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come impugnare testamento olografo falso : soluzione Bologna

CHIAMA SUBITO NON RIMANERE NEL DUBBIO PER RISOLVERE DOBBIAMO INCONTRARCI DEVI SUBITO PRENDERE APPUNTAMENTO LE QUESTIONI VANNO STUDIATE DISCUSSE E ANALIZZATE A FONDO

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IMPUGNAZIONE TESTAMENTO FALSO

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Proporre, con azione di accertamento negativo, una eccezione di nullità del testamento falso. Anche se sarebbe più corretto parlare di inesistenza. Il testamento olografo impugnato per falsità non è nullo per difetto di forma. Ma in realtà inesistente.


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ANNULLAMENTO TESTAMENTO OLOGRAFO PER INCAPACITA’ NATURALE- avvocati bologna

 

L’annullamento di un testamento per incapacità naturale del testatore postula l’esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del de cuius, bensì la prova che, cagione di un’infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi. L’onere della prova di tale condizione grava sul soggetto che impugna la scheda testamentaria, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso è compito di chi vuole avvalersi del testamento dimostrare che esso fu redatto in un momento di lucido intervallo.

L’incapacità naturale del disponente che ai sensi dell’art. 591 c.c. determina l’invalidità dei testamento non si identifica in una genetica alterazione del normale processo di formazione ed estrinsecazione della volontà ma richiede che, a causa dell’infermità, il soggetto, al momento della redazione del testamento, sia assolutamente privo della coscienza del significato dei propri atti e della capacità di autodeterminarsi, così da versare in condizioni analoghe a quelle che, con il concorso dell’abitualità, legittimano la pronuncia di interdizione. Ai fini del relativo giudizio il giudice di merito, in particolare, non può ignorare il contenuto dell’atto di ultima volontà e gli elementi di valutazione da esso desumibili, in relazione alla serietà, normalità e coerenza dalle disposizioni nonché ai sentimenti ed ai fini che risultano averle ispirate. (Nella specie la S.C. ha annullato la sentenza impugnata, rilevando. che in essa si era fatto riferimento ad elementi indiziari che di per sè erano rappresentativi di una generica riduzione della capacità di intendere e di volere, senza effettivamente valutare — sulla base di adeguata e specifica disamina della portata dei dati clinici, di quelli inerenti agli effetti dei farmaci antidolorifici assunti dal soggetto e di quelli offerti dalla grafica e dal contenuto della scheda testamentaria — se poteva dedursene anche la più specifica prova della incapacità rilevante ai fini in esame).

Le manifestazioni morbose a carattere intermittente e ricorrente che, pur potendo escludere la capacità di intendere e di volere, qualora la volontà testamentaria sia stata manifestata nel corso di tali episodi, lasciano integre negli intervalli le facoltà psichiche del soggetto, non sono assimilabili alle infermità permanenti ed abituali che diano luogo a momenti di lucido intervallo. Tale diversità di situazioni si ripercuote sull’onere della prova, in quanto mentre nella seconda ipotesi, qualora l’attore in impugnazione abbia fornito la prova di una infermità mentale permanente, è a carico di chi afferma la validità del testamento la dimostrazione che lo stesso fu posto in essere in un momento di lucido intervallo — in quanto la normalità presunta è l’incapacità — nella prima ipotesi, invece, quando cioè si tratta di malattia la quale nei periodi di intervallo consente la reintegrazione del soggetto nella normalità della sua capacità intellettiva, l’accertamento di fenomeni patologici anteriori all’atto di cui si controverte non è sufficiente ad integrare la prova rigorosa della sussistenza della incapacità nel momento in cui l’atto stesso è stato compiuto.

Non è sufficiente che il normale processo di formazione ed estrinsecazione della volontà sia in qualunque modo alterato o turbato — come frequentemente avviene nel caso di grave malattia — ma è necessario che lo stato psicofisico del soggetto sia in quel momento tale da sopprimere l’attitudine a determinarsi coscientemente e liberamente, essendo regola la capacità di agire del soggetto e dovendo, pertanto, la sua incapacità — che costituisce un’eccezione — essere provata in modo serio e rigoroso.

 

 

 

In tema di annullamento del testamento, nel caso di infermità tipica, permanente ed abituale, l’incapacità del testatore si presume e l’onere della prova che il testamento sia stato redatto in un momento di lucido intervallo spetta a chi ne afferma la validità; qualora, invece, detta infermità sia intermittente o ricorrente, poiché si alternano periodi di capacità e di incapacità, non sussiste tale presunzione e, quindi, la prova dell’incapacità deve essere data da chi impugna il testamento.

Il chiamato all’eredità è legittimato ad impugnare, ex art. 591 c.c., il testamento che lo ha nominato quando il suo annullamento gli consenta di accedere, anche solo per motivi di interesse morale, ad una diversa delazione, legittima o testamentaria, la cui maggiore o minore convenienza non è sindacabile dal giudice.

In tema di annullamento del testamento, l’incapacità naturale del testatore postula la esistenza non già di una semplice anomalia o alterazione delle facoltà psichiche ed intellettive del “de cuius”, bensì la prova che, a cagione di una infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il soggetto sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione dell’atto di ultima volontà, della coscienza dei propri atti o della capacità di autodeterminarsi; peraltro, poiché lo stato di capacità costituisce la regola e quello di incapacità l’eccezione, spetta a chi impugni il testamento dimostrare la dedotta incapacità, salvo che il testatore non risulti affetto da incapacità totale e permanente, nel qual caso grava, invece, su chi voglia avvalersene provarne la corrispondente redazione in un momento di lucido intervallo.

Ai fini dell’accertamento sulla sussistenza o meno della capacità di intendere e di volere del “de cuius” al momento della redazione del testamento, il giudice del merito non può ignorare il contenuto del testamento medesimo e gli elementi di valutazione da esso desumibili, in relazione alla serietà, normalità e coerenza delle relative disposizioni, nonché ai sentimenti ed ai fini che risultano averle ispirate.

In tema d’impugnazione del testamento per incapacità d’intendere e di volere del testatore, il legatario, che abbia partecipato al giudizio di primo grado, assume nella fase di appello la qualità quantomeno di litisconsorte necessario processuale, non essendo concepibile che, all’esito dello stesso processo, un testamento possa essere ritenuto valido (o invalido) nei confronti dell’erede istituito e invalido (o valido) nei confronti del legatario. Nel caso di legato di usufrutto, che abbia prodotto i suoi effetti, la morte del legatario avvenuta nel corso del giudizio di primo grado, non rende superflua la partecipazione dei suoi eredi al giudizio di appello. L’eventuale annullamento del testamento porrebbe nel nulla, con efficacia retroattiva, gli effetti prodotti dal legato prima della morte del legatario e le conseguenze del godimento di fatto esercitato dall’usufruttuario sarebbero destinate a ripercuotersi sui suoi eredi (è sufficiente fare riferimento all’obbligo di restituzione dei frutti).

È inammissibile (per difetto di interesse) l’impugnazione del testamento per incapacità del testatore proposta, ex art. 591 c.c., da eredi legittimi (nella specie, cugini del de cuius) esclusi dall’ordine della successione legittima in conseguenza della esistenza in vita di altri eredi legittimi di grado poziore (nella specie, le sorelle del testatore) che non abbiano, invece, impugnato la scheda testamentaria, poiché nessun concreto vantaggio potrebbe loro derivare dall’eventuale accoglimento dell’azione cosi proposta, essendo l’eredità destinata a devolversi, in tal caso, ai detti eredi di grado poziore.

 

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A parere dei giudici l’azione di nullità del testamento falso contempera al meglio le varie esigenze.

Difatti:

  1. mantiene definitivamente il testamento olografo nell’orbita delle scritture private, senza paragonarlo ad un atto pubblico
  2. evita un concetto delicato come quello delle scritture private
  3. regola l’onere probatorio a carico di chi contesta l’autenticità del testamento
  4. evita l’introduzione di un procedimento complesso (querela di falso)
  5. impugnazione testamento olografo falso impugnazione testamento olografo atto di citazione impugnazione testamento olografo competenza territoriale impugnazione testamento olografo querela di falso impugnazione testamento olografo e querela di falso impugnazione testamento olografo giurisprudenza impugnazione testamento olografo incapacità impugnazione testamento olografo lesione legittima impugnazione testamento olografo mediazione obbligatoria impugnazione testamento olografo nullo impugnazione testamento olografo onere della prova impugnazione testamento olografo per lesione di legittima ricorso per impugnazione testamento olografo impugnazione testamento olografo sezioni unite impugnazione testamento olografo termini impugnazione testamento olografo verificazione come impugnare testamento olografo come impugnare testamento olografo falso come fare per impugnare un testamento olografo quando impugnare testamento olografo impugnazione testamento olografo falso impugnazione testamento olografo atto di citazione impugnazione testamento olografo competenza territoriale impugnazione testamento olografo querela di falso impugnazione testamento olografo e querela di falso impugnazione testamento olografo giurisprudenza impugnazione testamento olografo incapacità impugnazione testamento olografo lesione legittima impugnazione testamento olografo mediazione obbligatoria impugnazione testamento olografo nullo impugnazione testamento olografo onere della prova impugnazione testamento olografo per lesione di legittima ricorso per impugnazione testamento olografo impugnazione testamento olografo sezioni unite impugnazione testamento olografo termini impugnazione testamento olografo verificazione come impugnare testamento olografo come impugnare testamento olografo falso come fare per impugnare un testamento olografo quando impugnare testamento olografo.
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  7. che sul punto si confrontano, nella giurisprudenza di questa Corte, due orientamenti;che i motivi del ricorso di B.A.G. e di A.B. pongono la questione dello strumento processuale utilizzabile per contestare l’autenticità del testamento olografo;
  8. che, secondo un primo indirizzo, poiché il testamento olografo è un documento che non perde la sua natura di scrittura privata per il fatto che deve rispondere ai requisiti di forma imposti dalla legge (art. 602 cod. civ.) e che deriva la sua efficacia dal riconoscimento, espresso o tacito, che ne faccia il soggetto contro il quale la scrittura è prodotta, quest’ultimo, ove voglia impedire tale riconoscimento e contesti globalmente l’intera scheda testamentaria, deve proporre il disconoscimento, che pone a carico della controparte l’onere di dimostrare, in contrario, che la scrittura non è stata contraffatta e proviene, invece, effettivamente dal suo autore apparente (Sez. 2, 16 ottobre 1975, n. 3371; Sez. 2, 5 luglio 1979, n. 3849);
  9. che – in questa linea – si è precisato che qualora sia fatta valere la falsità del testamento olografo, l’azione – che ha ad oggetto l’accertamento dell’inesistenza dell’atto — soggiace allo stesso regime probatorio stabilito nel caso di nullità prevista dall’art. 606 cod. civ. per la mancanza dei requisiti estrinseci del testamento, sicché – avuto riguardo agli interessi dedotti in giudizio dalle parti – nell’ipotesi di conflitto tra l’erede legittimo che disconosca l’autenticità del testamento e chi vanti diritti in forza di esso, l’onere della proposizione dell’istanza di verificazione del documento contestato incombe sul secondo, cui spetta la dimostrazione della qualità di erede, mentre nessun onere, oltre quello del disconoscimento, grava sull’erede legittimo: pertanto sulla ripartizione dell’onere probatorio non ha alcuna influenza la posizione processuale assunta dalle parti, essendo irrilevante se l’azione sia stata esperita dall’erede legittimo (per fare valere, in via principale, la falsità del documento) ovvero dall’erede testamentario che, agendo per il riconoscimento dei diritti ereditari, abbia visto contestata l’autenticità del testamento da parte dell’erede legittimo (Sez. 2, 12 aprile 2005, n. 7475; Sez. 2, 11 novembre 2008, n. 26943);
  10. che, secondo un altro indirizzo, la contestazione dell’autenticità del testamento olografo si risolve in un’eccezione di falso e deve essere sollevata (tenuto conto dell’idoneità del testamento olografo a devolvere l’eredità quale effetto immediato conseguente alla pubblicazione, ai sensi dell’art. 620, sesto comma, cod. civ., e dell’equiparazione che, a certi fini, la legge penale ne fa agli atti pubblici) solo nei modi e con le forme di cui all’art. 221 e ss. cod. proc. civ. (Sez. 2, 3 agosto 1968, n. 2793; Sez. 2, 30 ottobre 2003, n. 16362);
  11. avvocati a Bologna
    Stalking , divieto di avvicinamento alla vittima Art. 612 bis. Atti persecutori. Stalking.
  12. che quest’ultimo indirizzo ha trovato un avallo in un obiter delle Sezioni Unite contenuto nella recente sentenza 23 giugno 2010, n. 15169;
  13. che, infatti, chiamate a risolvere il contrasto di giurisprudenza insorto sui modi di contestazione delle scritture provenienti da terzi estranei alla lite, le Sezioni Unite hanno si enunciato la regola della libertà di forma nella contestazione delle scritture private provenienti da terzi (motivandola sul rilievo che ad esse non è applicabile né la disciplina sostanziale di cui all’art. 2702 cod. civ., né quella processuale di cui all’art. 214 cod. proc. civ., atteso che costituiscono prove atipiche il cui valore probatorio è meramente indiziario, e che possono, quindi, contribuire a fondare il convincimento del giudice unitamente agli altri dati proba-tori acquisiti al processo), ma hanno perimetrato detta regola con la precisazione che nell’ambito delle scritture private un diverso trattamento deve tuttavia essere riservato a quelle – come, appunto, il testamento olografo – la cui natura conferisce loro un’incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata, tale da richiedere la querela di falso onde contestarne l’autenticità;
  14. che l’affermazione incidentale delle Sezioni Unite non ha sopito il contrasto all’interno della Sezione;
  15. che, da un lato, la sentenza 23 dicembre 2011, n. 28637, si è posta sulla scia dei precedenti che ammettono che il testamento olografo può essere semplicemente disconosciuto, ai sensi dell’art. 214 cod. proc. civ., dall’erede legittimo che ne assuma la falsità, in tal modo gravandosi l’erede testamentario che voglia valersi del testamento dell’onere di dar corso al procedimento di verificazione della scrittura (art. 216 cod. proc. civ.);
  16. che, dall’altro lato, con la sentenza 24 maggio 2012, n. 8272, si è data continuità ‘alla giurisprudenza di questa Corte (Cass. 16362/03), che risulta ora confermata dalle Sezioni Unite (15169/10) le quali, pur rivedendo l’orientamento precedente in ordine alle scritture provenienti da terzi, hanno ribadito che deve riservarsi diverso trattamento a quelle (come il testamento olografo) la cui natura conferisce loro una incidenza sostanziale e processuale intrinsecamente elevata, tale da richiedere la querela di falso onde contestarne l’autenticità’;
    RISOLVI TESTAMENTO AVVOCATO TESTAMENTO
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  17. impugnazione testamento olografo falso:

    il falso negozio mortis causa non induce alcun atto dispositivo patrimoniale da parte di terzi, ma è autosufficiente nella produzione degli effetti in capo all’erede, che acquista solo in virtù del rapporto di successione.
    Non si configura strutturalmente, pertanto, il reato di truffa, che postula un arricchimento in virtù di un atto dispositivo determinato dal mendacio, nel caso di specie insussistente, mentre il disvalore della condotta resta interamente assorbito dalla falsità testamentaria.
    La sentenza impugnata deve essere, pertanto, sul punto annullata senza rinvio, con conseguente rideterminazione del trattamento sanzionatorio.

    Corte di Cassazione

    sez. V Penale, sentenza 11 marzo – 9 aprile 2019, n. 15666
    Presidente Miccoli – Relatore Tudino

    Ritenuto in fatto

    1.Con la sentenza impugnata del 23 gennaio 2018, la Corte d’appello di Reggio Calabria ha confermato la decisione del Tribunale di Locri del 4 luglio 2014, con la quale è stata affermata la responsabilità penale di M.V. in ordine al delitto di falso in testamento olografo, con le statuizioni accessorie.
    2. Avverso la sentenza della Corte d’appello di Reggio Calabria ha proposto ricorso l’imputata, per mezzo del difensore, Avv. VB, articolando tre motivi.

    2.1. Con il primo motivo, deduce violazione della legge penale in riferimento all’affermazione di responsabilità per avere il perito d’ufficio nominato in grado d’appello escluso la riconducibilità autografa del testamento all’imputata, sostenuta, invece, dal perito del tribunale, con conseguente erronea applicazione della norma incriminatrice di cui all’art. 489 c.p., in assenza di indicatori di concorso.

    2.2. Con il secondo motivo, deduce vizio della motivazione, avendo la corte d’appello tratto dall’unico argomento del cui prodest la prova di concorso nel reato.

    2.3. Con il terzo motivo, deduce analoghe censure in riferimento all’art. 640 c.p., in assenza di raggiri in danno degli eredi di F.V. .

    Considerato in diritto

    1. I primi due motivi di ricorso sono inammissibili.
    2. Sono genericamente formulate e, comunque, manifestamente infondate le censure in punto di affermazione della responsabilità penale dell’imputata per il delitto di falso materiale sub a).

    2.1. All’esito della perizia grafologica svolta nel giudizio d’appello, è risultata confermata la natura apocrifa della schede testamentaria, contenente la nomina di erede universale di M.V. , sottoscritta con firma invece autentica, da F.V. . L’impossibilità di ricondurre le apocrife scritturazioni istitutive alla mano dell’imputata – attestata dal perito – non ha, tuttavia, impedito alla corte territoriale di ravvisare molteplici e convergenti indicatori del concorso nella medesima M. nell’attività materiale di contraffazione, eventualmente riconducibile ad ignoti. La sentenza impugnata enuncia, al riguardo, oltre l’interesse alla successione universale nel patrimonio del de cuius – condizione necessaria e già sufficiente per la riconducibilità soggettiva del falso – la complessiva condotta, antecedente e successiva al decesso del F. , tenuta dall’imputata nei confronti della nipote S. , già istituita erede universale con un testamento olografo anteriore e completamente estromessa da ogni forma di frequentazione con il nonno, di cui la M. era badante.
    La corte territoriale ha, pertanto, dato conto – con argomentazione esauriente e priva di illogicità – degli elementi individualizzanti provenienti dagli atti, superando i rilievi della difesa e confermando la univoca convergenza delle fonti di prova.
    Di guisa che dal testo della sentenza impugnata non è dato ravvisare alcuna omissione valutativa, né alcuna disarticolazione del ragionamento giustificativo, con il quale il ricorrente omette di confrontarsi (Sez. U. n. 8825 del 27/10/2016 – dep. 2017, Galtelli, Rv. 268822).
    Il secondo motivo di ricorso è, pertanto, inammissibile.

    2.2. È, del pari, manifestamente infondato il primo motivo.

    A fronte della analitica ed esaustiva valutazione rappresentata in sentenza, il ricorrente invoca l’applicabilità della residuale fattispecie di cui all’art. 489 c.p., che si pone in rapporto di alternatività con il reato di falso in testamento olografo (Sez. 5, n. 12599 del 20/12/2016 – dep.2017, Bevilacqua, Rv. 269708), omettendo di confrontarsi con l’articolato percorso argomentativo rappresentato dai giudici dell’appello, al quale la ricorrente contrappone una sorta di falsa istituzione di erede a sua insaputa, di cui si sarebbe solo giovata, pubblicando il testamento, con argomentazione avulsa da qualsivoglia verosimiglianza.

    Risulta, invece, sussistente la fattispecie contestata, tuttora punibile (Sez. 5, n. 25948 del 06/04/2017, P.G. in proc. Bertelli, Rv. 270287, N. 26812 del 2016 Rv. 267291, N. 52218 del 2016 Rv. 268761), che si realizza con la pubblicazione del testamento ad opera del notaio in quanto l’uso dell’atto falso che rende la falsità punibile, ex art. 485 c.p., consiste in una qualsiasi utilizzazione che abbia giuridica rilevanza (Sez. 5, n. 12159 del 21/10/2014 – dep. 2015, Orezzoli, Rv. 263451N. 2826 del 1984, N. 37238 del 2010 Rv. 248647).
    Né rileva la autenticità della firma apposta in sottoscrizione, in quanto può essere considerato olografo solo il testamento integralmente formato dal testatore (Sez. 5, n. 51709 del 06/10/2014, Benzi, Rv. 262118, N. 5087 del 2006 Rv. 233628).

    2.3. La sentenza impugnata dà, pertanto, conto dell’affermazione di responsabilità dell’imputata attraverso una trama motivazionale logica ed aderente alle emergenze processuali, mentre le relative censure intendono richiedere alla Corte un apprezzamento ponderato tra opposte ricostruzioni della vicenda, compiutamente scrutinata dal giudice di merito, inammissibile in sede di legittimità. L’indagine sul discorso giustificativo della decisione devoluta alla Corte di cassazione ha, difatti, un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato di legittimità essere limitato – per espressa volontà del legislatore – a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. Esula, infatti, dai poteri della Corte di cassazione quello di una “rilettura” degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione è, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimità la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente più adeguata, valutazione delle risultanze processuali (Sez. U, n. 6402 del 30/04/1997, Dessimone, Rv. 207944).
    Le doglianze articolate in punto di responsabilità non sono, pertanto, inammissibilmente formulate.

    1. Non è, invece, ascrivibile alla norma incriminatrice contestata il fatto sub b).

    3.1. La falsificazione del testamento olografo ha determinato, secondo il contenuto dispositivo dell’atto, l’istituzione di erede universale dell’imputata, che è succeduta in tutte le situazioni giuridiche, attive e passive, facenti capo al de cuius ex art. 588 c.c..

    Ed è nell’acquisizione di un vero e proprio status, ex se produttivo di situazioni giuridiche soggettive, attive e passive, che il falso testamento olografo dispiega i propri effetti negoziali, creando l’apparenza che il testatore abbia chiamato l’istituito nell’universalità dei beni.

    3.2. Di guisa che il falso negozio mortis causa non induce alcun atto dispositivo patrimoniale da parte di terzi, ma è autosufficiente nella produzione degli effetti in capo all’erede, che acquista solo in virtù del rapporto di successione.
    Non si configura strutturalmente, pertanto, il reato di truffa, che postula un arricchimento in virtù di un atto dispositivo determinato dal mendacio, nel caso di specie insussistente, mentre il disvalore della condotta resta interamente assorbito dalla falsità testamentaria.
    La sentenza impugnata deve essere, pertanto, sul punto annullata senza rinvio, con conseguente rideterminazione del trattamento sanzionatorio.

    1. Alla eliminazione della porzione di pena riferibile al reato sub b), espressamente indicata nelle sentenze di merito in un mese di reclusione, può procedersi nella presente sede di legittimità, non comportando la rideterminazione del trattamento sanzionatorio una specifica rivalutazione di elementi di fatto, in linea con il principio secondo cui la Corte di cassazione pronuncia sentenza di annullamento senza rinvio se ritiene superfluo il rinvio e se, anche all’esito di valutazioni discrezionali, può decidere la causa alla stregua degli elementi di fatto già accertati o sulla base delle statuizioni adottate dal giudice di merito, non risultando necessari ulteriori accertamenti (Sez. U, n. 3464 del 30/11/2017 – dep. 2018, Matrone, Rv. 271831).

    La possibilità, riconosciuta dall’art. 620 c.p.p., comma 1, lett. l), nella formulazione modificata dalla L. 23 giugno 2017, n. 103, di rideterminare direttamente la pena sulla base delle statuizioni del giudice di merito, procedendo ad un annullamento senza rinvio, è circoscritta alle ipotesi in cui alla situazione da correggere possa porsi rimedio senza necessità dell’esame degli atti dei processi di primo e secondo grado e della formulazione di giudizi di merito, obiettivamente incompatibili con le attribuzioni del giudice di legittimità (Sez. 6, n. 44874 del 11/09/2017, Dessì, Rv. 271484).

    1. L’imputata deve essere condannata alla rifusione delle spese di costituzione e difesa della parte civile, liquidate come in dispositivo.

    P.Q.M.

    Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di truffa perché il fatto non sussiste ed elimina la relativa pena di mesi uno di reclusione.
    Dichiara inammissibile nel resto il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese in favore della parte civile, che liquida in complessivi Euro 1.000,00 (mille Euro), oltre accessori come per legge.

  18.  

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SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA COME FARE? COSA FARE?

SEPARAZIONE CONIUGI MARITO MOGLIE BOLOGNA ALTEDO MONTEVEGLIO CASALECCHIO, BUDRIO MALALBERGO, CASTEL SAN PIETRO SAN PIETROIN CASALE

Capo V
Dello scioglimento del matrimonio e della separazione dei coniugi

Art. 149.
Scioglimento del matrimonio.

Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge. Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai sensi dell’articolo 82, o dell’ articolo 83, e regolarmente trascritto, cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge.

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  • Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 2 dicembre 2019, n. 31358.
  • – che è vero come, secondo l’orientamento più volte espresso da questa Corte, nel giudizio di divorzio la sopravvenuta morte del coniuge determina la cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio ed a tutti i profili economici connessi (Cass. 20 febbraio 2018, n. 4092; Cass. 8 novembre 2017, n. 26489; Cass. 29 luglio 2015, n. 16051, non tutte massimate): onde l’evento della morte sortisce l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato, assumendo esso rilevanza in relazione alla specifica res litigiosa; – che, pertanto, atteso che il capo di pronuncia sullo status era passato in giudicato, va accolta l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere con riguardo alla materia residua, ossia con riguardo ai capi sulle disposizioni patrimoniali a carico dell’obbligato, che non hanno ancora acquisito definitività; – che, pertanto,

AVVOCATO DIVORZISTA MATRIMONIALISTA BOLOGNA ESPERTO DIVORZI E SEPARAZIONE IMPOSSIBILI, CON FORTI LITI TRA I CONIUGI SERGIO ARMAROLI 051 6447838

come risolvere bene bologna una successione Testamentaria  o legittima con l'avvocatoCon il testamento si dispone del proprio patrimonio per il tempo in cui si cesserà di vivere.
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Art. 150.
Separazione personale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

E’ ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.

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Art. 151.
Separazione giudiziale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

, Cass. Civile, sez. I, sentenza 30 gennaio 2013, n. 2183.

La procedura per la separazione consensuale:

  • La Separazione consensuale è molto agevole ed è lo strumento attraverso il quale marito e moglie, di comune accordo tra loro, decidono di separarsi.
  • La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione
  • La separazione consensuale acquista efficacia con un provvedimento emesso dal Tribunale, l’omologa (in pratica il Tribunale si limita a validare, controllare e dichiarare efficaci le condizioni determinate dai coniugi congiuntamente).
  • Diritto di Famiglia
  • Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

Si ricorre alla separazione giudiziale quando:

  • in caso di gravi disaccordi tra i coniugi per motivi economici o di affidamento dei figli e può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi. In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata la violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) da parte di uno dei coniugi e che questa violazione abbia determinato la cessazione del matrimonio.
  • Nel caso in cui l’addebito sia riconosciuto dal giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.
  1. Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

  1. a) che la Suprema Corte, sottoponendo a revisione l’indirizzo meno recente, favorevole in prevalenza “al passaggio da una separazione consensuale omologata ad una separazione addebitata”, anche per fatti successivi alla separazione medesima, non soltanto è pervenuta a sottolineare che, in seguito all’abrogazione dell’art. 156 c.c., non sussistono a carico dei coniugi separati obblighi di carattere morale derivanti dal matrimonio, ma solo obblighi di carattere patrimoniale (di guisa che non sono valutabili fatti commessi in violazione di obblighi non più esistenti quando la separazione è stata pronunciata o consensualmente accettata, potendo i comportamenti ed i fatti successivi alla separazione, eventualmente, valere soltanto ai fini del mutamento delle condizioni della separazione medesima, dell’inibitoria dell’uso del cognome maritale e dell’adozione degli strumenti di tutela di cui all’art. 155 c.c., comma 8, artt. 330 e 333 c.c., nonchè ai fini penali), ma, soprattutto, è pervenuta ad enucleare l’essenziale principio secondo cui, per la necessaria contestualità tra il giudizio di improseguibilità della convivenza ed il giudizio di addebitabilità, non è consentito, una volta che la separazione è stata pronunciata o omologata, stabilire con un giudizio a posteriori che il fallimento dell’unione coniugale avrebbe potuto essere imputato a fatti e comportamenti diversi da quelli già considerati (Cass. 17 marzo 1995, n. 3098; Cass. 19 settembre 1997, n. 9317);

SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA COME FARE? COSA FARE?

Diritto di famiglia e dei minori (separazioni, divorzi – consensuali, congiunti e giudiziali e con negoziazione assistita,  modifica delle condizioni di separazione, reversibilità di pensioni al coniuge superstite, riconoscimento di paternità) materie per le quali offre una intera gamma di servizi personalizzati volti al superamento delle numerose e variegate problematiche che si sviluppano all’interno del nucleo familiare.

– Procedure Di Separazione E Divorzio Sia Consensuali Che Giudiziali (Con O Senza Addebito)

– Disciplina Dei Rapporti Patrimoniali Dei Coniugi Ed Assegnazione Dell’Abitazione Familiare

– Affidamento, Collocazione, Mantenimento E Disciplina Del Diritto Di Frequentazione Dei Figli

– Procedure Di Affidamento Congiunto O Disgiunto Di Minori Nati Da Coppie Non Coniugate E, Più In Generale, Assistenza Legale In Ambito Di Rapporti Di Filiazione

Riconoscimento O Disconoscimento Dei Figli[wpforms id=”9898″ title=”true” description=”true”]

– Unioni Civili  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

Delle persone e della famiglia

 

– Tutela Dei Rapporti Nonni/Nipoti

– Tutela Avverso La Violazione Degli Obblighi Di Assistenza Nei Confronti Dei Figli Minori

– Ordini Di Protezione Ed Allontanamento Del Coniuge O Del Figlio

– Ordini Di Protezione Contro La Violenza O Lo Stalking Familiare

– Amministrazioni Di Sostegno

Coppie in crisi:

Uno dei due partner è deciso per la separazione e l’altro non accetta

La decisione di separarsi è chiara per entrambi

Coppie separate di fatto: coppie con aree di conflitto sui termini di affidamento dei figli e/o sul versante economico

Coppie separate legalmente: le condizioni di separazione risultano di difficile attuazione o non vengono rispettate

  •  

Codice Civile

Libro Primo
Delle persone e della famiglia

Titolo VI
Del matrimonio

separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare
separazione e divorzio a Bologna? 3 Ti spiego come devi fare e cosa bisogna fare

Capo V
Dello scioglimento del matrimonio e della separazione dei coniugi

Art. 149.
Scioglimento del matrimonio.

Il matrimonio si scioglie con la morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge. Gli effetti civili del matrimonio celebrato con rito religioso, ai sensi dell’articolo 82, o dell’ articolo 83, e regolarmente trascritto, cessano alla morte di uno dei coniugi e negli altri casi previsti dalla legge.

  • Cassazione civile, sez. VI, ordinanza 2 dicembre 2019, n. 31358.

  • – che è vero come, secondo l’orientamento più volte espresso da questa Corte, nel giudizio di divorzio la sopravvenuta morte del coniuge determina la cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio ed a tutti i profili economici connessi (Cass. 20 febbraio 2018, n. 4092; Cass. 8 novembre 2017, n. 26489; Cass. 29 luglio 2015, n. 16051, non tutte massimate): onde l’evento della morte sortisce l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato, assumendo esso rilevanza in relazione alla specifica res litigiosa; – che, pertanto, atteso che il capo di pronuncia sullo status era passato in giudicato, va accolta l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere con riguardo alla materia residua, ossia con riguardo ai capi sulle disposizioni patrimoniali a carico dell’obbligato, che non hanno ancora acquisito definitività; – che, pertanto,

  •  

Art. 150.
Separazione personale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

E’ ammessa la separazione personale dei coniugi.

La separazione può essere giudiziale o consensuale.

Il diritto di chiedere la separazione giudiziale o l’omologazione di quella consensuale spetta esclusivamente ai coniugi.

Art. 151.
Separazione giudiziale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza o da recare grave pregiudizio alla educazione della prole.

Il giudice, pronunziando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio.

, Cass. Civile, sez. I, sentenza 30 gennaio 2013, n. 2183.

La procedura per la separazione consensuale:

 

  • La Separazione consensuale è molto agevole ed è lo strumento attraverso il quale marito e moglie, di comune accordo tra loro, decidono di separarsi.

 

 

  • La separazione consensuale non è quindi possibile in mancanza di un accordo tra i coniugi che investa ciascuna questione
  •  
  • La separazione consensuale acquista efficacia con un provvedimento emesso dal Tribunale, l’omologa (in pratica il Tribunale si limita a validare, controllare e dichiarare efficaci le condizioni determinate dai coniugi congiuntamente).
  • Diritto di Famiglia
  • Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.
  •  

 

 

Si ricorre alla separazione giudiziale quando:

 

  • in caso di gravi disaccordi tra i coniugi per motivi economici o di affidamento dei figli e può essere richiesta anche da uno solo dei coniugi. In caso di separazione giudiziale è anche possibile richiedere l’addebito della separazione, cioè l’accertamento che vi sia stata la violazione degli obblighi che discendono dal matrimonio (fedeltà, coabitazione, cura della prole, etc.) da parte di uno dei coniugi e che questa violazione abbia determinato la cessazione del matrimonio.

 

  • Nel caso in cui l’addebito sia riconosciuto dal giudice a carico di uno dei coniugi, questi non ha diritto ad ottenere l’assegno di mantenimento e perde la maggior parte dei diritti successori.

 

  1. Procedure di diritto di famiglia internazionale, affidamento condiviso, affidamento congiunto, affidamento alternato, affidamento esclusivo e super esclusivo, sottrazione internazionale di minori, separazione consensuale, separazione giudiziale, assegno di mantenimento divorzile, famiglia di fatto, convivenza more uxorio, contratti convivenza eterosessuale e omossessuale.

 

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

Quanto al primo profilo, appare evidente la confusione operata dalla impugnata sentenza che riferisce i requisiti della consapevolezza e volontarietà del comportamento non già al comportamento stesso ma al loro impatto sul “sistema” delle norme sui doveri fondamentali dei coniugi, finendo per assolvere dalla valutazione di addebitabilità soggettiva quei comportamenti che, pur evidentemente difformi dallo standard dei valori sui quali la Costituzione italiana fonda il matrimonio, nella soggettiva opinione dell’agente siano conformi alla “propria” personale etica o visione sociale e religiosa od ai proprio costumi o siano espressivi (come afferma la Corte di merito con riguardo alla fattispecie) di una spontanea reattività a stili di vita non condivisi. Devesi invece ribadire che “la valutazione di addebito deve passare attraverso la verifica che i comportamenti, sempre che assunti dal coniuge in piena coscienza e volontà, e contrari ai doveri fondamentali del matrimonio, pur se spiegabili con la storia personale del coniuge stesso, abbiano una incidenza causale diretta nel determinare una condizione di oggettiva intollerabilità della convivenza” (cfr. Cass. 12383.05).

Quanto al secondo profilo, appare altrettanto chiaro l’errore commesso nell’aver conferito alla eventuale “tolleranza” del coniuge a fronte delle ventennali intemperanze una sorta di efficacia di esimente oggettiva (il consenso dell’avente diritto), mancando quindi di considerare “se detta tolleranza, irrilevante come stato soggettivo esprimente una impensavile accettazione consensuale delle angherie del coniuge, non sia invece espressiva di una sostanziale cessazione della affectio coniugalis e quindi della conversione del matrimonio in una protratta convivenza meramente formale” (cfr. in termini Cass. 5762.97 e sulla contigua questione del dovere di fedeltà Cass. 13592.06 – 8512.06 – 13747.03), “solo in tal caso potendosi escludere la rilevanza del comportamento stesso ai fini della valutazione di cui all’art. 151 c. 2 c.c.”

  1. a) che la Suprema Corte, sottoponendo a revisione l’indirizzo meno recente, favorevole in prevalenza “al passaggio da una separazione consensuale omologata ad una separazione addebitata”, anche per fatti successivi alla separazione medesima, non soltanto è pervenuta a sottolineare che, in seguito all’abrogazione dell’art. 156 c.c., non sussistono a carico dei coniugi separati obblighi di carattere morale derivanti dal matrimonio, ma solo obblighi di carattere patrimoniale (di guisa che non sono valutabili fatti commessi in violazione di obblighi non più esistenti quando la separazione è stata pronunciata o consensualmente accettata, potendo i comportamenti ed i fatti successivi alla separazione, eventualmente, valere soltanto ai fini del mutamento delle condizioni della separazione medesima, dell’inibitoria dell’uso del cognome maritale e dell’adozione degli strumenti di tutela di cui all’art. 155 c.c., comma 8, artt. 330 e 333 c.c., nonchè ai fini penali), ma, soprattutto, è pervenuta ad enucleare l’essenziale principio secondo cui, per la necessaria contestualità tra il giudizio di improseguibilità della convivenza ed il giudizio di addebitabilità, non è consentito, una volta che la separazione è stata pronunciata o omologata, stabilire con un giudizio a posteriori che il fallimento dell’unione coniugale avrebbe potuto essere imputato a fatti e comportamenti diversi da quelli già considerati (Cass. 17 marzo 1995, n. 3098; Cass. 19 settembre 1997, n. 9317);

  2. b) che detta Corte, approfondendo la giurisprudenza consolidatasi già nel precedente decennio ed, in particolare, configurando la separazione quale effetto o rimedio di una convivenza ormai intollerabile, o tale da pregiudicare gravemente l’educazione della prole, ha, secondo il suo più recente orientamento, ritenuto che la separazione medesima non è più prevista come uno stato transitorio, determinato da colpe, in prospettiva della ricomposizione dell’unione coniugale, ma comporta che detto istituto si sostanzia in un titolo auto sufficiente di cessazione della convivenza, suscettibile di ulteriori e diversificati esiti, onde la volontà del legislatore, espressa nell’art. 151 c.c., di riservare esclusivamente al giudice chiamato a pronunciare la separazione il potere di statuire, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia stato richiesto, l’addebitabilità della separazione, precludendo, in tal modo, la possibilità che questa sia prospettata aliunde, in altra sede, con autonoma domanda, in presenza di un precedente titolo della separazione stessa, una simile possibilità essendo configurabile solo in caso di nuova pronuncia di separazione, emessa in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo l’eventuale riconciliazione (Cass. 30 luglio 1999, n. 8272);

  3. c) che, “alla stregua della ratio decidendi testè riportata, l’inammissibilità del mutamento del titolo della separazione prescinde completamente dal carattere preesistente o sopravvenuto, rispetto alla separazione consensuale, dei comportamenti costituenti violazione dei doveri coniugali, ma attiene alla stessa struttura e funzione dell’istituto della separazione personale dei coniugi”.

La Corte territoriale, quindi, stimando “pienamente condivisibile” tale “referente” giurisprudenziale e non ravvisando “ragioni per discostarsene”, ha finito per escludere “l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione”, ritenendo così (e salvo quanto appresso) “esaurito il tema del decidere”.[wpforms id=”9898″ title=”true” description=”true”]

Nei termini sin qui riferiti, il Giudice del merito ha fatto corretta applicazione di principi che, ripetutamente enunciati dalla più recente giurisprudenza di legittimità, richiamata del resto nella sentenza impugnata (Cass. n. 9317/1997, cit.; Cass. n. 8272/1999, cit.; nonchè Cass. Sezioni Unite 4 dicembre 2001, n. 15279), sono stati, poi, ribaditi in una non lontana pronuncia di questa Corte (Cass. 29 marzo 2005, n. 6625) là dove trovasi affermato in particolare:

  1. a) che l’art. 151 c.c., nel testo introdotto dalla L. 19 maggio 1975, n. 151, di riforma del diritto di famiglia, stabilisce al comma 1 che la separazione può essere chiesta quando si verificano, anche indipendentemente dalla volontà di uno o di entrambi i coniugi, fatti tali da rendere intollerabile la convivenza o da recare grave pregiudizio all’educazione della prole, mentre, al comma 2, stabilisce poi che il giudice, pronunciando la separazione, dichiara, ove ne ricorrano le circostanze e ne sia richiesto, a quale dei coniugi sia addebitabile la separazione, in considerazione del suo comportamento contrario ai doveri che derivano dal matrimonio;

  2. b) che del sopra citato art. 151 c.c., il comma 1, quindi, ricollega la pronuncia di separazione al verificarsi di fatti oggettivi che rendano intollerabile la prosecuzione della convivenza coniugale o che compromettano l’educazione della prole, laddove il comma 2, invece, prevede la possibilità di una pronuncia accessoria, su istanza di uno o di entrambi i coniugi, di addebito della medesima separazione;

  3. c) che il coordinamento fra tali disposizioni evidenzia come la dichiarazione di addebito possa essere richiesta e adottata soltanto nell’ambito del giudizio di separazione, dovendosi escludere l’esperibilità, in tema appunto di addebito, di domande successive a tale giudizio, attribuendo espressamente dell’art. 151 c.c., il comma 2 la relativa cognizione alla competenza esclusiva del giudice della separazione, con la conseguente improponibilità di domande di addebito al di fuori del giudizio anzidetto;

  4. d) che, pertanto, i coniugi, vuoi qualora siano addivenuti ad una separazione giudiziale senza pronuncia di addebito, vuoi qualora siano addivenuti ad una separazione consensuale omologata, come nella specie, non possono chiedere, in un successivo giudizio, nè per fatti sopravvenuti nè per fatti anteriori alla separazione medesima, una pronuncia di addebito, onde, in tal senso, si palesano di per sè prive di fondamento le censure dell’odierna ricorrente là dove quest’ultima assume che “i fatti (originari) denunciati sono tutti precedenti alla richiesta di (separazione) consensuale, ma venuti a conoscenza di una delle parti contraenti soltanto dopo la prestazione del consenso”.

Peraltro, la Corte territoriale, nell’impugnata sentenza, pur avendo (come si è accennato) “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione” ed avendo, quindi, ritenuto “esaurito…il tema del decidere”, ha tuttavia reputato “necessarie ulteriori precisazioni”, così da affermare:

  1. a) che “dagli atti del procedimento emerge la prospettazione, da parte dell’attuale appellante, di una pregressa situazione di fallimento matrimoniale, per comportamenti addebitabili al B. D.N., tale da indurre V.S. a risolversi ad assumere l’iniziativa della separazione e che su tale situazione ebbe ad innestarsi la condotta intenzionalmente ingannevole, posta in essere dal marito, nell’intento di convincere la moglie ad addivenire alla separazione consensuale”;

  2. b) che, “inoltre, il comportamento dedotto dalla ricorrente come maliziosamente attuato dal coniuge al fine di indurla a separarsi consensualmente pare individuato negli artifici e raggiri consistenti nelle mendaci dichiarazioni circa la definitiva cessazione della relazione extraconiugale dallo stesso intrattenuta (della quale la moglie doveva essere a conoscenza – altrimenti non trovando logica spiegazione il mendacio relativo alla cessazione di tale rapporto -, relazione, invece, perdurante e dalla quale era in procinto di nascere un figlio) nonchè nella contestuale rappresentazione della possibilità di una riconciliazione tra i coniugi”;

  3. c) che, “in ultima analisi, piuttosto che fatti e comportamenti intrinsecamente idonei a fondare autonomamente un addebito…la ricorrente pare dedurre…elementi ascrivibili alla fattispecie del dolo processuale revocatorio…”;

  4. d) che, “se il decreto di omologazione della separazione personale consensuale concordata tra i coniugi…non costituisce un provvedimento impugnabile con il mezzo della revocazione, tuttavia va…esclusa quella sorta di lacuna dell’ordinamento adombrata dalla ricorrente (nel senso che) il provvedimento di omologazione, in se stesso considerato, è impugnabile con reclamo alla corte d’appello ai sensi dell’art. 739 c.p.c. ed è revocabile ai sensi dell’art. 742 c.p.c. per vizi di legittimità, che non si convertono in motivi di gravame, ma sono in ogni tempo deducibili nell’ambito della giurisdizione camerale e sono pure eccepibili in un processo ordinario…, dove l’esistenza di un valido decreto di omologazione si presenti come imprescindibile condizione di legittimità dell’azione”.

Al riguardo, giova premettere come la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 5 marzo 2001, n. 3149; Cass. 20 novembre 2003, n. 17607; Cass. 4 settembre 2004, n. 17902; Cass. n. 6625/2005, cit.), argomentando dalla natura negoziale (quand’anche non contrattuale) dell’accordo che da sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi, nonchè dal fatto che non è ravvisabile, nell’atto di omologazione, una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti o di governo dell’autonomia dei coniugi (rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra gli stessi coniugi, salvo che per quanto riguarda i patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, rispetto ai quali il giudice è dotato di un potere di intervento più penetrante), abbia ritenuto applicabili alla separazione consensuale omologata le norme generali che disciplinano la materia dei vizi della volontà, nei limiti in cui dette norme risultino compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare, riconoscendo ammissibile la relativa azione di annullamento, la cui esperibilità, non limitata all’istituto contrattuale ma estensibile ai negozi che riguardano i rapporti giuridici non patrimoniali, cui appartengono quelli appunto di diritto familiare, presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti, là dove, però, rispetto all’atto di separazione omologato, nè gli eventuali vizi del consenso nè la sua eventuale simulazione sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c., nel senso esattamente che, costituendo presupposto del ricorso a detta procedura l’allegazione dell’esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli ipotetici vizi dell’accordo di separazione, ovvero della sua simulazione, resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali.

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Nel caso in esame, tuttavia, è da osservare come l’odierna ricorrente non abbia specificatamente censurato l’apprezzamento di fatto della Corte territoriale secondo cui la stessa ricorrente:

1) mediante il ricorso (depositato il 22.7.1999) introduttivo del giudizio, ebbe a chiedere “il mutamento del titolo della separazione personale coniugale da consensuale, come da verbale del 24.11.1998, omologato con decreto del 1.12.1998, in giudiziale con addebito al coniuge…”;

2) mediante il ricorso in appello (depositato il 12.12.2003) avverso la sentenza del primo Giudice (dichiarativa dell’inammissibilità della domanda principale avanzata dalla V., al pari di quella, reciproca, proposta in via riconvenzionale dal marito), ha chiesto la riforma di detta sentenza “tramite l’accoglimento delle conclusioni formulate nel grado pregresso,…asserendo che…la valenza contrattuale della separazione consensuale…rendeva applicabili le norme (art. 1427 c.c.) sull’annullabilità dei contratti per vizio del consenso (e che tale) annullabilità (era) suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo…”.

In questo senso, anche a voler considerare l’assunto della Corte territoriale riportato da ultimo (sotto le lettere da “a” a “d” che precedono) alla stregua di una vera e propria ratio decidendi, non già di un mero obiter dictum (come pure induce a credere l’affermazione della medesima Corte secondo cui, “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione,…il tema del decidere potrebbe ritenersi esaurito”, indipendentemente, quindi, dalle “ulteriori precisazioni” che detto Giudice ha creduto nondimeno “necessarie”), appare, comunque, palese l’infondatezza delle censure attraverso le quali l’odierna ricorrente ha lamentato “il comportamento doloso (del marito) che ha viziato il consenso” (da lei prestato al raggiungimento della separazione consensuale), segnatamente deducendo che i relativi “accordi (vennero) esclusivamente raggiunti mediante l’occultamento doloso dei fatti, messo in atto subdolamente e premeditatamente da una delle parti contraenti”.

Al riguardo, infatti, malgrado la stessa ricorrente abbia, nella memoria ex art. 378 c.p.c., insistito sul rilievo secondo cui “nell’addivenire al negozio della separazione consensuale, la (sua) volontà…fu…viziata dal dolo del B.D.N.” (nel senso esattamente che “si lasciò indurre a concludere l’accordo separatizio in via consensuale dalle numerose e maliziose assicurazioni del marito – tendenti appunto a carpirle la sottoscrizione per il consenso – di aver cessato i rapporti adulterini…, ventilandole la possibilità di una…riconciliazione”), significando altresì che “la parte fraudolentemente ingannata poteva bene chiedere l’annullamento del negozio stesso” e che, “ove la volontà dei contraenti sia in qualche modo viziata, è logico ammettere la possibilità che si ponga nel nulla l’accordo con un’azione contenziosa, senza passare attraverso i rimedi camerali del reclamo e della revoca”, è da considerare, tuttavia, che, sulla base dell’incensurato (di per sè) apprezzamento di fatto della Corte territoriale sopra riferito, è rimasto accertato che la prospettazione dell’odierna ricorrente (ribadita in questa sede ed incentrata, come si è detto, sul rilievo di essere stata indotta alla separazione consensuale con volontà viziata dall’ignoranza di fatti dovuta al comportamento doloso dell’altra parte, assunto al fine di occultarli ed ottenere un’adesione che mai sarebbe stata concessa se tali fatti fossero stati conosciuti) non si è minimamente tradotta nell’esperimento di un vero e proprio giudizio di annullamento, bensì esclusivamente nella richiesta di una pronuncia di addebito, improponibile (per le ragioni illustrate) al di fuori del giudizio di separazione, ovvero, al più, in una pretesa pur sempre fondata, però, sull’annullabilità della separazione consensuale (per vizio del consenso) “suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo”, onde, avendo la stessa ricorrente proposto in sede di merito soltanto una simile domanda laddove altra è l’azione (di annullamento appunto) autonomamente predisposta dall’ordinamento a tutela del vizio allegato, nei limiti in cui quest’ultimo possa ritenersi rilevante in relazione ad un atto di separazione consensuale omologata, del tutto legittimamente la Corte territoriale, come già il primo Giudice, ha negato ingresso alla domanda sopraindicata escludendone l’ammissibilità.

Art. 152. (1)
[Separazione per condanna penale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere anche chiesta contro il coniuge che è stato condannato alla pena dell’ergastolo o della reclusione per un tempo superiore ai cinque anni, ovvero è stato sottoposto all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tranne il caso in cui la condanna o l’interdizione è anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ne è consapevole.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 153. (1)
[Separazione per non fissata residenza. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza giusto motivo, non fissa una residenza, o, avendone i mezzi, ricusa di fissarla in modo conveniente alla sua condizione.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151. 

Art. 154.
Riconciliazione. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta.

Art. 155.
Provvedimenti riguardo ai figli (
1)

 In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX.

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937. 

Va preliminarmente osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che l’onere di specifica indicazione dei motivi non può ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) sia basato sul mero richiamo dei motivi di appello ragionamento applicabile anche ai motivi di reclamo – atteso che una tale modalità di formulazione del motivo rende impossibile individuare la critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata, rivelandosi del tutto carente nella specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione. (Sez. 6 – 5, n. 1479 del 22/01/2018). Nel caso di specie, il ricorrente ha richiamato pedissequamente i rilievi mossi con l’atto di reclamo senza specificare, neppure per sommi tratti, il contenuto delle critica formulata al decreto impugnato, se non formulando censure generiche in ordine alle lacune, ai pregiudizi ed alle gravi carenze metodologiche dell’elaborato peritali che avrebbero potuto essere svolte in un qualsiasi procedimento, impedendo così di cogliere la portata delle doglianze. 3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5 rispettivamente per difetto di motivazione e violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 111 Cost. e art. 118 disp. att. c.p.c. nonchè per omessa valutazione di prove decisive. Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello non ha valutato le prove decisive costituite dalle deposizioni, quali informatrici, delle maestre della scuola elementare di (OMISSIS), il cui contenuto è stato distorto dalla CTU, ed entrambi i giudici di merito, nonostante le tempestive censure svolte sul punto dalla difesa del ricorrente, hanno omesso ogni motivazione. 4. Il motivo è inammissibile per difetto di genericità ed autosufficienza. Dall’esame del decreto impugnato non emerge traccia che sia stata dibattuta tra le parti la questione del valore probatorio delle deposizioni delle maestre della scuola di (OMISSIS) e dell’interpretazione che alle stesse sia stata data dalla CTU. E’ principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041). Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate come nel caso di specie – questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonchè il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430). Nel caso di specie, il ricorrente non ha adempiuto a tale onere di specifica allegazione, essendosi limitato ad affermare genericamente di aver formulato uno “specifico motivo d’appello” senza indicarne il contenuto ed il luogo di deduzione. 5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alla violazione del principio di bigenitorialità espresso dalla L. n. 54 del 2006, dell’art. 337 octies sull’ascolto del minore, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata con L. n. 176 del 1991 e della Carta di Nizza del 2000. Lamenta il ricorrente che nonostante si sia in presenza di un affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre maschera un affido esclusivo di fatto, potendo il padre trascorrere con il minore solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Corte d’appello ha erroneamente considerato come elemento di disturbo alla quiete del minore il mantenimento di una significativa relazione padre/figlio. La violazione delle norme sulle bigenitorialità e dell’ascolto del mi

Art. 155-bis. (1)
Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(…………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-ter. (1)
Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-quater. (1)
Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 27 maggio – 17 luglio 2008, n. 19691

(Presidente Varrone – Relatore Federico)

Svolgimento del processo

Con sentenza 26.03.03 il Tribunale di Bergamo, in relazione ad un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato l’1.10.94, rigettava la domanda di risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni pattuiti proposta il 15.2.00 dal locatore B. D. contro il conduttore B. G. per difetto di legittimazione passiva, riferendosi il mancato pagamento ad un periodo (1.4.99-1.10.99) in cui nel rapporto locatizio era subentrato come conduttore il coniuge L. R. per effetto di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale, e nel contempo accoglieva la domanda riconvenzionale con cui il B. aveva richiesto, previa determinazione del canone legalmente dovuto, la restituzione delle somme versate in eccesso, ritenendola fondata sotto il profilo del disposto dell’art. 2033 c.c., mentre risultava inammissibile ai sensi dell’art. 79 L. 392/78.

Proposto dal B. appello con duplice motivo, resistito dal B., che a sua volta proponeva appello incidentale, la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza depositata il 15.6.04, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava improponibile la domanda di ripetizione del B. nei confronti del B. per intervenuta decadenza.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., con un solo motivo, mentre ha resistito con controricorso il B..

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 79 secondo comma L. n. 392 del 1978, sostenendosi che il termine di decadenza semestrale previsto dalla norma predetta decorra dalla riconsegna dell’immobile locato, termine che va ricollegato alla definitiva cessazione di fatto del rapporto locatizio.

Il motivo è infondato.

Infatti, nessuna censura può muoversi in linea di massima a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata in ordine alla decorrenza, nel caso di specie, del momento iniziale del suddetto termine semestrale di decadenza per l’esercizio dell’azione di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal conduttore, ai sensi del citato art. 79 della L. 392/78.

Ed invero, premesso che la fattispecie in esame è caratterizzata dalla circostanza, pacifica tra le parti, che nel rapporto di locazione in corso tra il B., conduttore, ed il B., locatore, sia subentrata ex lege, a far data dal 6.2.97, la moglie del B. medesimo in conseguenza dell’assegnazione a suo favore della casa coniugale in sede di separazione personale, e che trattasi di un caso che è privo di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, si rileva che le soluzioni astrattamente prospettabili in materia sono tre:

1) il semestre ex art. 79 L. 392/78 decorre – come sostiene la sentenza impugnata – dalla pronuncia sulla separazione personale di coniugi, perché è in questo momento che al coniuge originariamente titolare del contratto subentra l’altro coniuge, assegnatario, mentre nell’ipotesi in questione deve escludersi la possibilità, da parte dell’originario conduttore, di un effettivo rilascio dell’immobile, se non nel senso figurato che più avanti verrà precisato;

2) il semestre decorre, anche in questo caso, dalla data dell’effettivo rilascio da parte dell’originario conduttore, data che può non coincidere con quella del provvedimento giudiziale di separazione e che deve essere provata dall’interessato a fronte di eventuale eccezione di decadenza;

3) in mancanza di possibilità di un rilascio effettivo dell’immobile, si deve escludere che possa aversi una decadenza dall’azione ex art. 79 citato, anche per evitare eventuali ritorsioni del locatore nei confronti del coniuge assegnatario subentrato nella qualità di conduttore, per cui resterebbe soltanto il decorso della prescrizione.

L’ultima tesi va senz’altro esclusa, in quanto, in caso della sua adozione, resterebbe di fatto abrogata la decadenza sancita dall’art. 79 secondo comma L. 392/78.

La soluzione del problema va, pertanto, ricercata attraverso un accorto bilanciamento delle prime due tesi, tenendo presente l’esigenza che la decorrenza del semestre resti ancorata ad una data certa, senza tuttavia porsi in contrasto con quel consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa C.S. che richiede, per l’inizio del decorso del termine stesso, la necessità di un effettivo rilascio dell’immobile locato, nel senso cioè che esso “viene concretamente posto nella effettiva disponibilità del locatore” (Cass. 22.3.2005 n. 6152).

Orbene, come ha correttamente rilevato la Corte di merito, se è indubbiamente vero che la locuzione “riconsegna”, utilizzata nell’art. 79 per indicare il momento iniziale del termine semestrale, va normalmente interpretata nel senso che tale dies a quo coincide con quello in cui l’immobile in locazione viene rilasciato dal conduttore e posto in concreto nella disponibilità effettiva del locatore, è altrettanto vero che siffatta interpretazione non può non tenere conto anche di quelle controversie in cui, per le ragioni più svariate, si fosse resa necessaria la distinzione tra cessazione del rapporto di locazione e concreta riconsegna dell’immobile, intesa quest’ultima quale obbligo autonomo, a volte anche di non semplice esecuzione, che può richiedere la cooperazione stessa del locatore.

È ovvio, infatti, che in questi casi, allo scopo in particolare di impedire che l’inizio della decorrenza del semestre possa essere anticipato ad un momento in cui ancora permanga la detenzione del bene da parte del conduttore, la giurisprudenza di questa C.S. abbia privilegiato una interpretazione della norma dell’art. 79 L. 392/78 che sia strettamente vincolata al dato testuale.

È però altrettanto comprensibile che, laddove debba escludersi un rilievo autonomo della riconsegna dell’immobile rispetto alla cessazione del rapporto di locazione, nel senso cioè che la prima resta completamente assorbita nella seconda per quanto attiene alla sua tipica funzione, il termine di decadenza allora non può che farsi decorrere dal momento stesso della cessazione del rapporto.

In tale ambito deve farsi rientrare appunto il caso della successione del coniuge separato nella posizione di conduttore della casa coniugale, ai sensi dell’art. 6 L. 392/78, allorquando quest’ultima gli sia stata assegnata dal giudice in sede di separazione personale, in quanto è pacifico che si sia con ciò realizzata un’ipotesi di cessione ex lege del contratto a favore del coniuge assegnatario “con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non è più suscettibile di reviviscenza neppure nell’ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore” (v. Cass. n. 10890/1993).

Data la successione in parola, che si realizza a prescindere dalla volontà del locatore e dalla sua stessa conoscenza del fatto successorio, sarebbe, perciò, assurdo in tale ipotesi far decorrere, per il conduttore sostituito, il termine di decadenza dall’azione ex art. 79 della legge sull’equo canone dal fatto della riconsegna dell’immobile locato cui sia tenuto un soggetto totalmente diverso da quello avente diritto alla ripetizione delle somme non dovute.

In altri termini, non sembra affatto ragionevole che l’esercizio di un proprio diritto dipenda dall’elemento temporale comunque legato alla sorte di un rapporto giuridico rispetto al quale l’agente sia divenuto totalmente estraneo.

È comunque innegabile che, nel caso di successione nel contratto di locazione ex art. 6 L. 392/78, nel momento in cui il coniuge separato ed assegnatario della casa coniugale sia subentrato nel contratto di locazione in sostituzione del coniuge, precedentemente titolare ex latere conductoris, si sia verificata una sorta di riconsegna (in senso del tutto figurativo e virtuale) dell’immobile al locatore da parte del vecchio conduttore, con contestuale consegna della cosa locata (sempre nel senso figurativo sopra specificato) al nuovo conduttore.

Conseguentemente, in questa ipotesi, la data di decorrenza del semestre va individuata – in linea di principio – in quella del provvedimento giudiziale di separazione personale dei coniugi, data dalla quale il conduttore non assegnatario cessa appunto di essere tale, pur dovendosi far salva a suo favore (come abbiamo anticipato nella premessa) la possibilità – a fronte di eventuale eccezione di decadenza – di dimostrare che l’effettivo rilascio dell’immobile sia avvenuto in data successiva a quella del provvedimento stesso.

Deve, dunque, ritenersi che, coerentemente con le ragioni sistematiche sopra evidenziate, nel caso di specie la Corte di merito abbia correttamente ritenuto che il provvedimento di omologazione della separazione consensuale dei coniugi B.-L., emesso in data 5.2.97 dal Tribunale di Bergamo, abbia estinto definitivamente il rapporto di locazione in capo al B. medesimo e che quest’ultimo abbia da quel momento perduto la qualità di conduttore, con la conseguenza che da quella data iniziava a decorrere, per il B., il termine di proponibilità di eventuali azioni per la ripetizione di somme versate per canoni contra legem.

Si aggiunga che nella specie, risultando dallo stesso ricorso per separazione dei coniugi predetti che il marito aveva già abbandonato la casa coniugale al momento della proposizione della domanda, ne deriva che non si rende necessario alcun accertamento circa la data dell’effettivo rilascio dell’immobile da parte del B., dovendosi far coincidere l’inizio della decorrenza del semestre con la data del provvedimento giudiziale di separazione.

Per completezza di motivazione, si rileva che la validità delle argomentazioni che precedono non resta inficiata dalla considerazione, fatta propria dal primo giudice, che – ove si facesse decorrere il termine di decadenza previsto dall’art. 79 L. 392/78 dal subentro di un nuovo conduttore nel contratto di locazione, ai sensi dell’art. 6 della stessa legge – l’esercizio dell’azione di ripetizione da parte dell’ex conduttore avrebbe esposto quello subentrante al rischio di ritorsioni ad opera del locatore, in quanto, come ha giustamente rilevato la Corte di merito, la soluzione della quaestio iuris qui accolta risulta la sola che appaia coerente con l’esigenza primaria di certezza dei rapporti giuridici che è connaturata all’istituto stesso della decadenza e postula una sua preminenza rispetto all’altra esigenza, pur essa legittima, che investe la tutela del contraente più debole nel contratto di locazione ed era stata ritenuta più cogente dal giudice di prime cure.

Il ricorso va, pertanto, rigettato, mentre ricorrono, considerata la novità della questione dibattuta, giusti motivi per compensare tra le parti le spese del giudizio di cassazione.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Spese del giudizio di cassazione compensate.

Art. 155-quinquies. (1)
Disposizioni in favore dei figli maggiorenni.

(………….)

(1)  Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-sexies. (1)
Poteri del giudice e ascolto del minore.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(………..)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Cfr. Tribunale di Lamezia Terme, ordinanza 26 maggio 2008, in Altalex Massimario.

il giudice reputa opportuno rimettere le parti dinnanzi al Collegio di mediazione, costituito in seno al Tribunale di Lamezia Terme e composto da “esperti” in mediazione familiare di rinomata professionalità. Rileva, al riguardo, che la legge 8 febbraio 2006 n. 54, recante disposizioni in materia di separazione dei genitori e affidamento condiviso dei figli, ha introdotto disposizioni normative di nuovo conio in seno alla disciplina concernente la separazione personale dei coniugi, tra cui l’art. 155-sexies c.c. che, al comma II, recita:

Qualora ne ravvisi l’opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l’adozione dei provvedimenti di cui all’articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell’interesse morale e materiale dei figli.

Trattasi di una norma introduttiva di un “nuovo” potere discrezionale del Giudice facente capo alla possibilità che questi rimetta le parti in causa dinnanzi ad un collegio di esperti affinché in quella sede nascano accordi – trai coniugi – intesi a regolamentare il nuovo menage familiare successivo alla crisi coniugale. Ed, infatti, la disposizione ex art. 155-sexies c.c., rubricata “poteri del giudice ed ascolto del minore” suggerisce che la scelta discrezionale di far ricorso alla mediazione vada inscritta nel novero dei “nuovi poteri” del giudicante i quali posso estrinsecarsi nella facoltà (rectius: potere) di ricorrere all’assistenza di organi d’ausilio. Dal dato normativo – invero alquanto scarno – emerge, in tal senso, che la figura deputata a “mediare” trai coniugi è dotata di particolari competenze professionali ed assume, di fatto, la qualità di ausiliario del giudice. Si tratta, invero, di una facoltà che, nei “casi previsti dalla legge”, è già riconosciuta al giudicante laddove si prevede (art. 68 c.p.c. ) che “il giudice … si può fare assistere da esperti in una determinata arte o professione e, in generale, da persona idonea al compimento di atti che non e’ in grado di compiere da sé solo”.

Si è discusso circa l’applicabilità della Mediazione al rito del divorzio, da taluni esclusa poiché – si afferma – ontologicamente non compatibile con quel rito: se, infatti, nel rito della separazione essa è funzionale al raggiungimento di un accordo di omologa, nel rito divorzile siffatta ratio verrebbe meno. E, tuttavia, ai sensi dell’art. 4, comma II, legge 54/2006, le disposizioni della normativa già cit. (quindi anche l’art. 155-sexies c.c.) , si applicano anche in caso di scioglimento, di cessazione degli effetti civili o di nullità del matrimonio, nonché ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati. Una interpretatio ortopedica, restrittiva, appare, quindi, non condivisibile.

Comunque vi è di più: il Giudice odierno reputa che la norma di cui all’art. 155-sexies, comma II, c.c. resterebbe applicabile in via analogica nel procedimento divorzile. Non può, infatti, essere sottaciuto che – anche nel rito del divorzio – permane l’interesse preminente e primario alla tutela della prole, in particolare dei figli minori – cosicché laddove la mediazione sia deputata a realizzare siffatta tutela, escluderla, in siffatti casi, creerebbe un vulnus agli artt. 3, 30, 31 Cost. E, dunque, l’estensione dell’istituto, anche al rito del divorzio, può essere postulata in forza del ricorso allo strumento dell’interpretazione adeguatrice o costituzionalmente orientata o teleologica o sistematica, in guisa del richiamo al principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost. (come, invero, già fatto in altro caso ma in relazione ai medesimi riti da Trib. Lamezia Terme, ordinanza 20 luglio 2007, Pres. ed est. C. Trapuzzano).

Art. 156.
Effetti della separazione sui rapporti patrimoniali tra i coniugi.

Il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a vantaggio del coniuge cui non sia addebitabile la separazione il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri.

L’entità di tale somministrazione è determinata in relazione alle circostanze e ai redditi dell’obbligato.

Resta fermo l’obbligo di prestare gli alimenti di cui agli articoli 433 e seguenti.

Il giudice che pronunzia la separazione può imporre al coniuge di prestare idonea garanzia reale o personale se esiste il pericolo che egli possa sottrarsi all’adempimento degli obblighi previsti dai precedenti commi e dall’articolo 155.

La sentenza costituisce titolo per l’iscrizione dell’ipoteca giudiziale ai sensi dell’articolo 2818.

In caso di inadempienza, su richiesta dell’avente diritto, il giudice può disporre il sequestro di parte dei beni del coniuge obbligato e ordinare ai terzi, tenuti a corrispondere anche periodicamente somme di danaro all’obbligato, che una parte di essa venga versata direttamente agli aventi diritto. (1) (2) (3) (4)

Qualora sopravvengano giustificati motivi il giudice, su istanza di parte, può disporre la revoca o la modifica dei provvedimenti di cui ai commi precedenti.

Cass. civile, sez. I, sentenza 1° agosto 2013, n. 18440.

L’accoglimento della richiesta della moglie di assegnazione dell’intera casa coniugale, da parte del primo giudice, è stata censurata, – in modo processualmente corretto, mediante appello – da parte dell’A.

Secondo giurisprudenza ampiamente consolidata (per tutte, Cass. n. 23591 del 2010), l’assegnazione della casa coniugale non può costituire una misura assistenziale per il coniuge economicamente più debole, ma può disporsi, a favore del genitore affidatario esclusivo ovvero collocatario dei figli minori, oppure convivente con figli maggiorenni ma non autosufficienti economicamente (e ciò pur se la casa stessa sia di proprietà dell’altro genitore o di proprietà comune).

Nella specie, non vi sono figli minori o maggiorenni autosufficienti economicamente, e dunque, del tutto correttamente, il giudice a quo ha revocato l’assegnazione della casa coniugale alla moglie.

È appena il caso di precisare che le questioni relative al diritto di proprietà della M. e a quello di abitazione per una quota dell’immobile da parte dell’A., esulano dalla competenza funzionale del giudice della separazione o del divorzio, e potranno essere esaminati in un ordinario giudizio di cognizione.

Va pertanto rigettato il ricorso principale.

Quanto a quello incidentale, l’unico motivo proposto appare infondato.

La rubrica del motivo (violazione di norme, che non vengono indicate, e vizio di motivazione) si limita all’addebito. In realtà il motivo tratta del tutto sommariamente pure dell’assegno e del regime delle spese.

Sull’addebito, il giudice a quo richiama una sentenza penale di condanna dell’A. per lesioni alla moglie, e dunque non si fonda certo (come sostiene il ricorrente), su mere affermazioni della moglie.

Sull’assegno, la sentenza impugnata, tenuto conto, tra l’altro, della scarsissima rendita della moglie (esclusivamente una pensione di Euro 400,00 mensili) e della condizione assai più florida dell’A., che svolge attività commerciale, con ditta propria, ed ha ricevuto rilevante somma all’atto della cessazione dell’attività di autotrasportatore. Corretta appare pertanto la corresponsione di assegno, pur di importo assai limitato, disposta dalla Corte di Appello.

Motiva altresì adeguatamente la sentenza impugnata, sulla condanna alle spese dell’A. dei due gradi di giudizio, in considerazione delle ragioni della separazione e della sua parziale soccombenza sulle domande a contenuto economico.

Art. 156-bis.
Cognome della moglie.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

Il giudice può vietare alla moglie l’uso del cognome del marito quando tale uso sia a lui gravemente pregiudizievole, e può parimenti autorizzare la moglie a non usare il cognome stesso, qualora dall’uso possa derivarle grave pregiudizio.

Art. 157.
Cessazione degli effetti della separazione.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

I coniugi possono di comune accordo far cessare gli effetti della sentenza di separazione, senza che sia necessario l’intervento del giudice, con una espressa dichiarazione o con un comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.

La separazione può essere pronunziata nuovamente soltanto in relazione a fatti e comportamenti intervenuti dopo la riconciliazione.

Art. 158.
Separazione consensuale.  SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione per il solo consenso dei coniugi non ha effetto senza l’omologazione del giudice.

Quando l’accordo dei coniugi relativamente all’affidamento e al mantenimento dei figli è in contrasto con l’interesse di questi il giudice riconvoca i coniugi indicando ad essi le modificazioni da adottare nell’interesse dei figli e, in caso di inidonea soluzione, può rifiutare allo stato l’omologazione.

 

SEPARAZIONI E DIVORZI BOLOGNA E PROVINCIA

AVVOCATI A BOLOGNA STUDIO LEGALE AVVOCATO SERGIO ARMAROLI MATERIE TRATTATEAvvocati civilisti Bologna, avvocati penalisti Bologna,avvocati del lavoro Bologna, avvocati separazione Bologna, avvocati minori Bologna, avvocati divorzio Bologna, avvocati per separazione tribunale di Bologna, avvocati incidenti stradali Bologna, avvocati online Bologna, avvocati assistenza legale Bologna , avvocati diritto del lavoro Bologna, avvocati matrimonialisti Bologna, avvocati familiaristi Bologna
coppie di fatto

Al riguardo, giova premettere come la giurisprudenza di questa Corte (Cass. 5 marzo 2001, n. 3149; Cass. 20 novembre 2003, n. 17607; Cass. 4 settembre 2004, n. 17902; Cass. n. 6625/2005, cit.), argomentando dalla natura negoziale (quand’anche non contrattuale) dell’accordo che da sostanza e fondamento alla separazione consensuale tra coniugi, nonchè dal fatto che non è ravvisabile, nell’atto di omologazione, una funzione sostitutiva o integrativa della volontà delle parti o di governo dell’autonomia dei coniugi (rappresentando la procedura ed il decreto di omologazione condizioni di efficacia del sottostante accordo tra gli stessi coniugi, salvo che per quanto riguarda i patti relativi all’affidamento ed al mantenimento dei figli minorenni, rispetto ai quali il giudice è dotato di un potere di intervento più penetrante), abbia ritenuto applicabili alla separazione consensuale omologata le norme generali che disciplinano la materia dei vizi della volontà, nei limiti in cui dette norme risultino compatibili con la specificità di tale negozio di diritto familiare, riconoscendo ammissibile la relativa azione di annullamento, la cui esperibilità, non limitata all’istituto contrattuale ma estensibile ai negozi che riguardano i rapporti giuridici non patrimoniali, cui appartengono quelli appunto di diritto familiare, presidia la validità del consenso come effetto del libero incontro della volontà delle parti, là dove, però, rispetto all’atto di separazione omologato, nè gli eventuali vizi del consenso nè la sua eventuale simulazione sono deducibili attraverso il giudizio camerale attivato a norma del combinato disposto degli artt. 710 e 711 c.p.c., nel senso esattamente che, costituendo presupposto del ricorso a detta procedura l’allegazione dell’esistenza di una valida separazione consensuale omologata, equiparabile alla separazione giudiziale pronunciata con sentenza passata in giudicato, la denuncia degli ipotetici vizi dell’accordo di separazione, ovvero della sua simulazione, resta rimessa al giudizio ordinario, secondo le regole generali.

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Nel caso in esame, tuttavia, è da osservare come l’odierna ricorrente non abbia specificatamente censurato l’apprezzamento di fatto della Corte territoriale secondo cui la stessa ricorrente:

1) mediante il ricorso (depositato il 22.7.1999) introduttivo del giudizio, ebbe a chiedere “il mutamento del titolo della separazione personale coniugale da consensuale, come da verbale del 24.11.1998, omologato con decreto del 1.12.1998, in giudiziale con addebito al coniuge…”;

2) mediante il ricorso in appello (depositato il 12.12.2003) avverso la sentenza del primo Giudice (dichiarativa dell’inammissibilità della domanda principale avanzata dalla V., al pari di quella, reciproca, proposta in via riconvenzionale dal marito), ha chiesto la riforma di detta sentenza “tramite l’accoglimento delle conclusioni formulate nel grado pregresso,…asserendo che…la valenza contrattuale della separazione consensuale…rendeva applicabili le norme (art. 1427 c.c.) sull’annullabilità dei contratti per vizio del consenso (e che tale) annullabilità (era) suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo…”.

In questo senso, anche a voler considerare l’assunto della Corte territoriale riportato da ultimo (sotto le lettere da “a” a “d” che precedono) alla stregua di una vera e propria ratio decidendi, non già di un mero obiter dictum (come pure induce a credere l’affermazione della medesima Corte secondo cui, “esclusa l’ammissibilità del mutamento del titolo della separazione,…il tema del decidere potrebbe ritenersi esaurito”, indipendentemente, quindi, dalle “ulteriori precisazioni” che detto Giudice ha creduto nondimeno “necessarie”), appare, comunque, palese l’infondatezza delle censure attraverso le quali l’odierna ricorrente ha lamentato “il comportamento doloso (del marito) che ha viziato il consenso” (da lei prestato al raggiungimento della separazione consensuale), segnatamente deducendo che i relativi “accordi (vennero) esclusivamente raggiunti mediante l’occultamento doloso dei fatti, messo in atto subdolamente e premeditatamente da una delle parti contraenti”.

Al riguardo, infatti, malgrado la stessa ricorrente abbia, nella memoria ex art. 378 c.p.c., insistito sul rilievo secondo cui “nell’addivenire al negozio della separazione consensuale, la (sua) volontà…fu…viziata dal dolo del B.D.N.” (nel senso esattamente che “si lasciò indurre a concludere l’accordo separatizio in via consensuale dalle numerose e maliziose assicurazioni del marito – tendenti appunto a carpirle la sottoscrizione per il consenso – di aver cessato i rapporti adulterini…, ventilandole la possibilità di una…riconciliazione”), significando altresì che “la parte fraudolentemente ingannata poteva bene chiedere l’annullamento del negozio stesso” e che, “ove la volontà dei contraenti sia in qualche modo viziata, è logico ammettere la possibilità che si ponga nel nulla l’accordo con un’azione contenziosa, senza passare attraverso i rimedi camerali del reclamo e della revoca”, è da considerare, tuttavia, che, sulla base dell’incensurato (di per sè) apprezzamento di fatto della Corte territoriale sopra riferito, è rimasto accertato che la prospettazione dell’odierna ricorrente (ribadita in questa sede ed incentrata, come si è detto, sul rilievo di essere stata indotta alla separazione consensuale con volontà viziata dall’ignoranza di fatti dovuta al comportamento doloso dell’altra parte, assunto al fine di occultarli ed ottenere un’adesione che mai sarebbe stata concessa se tali fatti fossero stati conosciuti) non si è minimamente tradotta nell’esperimento di un vero e proprio giudizio di annullamento, bensì esclusivamente nella richiesta di una pronuncia di addebito, improponibile (per le ragioni illustrate) al di fuori del giudizio di separazione, ovvero, al più, in una pretesa pur sempre fondata, però, sull’annullabilità della separazione consensuale (per vizio del consenso) “suscettibile di essere fatta valere con la procedura alternativa del mutamento del titolo”, onde, avendo la stessa ricorrente proposto in sede di merito soltanto una simile domanda laddove altra è l’azione (di annullamento appunto) autonomamente predisposta dall’ordinamento a tutela del vizio allegato, nei limiti in cui quest’ultimo possa ritenersi rilevante in relazione ad un atto di separazione consensuale omologata, del tutto legittimamente la Corte territoriale, come già il primo Giudice, ha negato ingresso alla domanda sopraindicata escludendone l’ammissibilità.

Art. 152. (1)
[Separazione per condanna penale. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La separazione può essere anche chiesta contro il coniuge che è stato condannato alla pena dell’ergastolo o della reclusione per un tempo superiore ai cinque anni, ovvero è stato sottoposto all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, tranne il caso in cui la condanna o l’interdizione è anteriore al matrimonio e l’altro coniuge ne è consapevole.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151.

Art. 153. (1)
[Separazione per non fissata residenza. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La moglie può chiedere la separazione quando il marito, senza giusto motivo, non fissa una residenza, o, avendone i mezzi, ricusa di fissarla in modo conveniente alla sua condizione.]

(1) Articolo abrogato dalla Legge 19 maggio 1975, n. 151. 

Art. 154.
Riconciliazione. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

La riconciliazione tra i coniugi comporta l’abbandono della domanda di separazione personale già proposta.

Art. 155.
Provvedimenti riguardo ai figli (
1)

 In caso di separazione, riguardo ai figli, si applicano le disposizioni contenute nel Capo II del titolo IX.

Cassazione civile, sez. I, ordinanza 7 ottobre 2019, n. 24937. 

Va preliminarmente osservato che, anche recentemente, questa Corte ha statuito che l’onere di specifica indicazione dei motivi non può ritenersi soddisfatto qualora il ricorso per cassazione (principale o incidentale) sia basato sul mero richiamo dei motivi di appello ragionamento applicabile anche ai motivi di reclamo – atteso che una tale modalità di formulazione del motivo rende impossibile individuare la critica mossa ad una parte ben identificabile del giudizio espresso nella sentenza impugnata, rivelandosi del tutto carente nella specificazione delle deficienze e degli errori asseritamente individuabili nella decisione. (Sez. 6 – 5, n. 1479 del 22/01/2018). Nel caso di specie, il ricorrente ha richiamato pedissequamente i rilievi mossi con l’atto di reclamo senza specificare, neppure per sommi tratti, il contenuto delle critica formulata al decreto impugnato, se non formulando censure generiche in ordine alle lacune, ai pregiudizi ed alle gravi carenze metodologiche dell’elaborato peritali che avrebbero potuto essere svolte in un qualsiasi procedimento, impedendo così di cogliere la portata delle doglianze. 3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 4 e 5 rispettivamente per difetto di motivazione e violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, art. 111 Cost. e art. 118 disp. att. c.p.c. nonchè per omessa valutazione di prove decisive. Lamenta la ricorrente che la Corte d’Appello non ha valutato le prove decisive costituite dalle deposizioni, quali informatrici, delle maestre della scuola elementare di (OMISSIS), il cui contenuto è stato distorto dalla CTU, ed entrambi i giudici di merito, nonostante le tempestive censure svolte sul punto dalla difesa del ricorrente, hanno omesso ogni motivazione. 4. Il motivo è inammissibile per difetto di genericità ed autosufficienza. Dall’esame del decreto impugnato non emerge traccia che sia stata dibattuta tra le parti la questione del valore probatorio delle deposizioni delle maestre della scuola di (OMISSIS) e dell’interpretazione che alle stesse sia stata data dalla CTU. E’ principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d’ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041). Ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate come nel caso di specie – questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonchè il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430). Nel caso di specie, il ricorrente non ha adempiuto a tale onere di specifica allegazione, essendosi limitato ad affermare genericamente di aver formulato uno “specifico motivo d’appello” senza indicarne il contenuto ed il luogo di deduzione. 5. Con il terzo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alla violazione del principio di bigenitorialità espresso dalla L. n. 54 del 2006, dell’art. 337 octies sull’ascolto del minore, della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo, ratificata con L. n. 176 del 1991 e della Carta di Nizza del 2000. Lamenta il ricorrente che nonostante si sia in presenza di un affido condiviso, la contrazione del periodo di visita del padre maschera un affido esclusivo di fatto, potendo il padre trascorrere con il minore solo quattro giorni al mese e due pomeriggi con pernottamento. La Corte d’appello ha erroneamente considerato come elemento di disturbo alla quiete del minore il mantenimento di una significativa relazione padre/figlio. La violazione delle norme sulle bigenitorialità e dell’ascolto del mi

Art. 155-bis. (1)
Affidamento a un solo genitore e opposizione all’affidamento condiviso. SEPARAZIONE DEI CONIUGI BOLOGNA

(…………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-ter. (1)
Revisione delle disposizioni concernenti l’affidamento dei figli.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014.

Art. 155-quater. (1)
Assegnazione della casa familiare e prescrizioni in tema di residenza.

(………….)

(1) Articolo abrogato dall’art. 106, comma 1, lett. a), D.Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154, a decorrere dal 7 febbraio 2014. SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE

SEZIONE III CIVILE

Sentenza 27 maggio – 17 luglio 2008, n. 19691

(Presidente Varrone – Relatore Federico)

Svolgimento del processo

Con sentenza 26.03.03 il Tribunale di Bergamo, in relazione ad un contratto di locazione ad uso abitativo stipulato l’1.10.94, rigettava la domanda di risoluzione del contratto per mancato pagamento dei canoni pattuiti proposta il 15.2.00 dal locatore B. D. contro il conduttore B. G. per difetto di legittimazione passiva, riferendosi il mancato pagamento ad un periodo (1.4.99-1.10.99) in cui nel rapporto locatizio era subentrato come conduttore il coniuge L. R. per effetto di assegnazione della casa coniugale in sede di separazione personale, e nel contempo accoglieva la domanda riconvenzionale con cui il B. aveva richiesto, previa determinazione del canone legalmente dovuto, la restituzione delle somme versate in eccesso, ritenendola fondata sotto il profilo del disposto dell’art. 2033 c.c., mentre risultava inammissibile ai sensi dell’art. 79 L. 392/78.

Proposto dal B. appello con duplice motivo, resistito dal B., che a sua volta proponeva appello incidentale, la Corte d’Appello di Brescia, con sentenza depositata il 15.6.04, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiarava improponibile la domanda di ripetizione del B. nei confronti del B. per intervenuta decadenza.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il B., con un solo motivo, mentre ha resistito con controricorso il B..

Motivi della decisione

Con l’unico motivo il ricorrente deduce la violazione dell’art. 79 secondo comma L. n. 392 del 1978, sostenendosi che il termine di decadenza semestrale previsto dalla norma predetta decorra dalla riconsegna dell’immobile locato, termine che va ricollegato alla definitiva cessazione di fatto del rapporto locatizio.

Il motivo è infondato.

Infatti, nessuna censura può muoversi in linea di massima a quanto ritenuto dalla sentenza impugnata in ordine alla decorrenza, nel caso di specie, del momento iniziale del suddetto termine semestrale di decadenza per l’esercizio dell’azione di ripetizione delle somme indebitamente corrisposte dal conduttore, ai sensi del citato art. 79 della L. 392/78.

Ed invero, premesso che la fattispecie in esame è caratterizzata dalla circostanza, pacifica tra le parti, che nel rapporto di locazione in corso tra il B., conduttore, ed il B., locatore, sia subentrata ex lege, a far data dal 6.2.97, la moglie del B. medesimo in conseguenza dell’assegnazione a suo favore della casa coniugale in sede di separazione personale, e che trattasi di un caso che è privo di precedenti specifici nella giurisprudenza di questa Corte, si rileva che le soluzioni astrattamente prospettabili in materia sono tre:

1) il semestre ex art. 79 L. 392/78 decorre – come sostiene la sentenza impugnata – dalla pronuncia sulla separazione personale di coniugi, perché è in questo momento che al coniuge originariamente titolare del contratto subentra l’altro coniuge, assegnatario, mentre nell’ipotesi in questione deve escludersi la possibilità, da parte dell’originario conduttore, di un effettivo rilascio dell’immobile, se non nel senso figurato che più avanti verrà precisato;

2) il semestre decorre, anche in questo caso, dalla data dell’effettivo rilascio da parte dell’originario conduttore, data che può non coincidere con quella del provvedimento giudiziale di separazione e che deve essere provata dall’interessato a fronte di eventuale eccezione di decadenza;

3) in mancanza di possibilità di un rilascio effettivo dell’immobile, si deve escludere che possa aversi una decadenza dall’azione ex art. 79 citato, anche per evitare eventuali ritorsioni del locatore nei confronti del coniuge assegnatario subentrato nella qualità di conduttore, per cui resterebbe soltanto il decorso della prescrizione.

L’ultima tesi va senz’altro esclusa, in quanto, in caso della sua adozione, resterebbe di fatto abrogata la decadenza sancita dall’art. 79 secondo comma L. 392/78.

La soluzione del problema va, pertanto, ricercata attraverso un accorto bilanciamento delle prime due tesi, tenendo presente l’esigenza che la decorrenza del semestre resti ancorata ad una data certa, senza tuttavia porsi in contrasto con quel consolidato indirizzo giurisprudenziale di questa C.S. che richiede, per l’inizio del decorso del termine stesso, la necessità di un effettivo rilascio dell’immobile locato, nel senso cioè che esso “viene concretamente posto nella effettiva disponibilità del locatore” (Cass. 22.3.2005 n. 6152).

Orbene, come ha correttamente rilevato la Corte di merito, se è indubbiamente vero che la locuzione “riconsegna”, utilizzata nell’art. 79 per indicare il momento iniziale del termine semestrale, va normalmente interpretata nel senso che tale dies a quo coincide con quello in cui l’immobile in locazione viene rilasciato dal conduttore e posto in concreto nella disponibilità effettiva del locatore, è altrettanto vero che siffatta interpretazione non può non tenere conto anche di quelle controversie in cui, per le ragioni più svariate, si fosse resa necessaria la distinzione tra cessazione del rapporto di locazione e concreta riconsegna dell’immobile, intesa quest’ultima quale obbligo autonomo, a volte anche di non semplice esecuzione, che può richiedere la cooperazione stessa del locatore.

È ovvio, infatti, che in questi casi, allo scopo in particolare di impedire che l’inizio della decorrenza del semestre possa essere anticipato ad un momento in cui ancora permanga la detenzione del bene da parte del conduttore, la giurisprudenza di questa C.S. abbia privilegiato una interpretazione della norma dell’art. 79 L. 392/78 che sia strettamente vincolata al dato testuale.

È però altrettanto comprensibile che, laddove debba escludersi un rilievo autonomo della riconsegna dell’immobile rispetto alla cessazione del rapporto di locazione, nel senso cioè che la prima resta completamente assorbita nella seconda per quanto attiene alla sua tipica funzione, il termine di decadenza allora non può che farsi decorrere dal momento stesso della cessazione del rapporto.

In tale ambito deve farsi rientrare appunto il caso della successione del coniuge separato nella posizione di conduttore della casa coniugale, ai sensi dell’art. 6 L. 392/78, allorquando quest’ultima gli sia stata assegnata dal giudice in sede di separazione personale, in quanto è pacifico che si sia con ciò realizzata un’ipotesi di cessione ex lege del contratto a favore del coniuge assegnatario “con la conseguenza che il rapporto in capo al coniuge originario conduttore si estingue e non è più suscettibile di reviviscenza neppure nell’ipotesi in cui la cosa locata venga abbandonata dal coniuge separato, nuovo conduttore” (v. Cass. n. 10890/1993).

Data la successione in parola, che si realizza a prescindere dalla volontà del locatore e dalla sua stessa conoscenza del fatto successorio, sarebbe, perciò, assurdo in tale ipotesi far decorrere, per il conduttore sostituito, il termine di decadenza dall’azione ex art. 79 della legge sull’equo canone dal fatto della riconsegna dell’immobile locato cui sia tenuto un soggetto totalmente diverso da quello avente diritto alla ripetizione delle somme non dovute.

In altri termini, non sembra affatto ragionevole che l’esercizio di un proprio diritto dipenda dall’elemento temporale comunque legato alla sorte di un rapporto giuridico rispetto al quale l’agente sia divenuto totalmente estraneo.

SEPARAZIONI BOLOGNA :   TRADIMENTO VIRTUALE? ADDEBITO?

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[1] Cass. sent. n. 8929/2013: «In tema di separazione giudiziale dei coniugi, non può essere pronunciato l’addebito nei confronti del coniuge che abbia intrattenuto, con altra persona, contatti telefonici e via Internet, concretizzanti però un legame solo platonico, senza i connotati – anche solo apparenti – di una relazione sentimentale adulterina, e comunque non tradotto in contegni offensivi per la dignità e l’onore dell’altro coniuge (nella specie, la Suprema corte ha confermato, anche nell’iter motivazionale, la sentenza di merito che aveva escluso l’addebito anche sul rilievo della mancanza di prova della condivisione, da parte di quel coniuge, dell’infatuazione manifestata dal partner, e quindi del reciproco coinvolgimento sentimentale)».

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[2] C. App. Perugia sent. del 28/09/1994 «Sussistono i presupposti della separazione con addebito a carico del coniuge il quale, pur senza porre in essere un adulterio reale, intrattenga con un estraneo una relazione platonica che, in considerazione degli aspetti esteriori con cui il sentimento è coltivato e dell’ambiente ristretto in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà, comportando offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge».

[3] Cass. sent. n. 14414/2016.separazioni Bologna avvocato 

[4] C. App. Catania sent. del 30.03.2015. separazioni Bologna avvocato 

[5] Trib. Perugia, sent. del 14.03.2000.

[6] Cass. sent. n. 5510/2017

[7] Cass. sent. n. 8929/2013.

UNO SCAMBIO DI MESSAGGI LIKE SU UNA SOCIAL NETWORK VERSO DONNA AO UOMO PUO’ ESSERE CONSIDERATO TRADIMENTO?

PUO’ PORTARE ALL’ADDEBITO DELLA SEPARAZIONE?

UNA RELAZIONE platonica di un coniuge con estranei rendeva addebitabile la separazione soltanto quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui era coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivevano, avesse dato luogo

SECONDO SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE separazioni Bologna avvocato 

SEZIONE I CIVILE

Sentenza 17 gennaio – 12 aprile 2013 n. 8929

“Attesa l’imperatività e l’alto valore morale dell’obbligo di fedeltà prescritto dall’art. 143 c.c., in presenza di un’acclarata relazione extraconiugale, ed in difetto di un rigoroso accertamento di altre, concomitanti o pregresse, cause di crisi del rapporto coniugale, il Giudice a tanto richiesto è tenuto a pronunciare l’addebito della separazione a carico del coniuge infedele?”

“L’inerzia giudiziaria del coniuge tradito, al pari della sua disponibilità a continuare la coabitazione col coniuge infedele può, in sé costituire motivo di esclusione tra la violazione del dovere di fedeltà del coniuge infedele e la definitiva crisi coniugale, nonché la successiva separazione dei coniugi?”

“Incombe sul coniuge che domandi l’addebito della separazione a carico dell’altro coniuge resosi infedele l’onere di provare di avere, da parte sua, fatto di tutto per salvare il matrimonio?”

“Ferma restando la libertà del Giudice di merito di attingere il proprio convincimento dalle risultanze istruttorie ritenute più attendibili ed idonee alla formazione dello stesso, senza essere in alcun modo tenuto a confutare esplicitamente le altre risultanze probatorie non accolte, nel caso in cui il Giudice formi la propria decisione sulla base di una considerazione che non trova riscontro in alcuno degli atti e dei documenti di causa, sussiste un Suo obbligo motivazionale in ordine all’omessa valutazione di prove oggettive acquisite al processo di segno opposto alla suddetta considerazione?”.

4. “Art. 360, n. 3, c.p.c.: Violazione o falsa applicazione dell’art. 156 c.c.; art. 360, n 5, c.p.c., Omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.” Formula il seguente quesito “Ai fini della determinazione, sia dell’an che del quantum, dell’assegno di mantenimento a favore di un coniuge ed a carico dell’altro, occorre previamente operare una quantificazione – approssimativa – del costo mensile del pregresso tenore di vita goduto in costanza di rapporto, al fine di parametrare in concreto la differenza necessaria al beneficiario, rispetto alla portata complessiva dei suoi redditi – sia retributivi che patrimoniali, che di qualunque altro genere – per mantenere il tenore di vita precedente?”

I motivi di ricorso, pur ammissibili, non meritano favorevole apprezzamento. Quanto ai primi quattro, inerenti al diniego di addebito della separazione alla B. e suscettibili di esame congiunto, questa Corte ha ripetutamente affermato che la relazione di un coniuge con estranei rende addebitabile la separazione, ai sensi dell’art. 151 cod. civ., non solo quando si sostanzi in un adulterio ma anche quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui è coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivono, dia luogo a plausibili sospetti di infedeltà e comporti offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge. Nella specie, i giudici d’appello hanno, in aderenza alle regole normative ed ai relativi principi giurisprudenziali, ineccepibilmente escluso che lo scambio interpersonale, extraconiugale, avesse potuto assumere i concreti connotati di una relazione sentimentale adulterina e, comunque, quelli di una relazione atta a suscitare plausibili sospetti di infedeltà coniugale da parte della B., traducibili o tradottisi in contegni offensivi per la dignità e l’onore del R., dal momento che il legame intercorso tra la B. ed il M. si era rivelato platonico, essenzialmente concretatosi in contatti telefonici o via internet, data anche la notevole distanza tra i luoghi di rispettiva residenza, e non connotato da reciproco coinvolgimento sentimentale, con condivisione e ricambio di lei dell’eventuale infatuazione di lui.

– non vi era prova certa della infedeltà coniugale, intesa nel senso di relazione adulterina della B., la quale aveva sempre negato la circostanza, posto che né dalla deposizione della S ., né nella citata e-mail si faceva chiaro cenno a rapporti sessuali, occasionali o ripetuti, tra l’appellante e il M., con il quale risultavano esservi stati certamente molti contatti virtuali a mezzo del telefono o via internet (come ammesso dalla stessa B. e ricavabile anche dalla deposizione della S.), ma non con altrettanta certezza molteplici incontri personali né tantomeno congressi carnali;

– nella citata e-mail, risalente al gennaio 2003, il M. aveva manifestato chiari sentimenti amorosi nei confronti della B., riferendosi anche al perdurare dei rapporti interpersonali, così come la S. aveva riferito che il marito ammise di avere frequentato la B. da diverso tempo e di avere intrattenuto corrispondenza e telefonate con ella, ma in nessun atto del procedimento si ricavava con certezza che l’attrazione fosse sfociata in rapporti sessuali, tanto più che nella e-mail in questione il M. pareva addirittura avere avvalorato la tesi di un definitivo distacco dalla donna avvenuto da diverso tempo;

– non erano state acquisite prove in ordine all’eventuale corrispondenza dei sentimenti della B. verso il M ., non potendo certo l’addebito derivare da una mera infatuazione non corrisposta di un altro soggetto, e d’altra parte, la relazione platonica di un coniuge con estranei rendeva addebitabile la separazione soltanto quando, in considerazione degli aspetti esteriori con cui era coltivata e dell’ambiente in cui i coniugi vivevano, avesse dato luogo a plausibili sospetti di infedeltà e quindi, anche se non si fosse sostanziata in un adulterio, avesse comportato offesa alla dignità e all’onore dell’altro coniuge;

– non poteva essere condivisa la valenza data dal Tribunale alla deposizione della S., moglie del M ., la quale aveva riferito esclusivamente in relazione al proprio menage familiare, individuando nella presunta relazione del marito il fallimento del proprio matrimonio e la causa della separazione (si badi bene, consensuale e, quindi, senza addebito), ma naturalmente nulla era stata in grado di dire sulla reale natura dei rapporti tra il marito e la B. e tanto meno sulla connessione causale tra la condotta della appellante e la separazione dal R.. Invero, la deposizione della S. era stata sistematicamente incentrata sulle propria situazione e sui riflessi della vicenda nell’ambito del proprio matrimonio, e contraddittoriamente il giudice di primo grado aveva poi trasfuso le dichiarazioni della donna nell’ambito del matrimonio R.B., con un ingiustificato parallelismo automatico di conoscenze ed effetti; la S., invero, si era limitata a deporre sul fatto di avere sorpreso il marito mentre telefonava di nascosto (non si sa a chi), di avere notato sul suo personal computer vari contatti telefonici con la B. (senza ovviamente essere a conoscenza del loro contenuto), di avere appreso sempre dal marito che frequentava la B. ma non aveva mai sorpreso il coniuge con la appellata, non era stata in grado di precisare in che cosa consistesse la presunta relazione del marito, né quale effetti questa avesse avuto nella situazione matrimoniale dell’appellante;

– del tutto apodittica si rivelava inoltre l’affermazione della sussistenza del nesso di causalità tra l’infedeltà della B. e la compromissione del suo rapporto coniugale, affidata al contenuto della deposizione resa dalla figlia maggiore delle parti, dalla quale poteva evincersi solo che dal 2001 la madre aveva manifestato maggiori esigenze di autonomia sociale ed assunto uno stile di vita più libero ed indipendente, ciò considerando anche la condotta del R. che, pur essendo venuto a conoscenza dei fatti sin dal 2000-2001, aveva tollerato la situazione per oltre due anni, essendosi limitato a contattare la S. nel 2001 per renderla edotta del comportamento del marito;

– s’imponeva pertanto anche la riconsiderazione e l’accoglimento della richiesta di assegno per sé svolta dalla B., fermi restando il regime di affidamento del figlio minore dei coniugi ed il contributo paterno per il suo mantenimento, assegno che avuto riguardo alle condizioni delle parti, alle adottate statuizioni per il figlio ed al tenore della pregressa vita matrimoniale, caratterizzato da tratti agiati ma non particolarmente dispendiosi, poteva essere quantificato in Euro 300,00 mensili, rivalutabile a norma di legge.

 

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SE SEI COINVOLTO IN UNA GRAVE INCIDENTE, SE UN TUO FAMIGLIARE è DECEDUTO PER GRAVE INCIDENTE, CHIAMA SUBITO L’AVVOCATO ESPERTO DI RISARCIMENTI ARMAROLI SERGIO DI BOLOGNA, INTERVENTO IMMEDIATO

AVVOCATO ESPERTO PER DANNI VERI DA GRAVE INCIDENTE STRADALE E INCIDENTE STRADALE MORTALE

CHIAMA SUBITO L’AVVOCATO ESPERTO, IO CI SONO E SONO PRONTO , AFFIDARSI SUBITO AUMENTA LA POSSIBILITà DI SUCCESSO NELL’OTENIMENTO DEL RISARCIMENTO

MACERATA ASCOLI PICENO, PESARO, ANCONA incidente mortale risarcimento eredi, incidente mortale risarcimento parenti, incidente mortale risarcimento danni, calcolo risarcimento incidente mortale, risarcimento incidente stradale, risarcimento incidente mortale tabelle risarcimento incidente stradale mortale tempi , risarcimento danni morte congiunto tabelle milano tabella risarcimento danni fisici incidente stradale calcolo risarcimento incidente stradale calcolo risarcimento danni incidente stradale tabelle milano calcolo risarcimento danni incidente stradale 2015 calcolo risarcimento danni da incidente stradale di grave entità 10 punti invalidità risarcimento frattura tibia e perone risarcimento assicurazione invalidità temporanea totale definizione

051 6447838

051 6447838

responsabilità civile da circolazione stradale:

 i responsabili in solido possono provare singolarmente la propria estraneità allo svolgimento causale dei fatti, essendo la solidarietà passiva scindibile, e, pertanto, non sussiste la necessità di integrare il contraddittorio quando il danneggiato abbia convenuto in giudizio solo alcuni dei presunti responsabili. Quanto poi al danneggiato, egli non può giovarsi delle regole sulla presunzione di colpa di cui all’art. 2054 c.c. per la prova a lui incombente sull’esistenza del nesso di causalità tra il fatto dannoso e le conseguenze da lui lamentate.

Nel caso di scontro di veicoli, il giudice che abbia accertato la violazione, da parte di uno dei conducenti, del diritto di precedenza non è, per ciò solo, dispensato dal verificare il comportamento dell’altro conducente onde stabilire se quest’ultimo abbia o meno osservato le norme sulla circolazione stradale ed i normali precetti della prudenza (in particolare, quello di ridurre la velocità agli incroci), potendo l’eventuale inosservanza delle dette norme comportare l’affermazione di una colpa concorrente.

Nel caso di scontro tra veicoli, la proposizione dell’azione giudiziaria, per il conseguimento dell’intero risarcimento, da parte del terzo trasportato di uno dei mezzi, soltanto nei confronti del conducente dell’altro mezzo, non implica rinuncia tacita alla solidarietà, gravante su entrambi i conducenti, riconosciuti corresponsabili dello scontro, non ricorrendo nessuna delle ipotesi previste dall’art. 1311 c.c. (secondo le quali la presunzione di rinuncia alla solidarietà si verifica soltanto se il creditore rilasci quietanza «per la parte di lui», senza riserve per il credito residuo, ovvero se ha agito giudizialmente pro quota, con l’adesione del debitore convenuto), con la conseguenza che il conducente che ha risarcito il danneggiato ha regresso nei riguardi dell’altro conducente nella misura del corrispondente grado di colpa.

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la presunzione di cui al secondo comma dell’art. 2054 c.c. —

 che trova applicazione anche nel caso in cui vengano a collisione un’autovettura ed una bicicletta, in quanto nella categoria dei veicoli sono ricompresi, anche per il nuovo codice della strada, gli stessi velocipedi — risulta superata quando, all’esito della valutazione delle prove, risulti individuato il comportamento colposo esclusivo di uno solo dei conducenti, e risulti, altresì, che l’altro conducente si sia, per converso, esattamente uniformato alle norme della circolazione ed a quelle di comune prudenza.

Una volta assolto, in sede penale, il presunto responsabile di un sinistro stradale, imputato di omicidio colposo, con la formula «perché il fatto non costituisce reato», il giudice civile adito con la domanda di risarcimento del danno è tenuto ad effettuare una nuova ed autonoma valutazione degli elementi di fatto già valutati dal giudice penale, e può fare applicazione della presunzione di cui all’art. 2054, comma secondo, c.c., soltanto ove tale indagine non consenta di accertare il nesso eziologico tra condotta ed evento.

In tema di circolazione stradale, i conducenti dei veicoli antagonisti sono tenuti ad effettuare una manovra di emergenza per evitare il sinistro. Infatti, in applicazione del principio di solidarietà desumibile dagli artt. 2 Cost. e 1175 c.c., il conducente del veicolo antagonista deve cooperare ad evitare che il sinistro si verifichi, non potendo trincerarsi dietro la circostanza che egli non versa in una violazione delle norme comportamentali. L’unico caso in cui detto soggetto non è tenuto alla manovra di emergenza si verifica allorché, attese le circostanze del caso concreto, una qualche manovra astrattamente idonea di emergenza risulta impossibile.

CALCOLO DANNO BIOLOGICO MACROPERMANENTI –NAPOLI BOLOGNA MILANO RAVENNA FORLI CESENA TREVISO VICENZA ROVIGO

L’art. 2054 c.c. esprime,

 in ciascuno dei commi che lo compongono, principi di carattere generale applicabili a tutti i soggetti che da tale circolazione comunque ricevano danni e quindi anche ai trasportati quale che sia il titolo del trasporto, di cortesia ovvero contrattuale, oneroso o gratuito. Consegue che il trasportato indipendentemente dal titolo del trasporto può invocare i primi due commi della disposizione citata per far valere la responsabilità extra contrattuale del conducente ed il comma terzo per far valere quella solidale del proprietario che può liberarsi solo provando che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà ovvero che il conducente aveva fatto tutto il possibile per evitare il danno.

Secondo art 2054, terzo comma, c.c.,

il proprietario del veicolo, essendo responsabile, in solido con il conducente, dei danni causati a terzi dalla circolazione del suo veicolo (se non prova che tale circolazione è avvenuta contro la sua volontà), risponde della condotta colposa del conducente, sia questa accertata o presunta ai sensi del primo e secondo comma dell’articolo citato anche quando sia egli il danneggiato per effetto di un evento causato dalla circolazione del suo veicolo o del veicolo di un terzo. Pertanto, accertata o presunta la colpa concorrente di entrambi i conducenti dei veicoli la cui circolazione ha prodotto l’evento dannoso, nei rapporti tra il danneggiato, proprietario di uno dei veicoli, ed il danneggiante, proprietario o conducente dell’altro veicolo, deve ritenersi il concorso di colpa del primo nella produzione dell’evento dannoso. Concorso di colpa, questo, la cui misura è quella stessa del concorso di condotta colposa del conducente del veicolo di proprietà del danneggiato, sia essa concretamente accertata o presunta in applicazione del secondo comma dell’art. 2054 c.c., per cui il proprietario (nonché il conducente) dell’altro veicolo è tenuto al risarcimento del danno nei limiti del concorso
di colpa a lui attribuibile; salva l’azione del danneggiato nei confronti del conducente del veicolo di sua proprietà per il risarcimento della residua parte del danno.


CALCOLO DANNO BIOLOGICO MACROPERMANENTI –NAPOLI BOLOGNA MILANO RAVENNA FORLI CESENA TREVISO VICENZA ROVIGONel caso di scontro tra veicoli, l’accertamento in concreto di responsabilità di uno dei conducenti non comporta il superamento della presunzione di colpa concorrente sancito dall’art. 2054 c.c. essendo a tal fine necessario accertare in pari tempo che l’altro conducente si sia pienamente uniformato alle norme sulla circolazione e a quelle di comune prudenza ed abbia fatto tutto il possibile per evitare l’incidente. Conseguentemente, l’infrazione, anche grave, come l’inosservanza del diritto di precedenza, commessa da uno dei conducenti non dispensa il giudice dal verificare anche il comportamento dell’altro conducente al fine di stabilire se, in rapporto alla situazione di fatto accertata, sussista un concorso di colpa nella determinazione dell’evento dannoso.

Il danneggiamento di un immobile a causa dell’incendio di un’autovettura parcheggiata in prossimità dello stesso, fatta eccezione per l’ipotesi in cui venga individuato un particolare e specifico nesso eziologico tra un determinato avvenimento della circolazione stradale e l’incendio, non può considerarsi un evento prodotto da detta circolazione.

scontro tra veicoli,

 l’accertamento della colpa esclusiva di uno dei conducenti e della regolare condotta di guida dell’altro, libera quest’ultimo dalla presunzione di concorrente responsabilità fissata in via sussidiaria dall’art. 2054, secondo comma c.c., nonché dall’onere di provare di avere fatto tutto il possibile per evitare il danno.

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA

CHIAMA SUBITO 051 6447838

CALCOLO DANNO BIOLOGICO MACROPERMANENTI –NAPOLI BOLOGNA MILANO RAVENNA FORLI CESENA TREVISO VICENZA ROVIGO

In materia di responsabilità derivante dalla circolazione di veicoli, l’art. 2054 c.c. esprime, in ciascuno dei commi che lo compongono, principi di carattere generale, applicabili a tutti i soggetti che da tale circolazione, comunque, ricevano danni, e quindi anche ai trasportati, quale che sia il titolo del trasporto, di cortesia ovvero contrattuale (oneroso o gratuito). Ove il trasporto sia avvenuto in base a titolo contrattuale, con l’azione prevista dall’art. 1681 c.c. – che stabilisce la responsabilità contrattuale del (solo) vettore per i sinistri che colpiscono il viaggiatore durante il viaggio – può infatti concorrere quella extracontrattuale di cui all’art. 2054 c.c. Pertanto, il trasportato, indipendentemente dal titolo del trasporto, può invocare i primi due commi della disposizione citata per far valere la responsabilità extracontrattuale del conducente ed il terzo comma per far valere quella solidale del proprietario, che può liberarsi solo provando che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà ovvero che il conducente aveva fatto tutto il possibile per evitare il danno. Ai fmi dell’affermazione della re-sponsabilità solidale del proprietario ai sensi del terzo comma dell’art. 2054 è, in particolare, irrilevante che quella del conducente sia riconosciuta in via presuntiva ai sensi dei primi due commi di cui all’art. 2054; ovvero sulla base di un accertamento in concreto della colpa (ex art. 2043 c.c.), giacché l’estensione della responsabilità al proprietario mira a soddisfare la generale, fondamentale esigenza di garantire il risarcimento al danneggiato.

Una corretta lettura della norma di cui all’art. 2054 c.c. conduce a ritenere del tutto indifferente, affinché lo si possa considerare «in circolazione», che un veicolo sia in marcia ovvero in sosta in luoghi ove si svolga il traffico veicolare, dovendosi qualificare come «scontro» qualsiasi urto tra due (o più) veicoli in marcia ovvero tra uno in moto ed uno fermo.

Quando parliamo di danno biologico macropermanenti si attiene molto spesso al calcolo del danno biologico macropermanenti da incidente- sinistro stradale.

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

AVVOCATO ESPERTO DA 25 ANNI DI GRAVI

INCIDENTI CON GRAVI DANNI ALLA PERSONA

CHIAMA SUBITO AFFIDATI PARLERAI CON

L’AVVOCATO

051/6447838

In caso di investimento di pedone la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era da parte di quest’ultimo alcuna possibilità di prevenire l’evento, situazione questa ricorrente allorché il pedone tenga una condotta imprevedibile ed anormale, sicché l’automobilista si trovi nell’oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti. Tanto si verifica quando il pedone appare all’improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza incidenti con nesso di causalità sul sinistro.

CALCOLO DANNO BIOLOGICO

MACROPERMANENTI –NAPOLI BOLOGNA

MILANO RAVENNA FORLI CESENA TREVISO

VICENZA ROVIGO

Quando parliamo di danno biologico macropermanenti si attiene molto spesso al calcolo del danno biologico macropermanenti da incidente- sinistro stradale.

AVVOCATO SERGIO ARMAROLI

AVVOCATO ESPERTO DA 25 ANNI DI GRAVI

INCIDENTI CON GRAVI DANNI ALLA PERSONA

CHIAMA SUBITO AFFIDATI PARLERAI CON

L’AVVOCATO

051/CALCOLO DANNO BIOLOGICO MACROPERMANENTI –NAPOLI BOLOGNA MILANO RAVENNA FORLI CESENA TREVISO VICENZA ROVIGO

Sono guai seri, perché in effetti il vero grave danno non viene mai risarcito abbastanza

In primo luogo, deve premettersi che – ricorrendo la fattispecie del danno non patrimoniale da lesione della salute – è possibile “una differente ed autonoma valutazione”, da parte del giudice, “con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute (c.d. danno morale), come confermato dalla nuova formulazione del D.Lgs. n. 209 del 2005, art. 138, comma 2, lett. e), nel testo modificato dalla L. n. 124 del 2017” (Cass. Sez. 3, sent. 17 gennaio 2018, n. 901, Rv. 647125-03), e ciò in quanto “la fenomenologia del pregiudizio non patrimoniale” suddetto “comprende tanto l’aspetto interiore del danno sofferto (danno morale “sub specie” di dolore, vergogna, disistima di sè, paura, disperazione), quanto quello dinamico-relazionale, coincidente con la modificazione peggiorativa delle relazioni di vita esterne del soggetto” (Cass. Sez. 3, ord. 20 agosto 2018, n. 20795, Rv. 650413-01).

DANNO GRAVISSIMO DA INCIDENTE RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO ALESSANDRIA BOLOGNA VICENZA TREVISO
DANNO GRAVISSIMO DA INCIDENTE RISARCIMENTO AVVOCATO ESPERTO ALESSANDRIA BOLOGNA VICENZA TREVISO

Le modalità, però, di liquidazione di tale danno – diversamente da quanto assume la ricorrente – si identificano proprio nella “personalizzazione” del danno biologico.[wpforms id=”9898″]

Difatti, ha affermato – di recente – la cassazione che “in presenza d’un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico- legale, perchè non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico- legale del grado percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sè, la paura, la disperazione)”, di talchè, ove “sia correttamente dedotta ed adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione” (così, in motivazione, Cass. Sez. 3, ord. 27 marzo 2018, n. 7513, Rv. 64830301).

Il presupposto di tale affermazione è la constatazione che “la lesione della salute risarcibile” si identifica “nella compromissione delle abilità della vittima nello svolgimento delle attività quotidiane tutte, nessuna esclusa: dal fare, all’essere, all’apparire”, sicchè lungi dal potersi affermare “che il danno alla salute “comprenda” pregiudizi dinamico-relazionali” dovrà dirsi “piuttosto che il danno alla salute è un danno “dinamico-relazionale””, giacchè, se “non avesse conseguenze “dinamico- relazionali”, la lesione della salute non sarebbe nemmeno un danno medico- legalmente apprezzabile e giuridicamente risarcibile”. Ne deriva, pertanto, che “l’incidenza d’una menomazione permanente sulle quotidiane attività “dinamico- relazionali” della vittima non è affatto un danno diverso dal danno biologico”, restando, però, inteso che, in presenza di una lesione della salute, potranno sì aversi le “conseguenze dannose più diverse, ma tutte inquadrabili teoricamente in due gruppi”, ovvero, “conseguenze necessariamente comuni a tutte le persone che dovessero patire quel particolare tipo di invalidità” e “conseguenze peculiari del caso concreto, che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto ai casi consimili”. Orbene, se tutte tali conseguenze, indifferentemente, “costituiscono un danno non patrimoniale”, resta inteso che “la liquidazione delle

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prime tuttavia presuppone la mera dimostrazione dell’esistenza dell’invalidità”, laddove “la liquidazione delle seconde esige la prova concreta dell’effettivo (e maggior) pregiudizio sofferto”. In questo quadro, pertanto, “la perduta possibilità di continuare a svolgere una qualsiasi attività, in conseguenza d’una lesione della salute, non esce dall’alternativa: o è una conseguenza “normale” del danno (cioè indefettibile per tutti i soggetti che abbiano patito una menomazione identica), ed allora si terrà per pagata con la liquidazione del danno biologico; ovvero è una conseguenza peculiare, ed allora dovrà essere risarcita, adeguatamente aumentando la stima del danno biologico”, attraverso la sua “personalizzazione”.

Ne consegue, pertanto, che l’operazione di “personalizzazione” impone “al giudice far emergere e valorizzare, dandone espressamente conto in motivazione in coerenza alle risultanze argomentative e probatorie obiettivamente emerse ad esito del dibattito processuale, specifiche circostanze di fatto, peculiari al caso sottoposto ad esame, che valgano a superare le conseguenze “ordinarie” già previste e compensate dalla liquidazione forfettizzata assicurata dalle previsioni tabellari” (così Cass. Sez. 3, sent. 21 settembre 2017, n. 21939, Rv. 645503-01), e ciò in quanto “le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo l'”id quod plerumque accidit” (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento” (così, nuovamente, Cass. Sez. 3, ord. 7513 del 2018, cit.).

La legge 24 marzo 2012, n. 27, recante “Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività” – nel convertire con modificazioni il d. I. 24 gennaio 2012 n. 1 – all’art. 32, commi 3 ter e 3 quater ha introdotto due previsioni che hanno inciso direttamente sui criteri di accertamento del danno alla persona che sia derivato da sinistri stradali e che abbia prodotto postumi permanenti in misura non superiore al 9% della complessiva validità dell’individuo. Precisamente: il comma 3 ter dell’art. 32 della legge n. 27/2012 ha modificato I comma 2 dell’art. 139 del codice delle assicurazioni (d. Igs. 7.9.2005 n. 209), aggiungendovi il seguente periodo: “in ogni caso le lesioni di lieve entità che non siano suscettibili di accertamento clinico strumentaleobiettivo, non possono dar luogo a risarcimento per danno biologico permanente“CALCOLO DANNO BIOLOGICO MACROPERMANENTI –NAPOLI BOLOGNA MILANO RAVENNA FORLI CESENA TREVISO VICENZA ROVIGO

Il comma 3 quater della stessa norma stabilisce invece (senza modificare testi, almente il codice delle assicurazioni): i/ danno alla persona per lesioni di lieve entità di cui all’articolo 139 del decreto legislativo 7 settembre 2006 n. 209 è risarcito solo a seguito di riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”. E, per completezza, va fin da ora precisato che l’art. 1 comma 19 della legge 4 agosto 2017, n. 124, ha ulteriormente riscritto il testo dell’art. 139 in esame; mentre l’art. 1 comma 30 lettera b) della stessa legge ha abrogato il comma 3 quater della legge n. 27/2012. Poiché la legge n. 124/2017 è sopravvenuta alla proposizione del ricorso introduttivo del presente giudizio e poiché i comma 3 ter e 3 quater in esame si applicano anche ai giudizi in corso (come precisato da questa Corte nella sentenza n. 18773/2016, anche con richiamo alla sentenza rL 235 del 2014 della Corte costituzionale), occorre in questa sede far riferimento alle sopra richiamate disposizioni, che hanno limitato – invero soltanto apparentemente – il risarcimento alle sole microlesioni suscettibili di accertamento clinico strumentale obiettivo. Invero – a prescindere dal rilievo che nel comma 3 ter si parla di “lesioni di lieve entità”, mentre nel comma 3 quater di “danno alla persona per lesioni di lieve entità” – le due norme si differenziano sotto un unico fondamentale profilo: nel comma 3 terubordina la risarcibilità ad un “accertamentoclinico strumentale obiettivo“, mentre nel comma 3 quater la risarcibilità è subordinata ad un “riscontro medico legale da cui risulti visivamente o strumentalmente accertata l’esistenza della lesione”.

Occorre qui ribadire (Sez. 3 – , Ordinanza n. 7513 del 27/03/2018, Rv. 648303 – 01) che, in tema di danno non patrimoniale da lesione della salute: -costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del “danno biologico” e del “danno dinamico-relazionale”, atteso che con quest’ultimo si individuano pregiudizi di cui è già espressione il grado percentuale di invaliditàpermanente (quali i pregiudizi alle attività quotidiane, personali e relazionali, indefettibilmente dipendenti dalla perdita anatomica o funzionale); -non costituisce duplicazione la congiunta attribuzione del “danno biologico” e di una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perché non aventi base organica ed estranei alla determinazione medico- legale del grado di percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé, la paura, la disperazione). Ne deriva che, ove sia dedotta e provata l’esistenza di uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetto di separata valutazione e liquidazione.

3.2. A non dissinili conclusioni conduce la lettura della sentenza n. 235/2014 cella Corte costituzionale, predicativa della legittimità costituzionale dell’art. 139 del codice delle assicurazioni. Si legge, difatti, al punto 10.1 di detta pronuncia, che “la norma denunciata non è chiusa, come paventano i remittenti, alla risarcibilità anche del danno morale: ricorrendo in concreto i presupposti del quale, ù giudice può avvalersi della possibilità di incremento dell’ammontare del danno biologico, secondo la previsione e nei limiti di cui alla disposizione del comma 3 (aumento del 20%)”.

La limitazione ex iege dell’eventuale liquidazione del danno morale viene così motivata dal giudice delle leggi: “In un sistema, come quello vigente, di responsabilità civile per la circolazione dei veicoli obbligatoriamente assicurata – in cui le compagnie assicuratrici, concorrendo ex lege al Fondo di Garanzia per le vittime della strada, per.,;eguono anche fini solidaristici – l’interesse risarcitorio particolare del danneggiato deve comunque misurarsi con quello, generale e sociale, degli assicurati ad avere un livello accettabile e sostenibile dei premi assicurativi (punto 10.2.2.).

La Corte prosegue, poi, significativamente, sottolineando come “l’introdotto meccanismo standard di quantificazione del danno – attinente al solo, specifico e limitato settore delle lesioni di lieve entità e coerentemente riferito alle conseguenze pregiudizievoli registrate dalla scienza medica in relazione ai primi nove gradi della tabella – lascia comunque spazio al giudice per personalizzare l’importo risarcitorio risultante dall’;applicazione delle suddette predisposte tabelle eventualmente maggiorandolo fino a un quinto in considerazione delle condizioni soggettive del danneggiato”.La motivazione della Consulta non sembra prestarsi ad equivoci.

Il danno biologico da micro permanenti, definito dall’;art. 139 CdA come “lesione temporanea o permanente all’integrità psicofisica della persona suscettibile di accertamento medico -legale che esplica un incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato”, può essere “aumentato in misura non superiore ad un quinto, con equo e motivato apprezzamento delle condizioni soggettive del danneggiato” secondo la testuale disposizione della norma.

il danneggiato, oltre alla gravità della lesione riportata, deve indicare qualcosa il altrettanto utile a provare che tale lesione ha inciso sui guadagni, e se gradatamente deve provare il pregresso svolgimento di un’attività lavorativa; e la differenza di guadagni prima e dopo l’atto illecito (Cass.14517/ 2015). E questa regola trova la sua specificazione, nel caso concreto, in relazione al quale vale l’affermazione secondo cui il danno patrimoniale da riduzione della capacità lavorativa specifica, derivante da lesioni personali, deve essere valutato, in quanto danno futuro, su base prognostica anche a mezzo di presunzioni semplici, salva la determinazione equitativa, in assenza di prova certa, del suo ammontare (Cass. 200031 2014). Ciò posto, ossia stabilito che l’onere della prova p le, essere assolto anche fornendo prove presuntive, e non soltanto prove dirette, va da sè che l’allegazione di tali prove è fatta per contrastare, anche sia pure implicitamente, le risultanze della CTU, e che il giudice, una volta che queste ultime siano allegate ed emerse, ha il dovere di tenere in conto. Ciò vale in generale, in base a quanto imposto dalle regole in tema di valutazione probatoria (artt. 115 e 116 c.p.c.), e qua i richiedono che il giudice basi la decisione sulle prove risultanti dagli atti di causa, senza decidere sulla base di fatti non risultanti, e per contro, senza omettere la valutazione di quelli che invece sono emersi in giudizio. Ma vale in particolare per il caso specifico, in ragione del costante orientamento di questa corte secondo cui “il danno patrimoniale futuro, derivante da lesioni personali, va valutato su base prognostica ed il danneggiato può avvalersi anche di presunzioni semplici, sicchè, provata la riduzione della capacità di lavoro specifica, se essa non rientra tra i postumi permanenti di piccola entità, è possibile presumere, salvo prova contraria, che anche la capacità di guadagno risulti ridotta nella sua proiezione futura – non necessariamente in modo proporzionale – qualora la vittima già svolga un’attività lavorativa. Tale presunzione, peraltro, copre solo l'”an” dell’esistenza del danno, mentre, ai fini della sua quantificazione, è onere del danneggiato dimostrare la contrazione dei suoi redditi dopo il sinistro, non potendo il giudice, in mancanza, esercitare il potere di cui all’art. 1226 c.c., perchè esso riguarda solo la liquidazione de danno che non possa essere provato nel suo preciso ammontare, situazione che, di norma, non ricorre quando la vittima continui a lavorare e produrre reddito e, dunque, può dimostrare di quanto quest’ultimo sia diminuito”.(Cass. 11361 / 2014)

la verifica del nesso causale tra condotta omissiva e fatto dannoso

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si sostanzia nell’accertamento della probabilità positiva o negativa del conseguimento del risultato idoneo ad evitare il rischio specifico di danno, riconosciuta alla condotta omessa, da compiersi mediante un giudizio controfattuale, che pone al posto dell’omissione il comportamento dovuto. Tale giudizio deve essere effettuato sulla scorta del criterio del “più probabile che non”, conformandosi ad uno standard di certezza probabilistica, che, in materia civile, non può essere ancorato alla determinazione quantitativa-statistica delle frequenze di classi di eventi (cd. probabilità quantitativa o pascaliana), la quale potrebbe anche mancare o essere inconferente, ma va verificato riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma (e, nel contempo, di esclusione di altri possibili alternativi) disponibili nel caso concreto (cd. probabilità logica o baconiana).

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CALCOLO DANNO BIOLOGICO MACROPERMANENTI –NAPOLI BOLOGNA MILANO RAVENNA FORLI CESENA TREVISO VICENZA ROVIGO

interruzione del rapporto di causalità tra fatto del danneggiante ed evento dannoso

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per effetto del comportamento sopravvenuto di altro soggetto (che può identificarsi anche con lo stesso danneggiato), quando il fatto di costui si ponga, ai sensi dell’art. 41, comma 2, c.p., come unica ed esclusiva causa dell’evento di danno, sì da privare dell’efficienza causale e rendere giuridicamente irrilevante il precedente comportamento dell’autore dell’illecito, ma non quando, essendo ancora in atto ed in fase di sviluppo il processo produttivo del danno avviato dal fatto illecito dell’agente, nella situazione di potenzialità dannosa da questi determinata si inserisca una condotta di altro soggetto (ed eventualmente dello stesso danneggiato) che sia preordinata proprio al fine di fronteggiare e, se possibile, di neutralizzare le conseguenze di quell’illecito. In tal caso lo stesso illecito resta unico fatto generatore sia della situazione di pericolo sia del danno derivante dall’adozione di misure difensive o reattive a quella situazione, sempre che rispetto ad essa coerenti ed adeguate.

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Dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta per colpa altrui non deve essere detratto il valore capitale della pensione di reversibilità accordata dall’Inps al familiare superstite in conseguenza della morte del congiunto, trattandosi di una forma di tutela previdenziale connessa ad un peculiare fondamento solidaristico e non geneticamente connotata dalla finalità di rimuovere le conseguenze prodottesi nel patrimonio del danneggiato per effetto dell’illecito del terzo.

Il danno patrimoniale derivante al congiunto dalla perdita della fonte di reddito collegata all’attività lavorativa della vittima

assume natura di danno emergente con riguardo al periodo intercorrente tra la data del decesso e quella della liquidazione giudiziale mentre si configura come danno futuro e, dunque, come lucro cessante, con riguardo al periodo successivo alla liquidazione medesima; ne consegue che, ai fini della liquidazione, il giudice del merito può utilizzare il criterio di capitalizzazione di cui al r.d. n. 1403 del 1922 soltanto in ordine al danno successivo alla decisione, avuto riguardo al presumibile periodo di protrazione della capacità della vittima di produrre il reddito di cui trattasi, mentre, con riguardo al pregiudizio verificatosi sino al momento della decisione, deve operarsi il cumulo di rivalutazione ed interessi compensativi.

In tema di responsabilità extracontrattuale da fatto illecito, sulla somma riconosciuta al danneggiato a titolo di risarcimento occorre che si consideri, oltre alla svalutazione monetaria(che costituisce un danno emergente), anche il nocumento finanziario subito a causa della mancata tempestiva disponibilità della somma di denaro dovuta a titolo di risarcimento (quale lucro cessante). Qualora tale danno sia liquidato con la tecnica degli interessi, questi non vanno calcolati né sulla somma originaria, né sulla rivalutazione al momento della liquidazione, ma debbono computarsi o sulla somma originaria via via rivalutata anno per anno ovvero sulla somma originaria rivalutata in base ad un indice medio, con decorrenza sempre dal giorno in cui si è verificato l’evento dannoso.

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risarcimento del danno per fatto illecito:

quanto più le conseguenze della condotta altrui sono suscettibili di essere previste e superate attraverso l’adozione, da parte dello stesso danneggiato, delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze del caso concreto, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del suo comportamento imprudente nella produzione del danno, fino al punto di interrompere il nesso eziologico tra condotta e danno quando lo stesso comportamento sia da escludere come evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale. (Nella fattispecie, da inquadrarsi all’interno dell’art. 2043 c.c., la S.C., accogliendo il ricorso, ha ritenuto che la Corte d’Appello avesse omesso di verificare e valutare l’incidenza causale della condotta di una bambina nove anni, caduta da un precipizio situato a cinque metri dalla sede stradale, rispetto alla responsabilità da condotta omissiva colposa dell’ente pubblico territoriale.).CALCOLO DANNO BIOLOGICO MACROPERMANENTI –NAPOLI BOLOGNA MILANO RAVENNA FORLI CESENA TREVISO VICENZA ROVIGO

MORTE TRASPORTATO: RISARCIMENTO AI CONGIUNTI

MORTE TRASPORTATO: RISARCIMENTO AI CONGIUNTI

danni non patrimoniali da morte sono risarciti ai sensi dell’art. 2059 c.c. Essi consistono nei pregiudizi di carattere morale e nei turbamenti soggettivi ed esistenziali, conseguenti alla lesione di interessi costituzionalmente tutelati, sofferti dai congiunti e dai familiari conviventi con la vittima del sinistro stradale mortale.

 quantificazione dei danni non patrimoniali

 

deve essere valutata sulla base dei criteri di giudizio e delle tabelle in uso nei Tribunali , tenendo presenti le specifiche caratteristiche del caso sub iudice: età del defunto e del congiunto avente diritto, intensità della relazione, tipologia del rapporto di parentela, convivenza, composizione del nucleo familiare.

 

NAPOLI ,BOLOGNA, RAVENNA CESENA, FORLI, VICENZA ,TREVISO ,ROVIGO, 

AVVOCATO CON 25 ANNI DI ESPERIENZA NEGLI INCIDENTI MORTALI

ASSISTE  FAMIGLIARI DI PERSONE DECEDUTE IN INCIDENTE

PER UN GIUSTO E VELOCE RISARCIMENTO 

051 6447838  3358174816

 

 

La misura standard del risarcimento prevista dalla legge o dal criterio equitativo uniforme adottato dagli organi giudiziari di merito (oggi secondo il sistema c.d. del punto variabile) può essere poi aumentata, nella sua componente dinamico-relazionale, solo in presenza di conseguenze dannose del tutto anomale, eccezionali e affatto peculiari: le conseguenze dannose da ritenersi normali e indefettibili secondo rid quod plerumque accidit” (ovvero quelle che qualunque persona con la medesima invalidità non potrebbe non subire) non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento del danno cd. “dinamico-relazionale”.

In tale quadro ricostruttivo, occorre distinguere il danno alle componenti dinamico-relazionali della vita del danneggiato dalla differente ed autonoma valutazione della sua sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute (come oggi normativamente confermato dalla nuova formulazione dell’art. 138 del c.d.a., lett. e).

La liquidazione finalisticamente unitaria di tale danno (non diversamente da quella prevista per il danno patrimoniale) avrà pertanto il significato di attribuire al soggetto una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subito tanto sotto l’aspetto della sofferenza interiore, quanto sotto quello dell’alterazione/modificazione peggiorativa della vita di relazione in ogni sua forma e considerata in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (Cass., 20/04/2016, n. 7766).

Several surgeons surrounding patient on operation table during their work

La Corte ha stabilito che, quando la legge non detti criteri per la liquidazione del danno non patrimoniale, questo non possa che avvenire in via equitativa.

La liquidazione equitativa è imposta in tali casi dall’art. 1226 c.c.; ma l’equità di cui alla norma suddetta non costituisce una aequitas rudis, ma una ben più articolata nozione (la ETCLEIKEUX aristotelica), i cui fondamenti sono due: l’adeguata considerazione delle specificità del caso concreto, e la garanzia della parità di trattamento a parità di danno (così Sez. 3, Sentenza n. 12408 del 07/06/2011, in motivazione).

Al solo fine di garantire il secondo dei suddetti requisiti, e non per altre ragioni, questa Corte ha indicato nei criteri uniformi applicati dal Tribunale di Milano il criterio idoneo a garantire la parità di trattamento: con la conseguenza che il giudice di merito, per garantire la correttezza della liquidazione equitativa ex art. 1226 c.c., dovrà applicare in linea di massima quel criterio, a meno che non indichi le ragioni per le quali, nel caso concreto, quel criterio risulterebbe iniquo.

Corollario di tale principio è che, se nelle more del giudizio il criterio indicato da questa Corte come idoneo a garantire la parità di trattamento venga a mutare, il giudice di merito dovrà liquidare il danno in base ai nuovi criteri condivisi e generalmente applicati al momento della decisione, e non in base a criteri risalenti ed oramai abbandonati (ex multis, Sez. 3 -, Sentenza n. 24155 del 04/10/2018, Rv. 650934 – 02; Sez. 3 -, Ordinanza n. 22265 del 13/09/2018, Rv. 650595 – 01;Sez.3 -, Sentenza n. 25485 del 13/12/2016, Rv. 642330 – 01;Sez.3 -, Sentenza n. 21245 del 20/10/2016 (Rv. 642948- 01),salva l’ipotesi in cui il debitore, al momento della decisione, non abbia già adempiuto spontaneamente la propria obbligazione: in tal caso soltanto l’esattezza dell’adempimento va valutata in base al criterio di liquidazione generalmente applicato al momento della solutio spontanea, e non al momento – successivo della decisione sulla esattezza dell’adempimento (Sez. 3 -, Sentenza n. 5013 del 28/02/2017, in motivazione).[wpforms id=”9898″]

la persona che, ferita, non muoia immediatamente, può acquistare e trasmettere agli eredi il diritto al risarcimento di due pregiudizi: il danno biologico temporaneo, che di norma sussisterà solo per sopravvivenze superiori alle 24 ore (tale essendo la durata minima, per convenzione medico-legale, di apprezzabilità dell’invalidità temporanea), che andrà accertato senza riguardo alla circostanza se la vittima sia rimasta cosciente; ed il danno non patrimoniale consistito nella formido mortis, che andrà accertato caso per caso, e potrà sussistere solo nel caso in cui la vittima abbia avuto la consapevolezza della propria sorte e della morte imminente.

Assistenza Consulenza legale TOP BARICELLA  MALALBERGO GALLIERA
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La giurisprudenza di merito cominciò a diffondere i suoi criteri uniformi per la stima del danno non patrimoniale da lesione della salute o da morte nel 1974 (Tribunale di Genova); seguito nel 1982 dal Tribunale di Pisa, nel 1995 dal Tribunale di Milano, e poi via via da tutti gli altri uffici giudiziari. Tali criteri sono stati nel corso degli anni ora abbandonati, ora aggiornati, ora modificati: ma mai le fonti di cognizione della giurisprudenza di merito (banche dati, riviste e repertori) hanno fatto registrare, in quarantacinque anni, una evoluzione riduttiva dei suddetti criteri, i quali sono andati sempre crescendo.

Costituisce, pertanto, nozione di fatto rientrante nella comune esperienza, non impedita a questa Corte, quella secondo cui l’aggiornamento periodico delle tabelle giurisprudenziali per la stima del danno non patrimoniale comporta un innalzamento dei valori ivi previsti. Sarebbe stato, dunque, onere della controricorrente Allianz dedurre, e dimostrare, che solo nel 2016 il Tribunale di Milano avrebbe deciso di diffondere nuove tabelle, riduttive dei risarcimenti per l’innanzi liquidati.

. In primo luogo, infatti, essa ancora la sussistenza del danno alla durata della sopravvivenza. Ma nella giurisprudenza di questa Corte, per quanto sopra esposto, la durata della sopravvivenza non è elemento costitutivo del danno consistente nell’aver provato la formido mortis. La paura di morire può provarla anche chi sopravviva pochi minuti alla lesione; così come può restarne immune chi sia sopravvissuto per lungo tempo.

La durata della sopravvivenza può essere un elemento indiziario dal quale desumere l’esistenza del pregiudizio (in base al rilievo che una sopravvivenza di pochi istanti, ad esempio, difficilmente lascia alla vittima la consapevolezza della propria sorte); e costituisce certamente un parametro di valutazione del quantum debeatur. Non costituisce, invece, elemento costitutivo dell’an debeatur.

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6.8.2. In secondo luogo, per escludere l’esistenza del danno patito da G.B. il giudice di merito avrebbe dovuto accertare non già e non solo per quanto tempo sopravvisse, ma avrebbe dovuto accertare:

-) se la sopravvivenza superò le 24 ore, al fine di stabilire se si era prodotto un danno biologico da invalidità temporanea;

-) se la vittima conservò coscienza e consapevolezza della propria sorte, al fine di stabilire se vi fosse stato un danno non patrimoniale da lucida agonia.

6.9. La sentenza impugnata va dunque cassata anche sotto questo aspetto; il giudice del rinvio, nel tornare ad esaminare il gravame, applicherà il seguente principio di diritto:

la persona che, ferita, non muoia immediatamente, può acquistare e trasmettere agli eredi il diritto al risarcimento di due pregiudizi: il danno biologico temporaneo, che di norma sussisterà solo per sopravvivenze superiori alle 24 ore (tale essendo la durata minima, per convenzione medico-legale, di apprezzabilità dell’invalidità temporanea), che andrà accertato senza riguardo alla circostanza se la vittima sia rimasta cosciente; ed il danno non patrimoniale consistito nella formido mortis, che andrà accertato caso per caso, e potrà sussistere solo nel caso in cui la vittima abbia avuto la consapevolezza della propria sorte e della morte imminente.

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  • il danno non patrimoniale, consistente nella sofferenza morale patita dal prossimo congiunto di persona lesa in modo non lieve dall’altrui illecito, può essere dimostrato con ricorso alla prova presuntiva ed in riferimento a quanto ragionevolmente riferibile alla realtà dei rapporti di convivenza ed alla gravità delle ricadute della condotta” Cass. 11212/2019; Cass. 2788/2019; Cass. 17058/2017). La decisione della corte di merito, in realtà, è errata nella premessa: essa postula, invero, che il danno risarcibile ai congiunti per le lesioni patite dal parente, vittima primaria dell’illecito, sia solo quello consistente nel “totale sconvolgimento delle abitudini di vita”, limitazione che non ha in realtà alcuna ragion d’essere.

  • Dalle lesioni inferte a taluno possono derivare, in astratto, per i congiunti sia una sofferenza d’animo (danno morale) che non produce necessariamente uno sconvolgimento delle abitudini di vita, sia un danno biologico (una malattia), anche essa senza rilevanza alcuna sulle abitudini di vita. Il danno dei congiunti è qui invocato iure proprio. Si parla spesso impropriamente di fanno riflesso, ossia di un danno subito per una lesione inferta non a sè stessi, ma ad altri. In realtà, il danno subito dai congiunti è diretto, non riflesso, ossia è la diretta conseguenza della lesione inferta al parente prossimo, la quale rileva dunque come fatto plurioffensivo, che ha vittime diverse, ma egualmente dirette. Ed anche impropriamente allora, se non per mera esigenza descrittiva, si parla di vittime secondarie. Con la conseguenza che la lesione della persona di taluno può provocare nei congiunti sia una sofferenza d’animo sia una perdita vera e propria di salute, come una incidenza sulle abitudini di vita. Non v’è motivo di ritenere questi pregiudizi soggetti ad una prova più rigorosa degli altri, e dunque insuscettibili di essere dimostrati per presunzioni. E tra le presunzioni assume ovviamente rilievo il rapporto di stretta parentela .

  • Il rapporto di stretta parentela esistente fa presumere, secondo un criterio di normalità sociale (ossia ciò che solitamente accade) che genitori e fratelli soffrano per le gravissime permanenti lesioni riportate dal congiunto prossimo. Nè v’è bisogno, come postula la sentenza impugnata, che queste sofferenze si traducano in uno “sconvolgimento delle abitudini di vita”, in quanto si tratta di conseguenze estranee al danno morale, che è piuttosto la soggettiva perturbazione dello stato d’animo, il patema, la sofferenza interiore della vittima, a prescindere dalla circostanza che influisca o meno sulle abitudini di vita.

Risarcimento per morte o altra grave conseguenza
Il discorso che faremo qui di seguito non deve ritenersi limitato solo al caso della morte ma anche a qualsiasi altra conseguenza grave derivante dall’incidente stradale: la perdita degli arti, l’invalidità parziale grave, la paralisi, ecc.

Come chiarito dalla Cassazione [2] il danno da perdita del rapporto parentale non è limitato alla morte ma è integrato anche dallo stravolgimento dei rapporti abituali per qualsiasi altra ipotesi di gravi lesioni.

In linea con tale esegesi, la giurisprudenza italiana ha confermato che  è risarcibile il danno non patrimoniale patito dal convivente more uxorio a causa dell’uccisione del figlio unilaterale della partner, purchè venisse dedotto e provato un legame familiare saldo e longevo tra l’attore e la vittima[5]. Nello stesso senso, la Cassazione[6] ha riconosciuto la legittimazione della fidanzata ad essere risarcita per il danno parentale tribolato a seguito della morte del compagno, sul presupposto che il fidanzamento sarebbe stato destinato ad evolversi in una relazione matrimoniale, attesa la violazione ex art. 29 Cost.

La Cassazione valorizza anche il rapporto a distanza, a prescindere da una vera e propria convivenza, il quale non incide sull’an del pregiudizio, ma solo sul quantum debeatur[7]; infatti anche le telefonate frequenti possono denotare  la presenza di un legame amorevole: ad esempio, il nipote può agire in giudizio per il risarcimento del danno non patrimoniale causatogli dalla dipartita del nonno[8].

È stato riconosciuto a livello nazionale e sovranazionale il diritto di credito vantato dal figlio, nato orfano da un genitore, con cui si sarebbe integrato un rapporto affettivo ed educativo che la legge protegge allo scopo di consentire uno sviluppo bilanciato della personalità del bambino[9].

Risarcimento morte fratello incidente stradale
Il tema trattato dalla Suprema Corte nella sentenza in commento è quello della morte di un fratello ma, chiaramente, l’interpretazione offerta dai giudici può essere estesa a qualsiasi altro parente. Secondo i giudici, per ottenere il risarcimento del danno da perdita parentale non basta un legame di sangue con la vittima, ma dall’altro lato non è neanche necessario che vi fosse una convivenza. Anche chi non abita con il fratello, quindi, ha diritto ad essere risarcito se quest’ultimo decede a causa di uno scontro automobilistico. Affinché ciò succeda però è necessario provare una «comunione di affetti»: bisogna cioè dimostrare come in concreto si atteggiavano i rapporti e le relazioni con il congiunto deceduto. Il ristoro sarà proporzionale alla durata e all’intensità del vissuto: importa dunque quanto è grande la famiglia e ai fini della compensazione rilevano l’età della vittima e dei congiunti oltre che le abitudini di vita. Quindi la semplice parentela anagrafica non può costituire di per sé la prova della lesione.

In questa ottica ciascun familiare superstite – anche se non convivente – ha un autonomo diritto al risarcimento integrale del danno patito per la perdita della vittima, ma a condizione che dimostri una relazione forte la quale comporta una sofferenza altrettanto forte.