assegnazione della casa coniugale  PROBLEMA MOLTO GROSSO GRAVE SEPARAZIONI BOLOGNA

assegnazione della casa coniugale  PROBLEMA MOLTO GROSSO GRAVE SEPARAZIONI BOLOGNA

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 14/08/2020, n. 17183 (rv. 658568-01)

 

CASA CONIUGALE- CASA CONIUGALE-CASA CONIUGALE

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA  051 6447838 

 

CASA CONIUGALE- CASA CONIUGALE-CASA CONIUGALE

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA  051 6447838 

CASA CONIUGALE- CASA CONIUGALE-CASA CONIUGALE

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA  051 6447838 

FAMIGLIA – Matrimonio – Diritti e doveri dei coniugi – Educazione, istruzione e mantenimento della prole – In genere – Mantenimento e assegnazione della casa coniugale – In presenza di figli maggiorenni non indipendenti economicamente – Presupposti – Limiti – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – In genere

Ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile, fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni. (Rigetta, CORTE D’APPELLO FIRENZE, 29/03/2018)

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 14/08/2020, n. 17183 (rv. 658568-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Diritti e doveri dei coniugi – Educazione, istruzione e mantenimento della prole – In genere – Mantenimento e assegnazione della casa coniugale – In presenza di figli maggiorenni non indipendenti economicamente – Presupposti – Limiti – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – In genere

Ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile, fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni. (Rigetta, CORTE D’APPELLO FIRENZE, 29/03/2018)

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Cass. civ., Sez. VI – 1, Ord., (data ud. 13/05/2021) 04/11/2021, n. 31700

  • Sentenza

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso per conflitto di competenza, iscritto a n. 26732-2020 sollevato dal TRIBUNALE PER I MINORENNI DI BOLOGNA con ordinanza n. rg 1593/2018 del 05/10/2020 nel procedimento vertente tra:

S.P., da una parte;

V.M., dall’altra;

– ricorrenti –

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 13/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CLOTILDE PARISE;

lette le conclusioni del PUBBLICO MINISTERO, in persona del SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE, DOTT.SSA ANNA MARIA SOLDI, che, visto l’art. 380 ter c.p.c., chiede che la Corte di Cassazione, in camera di consiglio, affermi che competente a conoscere della controversia è il Tribunale per i Minorenni di Bologna.

Svolgimento del processo

  1. Con ricorso depositato innanzi al Tribunale Ordinario di Bologna in data 3.8.2018, V.M. chiedeva l’affidamento esclusivo del figlio minore S.N., l’assegnazione della casa familiaree la determinazione dell’obbligo di corrispondere il contributo per mantenimento del figlio a carico di S.P., il quale, nel costituirsi, contestava le domande e chiedeva, a sua volta, l’affidamento del minore, l’assegnazione della casa familiaree la determinazione del contributo al mantenimento del figlio a carico della madre.
  2. Con ordinanza pronunciata in data 13-11-2018 il Tribunale Ordinario di Bologna declinava la propria competenza, deferendola, in quanto giudice preventivamente adito, al Tribunale dei Minorenni di Bologna, avanti al quale era già pendente il procedimento promosso, ai sensi dell’art. 333c.c., in data 17 luglio 2018 per limitare la responsabilità genitoriale della coppia S. – V.. In particolare nel corso di detto ultimo procedimento erano pronunciati decreti provvisori ex artt. 333c.c. e 741 c.p.c., con cui erano disposte limitazioni alla responsabilità genitoriale, gradualmente attenuate in considerazione del miglioramento della situazione di pregiudizio originariamente riscontrata e, a conclusione del procedimento, il Tribunale per i Minorenni, in considerazione del netto miglioramento della condizione del minore in seguito al suo collocamento presso il padre, ed in considerazione della difficile relazione del minore con la madre, con decreto pronunciato in data 5.10.2020 manteneva in vigore provvedimenti limitativi della responsabilità genitoriale, limitatamente al conferimento di un incarico al servizio sociale a scopo di vigilanza e sostegno, mantenendo il minore collocato presso il padre, con l’ausilio dei nonni paterni. Il Tribunale Ordinario di Bologna, con la citata ordinanza del 13-11-2018, riteneva che rientrassero nella competenza del Tribunale per i Minorenni, in quanto giudice preventivamente adito, le decisioni non solo “afferenti alla responsabilità genitoriale, all’affido e al collocamento del minore”, ma anche quelle “relativamente ai profili economici funzionali all’interesse superiore del figlio della coppia” (assegnazione della casa familiare e contributo al mantenimento).
  3. Con ordinanza depositata il 13-10-2020 il Tribunale per i Minorenni, nel precisare di ritenere sussistente la propria competenza, in quanto giudice preventivamente adito, limitatamente alla pronuncia di provvedimenti ex art. 333c.c., ha sollevato conflitto negativo di competenza in ordine al procedimento ex art. 337 terc.c., ritenendo di non avere alcuna competenza relativamente ai profili economici che discendono dalla separazione della coppia genitoriale e dall’affidamento del figlio, quali l’assegnazione della casa familiare e la determinazione del contributo per il mantenimento del minore, trattandosi di competenze non specificatamente attribuite al Tribunale per i minorenni, in base a quanto previsto dalla tassativa indicazione di cui all’art. 38 disp. att. c.c..
  4. La Procura Generale ha concluso per l’affermazione della competenza del Tribunale Ordinario in ordine alla regolamentazione dei rapporti economici da assumersi nell’interesse del minore.
  5. Le parti non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente, occorre dare atto dell’ammissibilità del regolamento d’ufficio, conformemente all’orientamento consolidato di questa Corte che ne esclude la natura di mezzo d’impugnazione, ravvisandovi piuttosto uno strumento volto a sollecitare l’individuazione del giudice naturale, precostituito per legge, al quale compete la trattazione, anche interinale o provvisoria ma comunque esclusiva, dell’affare, e riconoscendone pertanto la compatibilità con i procedimenti in camera di consiglio (cfr. Cass., Sez. VI, 4/08/2011, n. 16959Cass., Sez. I, 7/04/2004, n. 6892).
  2. Secondo l’orientamento di questa Corte al quale il Collegio intende dare continuità (cfr. da ultimo Cass.16338/2021; Cass.n. 20202/2018), ai sensi dell’art. 38disp. att. c.c. come novellato dalla L. 10 dicembre 2012, n. 219art. 3, il criterio della prevenzione trova applicazione, determinando la vis actractiva del giudice preventivamente adito, solo nell’ipotesi di precedente pendenza di un giudizio di separazioneo di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario, verificandosi, in tal caso e in via derogatoria rispetto alla regola ordinaria, l’attribuzione di competenza allo stesso Tribunale Ordinario anche dei procedimenti de potestate. Non può, invece, operare la vis actractiva in senso inverso, ovvero quella del Tribunale per i minorenni, anche se precedentemente adito, poichè il procedimento ex art. 337 ter c.c. non rientra tra le competenze del Tribunale per i Minorenni tassativamente individuate dall’art. 38 disp. att. c.c.. Per effetto di tale ripartizione, la competenza in ordine ai provvedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale resta disciplinata dal criterio della prevenzione, nel senso che al tribunale per i minorenni restano attribuiti i soli procedimenti promossi senza che sia pendente un giudizio di separazione o divorzio o ex art. 316 c.c. o anteriormente alla proposizione della relativa domanda (la quale, ai sensi dell’art. 5 c.p.c., non può comportarne la sottrazione al giudice competente), mentre, laddove il giudizio concernente la crisi familiare sia stato promosso anteriormente o contestualmente, la competenza resta unitariamente attribuita al giudice cui spetta la cognizione della domanda di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c. Nessun rilievo può assumere, in proposito, la circostanza che il procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni possa essere attivato ad iniziativa del Pubblico Ministero, chiamato ad intervenire, ma con poteri d’impulso e partecipazione più limitati, anche nel giudizio di separazione o divorzio o in quello di cui all’art. 316 c.p.c., non incidendo tale differenza sulla identità delle parti del giudizio, coincidenti pur sempre con i genitori del minore al quale si riferiscono i provvedimenti richiesti, e ben potendo i diversi uffici del Pubblico Ministero porre in essere opportuni meccanismi di raccordo e trasmissione degli atti (cfr. Cass. n. 1866/2019 tra le tante).

Questa Corte ha altresì chiarito che, sebbene, al pari di quanto accade nell’ipotesi di preventiva proposizione della domanda di separazione o di divorzio o di quella ex art. 316 c.c., possano ravvisarsi indubbie interrelazioni o interferenze tra i due tipi di procedimento, il carattere tassativo delle competenze attribuite al tribunale per i minorenni e la mancata previsione di una vis attractiva in favore dello stesso impongono di ritenere che il giudizio successivamente promosso dinanzi al tribunale ordinario resti attribuito alla competenza di quest’ultimo, ferma restando la necessità di tener conto, nell’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole, delle determinazioni assunte dal giudice specializzato, destinate inevitabilmente a ripercuotersi sul regime dell’affidamento dei figli e sulla disciplina dei rapporti tra gli stessi ed i genitori (così da ultimo Cass.16338/2021 citata). In tal senso depone chiaramente la disciplina dettata dall’art. 38 disp. att. c.c., la quale, nell’estendere la competenza del tribunale ordinario alla domanda di adozione dei provvedimenti riguardanti il figlio nato fuori del matrimonio, in precedenza ritenuta spettante alla competenza del tribunale per i minorenni, si limita ad escludere la competenza di quest’ultimo in ordine ai provvedimenti di cui agli artt. 330 e s.s. c.c., in riferimento all’ipotesi in cui al momento della proposizione della relativa domanda sia già pendente un giudizio ex art. 316 c.c., ma nulla dispone in ordine all’ipotesi inversa, che resta pertanto soggetta alla disciplina generale.

2.1. In applicazione di tali principi, che il Collegio condivide ed intende ribadire, il giudice competente a provvedere in ordine all’affidamento del figlio ed alla disciplina dei rapporti con il genitore non collocatario, nonchè alla determinazione del contributo dovuto da quest’ultimo per il mantenimento del minore, dev’essere individuato, nella specie, nel Tribunale ordinario di Bologna. La preventiva proposizione, da parte del Pubblico Ministero, della domanda di adozione dei provvedimenti di cui all’art. 333 c.c. dinanzi al Tribunale per i minorenni di Bologna, pur escludendo l’attrazione del relativo procedimento alla competenza del Tribunale ordinario, non consente, infatti, di ritenere che la domanda proposta dinanzi a quest’ultimo resti a sua volta attratta alla competenza del Giudice minorile, con la conseguenza che ciascun procedimento dovrà proseguire dinanzi al Giudice cui è attribuita la relativa competenza.

  1. La natura officiosa dell’iniziativa esclude la necessità di provvedere al regolamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte dichiara la competenza del Tribunale per i minorenni di Bologna in ordine al procedimento promosso dal Pubblico Ministero ai sensi dell’art. 333 c.c. e del Tribunale ordinario di Bologna in ordine al procedimento promosso da V.M. ai sensi dell’art. 337-ter c.c., disponendo la riassunzione di ciascun processo dinanzi al Giudice rispettivamente competente nel termine di legge.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 13 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

Cass. civ., Sez. VI – 1, Ord., (data ud. 13/05/2021) 04/11/2021, n. 31700

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso per conflitto di competenza, iscritto a n. 26732-2020 sollevato dal TRIBUNALE PER I MINORENNI DI BOLOGNA con ordinanza n. rg 1593/2018 del 05/10/2020 nel procedimento vertente tra:

S.P., da una parte;

V.M., dall’altra;

– ricorrenti –

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 13/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CLOTILDE PARISE;

lette le conclusioni del PUBBLICO MINISTERO, in persona del SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE, DOTT.SSA ANNA MARIA SOLDI, che, visto l’art. 380 ter c.p.c., chiede che la Corte di Cassazione, in camera di consiglio, affermi che competente a conoscere della controversia è il Tribunale per i Minorenni di Bologna.

Svolgimento del processo

  1. Con ricorso depositato innanzi al Tribunale Ordinario di Bologna in data 3.8.2018, V.M. chiedeva l’affidamento esclusivo del figlio minore S.N., l’assegnazione della casa familiaree la determinazione dell’obbligo di corrispondere il contributo per mantenimento del figlio a carico di S.P., il quale, nel costituirsi, contestava le domande e chiedeva, a sua volta, l’affidamento del minore, l’assegnazione della casa familiaree la determinazione del contributo al mantenimento del figlio a carico della madre.
  2. Con ordinanza pronunciata in data 13-11-2018 il Tribunale Ordinario di Bologna declinava la propria competenza, deferendola, in quanto giudice preventivamente adito, al Tribunale dei Minorenni di Bologna, avanti al quale era già pendente il procedimento promosso, ai sensi dell’art. 333c.c., in data 17 luglio 2018 per limitare la responsabilità genitoriale della coppia S. – V.. In particolare nel corso di detto ultimo procedimento erano pronunciati decreti provvisori ex artt. 333c.c. e 741 c.p.c., con cui erano disposte limitazioni alla responsabilità genitoriale, gradualmente attenuate in considerazione del miglioramento della situazione di pregiudizio originariamente riscontrata e, a conclusione del procedimento, il Tribunale per i Minorenni, in considerazione del netto miglioramento della condizione del minore in seguito al suo collocamento presso il padre, ed in considerazione della difficile relazione del minore con la madre, con decreto pronunciato in data 5.10.2020 manteneva in vigore provvedimenti limitativi della responsabilità genitoriale, limitatamente al conferimento di un incarico al servizio sociale a scopo di vigilanza e sostegno, mantenendo il minore collocato presso il padre, con l’ausilio dei nonni paterni. Il Tribunale Ordinario di Bologna, con la citata ordinanza del 13-11-2018, riteneva che rientrassero nella competenza del Tribunale per i Minorenni, in quanto giudice preventivamente adito, le decisioni non solo “afferenti alla responsabilità genitoriale, all’affido e al collocamento del minore”, ma anche quelle “relativamente ai profili economici funzionali all’interesse superiore del figlio della coppia” (assegnazione della casa familiare e contributo al mantenimento).
  3. Con ordinanza depositata il 13-10-2020 il Tribunale per i Minorenni, nel precisare di ritenere sussistente la propria competenza, in quanto giudice preventivamente adito, limitatamente alla pronuncia di provvedimenti ex art. 333c.c., ha sollevato conflitto negativo di competenza in ordine al procedimento ex art. 337 terc.c., ritenendo di non avere alcuna competenza relativamente ai profili economici che discendono dalla separazione della coppia genitoriale e dall’affidamento del figlio, quali l’assegnazione della casa familiare e la determinazione del contributo per il mantenimento del minore, trattandosi di competenze non specificatamente attribuite al Tribunale per i minorenni, in base a quanto previsto dalla tassativa indicazione di cui all’art. 38 disp. att. c.c..
  4. La Procura Generale ha concluso per l’affermazione della competenza del Tribunale Ordinario in ordine alla regolamentazione dei rapporti economici da assumersi nell’interesse del minore.
  5. Le parti non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente, occorre dare atto dell’ammissibilità del regolamento d’ufficio, conformemente all’orientamento consolidato di questa Corte che ne esclude la natura di mezzo d’impugnazione, ravvisandovi piuttosto uno strumento volto a sollecitare l’individuazione del giudice naturale, precostituito per legge, al quale compete la trattazione, anche interinale o provvisoria ma comunque esclusiva, dell’affare, e riconoscendone pertanto la compatibilità con i procedimenti in camera di consiglio (cfr. Cass., Sez. VI, 4/08/2011, n. 16959Cass., Sez. I, 7/04/2004, n. 6892).
  2. Secondo l’orientamento di questa Corte al quale il Collegio intende dare continuità (cfr. da ultimo Cass.16338/2021; Cass.n. 20202/2018), ai sensi dell’art. 38disp. att. c.c. come novellato dalla L. 10 dicembre 2012, n. 219art. 3, il criterio della prevenzione trova applicazione, determinando la vis actractiva del giudice preventivamente adito, solo nell’ipotesi di precedente pendenza di un giudizio di separazioneo di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario, verificandosi, in tal caso e in via derogatoria rispetto alla regola ordinaria, l’attribuzione di competenza allo stesso Tribunale Ordinario anche dei procedimenti de potestate. Non può, invece, operare la vis actractiva in senso inverso, ovvero quella del Tribunale per i minorenni, anche se precedentemente adito, poichè il procedimento ex art. 337 ter c.c. non rientra tra le competenze del Tribunale per i Minorenni tassativamente individuate dall’art. 38 disp. att. c.c.. Per effetto di tale ripartizione, la competenza in ordine ai provvedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale resta disciplinata dal criterio della prevenzione, nel senso che al tribunale per i minorenni restano attribuiti i soli procedimenti promossi senza che sia pendente un giudizio di separazione o divorzio o ex art. 316 c.c. o anteriormente alla proposizione della relativa domanda (la quale, ai sensi dell’art. 5 c.p.c., non può comportarne la sottrazione al giudice competente), mentre, laddove il giudizio concernente la crisi familiare sia stato promosso anteriormente o contestualmente, la competenza resta unitariamente attribuita al giudice cui spetta la cognizione della domanda di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c. Nessun rilievo può assumere, in proposito, la circostanza che il procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni possa essere attivato ad iniziativa del Pubblico Ministero, chiamato ad intervenire, ma con poteri d’impulso e partecipazione più limitati, anche nel giudizio di separazione o divorzio o in quello di cui all’art. 316 c.p.c., non incidendo tale differenza sulla identità delle parti del giudizio, coincidenti pur sempre con i genitori del minore al quale si riferiscono i provvedimenti richiesti, e ben potendo i diversi uffici del Pubblico Ministero porre in essere opportuni meccanismi di raccordo e trasmissione degli atti (cfr. Cass. n. 1866/2019 tra le tante).

Questa Corte ha altresì chiarito che, sebbene, al pari di quanto accade nell’ipotesi di preventiva proposizione della domanda di separazione o di divorzio o di quella ex art. 316 c.c., possano ravvisarsi indubbie interrelazioni o interferenze tra i due tipi di procedimento, il carattere tassativo delle competenze attribuite al tribunale per i minorenni e la mancata previsione di una vis attractiva in favore dello stesso impongono di ritenere che il giudizio successivamente promosso dinanzi al tribunale ordinario resti attribuito alla competenza di quest’ultimo, ferma restando la necessità di tener conto, nell’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole, delle determinazioni assunte dal giudice specializzato, destinate inevitabilmente a ripercuotersi sul regime dell’affidamento dei figli e sulla disciplina dei rapporti tra gli stessi ed i genitori (così da ultimo Cass.16338/2021 citata). In tal senso depone chiaramente la disciplina dettata dall’art. 38 disp. att. c.c., la quale, nell’estendere la competenza del tribunale ordinario alla domanda di adozione dei provvedimenti riguardanti il figlio nato fuori del matrimonio, in precedenza ritenuta spettante alla competenza del tribunale per i minorenni, si limita ad escludere la competenza di quest’ultimo in ordine ai provvedimenti di cui agli artt. 330 e s.s. c.c., in riferimento all’ipotesi in cui al momento della proposizione della relativa domanda sia già pendente un giudizio ex art. 316 c.c., ma nulla dispone in ordine all’ipotesi inversa, che resta pertanto soggetta alla disciplina generale.

2.1. In applicazione di tali principi, che il Collegio condivide ed intende ribadire, il giudice competente a provvedere in ordine all’affidamento del figlio ed alla disciplina dei rapporti con il genitore non collocatario, nonchè alla determinazione del contributo dovuto da quest’ultimo per il mantenimento del minore, dev’essere individuato, nella specie, nel Tribunale ordinario di Bologna. La preventiva proposizione, da parte del Pubblico Ministero, della domanda di adozione dei provvedimenti di cui all’art. 333 c.c. dinanzi al Tribunale per i minorenni di Bologna, pur escludendo l’attrazione del relativo procedimento alla competenza del Tribunale ordinario, non consente, infatti, di ritenere che la domanda proposta dinanzi a quest’ultimo resti a sua volta attratta alla competenza del Giudice minorile, con la conseguenza che ciascun procedimento dovrà proseguire dinanzi al Giudice cui è attribuita la relativa competenza.

  1. La natura officiosa dell’iniziativa esclude la necessità di provvedere al regolamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte dichiara la competenza del Tribunale per i minorenni di Bologna in ordine al procedimento promosso dal Pubblico Ministero ai sensi dell’art. 333 c.c. e del Tribunale ordinario di Bologna in ordine al procedimento promosso da V.M. ai sensi dell’art. 337-ter c.c., disponendo la riassunzione di ciascun processo dinanzi al Giudice rispettivamente competente nel termine di legge.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 13 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 21/07/2021, n. 20858 (rv. 661830-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

In materia di quantificazione dell’assegno di mantenimento a seguito della separazione dei coniugi, deve attribuirsi rilievo anche all’assegnazione della casa familiare che, pur essendo finalizzata alla tutela della prole e del suo interesse a permanere nell’ambiente domestico, indubbiamente costituisce un’utilità suscettibile di apprezzamento economico, come del resto espressamente precisato dall’art. 337 sexies c.c., e tale principio trova applicazione anche qualora il coniuge separato assegnatario dell’immobile ne sia comproprietario, perché il suo godimento del bene non trova fondamento nella comproprietà del bene, ma nel provvedimento di assegnazione, opponibile anche ai terzi, che limita la facoltà dell’altro coniuge di disporre della propria quota dell’immobile e si traduce in un pregiudizio economico, anch’esso valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto. (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANZARO, 23/10/2015)

REVERSIBILITA’ PENSIONE A CONIUGE DIVORZIATO

  1. REVERSIBILITA’ PENSIONE A CONIUGE DIVORZIATO
  2. QUANDO E COME VA LA PENSIONE AL CONIUGE DIVORZIATO 

  1. La L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9 come modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 13 dispone: “In caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge, rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza. 
  2. Tanto premesso, prima di passare all’esame degli orientamenti contrastanti esistenti sulla delineata questione, mette conto rilevare che questa Corte, con sentenza 11 settembre 2019, n. 24041, ha confermato la sentenza impugnata che aveva sostenuto che il decesso del coniuge obbligato, avvenuto in data antecedente alla pronuncia della sentenza definitiva di primo grado emessa il (omissis) che aveva riconosciuto l’assegno di mantenimento al coniuge divorziato, non ostava all’attribuzione di una quota della pensione di reversibilità perché il riconoscimento giudiziale dell’assegno di mantenimento si poneva come presupposto del sostegno economico a favore del coniuge debole. Questa Corte in particolare, esaminando il ricorso incidentale condizionato proposto dal coniuge divorziato, lo ha ritenuto infondato, dando atto che, nel caso di specie, l’assegno divorzile era stato riconosciuto in data antecedente alla morte del coniuge obbligato (avvenuta in data (omissis) ), con sentenza non definitiva di divorzio pronunciata il 20 agosto 2009. La Corte, quindi, dopo avere dato atto che nella controversia oggetto del giudizio veniva in rilievo la pensione di reversibilità e la posizione del nuovo coniuge in quanto tale e non quale successore del defunto, ha affermato che assumeva rilievo il riconoscimento del diritto all’assegno in concreto e non in astratto, per effetto dell’intervenuta pronuncia giurisdizionale, che seppure non costituiva titolo azionabile nei confronti del suo destinatario, valeva – tuttavia- a consolidare la prestazione previdenziale che neppure doveva essere assistita dall’autorità del giudicato, bastando anche solo una pronuncia di merito (sul diritto all’assegno) a fondarne il presupposto. 5.4 Già si è detto dell’esistenza del contrasto giurisprudenziale afferente alle sorti del giudizio di separazione o divorzio in caso di decesso di una delle parti. 5.4.1 Secondo un primo orientamento giurisprudenziale (quello richiamato dai giudici di primo e secondo grado con i provvedimenti di questa Corte 11 aprile 2013, n. 8874 e 24 luglio 2014, n. 16951), che pure riconosce il fatto che il diritto al mantenimento abbia natura patrimoniale speciale, poiché, come previsto dall’art. 447 c.c., esso è indisponibile e incedibile e ha un carattere strettamente personale, la morte del soggetto obbligato, avvenuta durante il corso del giudizio, non determina la cessazione della materia del contendere, permanendo l’interesse della parte richiedente l’assegno al credito avente ad oggetto le rate scadute anteriormente alla data del decesso, credito che risulterebbe trasmissibile nei confronti degli eredi, con la conseguenza che il requisito della intrasmissibilità dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile non troverebbe applicazione, una volta proposta la domanda giudiziale, per il periodo successivo all’inizio del procedimento e fino alla data del decesso dell’ex coniuge obbligato, periodo nel quale permarrebbe l’interesse della parte richiedente l’assegno alla definitiva regolamentazione del suo diritto. 

    5.4.2 In particolare, nella sentenza n. 8874 del 2013, i giudici di questa Corte non hanno condiviso l’assunto che il decesso del ricorrente determinasse la sopravvenuta carenza di interesse al ricorso, “in quanto, se è vero che la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, per ragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, deve osservarsi, con riferimento al caso di specie, che la pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto di impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e sulla quantificazione dell’assegno (cfr. Cass., 9 giugno 1992, n. 7089). Nel caso di specie il giudizio di legittimità (non interessato dal citato eventi interruttivo: Cass. 23 gennaio 2006, n. 1257), così come il precedente grado di appello, proseguiva unicamente per la determinazione dell’assegno, così comportando la necessità di definire una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale, non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi”. 

    5.4.3. A conferma di ciò, la sentenza n. 16951 del 2014 ha ribadito che: 

    – la pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto d’impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e sulla quantificazione dell’assegno; 

    – il procedimento per la definizione delle questioni di rilevanza patrimoniale non si estingue per cessazione della materia del contendere, ma prosegue, nonostante il decesso di uno dei coniugi; -la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, per ragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, ma si è in presenza di una situazione diversa nel caso in cui la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio sia già stata pronunciata e il giudizio di legittimità prosegue, anche unicamente, per la determinazione dell’assegno. 

    Si è affermato, quindi, il principio secondo cui, ferma restando la pronuncia dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, ormai passata in giudicato, rimane da definire, nella sostanza, una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale ma non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi. 

    5.5 A fronte di tale orientamento, sin dagli anni ottanta, si è affermato un diverso indirizzo secondo cui la morte di uno dei coniugi, sopravvenuta in pendenza del giudizio di separazione personale o di divorzio, anche nella fase di legittimità, comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio e a tutti i profili economici connessi e l’evento della morte ha l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato (Cass., 29 gennaio 1980, n. 661; Cass., 18 marzo 1982, n. 1757; Cass., 3 febbraio 1990, n. 740; Cass., 4 aprile 1997, n. 2944; Cass., 27 aprile 2006, n. 9689; Cass., 20 novembre 2008, n. 27556; Cass., 26 luglio 2013, n. 18130; Cass., 8 novembre 2017, n. 26489; Cass., 2 dicembre 2019, n. 31358). 

    Con la sentenza 12 dicembre 2017, n. 29669, la Corte ha confermato lo stesso principio, precisando, tuttavia, che la morte di uno dei coniugi, in pendenza di giudizio di separazione personale, comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere e travolge tutte le precedenti pronunce emesse non ancora passate in giudicato, anche con riferimento alle istanze accessorie circa la regolamentazione dei rapporti patrimoniali attinenti alla cessazione della convivenza, mentre restano salve le domande autonome che, proposte nello stesso giudizio, riguardano diritti e rapporti patrimoniali indipendenti dalla modificazione soggettiva dello status, già acquisiti al patrimonio dei coniugi, e nei quali subentrano gli eredi. 

    5.5.1 Successivamente, con la sentenza 20 febbraio 2018, n. 4092, questa Corte, esaminando la questione relativa agli effetti della morte del coniuge in relazione al passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio (così come nel presente giudizio, dove il Tribunale di Macerata ha pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio con sentenza del (OMISSIS) , come è pacifico, ormai passata in giudicato), partendo dal lato letterale della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 12, (che prevede che, nel caso in cui il tribunale pronunci sentenza non definitiva relativa alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, il giudizio può continuare per la decisione relativa all’an e al quantum dell’assegno), ha affermato che, in tema di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la morte del coniuge, anche nel corso del giudizio di legittimità, fa cessare la materia del contendere sia nel giudizio sullo “status” che in quello relativo alle domande accessorie, compreso il giudizio sulla richiesta di assegno divorzile, non assumendo alcun rilievo, in senso contrario, l’intervenuto passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio, posto che l’obbligo di corresponsione di tale assegno è personalissimo e non trasmissibile agli eredi, trattandosi di posizione debitoria inscindibilmente legata a uno “status” personale, che può essere accertata solo in relazione alla persona cui detto “status” si riferisce. 

    Più specificamente, la Corte, nella sentenza da ultimo richiamata, ha ritenuto di aderire al secondo indirizzo, definito prevalente, perché “esso appare più coerente al presupposto indiscusso secondo cui la morte del coniuge, in pendenza di giudizio di separazione o divorzio, anche nella fase di legittimità davanti a questa Corte, fa cessare il rapporto coniugale e la stessa materia del contendere sia sul giudizio relativo allo status che su quello relativo alle domande accessorie. Tale principio legale deve estendersi anche alle domande accessorie che sono “autonomamente” sub judice al momento della morte del coniuge nei cui confronti era stato richiesta l’assegno. Infatti se è vero che la pronuncia del divorzio, con sentenza non definitiva, non è più tangibile, per effetto del suo passaggio in giudicato, la pendenza del giudizio sulle domande accessorie al momento della morte non può costituire una causa di scissione del carattere unitario proprio del giudizio di divorzio. Se la pronuncia non definitiva sullo status si legittima nell’ottica di una attribuzione non procrastinabile dello status di divorziato ai fini della riacquisizione della libera determinazione delle scelte personali degli ex coniugi, connessa alla fine dello status derivante dal matrimonio, e in quanto tale status non ha più ragione di perdurare, è nello stesso tempo indiscutibile che solo ragioni di complessità istruttoria giustificano la pronuncia differita sulle domande accessorie. Tali ragioni se non possono costituire il presupposto per una dilazione ingiustificata sulla pronuncia relativa allo status non possono altresì costituire una fonte di deroga al principio per cui l’obbligo di contribuire al mantenimento dell’ex coniuge è personalissimo e non trasmissibile proprio perché si tratta di una posizione debitoria inscindibilmente legata a uno status personale e che conserva questa connotazione personalissima perché può essere accertata solo in relazione all’esistenza della persona cui lo status personale si riferisce”. 

    5.5.2. Ciò con una duplice conseguenza: per un verso deve ritenersi improseguibile, nei confronti degli eredi del coniuge, l’azione intrapresa per il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile; per altro verso, gli eredi non possono subentrare nella posizione processuale del coniuge obbligato al fine di fare accertare l’insussistenza del suo obbligo di contribuire al mantenimento e di ottenere la restituzione delle somme versate sulla base di provvedimenti interinali o non definitivi. 

    5.5.3 Da ultimo, questa Corte, con ordinanza 21 gennaio 2021, n. 1079, in una fattispecie in cui la ricorrente aveva denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 149 c.c., comma 1, affermando il suo interesse ad ottenere la dichiarazione di nullità o di inefficacia della pronuncia di divorzio e della cessazione della materia del contendere, per effetto del decesso del coniuge e del conseguente scioglimento del matrimonio, verificatisi prima del passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, ha ribadito il principio (già statuito da questa Corte nelle sentenze 17 luglio 2009, n. 16801 e 18 agosto 1992, n. 9592) che avverso la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, intervenuta successivamente alla morte di una delle parti, è ammissibile l’appello della parte superstite, al fine di ottenere una pronuncia di cessazione della materia del contendere, essendo gli effetti civili del matrimonio già venuti meno per la morte di uno dei coniugi, ai sensi dell’art. 149 c.c., sicché nel giudizio d’impugnazione sono legittimati processuali ex art. 110 c.p.c. gli eredi della parte deceduta in qualità di successori universali, ancorché ad essi non sia trasmissibile il diritto controverso. 

    6. Alla stregua del quadro normativo esistente e del corredo giurisprudenziale che precede e con riferimento al caso in esame, la questione che si pone è, dunque, se il coniuge divorziato abbia o meno diritto alla pensione di reversibilità, o ad una sua quota, quando il diritto all’assegno divorzile non venga riconosciuto giudizialmente (sia nella sua esistenza, sia nel suo ammontare), per la sopravvenuta morte del coniuge obbligato, pur essendo passata in giudicato la statuizione sullo status di divorziato assunta con sentenza non definitiva, non senza tacere degli ulteriori risvolti in tema di legittimazione processuale e sostanziale dell’altro coniuge e degli eredi del coniuge deceduto e di riassunzione del processo nei loro confronti. 

    Giova ricordare, in proposito, anche alla luce della sentenza interpretativa di rigetto della Corte Costituzionale n. 419 del 4 novembre 1999, che l’attribuzione al coniuge divorziato di una quota della pensione di reversibilità ha una funzione solidaristica, che è la medesima dell’assegno di divorzio, finalizzata alla continuazione del sostegno economico in favore dell’ex coniuge (il quale, avendo diritto a ricevere dal titolare diretto della pensione mezzi necessari per il proprio adeguato sostentamento, vede riconosciuta, la continuità di questo sostegno e la conservazione del diritto alla reversibilità di un trattamento pensionistico genericamente collegato al periodo in cui sussisteva il rapporto coniugale) e del coniuge superstite (come forma di ultrattività della solidarietà coniugale, consentendo la prosecuzione del sostentamento prima assicurato dal reddito del coniuge deceduto (cfr. Cass., Sez. U., 24 settembre 2018, n. 22343). 

    A tal fine, il giudice deve tenere conto dell’elemento temporale (durata del matrimonio), la cui valutazione non può in nessun caso mancare, ma che, al contempo, non può divenire esclusivo nell’apprezzamento del giudice e deve tenere conto di ulteriori elementi, correlati, per l’appunto, al presupposto funzionale che presiede al trattamento di reversibilità, da individuare, come già detto, facendo riferimento all’entità dell’assegno di mantenimento goduto dal coniuge divorziato ed alle condizioni economiche dei due, nonché alla durata delle rispettive convivenze prematrimoniali (Corte Cass., 30 marzo 2004, n. 6272; Cass., 7 dicembre 2011, n. 26358; Cass., 15 ottobre 2020, n. 22399). 

    6.1 Tali profili della questione di legittimità, da un lato, non risultano definitivamente chiariti (non bastando certo un indirizzo di maggioranza a stabilire quale dei due è il più corretto e perciò debba prevalere); da un altro, lasciano residuare molte incertezze per le parti del giudizio (e i loro eredi o aventi causa), dipendenti da dati fattuali sopravvenuti che non si riassumono soltanto nel decesso dell’obbligato, ma anche nella velocità di accertamento del diritto dei pretesi beneficiari al godimento delle correlate prestazioni solidaristiche. 

    7. Per quanto esposto, il Collegio ritiene necessario inviare gli atti processuali al Primo Presidente perché valuti l’opportunità di rimettere l’esame della questione, per cui è causa, alle Sezioni Unite Civili. 

Cass. civ., sez. I, ord. interlocutoria, 29 ottobre 2021, n. 30750 Presidente Genovese – Relatore Caradonna

Cass. civ., sez. I, ord. interlocutoria, 29 ottobre 2021, n. 30750 

Presidente Genovese – Relatore Caradonna 

Rilevato che: 

1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’appello di Ancona ha rigettato l’appello proposto da S.V., avverso la sentenza del Tribunale di Macerata n. (omissis), che aveva accertato il diritto di B.S. alla corresponsione dell’assegno divorzile di Euro 309,00 mensili, con onere a carico del coniuge Ba.La., sino al decesso dello stesso, avvenuto in data (omissis). 

2. La Corte territoriale, in ragione della sentenza non definitiva del 4 settembre 2013 (non impugnata), con la quale il Tribunale di Macerata aveva pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio e dell’intervenuto decesso del Ba. il (omissis), ha ritenuto ammissibile la domanda proposta dalla B. affermando che, mentre non poteva essere chiesto agli eredi del coniuge deceduto un assegno a titolo di mantenimento per il periodo successivo alla sua morte, non configurava una domanda nuova quella diretta ad ottenere la conferma della spettanza dell’assegno divorzile, già chiesta nei confronti del coniuge poi deceduto, fino alla data del decesso. 

3. I giudici di secondo grado hanno, poi, confermato la sentenza di primo grado, evidenziando che correttamente il giudice di primo grado, aveva valorizzato la situazione di bisogno della B. (piuttosto che il tenore di vita in costanza di matrimonio) e specificamente la circostanza che la stessa percepisse il solo assegno sociale INPS dell’importo di Euro 400,00, che la rendeva ugualmente priva di mezzi adeguati, e che la circostanza che la stessa potesse disporre di un’abitazione di proprietà dei figli non determinava alcun incremento dei redditi, di contro alla titolarità di un immobile in capo al Ba. e alla circostanza che lo stesso potesse contare su disponibilità derivanti dal precedente svolgimento di attività lavorativa, oltre che sulla pensione da lui percepita, il cui ammontare lordo era pari ad Euro 777,83 mensili. 

4. La sentenza della Corte di Appello di Ancona è stata impugnata da S.V., con atto affidato a cinque motivi. 

5. B.S. e Ba.An., Ba.Na. e Ba.Si., questi ultimi tre quali eredi di Ba.Fr., non hanno svolto difese. 

6. La ricorrente ha depositato, in data 9 settembre 2021, istanza ai sensi dell’art. 376 c.p.c., comma 2. 

Considerato che: 

1. Con il primo motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 e art. 9 bis nonché degli artt. 81 c.p.c., artt. 300 e 303 c.p.c., per avere rigettato l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere a far data dalla morte di Ba. il (omissis), e, quindi, con riguardo alle domande svolte da B.S. nel procedimento di riassunzione della causa di divorzio sul diritto al mantenimento. 

2. Con il secondo motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 e art. 9 bis nonché degli artt. 303 e 183 c.p.c., per avere rigettato il motivo di appello relativo alla novità della domanda di riassunzione per diversità del petitum tra la domanda di mantenimento e la domanda di mantenimento in riassunzione, poiché funzionale ad acquisire la pensione di reversibilità. 

3. Con il terzo motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, in riferimento all’onere della prova sullo stato di bisogno. 

4. Con il quarto motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, per avere la Corte omesso il giudizio comparativo tra le posizioni personali, economiche e patrimoniali degli ex coniugi, in particolare sul punto salute come meglio esposto al successivo motivo di ricorso n. 5 e l’importo delle reciproche pensioni, oltre ad avere tenuto conto del tenore di vita di Ba. 

5. Con il quinto motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame del primo motivo di appello con cui era stato dedotto il mancato esame dei documenti prodotti con la memoria integrativa depositata in data 20 marzo 2012, distinti con il n. da 5 a 10, relativi a referti medici dello stato di malattia di Ba.La. 

5.1 La censura proposta con il primo motivo, che assume rilievo decisivo e assorbente, implica l’esame della questione controversa, che è stata oggetto di contrasto nella giurisprudenza di questa Corte concernente le sorti del giudizio di separazione o divorzio quando intervenga, nel corso del loro svolgimento (come nel caso in esame), la morte di una parte e se, dunque, un evento simile determini la cessazione della materia del contendere, sia con riferimento al rapporto di coniugio, sia a tutti i profili economici connessi e, per quel che rileva in questa sede, in presenza del passaggio in giudicato della sentenza non definitiva che ha pronunciato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, riguardo alla determinazione della quota della pensione di reversibilità in astratto spettante al coniuge divorziato e al coniuge superstite. 

5.2 I legislatore si è preoccupato di disciplinare gli effetti della morte di uno dei coniugi affermando il principio generale che l’obbligo dell’assegno divorzile cessa, oltre che con il passaggio a nuove nozze del coniuge beneficiario, anche con la morte dell’uno o dell’altro e che, nel caso di morte di quello obbligato, sorgono altri diritti sulla pensione di cui era titolare il coniuge deceduto a favore del beneficiario del precedente assegno. 

La L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9 come modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 13 dispone: “In caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge, rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza. 

3. Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui allo art. 5. Se in tale condizione si trovino più persone, il tribunale provvede a ripartire fra tutti la pensione e gli altri assegni, nonché a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze”. 

5.3 Tanto premesso, prima di passare all’esame degli orientamenti contrastanti esistenti sulla delineata questione, mette conto rilevare che questa Corte, con sentenza 11 settembre 2019, n. 24041, ha confermato la sentenza impugnata che aveva sostenuto che il decesso del coniuge obbligato, avvenuto in data antecedente alla pronuncia della sentenza definitiva di primo grado emessa il (omissis) che aveva riconosciuto l’assegno di mantenimento al coniuge divorziato, non ostava all’attribuzione di una quota della pensione di reversibilità perché il riconoscimento giudiziale dell’assegno di mantenimento si poneva come presupposto del sostegno economico a favore del coniuge debole. Questa Corte in particolare, esaminando il ricorso incidentale condizionato proposto dal coniuge divorziato, lo ha ritenuto infondato, dando atto che, nel caso di specie, l’assegno divorzile era stato riconosciuto in data antecedente alla morte del coniuge obbligato (avvenuta in data (omissis) ), con sentenza non definitiva di divorzio pronunciata il 20 agosto 2009. La Corte, quindi, dopo avere dato atto che nella controversia oggetto del giudizio veniva in rilievo la pensione di reversibilità e la posizione del nuovo coniuge in quanto tale e non quale successore del defunto, ha affermato che assumeva rilievo il riconoscimento del diritto all’assegno in concreto e non in astratto, per effetto dell’intervenuta pronuncia giurisdizionale, che seppure non costituiva titolo azionabile nei confronti del suo destinatario, valeva – tuttavia- a consolidare la prestazione previdenziale che neppure doveva essere assistita dall’autorità del giudicato, bastando anche solo una pronuncia di merito (sul diritto all’assegno) a fondarne il presupposto. 

5.4 Già si è detto dell’esistenza del contrasto giurisprudenziale afferente alle sorti del giudizio di separazione o divorzio in caso di decesso di una delle parti. 

5.4.1 Secondo un primo orientamento giurisprudenziale (quello richiamato dai giudici di primo e secondo grado con i provvedimenti di questa Corte 11 aprile 2013, n. 8874 e 24 luglio 2014, n. 16951), che pure riconosce il fatto che il diritto al mantenimento abbia natura patrimoniale speciale, poiché, come previsto dall’art. 447 c.c., esso è indisponibile e incedibile e ha un carattere strettamente personale, la morte del soggetto obbligato, avvenuta durante il corso del giudizio, non determina la cessazione della materia del contendere, permanendo l’interesse della parte richiedente l’assegno al credito avente ad oggetto le rate scadute anteriormente alla data del decesso, credito che risulterebbe trasmissibile nei confronti degli eredi, con la conseguenza che il requisito della intrasmissibilità dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile non troverebbe applicazione, una volta proposta la domanda giudiziale, per il periodo successivo all’inizio del procedimento e fino alla data del decesso dell’ex coniuge obbligato, periodo nel quale permarrebbe l’interesse della parte richiedente l’assegno alla definitiva regolamentazione del suo diritto. 

5.4.2 In particolare, nella sentenza n. 8874 del 2013, i giudici di questa Corte non hanno condiviso l’assunto che il decesso del ricorrente determinasse la sopravvenuta carenza di interesse al ricorso, “in quanto, se è vero che la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, per ragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, deve osservarsi, con riferimento al caso di specie, che la pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto di impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e sulla quantificazione dell’assegno (cfr. Cass., 9 giugno 1992, n. 7089). Nel caso di specie il giudizio di legittimità (non interessato dal citato eventi interruttivo: Cass. 23 gennaio 2006, n. 1257), così come il precedente grado di appello, proseguiva unicamente per la determinazione dell’assegno, così comportando la necessità di definire una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale, non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi”. 

5.4.3. A conferma di ciò, la sentenza n. 16951 del 2014 ha ribadito che: 

– la pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto d’impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e sulla quantificazione dell’assegno; 

– il procedimento per la definizione delle questioni di rilevanza patrimoniale non si estingue per cessazione della materia del contendere, ma prosegue, nonostante il decesso di uno dei coniugi; -la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, per ragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, ma si è in presenza di una situazione diversa nel caso in cui la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio sia già stata pronunciata e il giudizio di legittimità prosegue, anche unicamente, per la determinazione dell’assegno. 

Si è affermato, quindi, il principio secondo cui, ferma restando la pronuncia dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, ormai passata in giudicato, rimane da definire, nella sostanza, una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale ma non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi. 

5.5 A fronte di tale orientamento, sin dagli anni ottanta, si è affermato un diverso indirizzo secondo cui la morte di uno dei coniugi, sopravvenuta in pendenza del giudizio di separazione personale o di divorzio, anche nella fase di legittimità, comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio e a tutti i profili economici connessi e l’evento della morte ha l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato (Cass., 29 gennaio 1980, n. 661; Cass., 18 marzo 1982, n. 1757; Cass., 3 febbraio 1990, n. 740; Cass., 4 aprile 1997, n. 2944; Cass., 27 aprile 2006, n. 9689; Cass., 20 novembre 2008, n. 27556; Cass., 26 luglio 2013, n. 18130; Cass., 8 novembre 2017, n. 26489; Cass., 2 dicembre 2019, n. 31358). 

Con la sentenza 12 dicembre 2017, n. 29669, la Corte ha confermato lo stesso principio, precisando, tuttavia, che la morte di uno dei coniugi, in pendenza di giudizio di separazione personale, comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere e travolge tutte le precedenti pronunce emesse non ancora passate in giudicato, anche con riferimento alle istanze accessorie circa la regolamentazione dei rapporti patrimoniali attinenti alla cessazione della convivenza, mentre restano salve le domande autonome che, proposte nello stesso giudizio, riguardano diritti e rapporti patrimoniali indipendenti dalla modificazione soggettiva dello status, già acquisiti al patrimonio dei coniugi, e nei quali subentrano gli eredi. 

5.5.1 Successivamente, con la sentenza 20 febbraio 2018, n. 4092, questa Corte, esaminando la questione relativa agli effetti della morte del coniuge in relazione al passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio (così come nel presente giudizio, dove il Tribunale di Macerata ha pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio con sentenza del (OMISSIS) , come è pacifico, ormai passata in giudicato), partendo dal lato letterale della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 12, (che prevede che, nel caso in cui il tribunale pronunci sentenza non definitiva relativa alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, il giudizio può continuare per la decisione relativa all’an e al quantum dell’assegno), ha affermato che, in tema di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la morte del coniuge, anche nel corso del giudizio di legittimità, fa cessare la materia del contendere sia nel giudizio sullo “status” che in quello relativo alle domande accessorie, compreso il giudizio sulla richiesta di assegno divorzile, non assumendo alcun rilievo, in senso contrario, l’intervenuto passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio, posto che l’obbligo di corresponsione di tale assegno è personalissimo e non trasmissibile agli eredi, trattandosi di posizione debitoria inscindibilmente legata a uno “status” personale, che può essere accertata solo in relazione alla persona cui detto “status” si riferisce. 

Più specificamente, la Corte, nella sentenza da ultimo richiamata, ha ritenuto di aderire al secondo indirizzo, definito prevalente, perché “esso appare più coerente al presupposto indiscusso secondo cui la morte del coniuge, in pendenza di giudizio di separazione o divorzio, anche nella fase di legittimità davanti a questa Corte, fa cessare il rapporto coniugale e la stessa materia del contendere sia sul giudizio relativo allo status che su quello relativo alle domande accessorie. Tale principio legale deve estendersi anche alle domande accessorie che sono “autonomamente” sub judice al momento della morte del coniuge nei cui confronti era stato richiesta l’assegno. Infatti se è vero che la pronuncia del divorzio, con sentenza non definitiva, non è più tangibile, per effetto del suo passaggio in giudicato, la pendenza del giudizio sulle domande accessorie al momento della morte non può costituire una causa di scissione del carattere unitario proprio del giudizio di divorzio. Se la pronuncia non definitiva sullo status si legittima nell’ottica di una attribuzione non procrastinabile dello status di divorziato ai fini della riacquisizione della libera determinazione delle scelte personali degli ex coniugi, connessa alla fine dello status derivante dal matrimonio, e in quanto tale status non ha più ragione di perdurare, è nello stesso tempo indiscutibile che solo ragioni di complessità istruttoria giustificano la pronuncia differita sulle domande accessorie. Tali ragioni se non possono costituire il presupposto per una dilazione ingiustificata sulla pronuncia relativa allo status non possono altresì costituire una fonte di deroga al principio per cui l’obbligo di contribuire al mantenimento dell’ex coniuge è personalissimo e non trasmissibile proprio perché si tratta di una posizione debitoria inscindibilmente legata a uno status personale e che conserva questa connotazione personalissima perché può essere accertata solo in relazione all’esistenza della persona cui lo status personale si riferisce”. 

5.5.2. Ciò con una duplice conseguenza: per un verso deve ritenersi improseguibile, nei confronti degli eredi del coniuge, l’azione intrapresa per il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile; per altro verso, gli eredi non possono subentrare nella posizione processuale del coniuge obbligato al fine di fare accertare l’insussistenza del suo obbligo di contribuire al mantenimento e di ottenere la restituzione delle somme versate sulla base di provvedimenti interinali o non definitivi. 

5.5.3 Da ultimo, questa Corte, con ordinanza 21 gennaio 2021, n. 1079, in una fattispecie in cui la ricorrente aveva denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 149 c.c., comma 1, affermando il suo interesse ad ottenere la dichiarazione di nullità o di inefficacia della pronuncia di divorzio e della cessazione della materia del contendere, per effetto del decesso del coniuge e del conseguente scioglimento del matrimonio, verificatisi prima del passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, ha ribadito il principio (già statuito da questa Corte nelle sentenze 17 luglio 2009, n. 16801 e 18 agosto 1992, n. 9592) che avverso la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, intervenuta successivamente alla morte di una delle parti, è ammissibile l’appello della parte superstite, al fine di ottenere una pronuncia di cessazione della materia del contendere, essendo gli effetti civili del matrimonio già venuti meno per la morte di uno dei coniugi, ai sensi dell’art. 149 c.c., sicché nel giudizio d’impugnazione sono legittimati processuali ex art. 110 c.p.c. gli eredi della parte deceduta in qualità di successori universali, ancorché ad essi non sia trasmissibile il diritto controverso. 

6. Alla stregua del quadro normativo esistente e del corredo giurisprudenziale che precede e con riferimento al caso in esame, la questione che si pone è, dunque, se il coniuge divorziato abbia o meno diritto alla pensione di reversibilità, o ad una sua quota, quando il diritto all’assegno divorzile non venga riconosciuto giudizialmente (sia nella sua esistenza, sia nel suo ammontare), per la sopravvenuta morte del coniuge obbligato, pur essendo passata in giudicato la statuizione sullo status di divorziato assunta con sentenza non definitiva, non senza tacere degli ulteriori risvolti in tema di legittimazione processuale e sostanziale dell’altro coniuge e degli eredi del coniuge deceduto e di riassunzione del processo nei loro confronti. 

Giova ricordare, in proposito, anche alla luce della sentenza interpretativa di rigetto della Corte Costituzionale n. 419 del 4 novembre 1999, che l’attribuzione al coniuge divorziato di una quota della pensione di reversibilità ha una funzione solidaristica, che è la medesima dell’assegno di divorzio, finalizzata alla continuazione del sostegno economico in favore dell’ex coniuge (il quale, avendo diritto a ricevere dal titolare diretto della pensione mezzi necessari per il proprio adeguato sostentamento, vede riconosciuta, la continuità di questo sostegno e la conservazione del diritto alla reversibilità di un trattamento pensionistico genericamente collegato al periodo in cui sussisteva il rapporto coniugale) e del coniuge superstite (come forma di ultrattività della solidarietà coniugale, consentendo la prosecuzione del sostentamento prima assicurato dal reddito del coniuge deceduto (cfr. Cass., Sez. U., 24 settembre 2018, n. 22343). 

A tal fine, il giudice deve tenere conto dell’elemento temporale (durata del matrimonio), la cui valutazione non può in nessun caso mancare, ma che, al contempo, non può divenire esclusivo nell’apprezzamento del giudice e deve tenere conto di ulteriori elementi, correlati, per l’appunto, al presupposto funzionale che presiede al trattamento di reversibilità, da individuare, come già detto, facendo riferimento all’entità dell’assegno di mantenimento goduto dal coniuge divorziato ed alle condizioni economiche dei due, nonché alla durata delle rispettive convivenze prematrimoniali (Corte Cass., 30 marzo 2004, n. 6272; Cass., 7 dicembre 2011, n. 26358; Cass., 15 ottobre 2020, n. 22399). 

6.1 Tali profili della questione di legittimità, da un lato, non risultano definitivamente chiariti (non bastando certo un indirizzo di maggioranza a stabilire quale dei due è il più corretto e perciò debba prevalere); da un altro, lasciano residuare molte incertezze per le parti del giudizio (e i loro eredi o aventi causa), dipendenti da dati fattuali sopravvenuti che non si riassumono soltanto nel decesso dell’obbligato, ma anche nella velocità di accertamento del diritto dei pretesi beneficiari al godimento delle correlate prestazioni solidaristiche. 

7. Per quanto esposto, il Collegio ritiene necessario inviare gli atti processuali al Primo Presidente perché valuti l’opportunità di rimettere l’esame della questione, per cui è causa, alle Sezioni Unite Civili. 

P.Q.M. 

La Corte rimette gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della presente causa alle Sezioni Unite civili. 

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge. 

FIGLI MINORI ASSEGNO MANTENIMENTO SEPARAZIONE DIVORZIO

FIGLI MINORI ASSEGNO MANTENIMENTO SEPARAZIONE DIVORZIO

L’affido condiviso risulta pregiudizievole per l’interesse del minore nel caso in cui il genitore non affidatario si sia reso totalmente inadempiente all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori ed abbia esercitato in modo discontinuo il suo diritto di visita, in quanto tali comportamenti sono sintomatici della sua inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente. Il totale disinteresse e l’irreperibilità del padre giustificano, dunque, l’affidamento esclusivo della minore alla madre.

In tema di affidamento e di mantenimento dei figli minori, posto che il giudice è tenuto a tutelare il superiore interesse della prole: a) l’affidamento condiviso è correttamente attuato con la collocazione stabile del figlio presso il genitore con cui egli abbia in prevalenza vissuto in precedenza, e che possa assicurargli maggiore attenzione, in quanto più idoneo a prendersene cura; b) nel contempo, nel rispetto del principio di bigenitorialità, devono assicurarsi al genitore non collocatario ampie frequentazioni con il figlio medesimo; c) nella determinazione dell’assegno di mantenimento a carico del genitore non collocatario, proporzionato alle sue sostanze e capacità di lavoro professionale o casalingo, devono considerarsi le esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza, le risorse economiche dei genitori, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

Tribunale Modena, Sez. I, Sentenza, 04/06/2019, n. 859

L’affido condiviso risulta pregiudizievole per l’interesse del minore nel caso in cui il genitore non affidatario si sia reso totalmente inadempiente all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori ed abbia esercitato in modo discontinuo il suo diritto di visita, in quanto tali comportamenti sono sintomatici della sua inidoneità ad affrontare quelle maggiori responsabilità che l’affido condiviso comporta anche a carico del genitore con il quale il figlio non coabiti stabilmente. Il totale disinteresse e l’irreperibilità del padre giustificano, dunque, l’affidamento esclusivo della minore alla madre.

Cass. pen., Sez. VI, Sentenza, 22/05/2018, n. 53173 (rv. 274613-01)

REATI CONTRO LA FAMIGLIA – Delitti contro l’assistenza familiare – Violazione degli obblighi di assistenza familiare – Omessa prestazione dei mezzi di sussistenza – Assegno di mantenimento stabilito in favore dei figli minori – Inadempimento – Incapacità economica assoluta del soggetto obbligato – Condizioni – Fattispecie

In tema di violazione degli obblighi di assistenza familiare,l’incapacità economica dell’obbligato, intesa come impossibilità di far fronte agli adempimenti sanzionati dall’art. 570 cod. pen., deve essere assoluta e deve altresì integrare una situazione di persistente, oggettiva ed incolpevole indisponibilità di introiti.(Fattispecie in cui la Corte ha confermato la sentenza di appello che aveva ritenuto insussistente l’incapacità patrimoniale del genitore a provvedere all’assegno stabilito in favore dei figli minori, sul presupposto che questi aveva sempre svolto, sia pur in modo saltuario, attività lavorativa ed, inoltre, nel periodo oggetto di imputazione aveva avuta avuto la disponibilità del denaro proveniente dalla vendita di un immobile con cui avrebbe potuto sopperire alle esigenze dei minori). (Dichiara inammissibile, CORTE APPELLO ANCONA, 29/06/2015)

Tribunale Rovigo, Sentenza, 23/04/2020, n. 293

In tema di affidamento e di mantenimento dei figli minori, posto che il giudice è tenuto a tutelare il superiore interesse della prole: a) l’affidamento condiviso è correttamente attuato con la collocazione stabile del figlio presso il genitore con cui egli abbia in prevalenza vissuto in precedenza, e che possa assicurargli maggiore attenzione, in quanto più idoneo a prendersene cura; b) nel contempo, nel rispetto del principio di bigenitorialità, devono assicurarsi al genitore non collocatario ampie frequentazioni con il figlio medesimo; c) nella determinazione dell’assegno di mantenimento a carico del genitore non collocatario, proporzionato alle sue sostanze e capacità di lavoro professionale o casalingo, devono considerarsi le esigenze del figlio, il tenore di vita dallo stesso goduto in costanza di convivenza, le risorse economiche dei genitori, i tempi di permanenza presso ciascuno di essi e la valenza economica dei compiti domestici e di cura da loro assunti.

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 09/01/2020, n. 283 (rv. 656764-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Scioglimento – Divorzio – Obblighi – Verso la prole – In genere – Divorzio – Revisione dell’assegno di mantenimento per i figli – Necessità di far valere fatti sopravvenuti – Pendenza di precedente giudizio di revisione – Conseguenze – Fattispecie

I provvedimenti in tema di mantenimento dei figli minori di genitori divorziati passano in giudicato, ma essendo sempre rivedibili, divengono definitivi solo “rebus sic stantibus”, sicché il giudice in sede di revisione non può procedere ad una diversa ponderazione delle pregresse condizioni economiche delle parti, né può prendere in esame fatti anteriori alla definitività del titolo stesso o che comunque avrebbero potuto essere fatti valere con gli strumenti concessi per impedirne la definitività. (Nella specie la S.C. ha confermato il rigetto della domanda proposta dal coniuge onerato del pagamento di un assegno di mantenimento per la prole, il quale aveva introdotto un nuovo procedimento di revisione dell’assegno, invocando fatti modificativi delle condizioni economiche delle parti, intervenuti prima della conclusione di altro procedimento di modifica nel quale essi avrebbero potuto essere fatti valere). (Rigetta, CORTE D’APPELLO TORINO, 24/01/2018)

La revoca dell’assegnazione della casa coniugale, quale evento peggiorativo della condizione del coniuge presso il quale dimori stabilmente il figlio minore, non assume rilevanza per il giudice di appello, ai fini dell’aumento dell’assegno di mantenimento del figlio minore, qualora il provvedimento “in pejus” sia stato oggetto di valutazione in prime cure ai fini della determinazione dell’assegno stesso, nonché – e per quanto esclusivamente – il provvedimento “in pejus” sia stato oggetto di valutazione, da parte del giudice di appello, in ragione dell’onere del canone locatizio che ne sia necessariamente conseguito, ai fini del riconoscimento e della determinazione dell’assegno di divorzio, pervenendosi, altrimenti opinando, ad una duplicazione di emolumenti determinata da una stessa causa.

FAMIGLIA – Matrimonio – Scioglimento – Divorzio – Obblighi – Verso la prole – In genere – Figli maggiorenni – Portatori di handicap grave – Condizione giuridica – Equiparazione ai figli minori ex art. 337 septies c.c. – Riduzione dell’autonomia personale – Accertamento – Necessità

Ai fini del riconoscimento di un assegno di mantenimento ai figli maggiorenni portatori di handicap grave, la cui condizione giuridica è equiparata, sotto tale profilo, a quella dei figli minori ex art. 337 septies c.c., il giudice di merito è tenuto ad accertare se il figlio che richieda la contribuzione sia portatore di un handicap grave, ai sensi dell’art. 3, comma 3, della l. n. 104 del 1992, richiamato dall’art. 37 bis disp. att. c.c., ossia se la minorazione, singola o plurima, della quale il medesimo sia portatore, abbia ridotto la sua autonomia personale, correlata all’età, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione, essendo, in caso contrario, la condizione giuridica del figlio assimilabile non a quella dei minori bensì allo status giuridico dei figli maggiorenni. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO PERUGIA, 04/04/2017)

Corte d’Appello Bologna, Sez. I, 27/09/2010, n. 1091

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La revoca dell’assegnazione della casa coniugale, quale evento peggiorativo della condizione del coniuge presso il quale dimori stabilmente il figlio minore, non assume rilevanza per il giudice di appello, ai fini dell’aumento dell’assegno di mantenimento del figlio minore, qualora il provvedimento “in pejus” sia stato oggetto di valutazione in prime cure ai fini della determinazione dell’assegno stesso, nonché – e per quanto esclusivamente – il provvedimento “in pejus” sia stato oggetto di valutazione, da parte del giudice di appello, in ragione dell’onere del canone locatizio che ne sia necessariamente conseguito, ai fini del riconoscimento e della determinazione dell’assegno di divorzio, pervenendosi, altrimenti opinando, ad una duplicazione di emolumenti determinata da una stessa causa.

Cass. civ., Sez. VI, Ordinanza, 22/04/2016, n. 8151

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In merito alla richiesta di rivalutazione dell’assegno di mantenimento disposto, in sede di divorzio, in favore dei figli minori, in ragione al fatto notorio della crescita dei figli e dell’aumento delle loro esigenze, deve rilevarsi che le esigenze dei figli, in concomitanza con l’aumento della loro età e alla conseguente necessità di un incremento dell’assegno, si può in linea generale consentire; tuttavia, ai fini di un eventuale aumento dell’importo, si dovrà necessariamente effettuare una valutazione concreta delle esigenze dei figli medesimi, sulla base delle condizioni economiche dei genitori.

CASA CONIUGALE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI? CASA CONIUGALE A CHI VA?

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FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

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CASA CONIUGALE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI? CASA CONIUGALE A CHI VA?
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Cass. civ., Sez. VI – 1, Ordinanza, 27/10/2020, n. 23473

In tema di separazione personale dei coniugi, la nozione di convivenza rilevante agli effetti dell’assegnazione della casa familiare comporta la stabile dimora del figlio presso l’abitazione di uno dei genitori con sporadici allontanamenti, con l’esclusione di saltuario ritorno presso l’abitazione solo per il fine settimana.

Corte cost., 10/06/2021, n. 118

CASA CONIUGALE BOLOGNA NELLE SEPARAZIONI? CASA CONIUGALE A CHI VA?
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LEGGI, DECRETI E REGOLAMENTI › Questioni di legittimità costituzionale

In tema di interventi di sostegno economico ed abitativo, è dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 42, comma 4 della L.R. Abruzzo 28 gennaio 2020, n. 3, per contrasto con l’art. 3 Cost., laddove, in merito agli interventi di sostegno abitativo ed economico di cui al medesimo art. 42, in favore dei coniugi che sono obbligati al versamento dell’assegno di mantenimento dei figli e non sono assegnatari o comunque non hanno la disponibilità della casa familiare in cui risiedono i figli, anche se di proprietà dei medesimi coniugi o ex coniugi, esclude dai detti benefici i genitori condannati per la generalità dei reati contro la persona, tra cui i delitti di atti persecutori, di violazione degli obblighi di assistenza familiare e di maltrattamenti in famiglia. Una tale indifferenziata esclusione, infatti, non appare ragionevolmente correlabile alla “ratio” che sorregge le misure in questione, finalizzate a rispondere a situazioni di bisogno economico e abitativo spesso conseguenti a una separazione o a un divorzio e al tempo stesso a consentire al genitore non assegnatario dell’abitazione in precedenza condivisa di continuare ad accudire i figli, assicurandogli una collocazione abitativa nelle vicinanze. Tale “ratio” opera, all’evidenza, anche nei confronti del genitore che abbia subìto in passato condanne per reati contro la persona, il quale resta cionondimeno titolare del diritto, e prima ancora del dovere, di esercitare la propria responsabilità genitoriale nei confronti dei figli.

Cass. civ., Sez. VI – 1, Ordinanza, 15/10/2020, n. 22266 (rv. 659413-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione personale dei coniugi – Casa familiare – Assegnazione parziale al coniuge non collocatario dei figli – Condizioni

Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, l’assegnazione di una porzione della casa familiare al genitore non collocatario dei figli può disporsi solo nel caso in cui l’unità abitativa sia del tutto autonoma e distinta da quella destinata ad abitazione della famiglia o sia comunque agevolmente divisibile. (Dichiara inammissibile, CORTE D’APPELLO SALERNO, 25/07/2018)

Cass. civ., Sez. VI – 1, Ordinanza, 20/07/2020, n. 15397

Il giudice deve determinare la misura dell’assegno in relazione alle circostanze ed ai redditi dell’obbligato, mentre l’assegnazione della casa familiare – già prevista dall’art. 155-quater c.c., introdotto dalla legge n. 54 del 2006, ed ora 337-sexies c.c., introdotto dall’art. 55 del D.Lgs. n. 154 del 2013 – è finalizzata unicamente alla tutela della prole e non può essere disposta come se fosse una componente dell’assegno di mantenimento. Deve, dunque, escludersi che vi sia un nesso di necessaria conseguenzialità o automaticità, sul piano logico-giuridico, tra il provvedimento di assegnazione della casa coniugale (o di revoca della stessa) e l’assegno di mantenimento, tale che il primo determini un obbligo del giudice di rivalutazione o adeguamento delle statuizioni economiche nei rapporti tra i coniugi.

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 21/07/2021, n. 20858 (rv. 661830-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

In materia di quantificazione dell’assegno di mantenimento a seguito della separazione dei coniugi, deve attribuirsi rilievo anche all’assegnazione della casa familiare che, pur essendo finalizzata alla tutela della prole e del suo interesse a permanere nell’ambiente domestico, indubbiamente costituisce un’utilità suscettibile di apprezzamento economico, come del resto espressamente precisato dall’art. 337 sexies c.c., e tale principio trova applicazione anche qualora il coniuge separato assegnatario dell’immobile ne sia comproprietario, perché il suo godimento del bene non trova fondamento nella comproprietà del bene, ma nel provvedimento di assegnazione, opponibile anche ai terzi, che limita la facoltà dell’altro coniuge di disporre della propria quota dell’immobile e si traduce in un pregiudizio economico, anch’esso valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto. (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANZARO, 23/10/2015)

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VALITUTTI Antonio – Presidente –

Dott. MELONI Marina – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 9273-2020 proposto da:

P.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GERMANICO 101, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPA (PINUCCIA) CALCATERRA, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

R.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VINCENZO AMBROSIO 4, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO BELLOMI, che lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5552/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 13/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 27/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott.ssa MELONI MARINA.

Svolgimento del processo

La Corte di Appello di Roma con sentenza in data 13/9/2019 ha parzialmente riformato la sentenza pronunciata dal Tribunale di Roma in data 9/12/2016 in sede di separazione personale tra i coniugi P.A. ed R.A. e in particolare ha dichiarato l’addebito della separazione al marito e confermato che nessun assegno era dovuto dal R. a titolo di contributo al mantenimento a favore della moglie come già stabilito in sede di udienza presidenziale prima e dal Tribunale poi, lasciando altresì immutate le ulteriori statuizioni relativamente al mantenimento dei figli ed all’assegnazione alla P. della casa coniugale.

Avverso tale sentenza ha proposto ricorso in cassazione P.A. affidato a due motivi.

R.A. resiste con controricorso.

Motivi della decisione

Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente denuncia nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 113 c.p.c. e 156 c.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in quanto il giudice territoriale, senza tener conto della disparità delle situazioni economiche delle parti, non aveva posto alcun assegno di mantenimento a carico del R. per la mogli P.A.. Con il secondo motivo di ricorso la ricorrente denunciano nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 156 c.c. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 per avere la Corte di Appello in riforma della sentenza di primo grado addebitato la separazione al R. in quanto il matrimonio era fallito a causa della relazione extraconiugale del marito e ciò nonostante non ha riconosciuto alla moglie alcun assegno.

Il primo e secondo motivo del ricorso sono inammissibili in quanto riguardano questioni di merito già ampiamente esaminate.

In tema di determinazione del “quantum” dell’assegno di mantenimento, la valutazione delle condizioni economiche delle parti non richiede necessariamente l’accertamento dei redditi nel loro esatto ammontare, essendo sufficiente un’attendibile ricostruzione delle complessive situazioni patrimoniali e reddituali dei coniugi (Cass. 975/2021; Cass. 605/2017), nella specie motivatamente effettuata dalla Corte d’appello. La motivazione della sentenza di appello infatti non rinvia acriticamente alla decisione di prime cure, essendo la Corte pervenuta al convincimento che tale decisione fosse da condividere, poichè adeguata alle condizioni, economiche delle parti l’uno magistrato, l’altra funzionario giudiziario. In altri termini, la decisione relativa al mancato assegno di mantenimento della moglie è stata adottata dalla Corte condividendo, sì, la decisione del primo giudice, ma all’esito di una comparazione delle condizioni reddituali di entrambi i coniugi, che la ha indotta a ritenere che ambedue i coniugi fossero autosufficienti e che fosse rispettato il pregresso tenore di vita.

Infatti la ricorrente svolge attività lavorativa di funzionario giudiziario e percepisce come stipendio la somma mensile di Euro 1875,00 con trattenuta mensile di Euro 204,00 per un prestito INPDAP. La ricorrente è poi assegnataria della casa coniugale mentre per i due figli ormai maggiorenni il padre provvede al pagamento degli studi universitari ed alle loro esigenze nella misura di 600,00 Euro al mese per ciascuno più metà delle spese straordinarie stante la mancanza di autonomia economica. A tal riguardo in tema di separazione personale dei coniugi, ai fini dell’accertamento del diritto all’assegno di mantenimento e della sua determinazione occorre considerare la complessiva situazione di ciascuno dei coniugi e, quindi, tener conto, oltre che dei redditi in denaro, di ogni altra utilità economicamente valutabile, ivi compresa la disponibilità, della casa coniugale (Cass. 19291/2005).

Il R., a sua volta, pur godendo di uno stipendio di 8300,00 Euro deve pagare un canone di locazione oltre a far fronte alle spese del mutuo della casa coniugale ed alle rate di un prestito contratto per la sistemazione del proprio attuale alloggio.

La non addebitabilità della separazione al coniuge richiedente, e l’addebito all’altro, non determinano automaticamente il riconoscimento dell’assegno di mantenimento in suo favore, dovendo concorrere anche gli altri presupposti, previsti dall’art. 156 c.c., costituti dalla mancanza, per il beneficiario, di adeguati redditi propri e nella sussistenza di una disparità economica fra i due coniugi (Cass. 5251/2017).

La pronuncia impugnata merita quindi di essere confermata.

Alla luce dell’orientamento di questa Corte in materia e tenuto conto che tutte le circostanze evidenziate nel ricorso sono già emerse nei precedenti gradi di giudizio e risultano essere già state prese in considerazione dal giudice di merito risulta quindi infondata l’istanza di assegno di mantenimento per la moglie.

Il ricorso è pertanto infondato in ordine a tutti i motivi e deve essere respinto con condanna della soccombente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità. Ricorrono i presupposti per l’applicazione del doppio contributo di cui all’art. 13 comma 1 quater D.P.R. n. 115 del 2002 ove dovuto.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore del controricorrente che liquida in Euro 4.100,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 100,00 ed agli accessori di legge. Si omettono i dati personali in caso di diffusione.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115art. 13, comma 1 quater, ricorrono i presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello, ove dovuto, per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sesta sezione della Corte di Cassazione, il 27 aprile 2021.

Depositato in Cancelleria il 11 agosto 2021

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 21/07/2021, n. 20858 (rv. 661830-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

In materia di quantificazione dell’assegno di mantenimento a seguito della separazione dei coniugi, deve attribuirsi rilievo anche all’assegnazione della casa familiare che, pur essendo finalizzata alla tutela della prole e del suo interesse a permanere nell’ambiente domestico, indubbiamente costituisce un’utilità suscettibile di apprezzamento economico, come del resto espressamente precisato dall’art. 337 sexies c.c., e tale principio trova applicazione anche qualora il coniuge separato assegnatario dell’immobile ne sia comproprietario, perché il suo godimento del bene non trova fondamento nella comproprietà del bene, ma nel provvedimento di assegnazione, opponibile anche ai terzi, che limita la facoltà dell’altro coniuge di disporre della propria quota dell’immobile e si traduce in un pregiudizio economico, anch’esso valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto. (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANZARO, 23/10/2015)

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Affidamento e collocazione dei figli minorenni

 

Una attribuzione patrimoniale a favore del convivente more uxorio può configurarsi come adempimento di un’obbligazione naturale allorchè la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens (Cass. n. 3713 del 13/03/2003Cass. n. 14732 del 07/06/2018Cass. n. 11303 del 12/06/2020). A monte vi è da considerare che “L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicchè non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale. E’, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza” (Cass. n. 11330 del 15/05/2009).

– Per giurisprudenza consolidata, incombe a colui che promuove l’azione di indebito arricchimento ex art. 2041 c.c. provarne i fatti costitutivi, e cioè il pregiudizio proprio e la dipendenza di questo da una non giustificata locupletazione del convenuto (Cass. N. 1061/1963).

In particolare in materia di rapporti fra conviventi more uxorio- secondo i principi enunciati dalla Suprema Corte, richiamati dalla stessa difesa dell’attore- l’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale; è, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente “more uxorio” nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza (cfr., ex multis, Cass. Civ. n. 14732/2018;Cass. Civ. n. 11330/2009).

Nel caso in esame fra l’attore e la convenuta è intercorso un rapporto di convivenza protratto per quasi ventisei anni, nel corso del quale sono nati due figli.

La convivenza fra le parti si è concretizzata, quindi, in una unione di fatto, quale formazione sociale rilevante ex art. 2 Cost., caratterizzata da doveri di natura morale e sociale, di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale e si configurano come adempimento di un’obbligazione naturale ex art. 2034 c.c. ove siano rispettati i principi di proporzionalità ed adeguatezza (Cass. n. 1266/2016).

Nel presente giudizio era, quindi, onere del sig. C. dimostrare-e ancora prima chiaramente allegare-gli esborsi effettuati a vantaggio esclusivo della convivente ed altresì le circostanze oggettive dalle quali desumere che tali esborsi si collocassero oltre la soglia di proporzionalità ed adeguatezza del doveroso contributo al mantenimento della famiglia e dei figli rispetto ai mezzi di ciascuno dei partners; solo le prestazioni patrimoniali eccedenti tale soglia avrebbero potuto costituire oggetto di arricchimento indebito in favore dell’ex convivente, in quanto esulanti dall’adempimento delle predette obbligazioni naturali.

L’attore non ha assolto, invece, tale onere di allegazione e prova.

A fondamento della domanda ex art. 2041 c.c. l’attore ha evidenziato che il conto corrente cointestato n. (…) acceso presso l’istituto bancario I.S.P. di via V., M. era stato alimentato unicamente dallo stesso C., avendo la F. versato solamente il proprio stipendio in 3 occasioni in circa venti anni, ovvero in data gennaio 2010, febbraio 2010 e marzo 2010 per un totale di Euro 1.616,27; i guadagni della cartoleria non risultano essere stati mai depositati sul conto cointestato della coppia, bensì sul conto corrente intestato unicamente alla convenuta, aperto presso B.I. di viale Ajaccio Abi 03069- Cab 09589 e successivamente trasferito presso la D.B. al c/c n. (…).

Nella comparsa conclusionale l’attore ha riassunto le proprie allegazioni e ha asserito di avere documentato le seguenti circostanze: l’immobile di Viale U. n. 21/4, acquistato in comproprietà nell’ottobre 1997 risulta “per tabulas essere stato pagato con un mutuo, le cui rate venivano addebitate direttamente sul sopra citato conto corrente cointestato alimentato dal solo stipendio del C.”; sul predetto conto corrente, è stato anche addebitato il pagamento dell’assicurazione sulla vita intestata alla signora L.F. per l’importo mensile di Euro 129,11 annui dal 1997 sino al 2018; l’acquisto dell’immobile sito via U. di N. 3, M., di 140 mq, risulta essere stato pagato con un mutuo, le cui rate venivano addebitate direttamente sul conto corrente cointestato e, pertanto, l’importo complessivo per l’acquisto del suddetto immobile ammontante ad Euro 104.079,19 è stato pagato a partire dal 2 novembre 2004 sino al 20 giugno 2018 con lo stipendio del solo signor C.; l’attore ha partecipato al riacquisto dell’edicola della famiglia F. venduta in precedenza, con Euro 40.000,00 di cambiali ed anticipazione sulla pensione, pari ad Euro 9.000,00; sul conto corrente acceso dalla F. presso la D.B. è stata accreditata una parte dell’importo dell’anticipo pensionistico del sig. C., pari ad Euro 6.000,00, nonché la somma di Euro 5.600,00 quale quota del rimborso della polizza vita della F., nonostante le relative rate nel corso degli anni fossero state pagate con il solo stipendio del signor C.; C. ha corrisposto a favore della F. la somma di Euro 15.000,00, reperita dallo stesso attraverso un finanziamento A.D. dell’importo di Euro 15.000,00, le cui rate dell’importo di Euro 350,00 venivano addebitate sul conto cointestato; C. ha acquisto nel Febbraio 2016 per la signora F., con intestazione alla medesima,l’autovettura Volkswagen Up dell’importo di Euro 13.000,00 con finanziamento Volkswagen da Euro 203,25 mensili addebitata sempre sul conto corrente cointestato, alimentato con le sole entrate del C..

1.2- Si rileva che le allegazioni dell’attore devono essere valutate alla stregua della documentazione prodotta, considerato che vanno respinte le sue istanze di prova orale e di CTU.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCRIMA Antonietta – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33302-2019 proposto da:

G.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FRANCESCO ORESTANO 21, presso lo studio dell’avvocato FABIO PONTESILLI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato SILVIA PAJANI;

– ricorrente –

contro

C.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 217/2019 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 04/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non partecipata del 27/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GORGONI MARILENA.

Svolgimento del processo

che:

G.S. ricorre per la cassazione della sentenza n. 217/2019 della Corte d’Appello di Trieste, pubblicata il 4 aprile 2019, articolando due motivi.

Nessuna attività difensiva è svolta dall’intimata.

Il ricorrente espone di aver citato, dinanzi al Tribunale di Udine, C.M., ex compagna convivente, per ottenerne la condanna al pagamento di Euro 92.042,01 o della diversa minor somma corrispondente a quanto pagato per eseguire una serie di lavori ed opere nell’immobile di proprietà della convenuta.

Il Tribunale, con sentenza del 26 ottobre 2017, accoglieva la domanda attorea e condannava la convenuta a corrispondere Euro 82.583,83, ritenendo gli esborsi effettuati da G.S. non riconducibili alla solidarietà conseguente alla comunanza di affetti, durata solo quattro anni, anche in considerazione delle ulteriori spese sostenute per il mènage familiare, dell’esclusivo vantaggio ricavatone dalla proprietaria dell’immobile e dell’obiettiva consistenza della somma impiegata rispetto al reddito dell’attore e al suo complessivo patrimonio.

C.M. impugnava la predetta sentenza dinanzi alla Corte d’Appello di Trieste, ritenendola viziata per extrapetizione, avendo accolto la domanda dell’odierno ricorrente proposta tardivamente, solo sanandone l’erronea qualificazione, e ritenendo ricorrenti i presupposti di cui all’art. 2041 c.c., anzichè quelli di cui all’art. 2034 c.c. La Corte d’Appello, con il pronunciamento oggetto dell’odierno ricorso, accoglieva il gravame, ritenendo che G.S. avesse dato il consenso al verificarsi dello squilibrio patrimoniale, giacchè aveva partecipato attivamente ai lavori di ristrutturazione, scegliendo in modo autonomo gli impianti e gli arredi da utilizzare nella casa della convenuta destinata a residenza familiare, persino scontrandosi con la ex convivente che aveva dimostrato di aver reputato talune scelte eccessive, aveva volontariamente deciso di farsi carico di una parte delle spese di ristrutturazione dell’immobile; qualificava le prestazioni effettuate da G.S. come obbligazioni naturali, trovando esse giustificazione nei doveri di carattere morale e civile di solidarietà e di reciproca assistenza nei confronti della partner e della figlia e non travalicando i limiti di proporzionalità e di adeguatezza rispetto ai mezzi di cui l’adempiente disponeva e all’interesse da soddisfare (i redditi da lavoro dei due conviventi erano simili nell’ammontate, ma il patrimonio immobiliare e mobiliare di G.S. nel 2013, anno di cessazione della convivenza, era risultato di 500.000,00 Euro).

Avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta che è stata ritualmente notificata, unitamente al decreto di fis azione dell’adunanza della Corte.

Il ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

che:

  1. Con il primo motivo il ricorrente deduce, ex art. 360c.p.c., comma 1, n. 3, la “Violazione o falsa applicazione della norma di cui all’art. 2041c.c.”, per non avere la sentenza impugnata tenuto conto che le prestazioni effettuate trovavano ragione nel programma di vita comune con C.M. che, però, era naufragato dopo solo quattro anni. L’assunto da cui risulta partita la Corte d’Appello, cioè l’inconciliabilità tra la convivenza more uxorio e l’azione di arricchimento senza causa nell’ipotesi di prestazioni rese da un convivente a favore dell’altro per ristrutturare o costruire la dimora comune, posto che tali elargizioni sono inevitabilmente spontanee, si porrebbe in contrasto – secondo la prospettazione del ricorrente – con la giurisprudenza di legittimità. L’erroneità della decisione impugnata emergerebbe proprio dal confronto con l’orientamento di questa Corte, più volte espressasi sulla sussistenza del diritto dell’ex convivente di esperire l’azione di ingiustificato arricchimento, a prescindere dalla spontaneità delle elargizioni, ove le stesse abbiano portato al vantaggio dell’altro, esorbitino i limiti di proporzionalità e di adeguatezza, atteso che la volontarietà del conferimento è indirizzata non solo a vantaggio del partner proprietario esclusivo, ma alla formazione e fruizione del bene comune, escludendo che il conferimento possa configurarsi alla stregua di un’attribuzione spontanea a favore dell’accipiens ovvero di una disposizione liberale.

Il motivo è infondato.

La sentenza in scrutinio ha affermato, con accertamento di fatto, non adeguatamente censurato, che l’importo delle operazioni effettuate dovesse essere ricondotto all’adempimento di un dovere morale e sociale, così da rientrare nella previsione di irripetibilità di cui all’art. 2034 c.c., in quanto non esorbitante dalle esigenze familiari e rispettoso dei minimi di proporzionalità ed adeguatezza di cui alla medesima disposizione.

La conclusione della sentenza impugnata è coerente con l’affermazione della giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale un’attribuzione patrimoniale a favore del convivente more uxorio può configurarsi come adempimento di un’obbligazione naturale allorchè la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens (Cass. n. 3713 del 13/03/2003Cass. n. 14732 del 07/06/2018Cass. n. 11303 del 12/06/2020). A monte vi è da considerare che “L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicchè non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale. E’, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza” (Cass. n. 11330 del 15/05/2009).

Quella proposta dall’odierno ricorrente è, dunque, una doglianza di merito tendente alla rivalutazione dei dati processuali, non deducibile in sede di legittimità, se non nei ristretti limiti in cui è, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., n. 5, ora consentito denunciare vizi di motivazione, che nel caso specifico non ricorrono, avendo i giudici di merito correttamente giustificato il loro convincimento, circa la configurabilità della prestazione di G.S. come adempimento di un’obbligazione naturale, allorchè hanno rilevato che sussisteva un rapporto di proporzionalità tra le opere realizzate e l’adempimento dei doveri morali e sociali da lui assunti nell’ambito della convivenza di fatto connotata dalla presenza di prole.

2.Con il secondo motivo il ricorrente lamenta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la “Violazione o falsa applicazione della norma di cui all’art. 2034 c.c. e per omesso esame di un fatto decisivo”, per non avere la Corte d’Appello considerato che le prestazioni oggetto di controversia non erano andate a vantaggio della prole, ma solo di C.M., avendo incrementato il valore di un bene di sua proprietà senza essere strumentali alle concrete esigenze quotidiane.

Il motivo è inammissibile.

Esso non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata quanto all’inquadramento della fattispecie nell’ambito concettuale dell’obbligazione naturale, ravvisata nella riconduzione delle prestazioni rese nei doveri di carattere morale e civile di solidarietà e reciproca assistenza nei confronti del partner e, soprattutto, dei figli, in considerazione del fatto che i due conviventi avevano in vista il proposito, poi realizzato, di vivere insieme e creare una famiglia, decidendo di rendere l’immobile di proprietà esclusiva di C.M. confacente alle esigenze della coppia e della nascitura e del loro auspicato stile di vita (p. 5 della sentenza).

Questa ratio decidendi non è in alcun modo investita dalle censure del ricorrente che in tutta evidenza si sostanziano in una sollecitazione, rivolta a questa Corte, a rivalutare gli accertamenti fattuali: sollecitazione che, però, è estranea al perimetro del sindacato di legittimità, perchè incompatibile con i suoi caratteri morfologici e funzionali. L’accoglimento di tale richiesta implicherebbe la trasformazione del processo di cassazione in un terzo giudizio di merito, nel quale ridiscutere il contenuto di fatti e di vicende del processo e dei convincimenti del giudice maturati in relazione ad essi – evidentemente non graditi – al fine di ottenere la sostituzione di questi ultimi con altri più collimanti con propri desiderata, rendendo, in ultima analisi, fungibile la ricostruzione dei fatti e le valutazioni di merito con il sindacato di legittimità avente ad oggetto i provvedimenti di merito.

  1. Ne consegue l’inammissibilità del ricorso.
  2. Nulla deve essere liquidato per le spese, non avendo l’intimata svolto attività difensiva in questa sede.
  3. Seguendo l’insegnamento di Cass., Sez. Un., 20/02/2020 n. 4315, si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2012, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da corrispondere per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da corrispondere per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto Depositato in Cancelleria il 1 luglio 2021

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

QUINTA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Margherita Monte

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 37891/2019 promossa da:

P.C. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. PROTO ENRICA CRISTINA, elettivamente domiciliato in VIA PAISIELLO 1 MILANO presso il difensore avv. PROTO ENRICA CRISTINA

ATTORE

contro

L.F. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CICCARONE ADRIANA, elettivamente domiciliato in VIA MAMELI, 20 20129 MILANO presso il difensore avv. CICCARONE ADRIANA

CONVENUTA

OGGETTO: Arricchimento senza causa

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

L’attore sig. P.C. ha citato in giudizio la convenuta sig.ra L.F., chiedendo la sua condanna, ai sensi dell’art. 2041 del c.c., al pagamento dell’indennizzo di Euro 143.679,19, per l’ingiustificato arricchimento che la stessa convenuta avrebbe conseguito per effetto degli esborsi effettuati da C. durante il periodo di convivenza more uxorio. L’attore, in via subordinata, chiede ai sensi dell’art. 2033 del c.c. la condanna della convenuta alla ripetizione dell’indebito, per un importo corrispondente a quello suindicato. L’attore allega di avere conosciuto la sig.ra F. nel 1995 e di avere convissuto more uxorio sino al maggio del 2018; di avere aperto il conto corrente n. (…) presso I.S. di via V. in M., cointestato con la F., sul quale nel corso della convivenza erano confluiti solo gli stipendi dell’attore, mentre la F. aveva provveduto ad effettuare versamenti del proprio stipendio solo in tre occasioni “in data gennaio , febbraio 2010 e marzo 2010; di avere acquistato, nell’ottobre del 1997, in comproprietà con la F. l’immobile di Viale U. n. 21/4 in M., aprendo un mutuo le cui rate venivano addebitate sul conto cointestato suindicato. Secondo le allegazioni di parte attrice, sul conto cointestato erano stati addebitati i premi relativi al pagamento dell’assicurazione sulla vita intestata alla sig.ra F., “per l’importo mensile di Euro 129,11 annui dal 1997 fino al 2018”; a seguito della nascita dei due figli, la coppia aveva deciso di acquistare l’abitazione di via U. di N. 3- intestata alla madre della sig.ra F., V.R.M. – per un importo complessivo di Euro 104.079,19 euro, il cui ammontare era stato pagato dal 2 novembre 2004 al 29 giugno 2018, con lo stipendio del C.. L’attore allega, inoltre, che nel 2010, al fine di riacquistare l’edicola della famiglia F., si era indebitato per la somma di 40.000 euro, a titolo di cambiali, ritirando un anticipo sulla pensione corrispondente a Euro 9.000,00 e che aveva erogato un prestito alla F. di Euro 15.000, per il quale era stato contratto un finanziamento A.D. del medesimo importo; le rate di questo finanziamento- di Euro 350 l’una – venivano addebitate sul conto cointestato. L’attore afferma, altresì, di avere contratto un finanziamento di Euro 13.000 a partire dal febbraio 2016, per l’acquisto dell’autovettura Volkswagen Up, con addebito mensile sul conto corrente cointestato di 203,25 euro. Il sig. C. afferma, infine, di percepire uno stipendio di 1600 euro mensili e di essere proprietario unicamente della quota pari al 50% del bilocale di Viale U. e dell’autovettura Audi Q3.

La sig.ra F. si è costituita in giudizio, chiedendo il rigetto delle domande avversarie, siccome infondate in fatto e in diritto, insistendo altresì per la condanna dell’attore al risarcimento dei danni per lite temeraria, ai sensi dell’art. 96 c.p.c. In punto di fatto, con riferimento all’acquisto dell’immobile di Viale U. n. 21/4 la sig.ra F. ha replicato che la coppia aveva acquistato l’immobile per un importo di 100.000.000 di lire, ottenendo un sostegno dalla famiglia della stessa convenuta per un importo di 20.000.000 di lire. La F. replica che il sig. C. aveva ricevuto dalla sig.ra V. (madre della convenuta) l’importo di Euro 300 mensili, fino a tutto il 2016, per un importo complessivo di 10.200 euro. A partire dal 2008-2009 l’immobile di Viale U. n. 21/4 era stato locato alla sig.ra V., la quale aveva corrisposto al sig. C. la somma di Euro 1000 mensili, per la durata di 19 mesi, per il totale di 19.000 euro; dal 1 maggio 2017 al mese di aprile 2019 C. aveva percepito dal successivo inquilino (subentrato alla sig.ra V.) la somma di Euro 600 mensili, per un totale di 7.200 euro; dal mese di maggio 2019, invece, la sig.ra F. aveva chiesto all’inquilino di pagare la metà dell’importo a ognuno dei proprietari. Quanto all’acquisto dell’immobile di via U. di N. n. 3, la convenuta ha replicato che l’abitazione era stata acquistata per un importo di 179.600,00 e che al 30.9.2019 il mutuo residuo ammontava ad Euro 114.873,02 su un mutuo complessivo di Euro 165.000,00. La convenuta allega, inoltre, che per l’acquisto della cartoleria erano state sottoscritte cambiali, per un importo di Euro 39.000, interamente pagate dalla stessa convenuta e che C. aveva ritirato la somma di Euro 9.000, come anticipo sulla pensione, non per aiutare la convenuta nell’acquisto della cartoleria, ma per l’acquisto di un Audi Q3, cointestata alla coppia. Quanto al finanziamento di Euro 15.000, la convenuta ha eccepito che la somma era stata restituita, per un verso, con versamenti mensili di Euro 450 per 15 mesi, uno di Euro 500 e uno di Euro 600 (per un importo complessivo di Euro 7.850); per altro verso, con il pagamento delle rate di leasing dell’Audi Q3, per le quali la convenuta aveva pagato per 5 anni una rata mensile variabile da 522,41 euro a 529,62 euro, alle quali si è aggiunta la rata finale di riscatto di Euro 7.249,30.

Dopo il deposito delle memorie ex art. 183, VI comma, c.p.c. la causa è stata assunta in decisione sulla base degli atti e dei documenti depositati.

In via preliminare si rileva la convenuta ha eccepito per la prima volta nella comparsa conclusionale la nullità della citazione per inosservanza dei termini a comparire; l’eccezione va respinta, perché in ogni caso la costituzione della convenuta ha sanato l’asserita nullità, non avendo la convenuta tempestivamente dedotto l’inosservanza dei termini a norma dell’art. 164, III comma c.p.c.

Si rileva, inoltre, preliminarmente che dopo l’udienza del 9.12.2020 in cui la causa è stata assunta in decisione, il procuratore della convenuta ha depositato nel fascicolo telematico in data 13.1.2021 una “Nota di deposito documenti” sub (…)) Bonifici V./C. per Euro 300,00 mensili; (…)) Bonifici V. – F./ C. per Euro 1.000,00 mensili; (…)) Versamenti inquilino per Euro 600,00 a C.; (…)) Cambiali pagate da F. per Euro. 39.000,00, asserendo: “la scrivente ha potuto constatare che la cancelleria erroneamente non ha scaricato correttamente i documenti prodotti con la comparsa di costituzione e risposta dal n. 3 al n. 6, che pertanto rideposita”. Tale produzione è stata contestata dal procuratore dell’attore nella memoria di replica ex art. 190 c.p.c., nella quale ha eccepito la tardività della produzione documentale effettuata con nota di deposito del 13 Gennaio 2021 con la quale “furbescamente controparte ha introdotto nel giudizio una serie di documenti, depositati dopo lo spirare del termine di cui all’articolo 183 comma VI c.p.c., addossando grottescamente la colpa alla Cancelleria”. Al riguardo si dà atto che nel fascicolo telematico non sono stati depositati dal procuratore della convenuta i documenti indicati come prodotti nella comparsa di costituzione sub (…),(…),(…),(…) e non risulta che si sia trattato di un disservizio della Cancelleria e, peraltro, sarebbe stato onere del procuratore della parte verificare il buon esito del deposito telematico dei documenti indicati nella comparsa di costituzione e, in caso di omesso deposito per causa non imputabile al procuratore, avrebbe dovuto formulare istanza di rimessione in termini ex art. 153, II prima del maturarsi delle preclusioni istruttorie e, comunque, prima dell’assunzione della causa in decisione, per consentire alla controparte di verificare i documenti depositati. Ne consegue che è tardiva e, dunque, inammissibile la produzione dei documenti depositati sub (…)-(…) con la nota telematica in data 13.1.2021, dei quali non si terrà conto ai fini della decisione.

Ciò premesso, sulle domande dell’attore si rileva quanto segue.

1)- La domanda principale d’ingiustificato arricchimento va respinta.

1.1- Per giurisprudenza consolidata, incombe a colui che promuove l’azione di indebito arricchimento ex art. 2041 c.c. provarne i fatti costitutivi, e cioè il pregiudizio proprio e la dipendenza di questo da una non giustificata locupletazione del convenuto (Cass. N. 1061/1963).

In particolare in materia di rapporti fra conviventi more uxorio- secondo i principi enunciati dalla Suprema Corte, richiamati dalla stessa difesa dell’attore- l’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale; è, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente “more uxorio” nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza (cfr., ex multis, Cass. Civ. n. 14732/2018;Cass. Civ. n. 11330/2009).

Nel caso in esame fra l’attore e la convenuta è intercorso un rapporto di convivenza protratto per quasi ventisei anni, nel corso del quale sono nati due figli.

La convivenza fra le parti si è concretizzata, quindi, in una unione di fatto, quale formazione sociale rilevante ex art. 2 Cost., caratterizzata da doveri di natura morale e sociale, di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale e si configurano come adempimento di un’obbligazione naturale ex art. 2034 c.c. ove siano rispettati i principi di proporzionalità ed adeguatezza (Cass. n. 1266/2016).

Nel presente giudizio era, quindi, onere del sig. C. dimostrare-e ancora prima chiaramente allegare-gli esborsi effettuati a vantaggio esclusivo della convivente ed altresì le circostanze oggettive dalle quali desumere che tali esborsi si collocassero oltre la soglia di proporzionalità ed adeguatezza del doveroso contributo al mantenimento della famiglia e dei figli rispetto ai mezzi di ciascuno dei partners; solo le prestazioni patrimoniali eccedenti tale soglia avrebbero potuto costituire oggetto di arricchimento indebito in favore dell’ex convivente, in quanto esulanti dall’adempimento delle predette obbligazioni naturali.

L’attore non ha assolto, invece, tale onere di allegazione e prova.

A fondamento della domanda ex art. 2041 c.c. l’attore ha evidenziato che il conto corrente cointestato n. (…) acceso presso l’istituto bancario I.S.P. di via V., M. era stato alimentato unicamente dallo stesso C., avendo la F. versato solamente il proprio stipendio in 3 occasioni in circa venti anni, ovvero in data gennaio 2010, febbraio 2010 e marzo 2010 per un totale di Euro 1.616,27; i guadagni della cartoleria non risultano essere stati mai depositati sul conto cointestato della coppia, bensì sul conto corrente intestato unicamente alla convenuta, aperto presso B.I. di viale Ajaccio Abi 03069- Cab 09589 e successivamente trasferito presso la D.B. al c/c n. (…).

Nella comparsa conclusionale l’attore ha riassunto le proprie allegazioni e ha asserito di avere documentato le seguenti circostanze: l’immobile di Viale U. n. 21/4, acquistato in comproprietà nell’ottobre 1997 risulta “per tabulas essere stato pagato con un mutuo, le cui rate venivano addebitate direttamente sul sopra citato conto corrente cointestato alimentato dal solo stipendio del C.”; sul predetto conto corrente, è stato anche addebitato il pagamento dell’assicurazione sulla vita intestata alla signora L.F. per l’importo mensile di Euro 129,11 annui dal 1997 sino al 2018; l’acquisto dell’immobile sito via U. di N. 3, M., di 140 mq, risulta essere stato pagato con un mutuo, le cui rate venivano addebitate direttamente sul conto corrente cointestato e, pertanto, l’importo complessivo per l’acquisto del suddetto immobile ammontante ad Euro 104.079,19 è stato pagato a partire dal 2 novembre 2004 sino al 20 giugno 2018 con lo stipendio del solo signor C.; l’attore ha partecipato al riacquisto dell’edicola della famiglia F. venduta in precedenza, con Euro 40.000,00 di cambiali ed anticipazione sulla pensione, pari ad Euro 9.000,00; sul conto corrente acceso dalla F. presso la D.B. è stata accreditata una parte dell’importo dell’anticipo pensionistico del sig. C., pari ad Euro 6.000,00, nonché la somma di Euro 5.600,00 quale quota del rimborso della polizza vita della F., nonostante le relative rate nel corso degli anni fossero state pagate con il solo stipendio del signor C.; C. ha corrisposto a favore della F. la somma di Euro 15.000,00, reperita dallo stesso attraverso un finanziamento A.D. dell’importo di Euro 15.000,00, le cui rate dell’importo di Euro 350,00 venivano addebitate sul conto cointestato; C. ha acquisto nel Febbraio 2016 per la signora F., con intestazione alla medesima,l’autovettura Volkswagen Up dell’importo di Euro 13.000,00 con finanziamento Volkswagen da Euro 203,25 mensili addebitata sempre sul conto corrente cointestato, alimentato con le sole entrate del C..

1.2- Si rileva che le allegazioni dell’attore devono essere valutate alla stregua della documentazione prodotta, considerato che vanno respinte le sue istanze di prova orale e di CTU.

L’attore ha formulato, infatti, una prova testimoniale volta a confermare i seguenti capitoli: 1) “Vero che il signor P.C. nei mesi di giugno/luglio 2013 ha personalmente eseguito opere di ripristino del locale, di illuminazione e di muratura?”; 2) “Vero che il signor P.C. ha acquistato, a proprie spese, i materiali necessari per la ristrutturazione e acquisto dei primi materiali della cartoleria?”; 3) “Vero che il signor P.C. a far data dal 2010, anno di riacquisto della cartoleria, e sino all’anno 2017, ha lavorato in cartoleria dalle ore 6.00 alle ore 8.00 della mattina e dalle ore 17.00 alle ore 20.00?”. Si tratta di capitoli di prova generici e, comunque, non rilevanti al fine di dimostrare esborsi di denaro eccedenti quanto dovuto dal sig. C. in adempimento dell’obbligo morale di contribuire, anche col proprio lavoro, al mantenimento dei figli e della famiglia di fatto.

L’attore ha formulato, inoltre, l’istanza di CTU contabile “sul conto corrente n. (…) acceso presso B.I.S., filiale di Via V. relativa al periodo con i seguenti quesiti: 1) Dica il CTU a chi sia riconducibile la provvista nel periodo dal 1997 al 2018; 2) Quantifichi il CTU l’ammontare delle somme che nel periodo dal 1997 al 2018 sono state girate dal conto corrente n. (…) al conto corrente n. acceso presso la filiale I.S.P. di Via Ajaccio Abi 03069 – Cab 09589 e successivamente trasferito presso la D.B. al conto corrente n. (…) intestato alla signora F.L.; 3) Dica il CTU l’ammontare delle somme addebitate a far data dalla stipula dei singoli contratti di mutuo per tali titoli sul c.c.n n. (…)”.

Si tratta di un’ istanza di CTU esplorativa, in quanto finalizzata a ricercare dati contabili che la stessa parte avrebbe potuto ricavare dagli estratti del conto corrente cointestato. La CTU richiesta è, dunque, inammissibile, considerato che- per giurisprudenza costante- la CTU non è mezzo istruttorio in senso proprio, avendo la finalità di coadiuvare il giudice nella valutazione di elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che necessitino di specifiche conoscenze e tale mezzo di indagine non può essere utilizzato al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume (cfr. ad es. Cass. Civ. ord. n. 30218/2017).

Sulla base delle risultanze documentali ritualmente acquisite, si osserva quanto segue riguardo alle circostanze allegate dall’attore a fondamento della domanda ex art. 2041 c.c., richiamate sub (…).

Con riferimento all’acquisto nel 1997 della casa di Viale U. n. 21/4, in comproprietà con la F., l’attore afferma di avere sostenuto un mutuo, le cui rate sarebbero state addebitate sul conto corrente cointestato allo stesso attore e alla convenuta, alimentato solo dallo stipendio di C.. L’attore non ha specificato l’importo delle rate pagate, né la durata dei pagamenti rateali.

La convenuta ha contestato l’allegazione, replicando che nel 1997 la coppia aveva acquistava al prezzo di L. 100.000 la casa Aler sita in Milano in Viale Ungheria di mq. 45 e, nell’occasione, i genitori della F. avevano dato alla figlia la somma di L. 20.000.000 per aiutare la coppia ad acquistare la casa e contenere l’importo del mutuo, mentre nulla era stato corrisposto da C.; il mutuo era stato pagato prevalentemente dalla F., fino a quando C. non era riuscito ad avere un lavoro stabile presso ATM nel 2002 con lo stipendio, desumibile dagli estratti conto, di 14 mensilità di Euro 1.600,00 poi aumentato ad Euro 2.000,00 mensili; nonostante detto mutuo fosse stato estinto nel 2012, C. si era fatto versare dalla signora V., madre della F., la somma di Euro 300,00 mensili per l’abitazione fino a tutto il 2016, per la somma complessiva di Euro 10.200,00.

A fronte di queste specifiche contestazioni della convenuta circa gli esborsi sostenuti dal convivente per il mutuo per l’acquisto della casa di V.le U. al prezzo di L. 100.000.000, l’attore non ha documentato e neppure indicato l’ammontare delle rate del mutuo effettivamente pagate, tanto più se si considera che l’acquisto dell’immobile risale al 1997 e che gli estratti conto più vecchi sono datati 2002.

La domanda d’ingiustificato arricchimento va respinta, quindi, perché l’attore non ha provato di avere pagato con provvista del conto corrente cointestato una quota di mutuo eccedente il 50% per l’acquisto in comproprietà dell’immobile di v.le U..

In merito all’acquisto nel 2004 dell’appartamento, di circa 140 mq, in via U. di N. n. 3, l’attore asserisce di avere documentato il pagamento dell’importo complessivo di Euro 104.079,19 “a partire dal 2 novembre 2004 sino al 20 giugno 2018” col proprio stipendio. La convenuta ha contestato l’allegazione, documentando che alla data del 30.9.2019 sul mutuo complessivo di Euro 165.000,00 il residuo ammontava ad Euro 114.873,02 (cfr. doc. 19, convenuta); la convenuta ha eccepito che, quindi, l’attore tutt’al più aveva corrisposto la somma di Euro 50.126,98; ha aggiunto che tale mutuo scadrà nel 2038 e che la stessa F. sta pagando il mutuo con rate mensili di Euro 430,00/440,00, come risulta dall’estratto conto prodotto sub doc. (…).

Queste specifiche contestazioni non sono state superate dall’attore e, dunque, per il mutuo di via U. di N. il sig. F. non ha dimostrato esborsi maggiori della somma di Euro 50.126,00, non contestata dalla convenuta, corrispondente a meno di un terzo del mutuo.

Tale somma non rappresenta un arricchimento indebito in favore della F., con correlativo depauperamento del C., ex art. 2041 c.c.

Va considerato, infatti, che la casa di via U. di N. ha costituito l’abitazione familiare dal 2004 al 2018, della quale ha usufruito anche C. e se questi non avesse contribuito a pagare il mutuo, versando in 14 anni la somma di Euro 50.126,00 – pari all’importo annuo di Euro 3.580,00 e mensile di Euro 298,36 – avrebbe dovuto contribuire a pagare il 50% dell’affitto per un’abitazione di circa mq. 140, verosimilmente superiore all’importo mensile di Euro 600,00.

In relazione all’asserito pagamento dei premi per l’assicurazione sulla vita intestata alla sig.ra F., “per l’importo mensile di Euro 129,11, annui dal 1997 fino al 2018” come si dovrebbe desumere dagli estratti conto sub (…), si ribadisce che gli estratti conto prodotti dall’attore partono dal 2002 e non vi è alcuna prova del pagamento di premi nel periodo precedente. L’attore ha, peraltro, indicato l’importo mensile di Euro 129,11 anche rispetto ad annualità antecedenti l’introduzione dell’Euro.

La carenza di chiare allegazioni e di relativa prova documentale circa l’ammontare degli esborsi sostenuti per pagare i premi dell’assicurazione sulla vita della convivente implica la mancanza di prova dell’indebito depauperamento ex art. 2041 c.c. e del suo ammontare.

Quanto all’allegazione del C. di avere partecipato “al riacquisto dell’edicola della famiglia F. venduta in precedenza, con Euro 40.000,00 di cambiali ed anticipazione sulla pensione, pari ad Euro 9.000,00”, la convenuta ha replicato che C. aveva sottoscritto delle cambiali per Euro 39.000,00, ma tutte erano state interamente pagate dalla stessa F. con provvista del conto corrente della cartoleria.

A fronte di questa specifica contestazione della prova del pagamento delle cambiali da parte di C., l’attore si è limitato a produrre sub (…) la contabile bancaria dalla quale si desume solo che sul conto cointestato è stato accreditato l’importo di Euro 9.242,75 con la causale di anticipazione sulla posizione previdenziale e che successivamente è stato disposto un giroconto in favore della F. di Euro 6.000,00.

L’attore non ha provato, quindi, il pagamento delle cambiali per la somma di Euro 40.000,00 e, di conseguenza, il depauperamento ex art. 2041 c.c.

Riguardo al finanziamento A.D. di Euro 15.000,00, la convenuta ha replicato di avere restituito l’importo mediante versamenti mensili di Euro 450,00 per 15 mesi, uno di Euro 500,00 ed uno di Euro 600,00, per la somma complessiva di Euro 7.850,00 come risulta dagli estratti conto (doc. 10), oltre che con il pagamento delle rate di leasing dell’Audi Q3 (per pagare le quali la F. ha corrisposto per 5 anni una somma mensile variabile da Euro 522,41 a Euro 529,62) e della rata finale di riscatto per Euro 7.249,30 effettuato in data 12.5.2017 per il quale la F. ha dovuto chiedere un finanziamento di circa Euro 8.000,00 che sta ancora pagando (docc. 11-12-13), mentre il sig. C. paga la più modesta somma di Euro 203,25.

Rispetto a queste specifiche contestazioni della convenuta, supportate dai documenti da questa prodotti, l’attore non ha replicato e, quindi, non ha assolto l’onere di provare che la convenuta si è avvantaggiata di un esborso ingiustificato di Euro 15.000,00.

Per quanto concerne il giroconto di Euro 6.000,00 sul conto corrente della F., proveniente dalla provvista del predetto anticipo di Euro 9.000,00 sulla pensione di C., la convenuta ha replicato che la somma era stata utilizzata non in proprio favore, ma per l’anticipo di Euro. 5.000,00 per l’acquisto dell’Audi Q3, intestata alla sig.ra F., ma utilizzata dallo stesso C..

Al riguardo si rileva che il giroconto di Euro 6.000,00 in favore della F. non concretizza un sacrificio patrimoniale dell’attore eccedente l’adempimento dell’obbligo di contribuzione ex art. 2034 c.c., considerato che il suo ammontare non risulta sproporzionato alle condizioni patrimoniali del sig. C., percettore di uno stipendio fisso di 14 mensilità di Euro 1.600,00\2.000,00.

1.3- Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, la domanda principale formulata dall’attore ex art. 2041 c.c. va respinta, in quanto l’attore non ha dimostrato di aver effettuato esborsi in favore della convenuta nel corso della convivenza more uxorio, durata quasi 26 anni, con due figli, di entità tale da eccedere l’adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza ex art. 2034 c.c.

2)- Sulla domanda di ripetizione delle medesime somme, formulata dall’attore in subordine ex art. 2033 c.c., preliminarmente si osserva come sarebbe stato onere dell’attore fornire la prova degli elementi costitutivi del proprio diritto, secondo il disposto dell’art. 2697 del c.c., considerato grava sull’attore l’onere di provare ex art. 2033 c.c. sia l’avvenuto pagamento di somme in favore dell’accipiens, sia la mancanza di una causa che lo giustifichi (cfr. ad es. Cass. n. 30713/2018; cfr. anche Cass. Civ. Sez. III, n. 11294/2020).

Nel presente giudizio- per tutto quanto rilevato sub 1- l’attore non ha dimostrato che pagamenti, spontaneamente effettuati dal sig. C. in favore della sig.ra F., eccedano l’obbligazione naturale di cui all’art. 2034 c.c., gravante a suo carico nell’ambito del rapporto di convivenza more uxorio e, pertanto, in forza di questa norma, sussiste la giusta causa di ritenzione delle somme da parte della convenuta.

Ne consegue il rigetto della domanda subordinata, in quanto l’attore non ha provato ex art. 2033 c.c. la mancanza della causa di pagamenti oggetto della domanda di ripetizione.

3)- Le spese processuali sono liquidate in dispositivo secondo il criterio della soccombenza ex art. 91 c.p.c., in base al valore della causa.

Va respinta la domanda della convenuta di condanna dell’attore ex art. 96 c.p.c., non ravvisandosi i presupposti della responsabilità per lite temeraria.

P.Q.M.

Il Tribunale di Milano, V Sez. Civile, definitivamente pronunciando nella causa come in epigrafe promossa, respinta ogni contraria istanza, così provvede:

1) respinge le domande proposte dal sig. P.C. nei confronti della sig.ra L.F.;

2) condanna l’attore a pagare alla convenuta le spese processuali che liquida in Euro 13.430,00 per compenso, oltre il rimborso del 15% ex art. 2 D.M. n. 55 del 2014, oltre oneri accessori di legge;

3) respinge la domanda della convenuta di condanna dell’attore ex art. 96 c.p.c..

Conclusione

Così deciso in Milano, il 19 aprile 2021.

Depositata in Cancelleria il 20 aprile 2021.

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Avvocato Sergio Armaroli
Via Solferino
Bologna, Italia