi mossi con l’atto di reclamo senza specificare, neppure per sommi tratti, il contenuto delle critica formulata al decreto impugnato, se non formulando censure generiche in ordine alle lacune, ai pregiudizi ed alle gravi carenze metodologiche dell’elaborato peritali che avrebbero potuto essere svolte in un qualsiasi procedimento, impedendo così di cogliere la portata delle doglianze. 3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5 rispettivamente per difetto di motivazione e violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 111 Cost. e art. 118 disp. att. c.p.c. nonchè per omessa valutazione di prove decisive. Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello non ha valutato le prove decisive costituite dalle deposizioni, quali informatrici, delle maestre della scuola elementare di (OMISSIS), il cui contenuto è stato distorto dalla CTU, ed entrambi i giudici di merito, nonostante le tempestive censure svolte sul punto dalla difesa del ricorrente, hanno omesso ogni motivazione. 4. Il motivo è inammissibile per difetto di genericità ed autosufficienza. Dall’esame del decreto impugnato non emerge traccia che sia stata dibattuta tra le parti la questione del valore probatorio delle deposizioni delle maestre della scuola di (OMISSIS) e dell’interpretazione che alle stesse sia stata data dalla CTU. E’ principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041). Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate come nel caso di specie – questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonchè il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430). Nel caso di specie, il ricorrente non ha adempiuto a tale onere di specifica allegazione, essendosi limitato ad affermare genericamente di aver formulato uno “specifico motivo d’appello” senza indicarne il contenuto ed il luogo di deduzione. 5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alla violazione del principio di bigenitorialità espresso dalla L. n. 54 del 2006, dell’art. 337 octies sull’ascolto del minore, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata con L. n. 176 del 1991 e della Carta di Nizza del 2000. Lamenta il ricorrente che nonostante si sia in presenza di un affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre maschera un affido esclusivo di fatto, potendo il padre trascorrere con il minore solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Corte d’appello ha erroneamente considerato come elemento di disturbo alla quiete del minore il mantenimento di una significativa relazione padre/figlio. La violazione delle norme sulle bigenitorialità e dell’ascolto del mi

Art. 155-bis. (1)
Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(…………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-ter. (1)
Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-quater. (1)
Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 27 maggio – 17 luglio 2008, n. 19691

(Presidente Varrone – Relatore Federico)

Svolgimento del processo

Con sentenza 26.03.03 il Tribunale di Bergamo, in relazione ad un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato l’1.10.94, rigettava la domanda di risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni pattuiti proposta il 15.2.00 dal locatore B. D. contro il conduttore B. G. per difetto di legittimazione passiva, riferendosi il mancato pagamento ad un periodo (1.4.99-1.10.99) in cui nel rapporto locatizio era subentrato come conduttore il coniuge L. R. per effetto di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale, e nel contempo accoglieva la domanda riconvenzionale con cui il B. aveva richiesto, previa determinazione del canone legalmente dovuto, la restituzione delle somme versate in eccesso, ritenendola fondata sotto il profilo del disposto dell’art. 2033 c.c., mentre risultava inammissibile ai sensi dell’art. 79 L. 392/78.

Proposto dal B. appello con duplice motivo, resistito dal B., che a sua volta proponeva appello incidentale, la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza depositata il 15.6.04, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava improponibile la domanda di ripetizione del B. nei confronti del B. per intervenuta decadenza.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., con un solo motivo, mentre ha resistito con controricorso il B..

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 79 secondo comma L. n. 392 del 1978, sostenendosi che il termine di decadenza semestrale previsto dalla norma predetta decorra dalla riconsegna dell’immobile locato, termine che va ricollegato alla definitiva cessazione di fatto del rapporto locatizio.

Il motivo è infondato.

Infatti, nessuna censura può muoversi in linea di massima a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata in ordine alla decorrenza, nel caso di specie, del momento iniziale del suddetto termine semestrale di decadenza per l’esercizio dell’azione di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal conduttore, ai sensi del citato art. 79 della L. 392/78.

Ed invero, premesso che la fattispecie in esame è caratterizzata dalla circostanza, pacifica tra le parti, che nel rapporto di locazione in corso tra il B., conduttore, ed il B., locatore, sia subentrata ex lege, a far data dal 6.2.97, la moglie del B. medesimo in conseguenza dell’assegnazione a suo favore della casa coniugale in sede di separazione personale, e che trattasi di un caso che è privo di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, si rileva che le soluzioni astrattamente prospettabili in materia sono tre:

1) il semestre ex art. 79 L. 392/78 decorre – come sostiene la sentenza impugnata – dalla pronuncia sulla separazione personale di coniugi, perché è in questo momento che al coniuge originariamente titolare del contratto subentra l’altro coniuge, assegnatario, mentre nell’ipotesi in questione deve escludersi la possibilità, da parte dell’originario conduttore, di un effettivo rilascio dell’immobile, se non nel senso figurato che più avanti verrà precisato;

2) il semestre decorre, anche in questo caso, dalla data dell’effettivo rilascio da parte dell’originario conduttore, data che può non coincidere con quella del provvedimento giudiziale di separazione e che deve essere provata dall’interessato a fronte di eventuale eccezione di decadenza;

3) in mancanza di possibilità di un rilascio effettivo dell’immobile, si deve escludere che possa aversi una decadenza dall’azione ex art. 79 citato, anche per evitare eventuali ritorsioni del locatore nei confronti del coniuge assegnatario subentrato nella qualità di conduttore, per cui resterebbe soltanto il decorso della prescrizione.

L’ultima tesi va senz’altro esclusa, in quanto, in caso della sua adozione, resterebbe di fatto abrogata la decadenza sancita dall’art. 79 secondo comma L. 392/78.

La soluzione del problema va, pertanto, ricercata attraverso un accorto bilanciamento delle prime due tesi, tenendo presente l’esigenza che la decorrenza del semestre resti ancorata ad una data certa, senza tuttavia porsi in contrasto con quel consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa C.S. che richiede, per l’inizio del decorso del termine stesso, la necessità di un effettivo rilascio dell’immobile locato, nel senso cioè che esso “viene concretamente posto nella effettiva disponibilità del locatore” (Cass. 22.3.2005 n. 6152).

Orbene, come ha correttamente rilevato la Corte di merito, se è indubbiamente vero che la locuzione “riconsegna”, utilizzata nell’art. 79 per indicare il momento iniziale del termine semestrale, va normalmente interpretata nel senso che tale dies a quo coincide con quello in cui l’immobile in locazione viene rilasciato dal conduttore e posto in concreto nella disponibilità effettiva del locatore, è altrettanto vero che siffatta interpretazione non può non tenere conto anche di quelle controversie in cui, per le ragioni più svariate, si fosse resa necessaria la distinzione tra cessazione del rapporto di locazione e concreta riconsegna dell’immobile, intesa quest’ultima quale obbligo autonomo, a volte anche di non semplice esecuzione, che può richiedere la cooperazione stessa del locatore.

È ovvio, infatti, che in questi casi, allo scopo in particolare di impedire che l’inizio della decorrenza del semestre possa essere anticipato ad un momento in cui ancora permanga la detenzione del bene da parte del conduttore, la giurisprudenza di questa C.S. abbia privilegiato una interpretazione della norma dell’art. 79 L. 392/78 che sia strettamente vincolata al dato testuale.

È però altrettanto comprensibile che, laddove debba escludersi un rilievo autonomo della riconsegna dell’immobile rispetto alla cessazione del rapporto di locazione, nel senso cioè che la prima resta completamente assorbita nella seconda per quanto attiene alla sua tipica funzione, il termine di decadenza allora non può che farsi decorrere dal momento stesso della cessazione del rapporto.

In tale ambito deve farsi rientrare appunto il caso della successione del coniuge separato nella posizione di conduttore della casa coniugale, ai sensi dell’art. 6 L. 392/78, allorquando quest’ultima gli sia stata assegnata dal giudice in sede di separazione personale, in quanto è pacifico che si sia con ciò realizzata un’ipotesi di cessione ex lege del contratto a favore del coniuge assegnatario “con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non è più suscettibile di reviviscenza neppure nell’ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore” (v. Cass. n. 10890/1993).

Data la successione in parola, che si realizza a prescindere dalla volontà del locatore e dalla sua stessa conoscenza del fatto successorio, sarebbe, perciò, assurdo in tale ipotesi far decorrere, per il conduttore sostituito, il termine di decadenza dall’azione ex art. 79 della legge sull’equo canone dal fatto della riconsegna dell’immobile locato cui sia tenuto un soggetto totalmente diverso da quello avente diritto alla ripetizione delle somme non dovute.

In altri termini, non sembra affatto ragionevole che l’esercizio di un proprio diritto dipenda dall’elemento temporale comunque legato alla sorte di un rapporto giuridico rispetto al quale l’agente sia divenuto totalmente estraneo.

È comunque innegabile che, nel caso di successione nel contratto di locazione ex art. 6 L. 392/78, nel momento in cui il coniuge separato ed assegnatario della casa coniugale sia subentrato nel contratto di locazione in sostituzione del coniuge, precedentemente titolare ex latere conductoris, si sia verificata una sorta di riconsegna (in senso del tutto figurativo e virtuale) dell’immobile al locatore da parte del vecchio conduttore, con contestuale consegna della cosa locata (sempre nel senso figurativo sopra specificato) al nuovo conduttore.

Conseguentemente, in questa ipotesi, la data di decorrenza del semestre va individuata – in linea di principio – in quella del provvedimento giudiziale di separazione personale dei coniugi, data dalla quale il conduttore non assegnatario cessa appunto di essere tale, pur dovendosi far salva a suo favore (come abbiamo anticipato nella premessa) la possibilità – a fronte di eventuale eccezione di decadenza – di dimostrare che l’effettivo rilascio dell’immobile sia avvenuto in data successiva a quella del provvedimento stesso.

Deve, dunque, ritenersi che, coerentemente con le ragioni sistematiche sopra evidenziate, nel caso di specie la Corte di merito abbia correttamente ritenuto che il provvedimento di omologazione della separazione consensuale dei coniugi B.-L., emesso in data 5.2.97 dal Tribunale di Bergamo, abbia estinto definitivamente il rapporto di locazione in capo al B. medesimo e che quest’ultimo abbia da quel momento perduto la qualità di conduttore, con la conseguenza che da quella data iniziava a decorrere, per il B., il termine di proponibilità di eventuali azioni per la ripetizione di somme versate per canoni contra legem.

Si aggiunga che nella specie, risultando dallo stesso ricorso per separazione dei coniugi predetti che il marito aveva già abbandonato la casa coniugale al momento della proposizione della domanda, ne deriva che non si rende necessario alcun accertamento circa la data dell’effettivo rilascio dell’immobile da parte del B., dovendosi far coincidere l’inizio della decorrenza del semestre con la data del provvedimento giudiziale di separazione.

Per completezza di motivazione, si rileva che la validità delle argomentazioni che precedono non resta inficiata dalla considerazione, fatta propria dal primo giudice, che – ove si facesse decorrere il termine di decadenza previsto dall’art. 79 L. 392/78 dal subentro di un nuovo conduttore nel contratto di locazione, ai sensi dell’art. 6 della stessa legge – l’esercizio dell’azione di ripetizione da parte dell’ex conduttore avrebbe esposto quello subentrante al rischio di ritorsioni ad opera del locatore, in quanto, come ha giustamente rilevato la Corte di merito, la soluzione della quaestio iuris qui accolta risulta la sola che appaia coerente con l’esigenza primaria di certezza dei rapporti giuridici che è connaturata all’istituto stesso della decadenza e postula una sua preminenza rispetto all’altra esigenza, pur essa legittima, che investe la tutela del contraente più debole nel contratto di locazione ed era stata ritenuta più cogente dal giudice di prime cure.

Il ricorso va, pertanto, rigettato, mentre ricorrono, considerata la novità della questione dibattuta, giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Spese del giudizio di cassazione compensate.

Art. 155-quinquies. (1)
Disposizioni in favore dei figli maggiorenni.

(………….)

(1)  Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-sexies. (1)
Poteri del giudice e ascolto del minore.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(………..)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Cfr. Tribunale di Lamezia Terme, ordinanza 26 maggio 2008, in Altalex Massimario.

il giudice reputa opportuno rimettere le parti dinnanzi al Collegio di mediazione, costituito in seno al Tribunale di Lamezia Terme e composto da “esperti” in mediazione familiare di rinomata professionalità. Rileva, al riguardo, che la legge 8 febbraio 2006 n. 54, recante disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli, ha introdotto disposizioni normative di nuovo conio in seno alla disciplina concernente la separazione personale dei coniugi, tra cui l’art. 155-sexies c.c. che, al comma II, recita:

Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.

Trattasi di una norma introduttiva di un “nuovo” potere discrezionale del Giudice facente capo alla possibilità che questi rimetta le parti in causa dinnanzi ad un collegio di esperti affinché in quella sede nascano accordi – trai coniugi – intesi a regolamentare il nuovo menage familiare successivo alla crisi coniugale. Ed, infatti, la disposizione ex art. 155-sexies c.c., rubricata “poteri del giudice ed ascolto del minore” suggerisce che la scelta discrezionale di far ricorso alla mediazione vada inscritta nel novero dei “nuovi poteri” del giudicante i quali posso estrinsecarsi nella facoltà (rectius: potere) di ricorrere all’assistenza di organi d’ausilio. Dal dato normativo – invero alquanto scarno – emerge, in tal senso, che la figura deputata a “mediare” trai coniugi è dotata di particolari competenze professionali ed assume, di fatto, la qualità di ausiliario del giudice. Si tratta, invero, di una facoltà che, nei “casi previsti dalla legge”, è già riconosciuta al giudicante laddove si prevede (art. 68 c.p.c. ) che “il giudice … si può fare assistere da esperti in una determinata arte o professione e, in generale, da persona idonea al compimento di atti che non e’ in grado di compiere da sé solo”.

Si è discusso circa l’applicabilità della Mediazione al rito del divorzio, da taluni esclusa poiché – si afferma – ontologicamente non compatibile con quel rito: se, infatti, nel rito della separazione essa è funzionale al raggiungimento di un accordo di omologa, nel rito divorzile siffatta ratio verrebbe meno. E, tuttavia, ai sensi dell’art. 4, comma II, legge 54/2006, le disposizioni della normativa già cit. (quindi anche l’art. 155-sexies c.c.) , si applicano anche in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, nonché ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati. Una interpretatio ortopedica, restrittiva, appare, quindi, non condivisibile.

Comunque vi è di più: il Giudice odierno reputa che la norma di cui all’art. 155-sexies, comma II, c.c. resterebbe applicabile in via analogica nel procedimento divorzile. Non può, infatti, essere sottaciuto che – anche nel rito del divorzio – permane l’interesse preminente e primario alla tutela della prole, in particolare dei figli minori – cosicché laddove la mediazione sia deputata a realizzare siffatta tutela, escluderla, in siffatti casi, creerebbe un vulnus agli artt. 3, 30, 31 Cost. E, dunque, l’estensione dell’istituto, anche al rito del divorzio, può essere postulata in forza del ricorso allo strumento dell’interpretazione adeguatrice o costituzionalmente orientata o teleologica o sistematica, in guisa del richiamo al principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost. (come, invero, già fatto in altro caso ma in relazione ai medesimi riti da Trib. Lamezia Terme, ordinanza 20 luglio 2007, Pres. ed est. C. Trapuzzano).

Art. 156.
Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi.

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.

Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155.

La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.

In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto. (1) (2) (3) (4)

Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti.

Cass. civile, sez. I, sentenza 1° agosto 2013, n. 18440.

L’accoglimento della richiesta della moglie di assegnazione dell’intera casa coniugale, da parte del primo giudice, è stata censurata, – in modo processualmente corretto, mediante appello – da parte dell’A.

Secondo giurisprudenza ampiamente consolidata (per tutte, Cass. n. 23591 del 2010), l’assegnazione della casa coniugale non può costituire una misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma può disporsi, a favore del genitore affidatario esclusivo ovvero collocatario dei figli minori, oppure convivente con figli maggiorenni ma non autosufficienti economicamente (e ciò pur se la casa stessa sia di proprietà dell’altro genitore o di proprietà comune).

Nella specie, non vi sono figli minori o maggiorenni autosufficienti economicamente, e dunque, del tutto correttamente, il giudice a quo ha revocato l’assegnazione della casa coniugale alla moglie.

È appena il caso di precisare che le questioni relative al diritto di proprietà della M. e a quello di abitazione per una quota dell’immobile da parte dell’A., esulano dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e potranno essere esaminati in un ordinario giudizio di cognizione.

Va pertanto rigettato il ricorso principale.

Quanto a quello incidentale, l’unico motivo proposto appare infondato.

La rubrica del motivo (violazione di norme, che non vengono indicate, e vizio di motivazione) si limita all’addebito. In realtà il motivo tratta del tutto sommariamente pure dell’assegno e del regime delle spese.

Sull’addebito, il giudice a quo richiama una sentenza penale di condanna dell’A. per lesioni alla moglie, e dunque non si fonda certo (come sostiene il ricorrente), su mere affermazioni della moglie.

Sull’assegno, la sentenza impugnata, tenuto conto, tra l’altro, della scarsissima rendita della moglie (esclusivamente una pensione di Euro 400,00 mensili) e della condizione assai più florida dell’A., che svolge attività commerciale, con ditta propria, ed ha ricevuto rilevante somma all’atto della cessazione dell’attività di autotrasportatore. Corretta appare pertanto la corresponsione di assegno, pur di importo assai limitato, disposta dalla Corte di Appello.

Motiva altresì adeguatamente la sentenza impugnata, sulla condanna alle spese dell’A. dei due gradi di giudizio, in considerazione delle ragioni della separazione e della sua parziale soccombenza sulle domande a contenuto economico.

Art. 156-bis.
Cognome della moglie.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

Il giudice può vietare alla moglie l’uso del cognome del marito quando tale uso sia a lui gravemente pregiudizievole, e può parimenti autorizzare la moglie a non usare il cognome stesso, qualora dall’uso possa derivarle grave pregiudizio.

Art. 157.
Cessazione degli effetti della separazione.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.

La separazione può essere pronunziata nuovamente soltanto in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo la riconciliazione.

Art. 158.
Separazione consensuale.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l’omologazione del giudice.

Quando l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli è in contrasto con l’interesse di questi il giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da adottare nell’interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione, può rifiutare allo stato l’omologazione.

 

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coppie di fatto

Al riguardo, giova premettere come la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 5 marzo 2001, n. 3149; Cass. 20 novembre 2003, n. 17607; Cass. 4 settembre 2004, n. 17902; Cass. n. 6625/2005, cit.), argomentando dalla natura negoziale (quand’anche non contrattuale) dell’accordo che da sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi, nonchè dal fatto che non è ravvisabile, nell’atto di omologazione, una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti o di governo dell’autonomia dei coniugi (rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra gli stessi coniugi, salvo che per quanto riguarda i patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, rispetto ai quali il giudice è dotato di un potere di intervento più penetrante), abbia ritenuto applicabili alla separazione consensuale omologata le norme generali che disciplinano la materia dei vizi della volontà, nei limiti in cui dette norme risultino compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare, riconoscendo ammissibile la relativa azione di annullamento, la cui esperibilità, non limitata all’istituto contrattuale ma estensibile ai negozi che riguardano i rapporti giuridici non patrimoniali, cui appartengono quelli appunto di diritto familiare, presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti, là dove, però, rispetto all’atto di separazione omologato, nè gli eventuali vizi del consenso nè la sua eventuale simulazione sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c., nel senso esattamente che, costituendo presupposto del ricorso a detta procedura l’allegazione dell’esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli ipotetici vizi dell’accordo di separazione, ovvero della sua simulazione, resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali.

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Nel caso in esame, tuttavia, è da osservare come l’odierna ricorrente non abbia specificatamente censurato l’apprezzamento di fatto della Corte territoriale secondo cui la stessa ricorrente:

1) mediante il ricorso (depositato il 22.7.1999) introduttivo del giudizio, ebbe a chiedere “il mutamento del titolo della separazione personale coniugale da consensuale, come da verbale del 24.11.1998, omologato con decreto del 1.12.1998, in giudiziale con addebito al coniuge…”;

2) mediante il ricorso in appello (depositato il 12.12.2003) avverso la sentenza del primo Giudice (dichiarativa dell’inammissibilità della domanda principale avanzata dalla V., al pari di quella, reciproca, proposta in via riconvenzionale dal marito), ha chiesto la riforma di detta sentenza “tramite l’accoglimento delle conclusioni formulate nel grado pregresso,…asserendo che…la valenza contrattuale della separazione consensuale…rendeva applicabili le norme (art. 1427 c.c.) sull’annullabilità dei contratti per vizio del consenso (e che tale) annullabilità (era) suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo…”.

In questo senso, anche a voler considerare l’assunto della Corte territoriale riportato da ultimo (sotto le lettere da “a” a “d” che precedono) alla stregua di una vera e propria ratio decidendi, non già di un mero obiter dictum (come pure induce a credere l’affermazione della medesima Corte secondo cui, “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione,…il tema del decidere potrebbe ritenersi esaurito”, indipendentemente, quindi, dalle “ulteriori precisazioni” che detto Giudice ha creduto nondimeno “necessarie”), appare, comunque, palese l’infondatezza delle censure attraverso le quali l’odierna ricorrente ha lamentato “il comportamento doloso (del marito) che ha viziato il consenso” (da lei prestato al raggiungimento della separazione consensuale), segnatamente deducendo che i relativi “accordi (vennero) esclusivamente raggiunti mediante l’occultamento doloso dei fatti, messo in atto subdolamente e premeditatamente da una delle parti contraenti”.

Al riguardo, infatti, malgrado la stessa ricorrente abbia, nella memoria ex art. 378 c.p.c., insistito sul rilievo secondo cui “nell’addivenire al negozio della separazione consensuale, la (sua) volontà…fu…viziata dal dolo del B.D.N.” (nel senso esattamente che “si lasciò indurre a concludere l’accordo separatizio in via consensuale dalle numerose e maliziose assicurazioni del marito – tendenti appunto a carpirle la sottoscrizione per il consenso – di aver cessato i rapporti adulterini…, ventilandole la possibilità di una…riconciliazione”), significando altresì che “la parte fraudolentemente ingannata poteva bene chiedere l’annullamento del negozio stesso” e che, “ove la volontà dei contraenti sia in qualche modo viziata, è logico ammettere la possibilità che si ponga nel nulla l’accordo con un’azione contenziosa, senza passare attraverso i rimedi camerali del reclamo e della revoca”, è da considerare, tuttavia, che, sulla base dell’incensurato (di per sè) apprezzamento di fatto della Corte territoriale sopra riferito, è rimasto accertato che la prospettazione dell’odierna ricorrente (ribadita in questa sede ed incentrata, come si è detto, sul rilievo di essere stata indotta alla separazione consensuale con volontà viziata dall’ignoranza di fatti dovuta al comportamento doloso dell’altra parte, assunto al fine di occultarli ed ottenere un’adesione che mai sarebbe stata concessa se tali fatti fossero stati conosciuti) non si è minimamente tradotta nell’esperimento di un vero e proprio giudizio di annullamento, bensì esclusivamente nella richiesta di una pronuncia di addebito, improponibile (per le ragioni illustrate) al di fuori del giudizio di separazione, ovvero, al più, in una pretesa pur sempre fondata, però, sull’annullabilità della separazione consensuale (per vizio del consenso) “suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo”, onde, avendo la stessa ricorrente proposto in sede di merito soltanto una simile domanda laddove altra è l’azione (di annullamento appunto) autonomamente predisposta dall’ordinamento a tutela del vizio allegato, nei limiti in cui quest’ultimo possa ritenersi rilevante in relazione ad un atto di separazione consensuale omologata, del tutto legittimamente la Corte territoriale, come già il primo Giudice, ha negato ingresso alla domanda sopraindicata escludendone l’ammissibilità.

Art. 152. (1)
[Separazione per condanna penale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere anche chiesta contro il coniuge che è stato condannato alla pena dell’ergastolo o della reclusione per un tempo superiore ai cinque anni, ovvero è stato sottoposto all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tranne il caso in cui la condanna o l’interdizione è anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ne è consapevole.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 153. (1)
[Separazione per non fissata residenza. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza giusto motivo, non fissa una residenza, o, avendone i mezzi, ricusa di fissarla in modo conveniente alla sua condizione.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151. 

Art. 154.
Riconciliazione. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta.

Art. 155.
Provvedimenti riguardo ai figli (
1)

 In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX.

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937. 

Va preliminarmente osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che l’onere di specifica indicazione dei motivi non può ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) sia basato sul mero richiamo dei motivi di appello ragionamento applicabile anche ai motivi di reclamo – atteso che una tale modalità di formulazione del motivo rende impossibile individuare la critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata, rivelandosi del tutto carente nella specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione. (Sez. 6 – 5, n. 1479 del 22/01/2018). Nel caso di specie, il ricorrente ha richiamato pedissequamente i rilievi mossi con l’atto di reclamo senza specificare, neppure per sommi tratti, il contenuto delle critica formulata al decreto impugnato, se non formulando censure generiche in ordine alle lacune, ai pregiudizi ed alle gravi carenze metodologiche dell’elaborato peritali che avrebbero potuto essere svolte in un qualsiasi procedimento, impedendo così di cogliere la portata delle doglianze. 3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5 rispettivamente per difetto di motivazione e violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 111 Cost. e art. 118 disp. att. c.p.c. nonchè per omessa valutazione di prove decisive. Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello non ha valutato le prove decisive costituite dalle deposizioni, quali informatrici, delle maestre della scuola elementare di (OMISSIS), il cui contenuto è stato distorto dalla CTU, ed entrambi i giudici di merito, nonostante le tempestive censure svolte sul punto dalla difesa del ricorrente, hanno omesso ogni motivazione. 4. Il motivo è inammissibile per difetto di genericità ed autosufficienza. Dall’esame del decreto impugnato non emerge traccia che sia stata dibattuta tra le parti la questione del valore probatorio delle deposizioni delle maestre della scuola di (OMISSIS) e dell’interpretazione che alle stesse sia stata data dalla CTU. E’ principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041). Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate come nel caso di specie – questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonchè il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430). Nel caso di specie, il ricorrente non ha adempiuto a tale onere di specifica allegazione, essendosi limitato ad affermare genericamente di aver formulato uno “specifico motivo d’appello” senza indicarne il contenuto ed il luogo di deduzione. 5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alla violazione del principio di bigenitorialità espresso dalla L. n. 54 del 2006, dell’art. 337 octies sull’ascolto del minore, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata con L. n. 176 del 1991 e della Carta di Nizza del 2000. Lamenta il ricorrente che nonostante si sia in presenza di un affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre maschera un affido esclusivo di fatto, potendo il padre trascorrere con il minore solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Corte d’appello ha erroneamente considerato come elemento di disturbo alla quiete del minore il mantenimento di una significativa relazione padre/figlio. La violazione delle norme sulle bigenitorialità e dell’ascolto del mi

Art. 155-bis. (1)
Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(…………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-ter. (1)
Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-quater. (1)
Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 27 maggio – 17 luglio 2008, n. 19691

(Presidente Varrone – Relatore Federico)

Svolgimento del processo

Con sentenza 26.03.03 il Tribunale di Bergamo, in relazione ad un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato l’1.10.94, rigettava la domanda di risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni pattuiti proposta il 15.2.00 dal locatore B. D. contro il conduttore B. G. per difetto di legittimazione passiva, riferendosi il mancato pagamento ad un periodo (1.4.99-1.10.99) in cui nel rapporto locatizio era subentrato come conduttore il coniuge L. R. per effetto di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale, e nel contempo accoglieva la domanda riconvenzionale con cui il B. aveva richiesto, previa determinazione del canone legalmente dovuto, la restituzione delle somme versate in eccesso, ritenendola fondata sotto il profilo del disposto dell’art. 2033 c.c., mentre risultava inammissibile ai sensi dell’art. 79 L. 392/78.

Proposto dal B. appello con duplice motivo, resistito dal B., che a sua volta proponeva appello incidentale, la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza depositata il 15.6.04, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava improponibile la domanda di ripetizione del B. nei confronti del B. per intervenuta decadenza.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., con un solo motivo, mentre ha resistito con controricorso il B..

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 79 secondo comma L. n. 392 del 1978, sostenendosi che il termine di decadenza semestrale previsto dalla norma predetta decorra dalla riconsegna dell’immobile locato, termine che va ricollegato alla definitiva cessazione di fatto del rapporto locatizio.

Il motivo è infondato.

Infatti, nessuna censura può muoversi in linea di massima a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata in ordine alla decorrenza, nel caso di specie, del momento iniziale del suddetto termine semestrale di decadenza per l’esercizio dell’azione di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal conduttore, ai sensi del citato art. 79 della L. 392/78.

Ed invero, premesso che la fattispecie in esame è caratterizzata dalla circostanza, pacifica tra le parti, che nel rapporto di locazione in corso tra il B., conduttore, ed il B., locatore, sia subentrata ex lege, a far data dal 6.2.97, la moglie del B. medesimo in conseguenza dell’assegnazione a suo favore della casa coniugale in sede di separazione personale, e che trattasi di un caso che è privo di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, si rileva che le soluzioni astrattamente prospettabili in materia sono tre:

1) il semestre ex art. 79 L. 392/78 decorre – come sostiene la sentenza impugnata – dalla pronuncia sulla separazione personale di coniugi, perché è in questo momento che al coniuge originariamente titolare del contratto subentra l’altro coniuge, assegnatario, mentre nell’ipotesi in questione deve escludersi la possibilità, da parte dell’originario conduttore, di un effettivo rilascio dell’immobile, se non nel senso figurato che più avanti verrà precisato;

2) il semestre decorre, anche in questo caso, dalla data dell’effettivo rilascio da parte dell’originario conduttore, data che può non coincidere con quella del provvedimento giudiziale di separazione e che deve essere provata dall’interessato a fronte di eventuale eccezione di decadenza;

3) in mancanza di possibilità di un rilascio effettivo dell’immobile, si deve escludere che possa aversi una decadenza dall’azione ex art. 79 citato, anche per evitare eventuali ritorsioni del locatore nei confronti del coniuge assegnatario subentrato nella qualità di conduttore, per cui resterebbe soltanto il decorso della prescrizione.

L’ultima tesi va senz’altro esclusa, in quanto, in caso della sua adozione, resterebbe di fatto abrogata la decadenza sancita dall’art. 79 secondo comma L. 392/78.

La soluzione del problema va, pertanto, ricercata attraverso un accorto bilanciamento delle prime due tesi, tenendo presente l’esigenza che la decorrenza del semestre resti ancorata ad una data certa, senza tuttavia porsi in contrasto con quel consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa C.S. che richiede, per l’inizio del decorso del termine stesso, la necessità di un effettivo rilascio dell’immobile locato, nel senso cioè che esso “viene concretamente posto nella effettiva disponibilità del locatore” (Cass. 22.3.2005 n. 6152).

Orbene, come ha correttamente rilevato la Corte di merito, se è indubbiamente vero che la locuzione “riconsegna”, utilizzata nell’art. 79 per indicare il momento iniziale del termine semestrale, va normalmente interpretata nel senso che tale dies a quo coincide con quello in cui l’immobile in locazione viene rilasciato dal conduttore e posto in concreto nella disponibilità effettiva del locatore, è altrettanto vero che siffatta interpretazione non può non tenere conto anche di quelle controversie in cui, per le ragioni più svariate, si fosse resa necessaria la distinzione tra cessazione del rapporto di locazione e concreta riconsegna dell’immobile, intesa quest’ultima quale obbligo autonomo, a volte anche di non semplice esecuzione, che può richiedere la cooperazione stessa del locatore.

È ovvio, infatti, che in questi casi, allo scopo in particolare di impedire che l’inizio della decorrenza del semestre possa essere anticipato ad un momento in cui ancora permanga la detenzione del bene da parte del conduttore, la giurisprudenza di questa C.S. abbia privilegiato una interpretazione della norma dell’art. 79 L. 392/78 che sia strettamente vincolata al dato testuale.

È però altrettanto comprensibile che, laddove debba escludersi un rilievo autonomo della riconsegna dell’immobile rispetto alla cessazione del rapporto di locazione, nel senso cioè che la prima resta completamente assorbita nella seconda per quanto attiene alla sua tipica funzione, il termine di decadenza allora non può che farsi decorrere dal momento stesso della cessazione del rapporto.

In tale ambito deve farsi rientrare appunto il caso della successione del coniuge separato nella posizione di conduttore della casa coniugale, ai sensi dell’art. 6 L. 392/78, allorquando quest’ultima gli sia stata assegnata dal giudice in sede di separazione personale, in quanto è pacifico che si sia con ciò realizzata un’ipotesi di cessione ex lege del contratto a favore del coniuge assegnatario “con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non è più suscettibile di reviviscenza neppure nell’ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore” (v. Cass. n. 10890/1993).

Data la successione in parola, che si realizza a prescindere dalla volontà del locatore e dalla sua stessa conoscenza del fatto successorio, sarebbe, perciò, assurdo in tale ipotesi far decorrere, per il conduttore sostituito, il termine di decadenza dall’azione ex art. 79 della legge sull’equo canone dal fatto della riconsegna dell’immobile locato cui sia tenuto un soggetto totalmente diverso da quello avente diritto alla ripetizione delle somme non dovute.

In altri termini, non sembra affatto ragionevole che l’esercizio di un proprio diritto dipenda dall’elemento temporale comunque legato alla sorte di un rapporto giuridico rispetto al quale l’agente sia divenuto totalmente estraneo.

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Avvocato Sergio Armaroli
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