SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA  E COABITAZIONE SI AL DIVORZIO???

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SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA 
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SE DOPO LA SEPARAZIONE I CONIUGI COABITANO SENZA RAPPORTI SI PUO’ PROCEDERE AL DIVORZIO?

Con ampia motivazione il giudice di prime cure ha infatti ritenuto che le risultanze dell’istruttoria orale hanno confermato che YY e XX, pur coabitando, non hanno alcun rapporto né di affetto né di amore, dormendo ormai separati e vivendo come estranei, senza neppure collaborare nella gestione della casa, organizzandosi autonomamente e intrattenendo addirittura la moglie relazioni affettive con altri uomini, così come dettagliatamente riferito dalla figlia delle parti, J. [1]

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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

CORTE DI APPELLO DI BOLOGNA

Prima Sezione Civile

La Corte di Appello nelle persone dei seguenti magistrati:

dott. Paola Montanari –Presidente

dott. Antonella Allegra – Consigliere Relatore

dott. Rosario Lionello Rossino – Consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile in grado di appello iscritta al n. r.g. n. 1836/2019 promossa da:

XX, [ recte : coniuge divorziato ( ex moglie ) di YY ; NdRedattore ] nata a Modena il (omissis) (omissis) 1968 e residente in (omissis), (Modena), via (omissis), n. 1705, con gli avv. Roberto Morelli e Luca Parrillo del Foro di Modena ed elettivamente domiciliata nel loro studio in Modena, via Antonio Morandi, 34

APPELLANTE

contro

YY, [ recte : coniuge divorziato ( ex marito ) di XX ; NdRedattore ] nato a Modena il (omissis) (omissis) 1939, residente in (omissis), (Modena), via (omissis), n. 1705, con l’avv. Franca Massa del Foro di Modena, ed elettivamente domiciliato nel suo studio, in Vignola, via Caselline, 330

APPELLATO

in punto a

“appello avverso la sentenza n. 1060/2019 del 22 maggio – 1 luglio 2019

del Tribunale di Modena”

con l’intervento del Procuratore Generale che ha concluso per la conferma della decisione impugnata.

LA CORTE

udita la relazione della causa fatta dal Consigliere dott.ssa Antonella Allegra;

udita la lettura delle conclusioni prese dai procuratori delle parti;

letti ed esaminati gli atti ed i documenti del processo, ha così deciso:

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO E MOTIVI DELLA DECISIONE

1- Il Tribunale di Modena, con la sentenza n. 1060/2019 del 22 maggio – 1 luglio 2019, ha pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario celebrato il 21 dicembre 1991 in Vignola fra YY e XX, ponendo a carico del YY, in favore di quest’ultima un assegno divorzile mensile di 500 euro annualmente rivalutabile, e revocando il contributo a carico della madre per il mantenimento della figlia J, divenuta maggiorenne e autosufficiente.

Il Tribunale, nell’accogliere la domanda sul vincolo, all’esito dell’istruttoria testimoniale espletata, ha disatteso la tesi della resistente, la quale aveva sostenuto esservi stata riconciliazione fra i coniugi, eccependo l’improponibilità della domanda per difetto dei requisiti di cui all’art. 3, n 2 lett. b) della l. 898/1970 e successive modifiche; ha ritenuto di non dover provvedere in ordine all’assegnazione della casa familiare, non essendovi figli minorenni o non autosufficienti economicamente, e ha accolto in misura nel quantum assai ridotta — rispetto alla domanda di 2.500 euro mensili —, la richiesta subordinata volta al riconoscimento dell’assegno divorzile,

2- Avverso la sentenza predetta, ha proposto appello XX con ricorso depositato il 5 agosto 2019, censurando la decisione impugnata:

1) nella parte in cui ha accolto la domanda di cessazione degli effetti del matrimonio proposta dal YY, nonostante la mancanza dei presupposti per la cessazione degli effetti civili del matrimonio, sostenendo non essere consentito dalla legge italiana “..una separazione nella quale, pur venendo anche meno gli obblighi principali del matrimonio (come la fedeltà, l’assistenza morale e materiale), rimane invece in essere quello della coabitazione..”, contestando la valutazione operata dal Tribunale delle istanze istruttorie e in particolare di quelle testimoniali;

2) per la contraddittorietà in merito all’assegno di divorzio in suo favore, in quanto da un lato ha riconosciuto che il benessere familiare si è formato grazie anche al sacrificio personale dell’appellante, a fronte del suo apporto alla conduzione e alla gestione della vita della famiglia, dall’altro non ha tenuto conto del divario fra i mezzi economici a disposizione di ciascun coniuge e della disparità delle stesse.

Ha quindi chiesto la riforma della sentenza impugnata, reiterando la richiesta di rigetto della domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio, per mancanza dei presupposti, e in subordine il riconoscimento di un assegno divorzile in misura di 2.500 euro.

Si è costituito in giudizio YY e ha resistito all’impugnazione predetta, invocandone il rigetto.

E’ intervenuto il Procuratore Generale e ha chiesto la conferma della sentenza impugnata.

La causa è stata trattata con il rito camerale ed è stata trattenuta in decisione.

3- Con il primo motivo d’appello, la difesa di XX ha riproposto la tesi secondo la quale la convivenza fra le parti dopo la separazione escluderebbe la configurabilità dei presupposti per la declaratoria di cessazione degli effetti civili del matrimonio.

3.1- Preliminarmente si osserva, in diritto, che, com’è noto, presupposto necessario per la dichiarazione di scioglimento (o della cessazione degli effetti civili) del matrimonio ai sensi dell’art. 3, n. 2 lett. b) della legge 1/12/1970, n 898 è che la separazione si sia protratta per almeno tre anni (in forza della modifica di cui all’art. 1 della l. 6/5/2015 n.55, dodici mesi dall’avvenuta comparizione dei coniugi innanzi al presidente del Tribunale nella procedura di separazione personale o da sei mesi nel caso di separazione consensuale, anche quando il giudizio contenzioso si sia trasformato in consensuale).

La disposizione in questione prevede espressamente che sia la parte convenuta a dover espressamente eccepire l’eventuale interruzione della separazione: a ciò consegue che l’onere di dimostrare l’avvenuta interruzione grava sulla parte che sostiene l’eccezione.

Ad integrazione di quanto sopra, va richiamata la disposizione di cui all’art. 157 c.c., dalla quale si evince che gli effetti della separazione cessano, oltre che per espressa dichiarazione dei coniugi, allorquando gli stessi mantengano un “..comportamento non equivoco che sia incompatibile con lo stato di separazione.“.

La giurisprudenza ha chiarito che la riconciliazione non consiste nel mero ripristino della situazione “qua ante”, ma nella ricostituzione del consorzio familiare attraverso la ricomposizione della comunione coniugale di vita, vale a dire la ripresa di relazioni reciproche, oggettivamente rilevanti, tali da comportare il superamento di quelle condizioni che avevano reso intollerabile la prosecuzione della convivenza e che si concretizzano in un comportamento non equivoco, incompatibile con lo stato di separazione (Cass. civ. n. 28655 del 24 dicembre 2013).

Come sottolineato dalla Suprema Corte, la dichiarazione di divorzio non consegue automaticamente alla constatazione della presenza di una delle cause previste dalla L. n. 898 del 1970, art. 3, (oggi della L. n. 74 del 1987, artt. 1 e 7), ma presuppone, in ogni caso, attesi i riflessi pubblicistici riconosciuti dall’ordinamento all’istituto familiare, l’accertamento, da parte del giudice, della esistenza (dell’essenziale condizione) della concreta impossibilità di mantenere o ricostituire il consorzio coniugale per effetto della definitiva rottura del legame di coppia, onde, in questo senso, lo stato di separazione dei coniugi concreta un requisito dell’azione, necessario secondo la previsione della citata L. n. 898 del 1970, art. 3, n. 2, lett. b), la cui interruzione, da opporsi a cura della parte convenuta (della L. n. 74 del 1987, art. 5) in presenza di una richiesta di divorzio avanzata dall’altra parte, postula l’avvenuta riconciliazione, la quale si verifica quando sia stato ricostituito l’intero complesso dei rapporti che caratterizzano il vincolo matrimoniale e che, quindi, sottende l’avvenuto ripristino non solo di quelli riguardanti l’aspetto materiale del consorzio anzidetto, ma altresì di quelli che sono alla base dell’unione spirituale tra i coniugi (Cass. civ. n. 26165 del 6 dicembre 2006) .

La mera ripresa della coabitazione, dunque, non costituisce in sé riconciliazione, e analogamente il protrarsi della coabitazione nonostante la pronuncia della separazione (come di frequente accade, per ragioni per lo più economiche, in caso di incapacità dei coniugi di provvedere al pagamento al canone dell’abitazione e di sostenerne le spese), vale a configurare la prosecuzione della relazione matrimoniale.

3.2- Di tutte le circostanze ora richiamate e degli insegnamenti della Suprema Corte, il Tribunale di Modena ha tenuto conto e fatto applicazione, alla luce delle risultanze dell’accurata istruttoria svolta.

Con ampia motivazione il giudice di prime cure ha infatti ritenuto che le risultanze dell’istruttoria orale hanno confermato che YY e XX, pur coabitando, non hanno alcun rapporto né di affetto né di amore, dormendo ormai separati e vivendo come estranei, senza neppure collaborare nella gestione della casa, organizzandosi autonomamente e intrattenendo addirittura la moglie relazioni affettive con altri uomini, così come dettagliatamente riferito dalla figlia delle parti, J. [1]

Neppure la teste indotta dalla resistente, Finelli Giuseppina ha in effetti smentito tali circostanze, limitandosi a confermare la coabitazione fra le parti e il fatto che la XX si organizza autonomamente per la spesa e i pasti.

E’ inoltre smentita pure la doglianza dell’appellante circa l’inattendibilità della testimonianza della figlia, la quale sarebbe animata da rancore e conflittualità nei confronti della madre: al riguardo, il giudice di prime cure, si è premurato di sottolineare come «..nella fattispecie, da un lato non sussistono, come rilevato, dati istruttori attestanti ragioni di inattendibilità estrinseca, che avrebbero dovuto essere forniti ad iniziativa probatoria delle parti interessate; non sussistono, inoltre, elementi di inattendibilità intrinseca nel tenore delle risposte fornite dalla teste; sussistono, invece, dati di intrinseca attendibilità, come l’atteggiamento tenuto nel fornire alcune risposte, che è ben lungi dal manifestare astio o risentimento verso la madre, ma solo una dolorosa consapevolezza e presa d’atto.».

D’altra parte nessuno dei testi, e nemmeno le stesse parti, hanno allegato che fra i coniugi sussista in effetti un rapporto in qualche modo affettuoso e un atteggiamento anche solo solidale, non essendo stato affermato da alcuno che essi abbiano frequentazioni comuni o svolgano insieme una qualche attività: in definitiva, nel caso di specie, non vi sono elementi atti a consentire di ritenere la sussistenza di un simile pieno consorzio materiale e affettivo fra i coniugi, quanto piuttosto il protrarsi della tolleranza di una coabitazione nella consapevolezza del marito delle problematiche di salute mentale della moglie (come si evince dalla cartella clinica del Dipartimento Salute Mentale di Modena agli atti del giudizio di primo grado) e tenuto conto della necessità di tutelare la figlia allora minore, a tutela della quale erano stati adottati provvedimenti dal Tribunale per i Minorenni.

La domanda di cessazione degli effetti civili del matrimonio è stata quindi correttamente pronunciata, dovendosi certo ritenere venuta meno la comunione materiale e spirituale fra i coniugi e che la stessa non può essere ricostituita, non potendosi considerare il periodo di coabitazione trascorso dopo la separazione dalle odierne parti alla stregua di una convivenza “more uxorio” e dunque configurare la riconciliazione e l’interruzione della separazione.

3.3- Merita invece parziale accoglimento il secondo motivo d’appello.

Va peraltro premesso che non può condividersi la censura di contraddittorietà della motivazione della decisione impugnata, dal momento che all’assunto del Tribunale di Modena secondo il quale «..il benessere familiare si è formato grazie anche al sacrificio personale dell’appellante, a fronte del suo apporto alla conduzione e alla gestione della famiglia..» non è seguito il rigetto della domanda di assegno divorzile, bensì l’accoglimento, con la motivata applicazione dei principi affermati dalla Suprema Corte a Sezioni Unite nella nota sentenza n.18287/2018.

Sulla spettanza in capo alla XX dell’assegno divorzile non vi è contestazione da parte del YY, il quale si è limitato a dichiarare di aver da subìto provveduto al pagamento dell’assegno, né ha interloquito in punto di quantificazione dell’assegno stesso.

Va invece condivisa la necessità di una più approfondita ponderazione in punto di comparazione delle condizioni economico – reddituali delle parti, godendo il YY di un reddito variabile fra i 44.000 e i 49.000 euro annuali (secondo quanto allegato dall’appellante e non contestato dall’appellato) e di molteplici beni immobili, fra i quali la casa familiare nella quale intende rimanere a vivere in via esclusiva, avendo preannunciato di volerne intimare il rilascio alla XX.

Quest’ultima è invece priva di redditi e beni e, per quanto anticipato dal YY — come ora detto — sarà costretta a breve a dover reperire un nuovo alloggio.

L’importo di 500 euro a titolo di assegno divorzile (finalizzato ad assolvere ad una funzione sia assistenziale, comprensiva delle esigenze di vita dell’interessata, che compensativa delle rinunce fatte per la famiglia, per quanto sopra detto), appare insufficiente a tale scopo, ritenendosi congruo un importo complessivo di 800 euro mensili annualmente rivalutabili, tenuto conto del fatto che a breve ella dovrà altresì reperire un alloggio in locazione.

In proposito si osserva da un lato che non può escludersi che la XX (pur ultracinquantenne) possa, attivandosi, reperire qualche occupazione, anche saltuaria (mettendo a frutto le pregresse esperienze e il titolo di studio di ragioniera), dall’altro che l’importo richiesto apoditticamente in misura di 2.500 euro mensili non è ancorato alle effettive capacità dell’obbligato (perché finirebbe per assorbire praticamente l’intero suo reddito mensile) e in ogni caso, com’è noto, perché all’assegno divorzile non è più consentito di attribuire la finalità di mantenere il medesimo tenore di vita goduto in costanza di matrimonio (che oltretutto, non è stato in alcun modo provato essere così elevato).

4- Il pur parziale accoglimento dell’appello induce ad escludere la configurabilità delle ipotesi di cui all’art. 96 c.p.c., anche tenuto conto delle patologie di cui è affetta l’appellante, come emerse dalla documentazione in atti.

5- La riforma — anche se parziale — della sentenza impugnata determina l’obbligo del giudice di appello di procedere d’ufficio ad un nuovo regolamento delle spese processuali, quale conseguenza della pronuncia di merito adottata, alla stregua dell’esito finale della lite.

In tale valutazione va coniugato il parziale accoglimento dell’appello con la prevalente soccombenza della stessa appellante (stante l’infondatezza del motivo principale d’appello, sul vincolo, nonché la notevole riduzione, comunque, dell’importo dell’assegno riconosciuto rispetto a quello richiesto fin dal primo grado 2.500 euro mensili), e pertanto, tenuto conto anche delle condizioni di salute dell’appellante, si ritiene giustificata la compensazione delle spese in misura della metà, con condanna della XX alla rifusione all’appellato della metà delle spese per entrambi i gradi del giudizio.

Tali spese sono liquidate, per l’intero, quanto al primo grado, come da sentenza appellata, in misura di 7.500 per compensi, oltre accessori, e per il presente grado di giudizio, secondo i parametri di cui al punto 12 DM 55/2014, con riguardo al valore indeterminabile della controversia e dell’assenza di attività istruttoria e di trattazione in 5.000 euro (1.960,00 Euro per la fase di studio, 1.350,00 euro per la fase introduttiva ed euro 1.690,00 per la fase decisoria), oltre accessori di legge.

P.Q.M.

La Corte, definitivamente pronunciando, ogni altra istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:

I – in parziale accoglimento dell’appello proposto da XX avverso la sentenza del Tribunale di Modena n. 1060/2019 del 22 maggio – 1° luglio 2019, e in parziale riforma della sentenza impugnata, determina l’assegno divorzile a carico di YY in favore di XX, in misura di 800,00 euro mensili, annualmente rivalutabili secondo gli indici ISTAT dei prezzi medi al consumo per le famiglie degli operai e impiegati, con la decorrenza prevista dalla suddetta sentenza di primo grado;

II – ferma ogni altra statuizione della decisione impugnata, condanna l’appellante a rifondere all’appellato la metà delle spese di lite, liquidate per l’intero in euro 7.500 per compensi oltre a IVA e c.p.a. come per legge quanto al primo grado e in euro 5.000,00 per compensi, oltre accessori, quanto al presente grado d’appello e le compensa per la restante metà;

Così deciso in Bologna, nella camera di consiglio della Prima Sezione Civile della Corte d’Appello, il 23 aprile 2021

Il Consigliere estensore

dott. Antonella Allegra

Il Presidente

SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA

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Com’è noto, il diritto del coniuge all’assegno divorzile dev’essere accertato verificando la disponibilità da parte del richiedente di mezzi economici adeguati a consentirgli il mantenimento di un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, (e quello che poteva ragionevolmente configurarsi sulla base delle aspettative maturate nel corso del rapporto), mentre la liquidazione dell’importo dovuto, una volta riconosciuto il relativo diritto per non essere il coniuge richiedente in grado di mantenere con i propri mezzi detto tenore di vita, dev’essere compiuta valutando in concreto, anche in rapporto alla durata del matrimonio, le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, il reddito di entrambi (cfr. Cass., Sez. 1, 12 luglio 2007, n. 15611; 22 agosto 2006, n. 18241; 19 marzo 2003, n. 4040; 27 settembre 2002, n. 14004).

Tali criteri sono stati correttamente applicati dalla Corte d’appello, la quale ha posto a confronto la precarietà della situazione economica della C. , “non dedita ad alcuna attività di lavoro durante la ultraventennale convivenza coniugale”, con la posizione economica, indubbiamente più agiata, connessa all’attività libero – professionale esercitata dal M. , concludendo pertanto per la configurabilità di un apprezzabile deterioramento delle condizioni economiche dell’intimata, in conseguenza dello scioglimento del matrimonio, tale da giustificare l’imposizione a carico del ricorrente dell’obbligo di corrispondere un contributo volto a ristabilire l’equilibrio tra le parti.

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La correttezza logico-giuridica di tale ragionamento è rafforzata dal riferimento, in sostanza non contestato se non con l’affermazione, priva di pregio sul piano giuridico, dell’assenza di un contributo al riguardo della ex-coniuge, al ragguardevole ed esponenziale incremento del reddito netto del ricorrente, aumentato da Euro 277.173,00, dell’anno 2001 (anno in cui era stato concordato il contributo per il mantenimento della moglie nell’ambito della separazione consensuale), ad Euro 488.721,00 nel 2005 e suscettibile di ulteriori e significativi incrementi (Euro 753.731,00 nell’anno 2007).

Va inoltre rammentato che il ricorso per cassazione – in ragione del principio di cosiddetta ‘autosufficienza’ – deve contenere in sé tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito ed, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi od atti attinenti al pregresso giudizio di merito. Ne consegue che nell’ipotesi in cui, con il ricorso per tassazione, venga dedotta l’incongruità, l’illogicità, l’insufficienza o contraddittorietà della sentenza impugnata per l’asserita mancata o inadeguata valutazione di risultanze processuali, è necessario, al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività della risultanza non valutata (o insufficientemente valutata), che il ricorrente precisi, mediante integrale trascrizione della medesima nel ricorso, la risultanza che egli asserisce decisiva e non valutata o insufficientemente valutata, dato che solo tale specificazione consente alla Corte di Cassazione, alla quale è precluso l’esame diretto degli atti, di delibare la decisività della medesima, dovendosi escludere che la precisazione possa consistere in meri commenti, deduzioni o interpretazioni delle parti (Cass. 28.7.2004 n. 14262; Cass. 27722/05; Cass. 20.1.2006 n. 1113 Cass. 12362/06; Cass.).

Nel caso di specie ciò non è avvenuto. Il ricorrente non ha indicato in modo adeguato e specifico, ne ha riprodotto per intero, il contenuto delle prove espletate, limitandosi a frammentarie citazioni del loro contenuto.

In questo senso non è stato rispettato il principio di autosufficienza del ricorso, impedendo quel controllo che alla Corte è consentito sulla base delle sole deduzioni contenute nell’atto, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative.

Il quinto motivo;con cui si contesta la decorrenza dell’assegno divorzile dalla domanda proposta nel 1998 , è infondato.

Questa Corte ha ripetutamente affermato che l’assegno di divorzio, trovando la propria fonte nel nuovo ‘status’ delle parti, rispetto al quale la pronuncia del giudice ha efficacia costitutiva, decorre dal passaggio in giudicato della statuizione di risoluzione del vincolo coniugale. A tale principio ha introdotto un temperamento l’art. 4, comma decimo, della legge 1 dicembre 1970, n. 898, così come sostituito dall’art. 8 della legge 6 marzo 1987 n. 74, conferendo al giudice il potere di disporre, in relazione alle circostanze del caso concreto, ed anche in assenza di specifica richiesta, la decorrenza dello stesso assegno dalla data della domanda di divorzio: peraltro il giudice, ove si avvalga di tale potere, è tenuto a motivare adeguatamente la propria decisione (Cass. 24991/10, Cass. 4424/08, Cass. 18321/07).

licenziamento per giusta causa licenziamento per giustificato motivo soggettivo esempio licenziamento per giustificato motivo soggettivo assenza ingiustificata licenziamento per giustificato motivo soggettivo e preavviso lettera licenziamento per giustificato motivo soggettivo licenziamento per giustificato motivo soggettivo e indennita' di disoccupazione licenziamento per giustificato motivo soggettivo e disoccupazione licenziamento per giustificato motivo soggettivo disoccupazione
licenziamento per giusta causa licenziamento per giustificato motivo soggettivo esempio
licenziamento per giustificato motivo soggettivo assenza ingiustificata licenziamento per giustificato motivo soggettivo e preavviso
lettera licenziamento per giustificato motivo soggettivo licenziamento per giustificato motivo soggettivo e indennita’ di disoccupazione
licenziamento per giustificato motivo soggettivo e disoccupazione licenziamento per giustificato motivo soggettivo disoccupazione

Nel caso di specie la Corte d’appello ha confermato la sentenza di primo grado motivando in ragione delle precarie condizioni economiche della T. sin dall’epoca della proposizione della domanda.

Del tutto infondata è poi la dedotta esistenza di un giudicato sul punto in virtù della sentenza parziale n. 18/03 con cui il Tribunale di Teramo aveva rigettato la domanda riconvenzionale di corresponsione di un assegno mensile di mantenimento.

La sentenza della Corte d’appello oggetto del presente ricorso ha infatti precisato che la T. , nel costituirsi nel giudizio di divorzio, aveva chiesto in via riconvenzionale il riconoscimento di un assegno di mantenimento o in subordine di divorzio e che il tribunale di Teramo con la sentenza parziale n. 18/03 aveva pronunciato lo scioglimento del matrimonio, rigettando la domanda di assegno di mantenimento, ma aveva rimesso la causa in istruttoria proprio per la pronuncia sulla domanda subordinata di riconoscimento di un assegno divorzile. È pertanto di tutta evidenza che su tale questione non si è formato alcun giudicato riguardando questo solo l’assegno di mantenimento.

Il sesto motivo con cui si contesta l’avvenuta compensazione delle spese motivata dalla Corte d’appello in ragione della reciproca soccombenza è infondato in ragione di quanto detto in relazione al motivo che precede, poiché la T. ha visto comunque riconosciuto un assegno divorzile in accoglimento della propria domanda riconvenzionale onde, ancorché lo stesso sia stato successivamente ridotto in sede di appello, la stessa risultava comunque vincitrice.

Venendo all’esame dell’unico motivo del ricorso incidentale con cui ci si duole dell’insufficienza dell’assegno divorzile riconosciuto, lo stesso appare inammissibile. La ricorrente infatti si limita a dedurre che l’accertato basso reddito di cui essa dispone avrebbe dovuto portare ad una determinazione dell’assegno per un importo maggiore di quello riconosciuto.

 

 

malasanità come denunciare il danno? Come e a chi denunciare per malasanità’? come si denuncia un caso di malasanità?
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Questa Corte ha quindi affermato che il decreto emesso ai sensi dell’art. 317 bis cod. civ. ha natura sostanziale di sentenza, presentando il requisito della decisorietà, in quanto risolve una controversia in atto tra contrapposte posizioni di diritto soggettivo, e della definitività, con efficacia assimilabile, “rebus sic stantibus”, a quella del giudicato. È stata quindi affermata, per tali ragioni, la piena ricorribilità per cassazione, nel regime dettato dalla L. n. 54 del 2006, dei provvedimenti emessi dalla Corte di Appello – Sezione per i minorenni, ai sensi dell’art. 317 bis cod. civ., precisandosi altresì, pure nell’ambito delle forme camerali che li caratterizzano, che debbano applicarsi i termini di impugnazione di cui agli artt. 325 e 327 c.p.c., trattandosi di appello mediante ricorso, e non di reclamo ex art. 739 c.p.c. (Cass., 21 marzo 2011, n. 6319; Cass., 13 settembre 2012, n. 15341, in motivazione).

 

Separazione e divorzio SEPARAZIONE CONSEGUENZE PATRIMONIALI
Separazione e divorzio SEPARAZIONE CONSEGUENZE PATRIMONIALI

Suprema Corte di Cassazione

sezione I

sentenza 21 novembre 2013, n. 26122

Svolgimento del processo

1 – Le minori E.D.A. , nata il (omissis) e E.D.J. , nata il (omissis) , figlie naturali di C.E. e di E.E.C. , a seguito della crisi della coppia e della cessazione della convivenza, avvenuta nel 2000, venivano affidate in via esclusiva al padre, fermo il loro collocamento presso la nonna e uno zio paterno, residenti in (omissis), mentre i genitori rimanevano entrambi in Italia.

1.2 – Il Tribunale per i Minorenni fondava tale decisione sul rilievo inerente alla maggiore affidabilità dell’E. , il quale aveva creato un nuovo nucleo familiare, del tutto idoneo, anche sotto il profilo logistico, ad accogliere le minori, mentre la madre aveva dato prova di una certa instabilità affettiva, concependo altri figli con uomini diversi, senza instaurare alcun rapporto duraturo.

1.3 – Avverso tale decreto proponeva reclamo la C. , attribuendo il rigetto a un pregiudizio nei suoi confronti, per aver acconsentito alla partenza delle figlie verso l'(omissis) e per aver avuto delle relazioni, tutte circostanze in realtà non confliggenti con la sua capacità genitoriale, desumibile – compatibilmente con le proprie ridotte risorse economiche – dai contatti telefonici frequenti, da un viaggio in (omissis) e dall’invio di somme di danaro per il loro mantenimento.

1.4 – Essendosi costituito il padre, che aveva insistito per il rigetto del reclamo, la Corte di appello di Ancona, Sezione per i Minorenni, con il provvedimento indicato in epigrafe, pur non sottovalutando la capacità genitoriale della C. , tale da non far ravvisare la ricorrenza di gravi motivi ostativi a un affidamento condiviso, affermava tuttavia che tale regime non appariva, finché le minori rimanevano in Argentina presso i parenti paterni, concretamente realizzabile.

Confermate le misure di natura economica, in parziale modifica del decreto reclamato veniva disposto che ciascun genitore sopportasse le spese di viaggio per recarsi a far visita alle figlie e che i costi per i trasferimenti della prole fossero da ripartirsi in egual misura fra le parti.

1.5 – Per la cassazione di tale provvedimento la C. ha proposto ricorso, affidato a tre motivi, illustrati da memoria.

L’E. non svolge attività difensiva.

Motivi della decisione

2 – Con il primo motivo si deduce violazione degli artt. 317 bis, 155 cod. civ. , 30 e 111 Cost., rappresentandosi che il rigetto della richiesta di affidamento condiviso non era giustificato, in presenza di un vivo interesse manifestato – compatibilmente con le proprie ridotte capacità economiche – dalla madre. Neppure poteva considerarsi ostativa la permanenza della prole all’estero.

2.1 – Con la seconda censura gli aspetti sopra evidenziati vengono prospettati sotto il profilo del vizio motivazionale che inficerebbe la decisione impugnata: la corte territoriale non avrebbe tenuto conto delle emergenze probatorie deponenti nel senso della capacità genitoriale della C. .

2.2 – Con il terzo mezzo si denuncia, infine, violazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione all’omessa pronuncia sulle domande inerenti all’autorizzazione al rilascio del passaporto per le minori. Si prospetta, altresì, un regolamento del diritto di visita inteso ad accrescere le possibilità di incontro delle figlie con la madre e si denuncia, infine, l’eccessività della somma posta a carico della C. a titolo di contributo per il mantenimento della prole.

3 – Quest’ultimo motivo – nella parte relativa al rilascio del passaporto – è inammissibile.

Deve invero trovare applicazione il principio, costantemente affermato da questa Corte, secondo cui la pronuncia della Corte d’appello, sezione minorenni, riguardante un provvedimento provvisorio ed urgente, emesso, in corso di procedimento, salvo quanto si dirà più avanti in tema di affidamento del figlio naturale ai sensi dell’art. 317 bis cod. civ., non è ricorribile per cassazione ai sensi dell’art. 111, settimo comma, Cost., attesa la natura strumentale e il carattere revocabile di tale provvedimento. Tali aspetti non vengono meno neanche quando, come nella specie, l’oggetto delle censure del ricorrente riguardi la lesione di situazioni aventi rilievo processuale, quali espressione del diritto di azione, ed in particolare del diritto al riesame da parte di un giudice diverso, in quanto la pronunzia sull’osservanza delle norme che regolano il processo, disciplinando i presupposti, i modi e i tempi con i quali la domanda può essere portata all’esame del giudice, ha necessariamente la medesima natura dell’atto giurisdizionale cui il processo è preordinato e, pertanto, non può avere autonoma valenza di provvedimento decisorio e definitivo, se di tali caratteri quell’atto sia privo stante la natura strumentale, della problematica processuale (Cass., 20 novembre 2010, n. 23578).

3.1 – Con particolare riferimento, poi, al rilascio del passaporto, questa Corte ha già avuto modo di statuire, nel vigore della L. 21 novembre 1967, n. 1185, abrogato art. 14 (norme sui passaporti), e sostituito – senza significative interferenze sul principio qui richiamato – dall’art. 20 ter del D.l. 25 settembre 2009, n. 135, che in tema di autorizzazione al rilascio del passaporto al genitore con figlio minore, quando difetti l’assenso dell’altro genitore, non è ravvisabile il carattere di definitività e decisorietà nel provvedimento emesso dal tribunale, in esito a reclamo avverso il decreto del giudice tutelare che abbia concesso, o negato, l’autorizzazione all’iscrizione richiesta. Si tratta, infatti, di un provvedimento di volontaria giurisdizione, volto non già a dirimere in via definitiva un conflitto tra diritti soggettivi dei genitori del minore, bensì a valutare la corrispondenza del mancato assenso di uno di loro all’interesse del figlio: e dunque, espressivo di una forma gestoria dell’interesse del minore, come tale non soggetto a ricorso straordinario per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost. (Cass., sez. 1, 14 maggio 2010, n. 11.771).

4 – Quanto ai restanti motivi, deve richiamarsi il più recente orientamento, condiviso dal Collegio, secondo cui la L. n. 54 del 2006, esprimendo un’evidente scelta di assimilazione della posizione dei figli naturali a quelli nati nel matrimonio, quanto al loro affidamento, precisa che “le disposizioni della presente legge si applicano anche (…) ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati”.

Si è quindi ritenuto che la nuova disciplina, oltre a introdurre una sostanziale parificazione dei minori sotto il profilo sostanziale, comporta nuovi e significativi risvolti sul piano processuale, in quanto conferisce una definitiva autonomia al procedimento di cui all’art. 317 bis cod. civ., allontanandolo dall’alveo della procedura ex art. 330, 333, 336 c.c. e avvicinandolo, e per certi versi assimilandolo, a quello di separazione e divorzio, con figli minori.

Questa Corte ha quindi affermato che il decreto emesso ai sensi dell’art. 317 bis cod. civ. ha natura sostanziale di sentenza, presentando il requisito della decisorietà, in quanto risolve una controversia in atto tra contrapposte posizioni di diritto soggettivo, e della definitività, con efficacia assimilabile, “rebus sic stantibus”, a quella del giudicato. È stata quindi affermata, per tali ragioni, la piena ricorribilità per cassazione, nel regime dettato dalla L. n. 54 del 2006, dei provvedimenti emessi dalla Corte di Appello – Sezione per i minorenni, ai sensi dell’art. 317 bis cod. civ., precisandosi altresì, pure nell’ambito delle forme camerali che li caratterizzano, che debbano applicarsi i termini di impugnazione di cui agli artt. 325 e 327 c.p.c., trattandosi di appello mediante ricorso, e non di reclamo ex art. 739 c.p.c. (Cass., 21 marzo 2011, n. 6319; Cass., 13 settembre 2012, n. 15341, in motivazione).

5 – Tanto premesso, deve tuttavia rilevarsi, sotto i seguenti, distinti profili, l’inammissibilità dei motivi di ricorso in esame.

5.1 – Con la prima censura si denuncia, in termini assolutamente generici, la violazione delle norme contenute negli artt. 155, 317 bis c.c., 30 e 111 Cost., mediante la loro mera enunciazione, senza indicare, in ossequio al principio di specificità, la ragione in virtù della quale il provvedimento impugnato si sarebbe posto in contrasto con tali disposizioni, in una fattispecie, per altro, nella quale, pur costituendo l’affidamento condiviso, in virtù del principio della bigenitorialità, una scelta prioritaria, è consentito anche l’affidamento a un solo genitore, quando l’affidamento all’altro sia contrario all’interesse del minore.

Tale aspetto non risulta in alcun modo attinto dalle osservazioni della ricorrente, in buona parte afferenti eventi privi di significativo rilievo, ovvero verifica – tisi in epoca successiva al provvedimento impugnato.

5.2 – D’altra parte, anche con riferimento al vizio motivazionale dedotto con il secondo mezzo, non sembra sia stata colta la “ratio decidendi” che sorregge la decisione in esame, in quanto, indipendentemente dalla capacità genitoriale della C. , che viene sostanzialmente riconosciuta, la corte territoriale ha posto in evidenza – senza che il punto sia stato adeguatamente censurato – la peculiarità della situazione delle minori, “che vivono ormai stabilmente in (OMISSIS) affidate di fatto alla nonna paterna e allo zio paterno”.

Valutata tale circostanza, la corte di appello ha ritenuto che l’affidamento esclusivo al padre – suscettibile di revisione in caso di mutamento della descritta situazione – appaia maggiormente corrispondente agli interessi delle minori, “sì da mantenere una medesima linea guida nella loro educazione, senza inutili e soprattutto dannosi, possibili contrasti”.

Tale ragione della decisione, vale bene ripeterlo, non risulta attinta da specifiche e argomentate censure, al di là di generiche riaffermazioni, da parte della C. , del proprio attaccamento alla prole, che, come sopra evidenziato, la Corte di appello non disconosce, ma dal quale, per le ragioni indicate, senza per altro incorrere in contraddizione, ritiene, almeno allo stato, di dover prescindere.

5.3 – Quanto alla disciplina dei tempi di frequentazione con la madre, che costituisce uno dei profili di censura del terzo mezzo, debbono richiamarsi i rilievi già svolti circa la “ratio decidendi” che ha ispirato il provvedimento impugnato in relazione all’affidamento al padre, nel senso della carenza di attualità della questione fino alla permanenza delle figlie in (omissis), con l’opportuna precisazione che anche tale aspetto avrebbe dovuto essere regolato, previa audizione delle minori, anche sulla base delle loro intenzioni.

Anche tale aspetto, come sopra evidenziato, non risulta adeguatamente censurato.

5.4 – Passando, infine, alla censura inerente alla determinazione per il contributo del mantenimento, deve rilevarsi che trattasi di mera questione di merito, per altro proposta non sotto il profilo dell’adeguatezza della somma determinata dal giudice del merito rispetto alle “crescenti esigenze delle minori”, bensì mediante la mera rappresentazione della necessità, estranea alla suddetta ragione della decisione, di risparmiare per poter sostenere le spese per i viaggi in (omissis).

5.5 – Non si provvede in merito al regolamento delle spese processuali, non avendo le parti intimate svolto attività difensiva.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

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Stalking , divieto di avvicinamento alla vittima Art. 612 bis. Atti persecutori. Stalking.

assegnazione della casa coniugale  PROBLEMA MOLTO GROSSO GRAVE SEPARAZIONI BOLOGNA

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 14/08/2020, n. 17183 (rv. 658568-01)

 

CASA CONIUGALE- CASA CONIUGALE-CASA CONIUGALE

AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA  051 6447838 

 

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FAMIGLIA – Matrimonio – Diritti e doveri dei coniugi – Educazione, istruzione e mantenimento della prole – In genere – Mantenimento e assegnazione della casa coniugale – In presenza di figli maggiorenni non indipendenti economicamente – Presupposti – Limiti – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – In genere

Ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile, fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni. (Rigetta, CORTE D’APPELLO FIRENZE, 29/03/2018)

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 14/08/2020, n. 17183 (rv. 658568-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Diritti e doveri dei coniugi – Educazione, istruzione e mantenimento della prole – In genere – Mantenimento e assegnazione della casa coniugale – In presenza di figli maggiorenni non indipendenti economicamente – Presupposti – Limiti – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – In genere

Ai fini del riconoscimento dell’obbligo di mantenimento dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente, ovvero del diritto all’assegnazione della casa coniugale, il giudice di merito è tenuto a valutare, con prudente apprezzamento, caso per caso e con criteri di rigore proporzionalmente crescenti in rapporto all’età dei beneficiari, le circostanze che giustificano il permanere del suddetto obbligo o l’assegnazione dell’immobile, fermo restando che tale obbligo non può essere protratto oltre ragionevoli limiti di tempo e di misura, poiché il diritto del figlio si giustifica nei limiti del perseguimento di un progetto educativo e di un percorso di formazione, nel rispetto delle sue capacità, inclinazioni e (purché compatibili con le condizioni economiche dei genitori) aspirazioni. (Rigetta, CORTE D’APPELLO FIRENZE, 29/03/2018)

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Cass. civ., Sez. VI – 1, Ord., (data ud. 13/05/2021) 04/11/2021, n. 31700

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso per conflitto di competenza, iscritto a n. 26732-2020 sollevato dal TRIBUNALE PER I MINORENNI DI BOLOGNA con ordinanza n. rg 1593/2018 del 05/10/2020 nel procedimento vertente tra:

S.P., da una parte;

V.M., dall’altra;

– ricorrenti –

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 13/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CLOTILDE PARISE;

lette le conclusioni del PUBBLICO MINISTERO, in persona del SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE, DOTT.SSA ANNA MARIA SOLDI, che, visto l’art. 380 ter c.p.c., chiede che la Corte di Cassazione, in camera di consiglio, affermi che competente a conoscere della controversia è il Tribunale per i Minorenni di Bologna.

Svolgimento del processo

  1. Con ricorso depositato innanzi al Tribunale Ordinario di Bologna in data 3.8.2018, V.M. chiedeva l’affidamento esclusivo del figlio minore S.N., l’assegnazione della casa familiaree la determinazione dell’obbligo di corrispondere il contributo per mantenimento del figlio a carico di S.P., il quale, nel costituirsi, contestava le domande e chiedeva, a sua volta, l’affidamento del minore, l’assegnazione della casa familiaree la determinazione del contributo al mantenimento del figlio a carico della madre.
  2. Con ordinanza pronunciata in data 13-11-2018 il Tribunale Ordinario di Bologna declinava la propria competenza, deferendola, in quanto giudice preventivamente adito, al Tribunale dei Minorenni di Bologna, avanti al quale era già pendente il procedimento promosso, ai sensi dell’art. 333c.c., in data 17 luglio 2018 per limitare la responsabilità genitoriale della coppia S. – V.. In particolare nel corso di detto ultimo procedimento erano pronunciati decreti provvisori ex artt. 333c.c. e 741 c.p.c., con cui erano disposte limitazioni alla responsabilità genitoriale, gradualmente attenuate in considerazione del miglioramento della situazione di pregiudizio originariamente riscontrata e, a conclusione del procedimento, il Tribunale per i Minorenni, in considerazione del netto miglioramento della condizione del minore in seguito al suo collocamento presso il padre, ed in considerazione della difficile relazione del minore con la madre, con decreto pronunciato in data 5.10.2020 manteneva in vigore provvedimenti limitativi della responsabilità genitoriale, limitatamente al conferimento di un incarico al servizio sociale a scopo di vigilanza e sostegno, mantenendo il minore collocato presso il padre, con l’ausilio dei nonni paterni. Il Tribunale Ordinario di Bologna, con la citata ordinanza del 13-11-2018, riteneva che rientrassero nella competenza del Tribunale per i Minorenni, in quanto giudice preventivamente adito, le decisioni non solo “afferenti alla responsabilità genitoriale, all’affido e al collocamento del minore”, ma anche quelle “relativamente ai profili economici funzionali all’interesse superiore del figlio della coppia” (assegnazione della casa familiare e contributo al mantenimento).
  3. Con ordinanza depositata il 13-10-2020 il Tribunale per i Minorenni, nel precisare di ritenere sussistente la propria competenza, in quanto giudice preventivamente adito, limitatamente alla pronuncia di provvedimenti ex art. 333c.c., ha sollevato conflitto negativo di competenza in ordine al procedimento ex art. 337 terc.c., ritenendo di non avere alcuna competenza relativamente ai profili economici che discendono dalla separazione della coppia genitoriale e dall’affidamento del figlio, quali l’assegnazione della casa familiare e la determinazione del contributo per il mantenimento del minore, trattandosi di competenze non specificatamente attribuite al Tribunale per i minorenni, in base a quanto previsto dalla tassativa indicazione di cui all’art. 38 disp. att. c.c..
  4. La Procura Generale ha concluso per l’affermazione della competenza del Tribunale Ordinario in ordine alla regolamentazione dei rapporti economici da assumersi nell’interesse del minore.
  5. Le parti non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente, occorre dare atto dell’ammissibilità del regolamento d’ufficio, conformemente all’orientamento consolidato di questa Corte che ne esclude la natura di mezzo d’impugnazione, ravvisandovi piuttosto uno strumento volto a sollecitare l’individuazione del giudice naturale, precostituito per legge, al quale compete la trattazione, anche interinale o provvisoria ma comunque esclusiva, dell’affare, e riconoscendone pertanto la compatibilità con i procedimenti in camera di consiglio (cfr. Cass., Sez. VI, 4/08/2011, n. 16959Cass., Sez. I, 7/04/2004, n. 6892).
  2. Secondo l’orientamento di questa Corte al quale il Collegio intende dare continuità (cfr. da ultimo Cass.16338/2021; Cass.n. 20202/2018), ai sensi dell’art. 38disp. att. c.c. come novellato dalla L. 10 dicembre 2012, n. 219art. 3, il criterio della prevenzione trova applicazione, determinando la vis actractiva del giudice preventivamente adito, solo nell’ipotesi di precedente pendenza di un giudizio di separazioneo di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario, verificandosi, in tal caso e in via derogatoria rispetto alla regola ordinaria, l’attribuzione di competenza allo stesso Tribunale Ordinario anche dei procedimenti de potestate. Non può, invece, operare la vis actractiva in senso inverso, ovvero quella del Tribunale per i minorenni, anche se precedentemente adito, poichè il procedimento ex art. 337 ter c.c. non rientra tra le competenze del Tribunale per i Minorenni tassativamente individuate dall’art. 38 disp. att. c.c.. Per effetto di tale ripartizione, la competenza in ordine ai provvedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale resta disciplinata dal criterio della prevenzione, nel senso che al tribunale per i minorenni restano attribuiti i soli procedimenti promossi senza che sia pendente un giudizio di separazione o divorzio o ex art. 316 c.c. o anteriormente alla proposizione della relativa domanda (la quale, ai sensi dell’art. 5 c.p.c., non può comportarne la sottrazione al giudice competente), mentre, laddove il giudizio concernente la crisi familiare sia stato promosso anteriormente o contestualmente, la competenza resta unitariamente attribuita al giudice cui spetta la cognizione della domanda di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c. Nessun rilievo può assumere, in proposito, la circostanza che il procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni possa essere attivato ad iniziativa del Pubblico Ministero, chiamato ad intervenire, ma con poteri d’impulso e partecipazione più limitati, anche nel giudizio di separazione o divorzio o in quello di cui all’art. 316 c.p.c., non incidendo tale differenza sulla identità delle parti del giudizio, coincidenti pur sempre con i genitori del minore al quale si riferiscono i provvedimenti richiesti, e ben potendo i diversi uffici del Pubblico Ministero porre in essere opportuni meccanismi di raccordo e trasmissione degli atti (cfr. Cass. n. 1866/2019 tra le tante).

Questa Corte ha altresì chiarito che, sebbene, al pari di quanto accade nell’ipotesi di preventiva proposizione della domanda di separazione o di divorzio o di quella ex art. 316 c.c., possano ravvisarsi indubbie interrelazioni o interferenze tra i due tipi di procedimento, il carattere tassativo delle competenze attribuite al tribunale per i minorenni e la mancata previsione di una vis attractiva in favore dello stesso impongono di ritenere che il giudizio successivamente promosso dinanzi al tribunale ordinario resti attribuito alla competenza di quest’ultimo, ferma restando la necessità di tener conto, nell’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole, delle determinazioni assunte dal giudice specializzato, destinate inevitabilmente a ripercuotersi sul regime dell’affidamento dei figli e sulla disciplina dei rapporti tra gli stessi ed i genitori (così da ultimo Cass.16338/2021 citata). In tal senso depone chiaramente la disciplina dettata dall’art. 38 disp. att. c.c., la quale, nell’estendere la competenza del tribunale ordinario alla domanda di adozione dei provvedimenti riguardanti il figlio nato fuori del matrimonio, in precedenza ritenuta spettante alla competenza del tribunale per i minorenni, si limita ad escludere la competenza di quest’ultimo in ordine ai provvedimenti di cui agli artt. 330 e s.s. c.c., in riferimento all’ipotesi in cui al momento della proposizione della relativa domanda sia già pendente un giudizio ex art. 316 c.c., ma nulla dispone in ordine all’ipotesi inversa, che resta pertanto soggetta alla disciplina generale.

2.1. In applicazione di tali principi, che il Collegio condivide ed intende ribadire, il giudice competente a provvedere in ordine all’affidamento del figlio ed alla disciplina dei rapporti con il genitore non collocatario, nonchè alla determinazione del contributo dovuto da quest’ultimo per il mantenimento del minore, dev’essere individuato, nella specie, nel Tribunale ordinario di Bologna. La preventiva proposizione, da parte del Pubblico Ministero, della domanda di adozione dei provvedimenti di cui all’art. 333 c.c. dinanzi al Tribunale per i minorenni di Bologna, pur escludendo l’attrazione del relativo procedimento alla competenza del Tribunale ordinario, non consente, infatti, di ritenere che la domanda proposta dinanzi a quest’ultimo resti a sua volta attratta alla competenza del Giudice minorile, con la conseguenza che ciascun procedimento dovrà proseguire dinanzi al Giudice cui è attribuita la relativa competenza.

  1. La natura officiosa dell’iniziativa esclude la necessità di provvedere al regolamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte dichiara la competenza del Tribunale per i minorenni di Bologna in ordine al procedimento promosso dal Pubblico Ministero ai sensi dell’art. 333 c.c. e del Tribunale ordinario di Bologna in ordine al procedimento promosso da V.M. ai sensi dell’art. 337-ter c.c., disponendo la riassunzione di ciascun processo dinanzi al Giudice rispettivamente competente nel termine di legge.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 13 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

Cass. civ., Sez. VI – 1, Ord., (data ud. 13/05/2021) 04/11/2021, n. 31700

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ACIERNO Maria – Presidente –

Dott. PARISE Clotilde – rel. Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. SCALIA Laura – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso per conflitto di competenza, iscritto a n. 26732-2020 sollevato dal TRIBUNALE PER I MINORENNI DI BOLOGNA con ordinanza n. rg 1593/2018 del 05/10/2020 nel procedimento vertente tra:

S.P., da una parte;

V.M., dall’altra;

– ricorrenti –

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non partecipata del 13/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CLOTILDE PARISE;

lette le conclusioni del PUBBLICO MINISTERO, in persona del SOSTITUTO PROCURATORE GENERALE, DOTT.SSA ANNA MARIA SOLDI, che, visto l’art. 380 ter c.p.c., chiede che la Corte di Cassazione, in camera di consiglio, affermi che competente a conoscere della controversia è il Tribunale per i Minorenni di Bologna.

Svolgimento del processo

  1. Con ricorso depositato innanzi al Tribunale Ordinario di Bologna in data 3.8.2018, V.M. chiedeva l’affidamento esclusivo del figlio minore S.N., l’assegnazione della casa familiaree la determinazione dell’obbligo di corrispondere il contributo per mantenimento del figlio a carico di S.P., il quale, nel costituirsi, contestava le domande e chiedeva, a sua volta, l’affidamento del minore, l’assegnazione della casa familiaree la determinazione del contributo al mantenimento del figlio a carico della madre.
  2. Con ordinanza pronunciata in data 13-11-2018 il Tribunale Ordinario di Bologna declinava la propria competenza, deferendola, in quanto giudice preventivamente adito, al Tribunale dei Minorenni di Bologna, avanti al quale era già pendente il procedimento promosso, ai sensi dell’art. 333c.c., in data 17 luglio 2018 per limitare la responsabilità genitoriale della coppia S. – V.. In particolare nel corso di detto ultimo procedimento erano pronunciati decreti provvisori ex artt. 333c.c. e 741 c.p.c., con cui erano disposte limitazioni alla responsabilità genitoriale, gradualmente attenuate in considerazione del miglioramento della situazione di pregiudizio originariamente riscontrata e, a conclusione del procedimento, il Tribunale per i Minorenni, in considerazione del netto miglioramento della condizione del minore in seguito al suo collocamento presso il padre, ed in considerazione della difficile relazione del minore con la madre, con decreto pronunciato in data 5.10.2020 manteneva in vigore provvedimenti limitativi della responsabilità genitoriale, limitatamente al conferimento di un incarico al servizio sociale a scopo di vigilanza e sostegno, mantenendo il minore collocato presso il padre, con l’ausilio dei nonni paterni. Il Tribunale Ordinario di Bologna, con la citata ordinanza del 13-11-2018, riteneva che rientrassero nella competenza del Tribunale per i Minorenni, in quanto giudice preventivamente adito, le decisioni non solo “afferenti alla responsabilità genitoriale, all’affido e al collocamento del minore”, ma anche quelle “relativamente ai profili economici funzionali all’interesse superiore del figlio della coppia” (assegnazione della casa familiare e contributo al mantenimento).
  3. Con ordinanza depositata il 13-10-2020 il Tribunale per i Minorenni, nel precisare di ritenere sussistente la propria competenza, in quanto giudice preventivamente adito, limitatamente alla pronuncia di provvedimenti ex art. 333c.c., ha sollevato conflitto negativo di competenza in ordine al procedimento ex art. 337 terc.c., ritenendo di non avere alcuna competenza relativamente ai profili economici che discendono dalla separazione della coppia genitoriale e dall’affidamento del figlio, quali l’assegnazione della casa familiare e la determinazione del contributo per il mantenimento del minore, trattandosi di competenze non specificatamente attribuite al Tribunale per i minorenni, in base a quanto previsto dalla tassativa indicazione di cui all’art. 38 disp. att. c.c..
  4. La Procura Generale ha concluso per l’affermazione della competenza del Tribunale Ordinario in ordine alla regolamentazione dei rapporti economici da assumersi nell’interesse del minore.
  5. Le parti non hanno svolto attività difensiva.

Motivi della decisione

  1. Preliminarmente, occorre dare atto dell’ammissibilità del regolamento d’ufficio, conformemente all’orientamento consolidato di questa Corte che ne esclude la natura di mezzo d’impugnazione, ravvisandovi piuttosto uno strumento volto a sollecitare l’individuazione del giudice naturale, precostituito per legge, al quale compete la trattazione, anche interinale o provvisoria ma comunque esclusiva, dell’affare, e riconoscendone pertanto la compatibilità con i procedimenti in camera di consiglio (cfr. Cass., Sez. VI, 4/08/2011, n. 16959Cass., Sez. I, 7/04/2004, n. 6892).
  2. Secondo l’orientamento di questa Corte al quale il Collegio intende dare continuità (cfr. da ultimo Cass.16338/2021; Cass.n. 20202/2018), ai sensi dell’art. 38disp. att. c.c. come novellato dalla L. 10 dicembre 2012, n. 219art. 3, il criterio della prevenzione trova applicazione, determinando la vis actractiva del giudice preventivamente adito, solo nell’ipotesi di precedente pendenza di un giudizio di separazioneo di divorzio o ex art. 316 c.c. avanti al Tribunale Ordinario, verificandosi, in tal caso e in via derogatoria rispetto alla regola ordinaria, l’attribuzione di competenza allo stesso Tribunale Ordinario anche dei procedimenti de potestate. Non può, invece, operare la vis actractiva in senso inverso, ovvero quella del Tribunale per i minorenni, anche se precedentemente adito, poichè il procedimento ex art. 337 ter c.c. non rientra tra le competenze del Tribunale per i Minorenni tassativamente individuate dall’art. 38 disp. att. c.c.. Per effetto di tale ripartizione, la competenza in ordine ai provvedimenti limitativi o ablativi della responsabilità genitoriale resta disciplinata dal criterio della prevenzione, nel senso che al tribunale per i minorenni restano attribuiti i soli procedimenti promossi senza che sia pendente un giudizio di separazione o divorzio o ex art. 316 c.c. o anteriormente alla proposizione della relativa domanda (la quale, ai sensi dell’art. 5 c.p.c., non può comportarne la sottrazione al giudice competente), mentre, laddove il giudizio concernente la crisi familiare sia stato promosso anteriormente o contestualmente, la competenza resta unitariamente attribuita al giudice cui spetta la cognizione della domanda di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c. Nessun rilievo può assumere, in proposito, la circostanza che il procedimento dinanzi al tribunale per i minorenni possa essere attivato ad iniziativa del Pubblico Ministero, chiamato ad intervenire, ma con poteri d’impulso e partecipazione più limitati, anche nel giudizio di separazione o divorzio o in quello di cui all’art. 316 c.p.c., non incidendo tale differenza sulla identità delle parti del giudizio, coincidenti pur sempre con i genitori del minore al quale si riferiscono i provvedimenti richiesti, e ben potendo i diversi uffici del Pubblico Ministero porre in essere opportuni meccanismi di raccordo e trasmissione degli atti (cfr. Cass. n. 1866/2019 tra le tante).

Questa Corte ha altresì chiarito che, sebbene, al pari di quanto accade nell’ipotesi di preventiva proposizione della domanda di separazione o di divorzio o di quella ex art. 316 c.c., possano ravvisarsi indubbie interrelazioni o interferenze tra i due tipi di procedimento, il carattere tassativo delle competenze attribuite al tribunale per i minorenni e la mancata previsione di una vis attractiva in favore dello stesso impongono di ritenere che il giudizio successivamente promosso dinanzi al tribunale ordinario resti attribuito alla competenza di quest’ultimo, ferma restando la necessità di tener conto, nell’adozione dei provvedimenti nell’interesse della prole, delle determinazioni assunte dal giudice specializzato, destinate inevitabilmente a ripercuotersi sul regime dell’affidamento dei figli e sulla disciplina dei rapporti tra gli stessi ed i genitori (così da ultimo Cass.16338/2021 citata). In tal senso depone chiaramente la disciplina dettata dall’art. 38 disp. att. c.c., la quale, nell’estendere la competenza del tribunale ordinario alla domanda di adozione dei provvedimenti riguardanti il figlio nato fuori del matrimonio, in precedenza ritenuta spettante alla competenza del tribunale per i minorenni, si limita ad escludere la competenza di quest’ultimo in ordine ai provvedimenti di cui agli artt. 330 e s.s. c.c., in riferimento all’ipotesi in cui al momento della proposizione della relativa domanda sia già pendente un giudizio ex art. 316 c.c., ma nulla dispone in ordine all’ipotesi inversa, che resta pertanto soggetta alla disciplina generale.

2.1. In applicazione di tali principi, che il Collegio condivide ed intende ribadire, il giudice competente a provvedere in ordine all’affidamento del figlio ed alla disciplina dei rapporti con il genitore non collocatario, nonchè alla determinazione del contributo dovuto da quest’ultimo per il mantenimento del minore, dev’essere individuato, nella specie, nel Tribunale ordinario di Bologna. La preventiva proposizione, da parte del Pubblico Ministero, della domanda di adozione dei provvedimenti di cui all’art. 333 c.c. dinanzi al Tribunale per i minorenni di Bologna, pur escludendo l’attrazione del relativo procedimento alla competenza del Tribunale ordinario, non consente, infatti, di ritenere che la domanda proposta dinanzi a quest’ultimo resti a sua volta attratta alla competenza del Giudice minorile, con la conseguenza che ciascun procedimento dovrà proseguire dinanzi al Giudice cui è attribuita la relativa competenza.

  1. La natura officiosa dell’iniziativa esclude la necessità di provvedere al regolamento delle spese processuali.

P.Q.M.

la Corte dichiara la competenza del Tribunale per i minorenni di Bologna in ordine al procedimento promosso dal Pubblico Ministero ai sensi dell’art. 333 c.c. e del Tribunale ordinario di Bologna in ordine al procedimento promosso da V.M. ai sensi dell’art. 337-ter c.c., disponendo la riassunzione di ciascun processo dinanzi al Giudice rispettivamente competente nel termine di legge.

Dispone che, in caso di utilizzazione della presente ordinanza in qualsiasi forma, per finalità di informazione scientifica su riviste giuridiche, supporti elettronici o mediante reti di comunicazione elettronica, sia omessa l’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti riportati nella ordinanza.

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificati, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003art. 52, in quanto imposto dalla legge.

Conclusione

Così deciso in Roma, il 13 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

Cass. civ., Sez. I, Ordinanza, 21/07/2021, n. 20858 (rv. 661830-01)

FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Abitazione – Separazione dei coniugi – Assegnazione della casa familiare – Rilevanza ai fini della determinazione dell’assegno di mantenimento del coniuge – Comproprietario dell’immobile – Sussistenza – Fondamento – FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Assegno di mantenimento – In genere – In genere

In materia di quantificazione dell’assegno di mantenimento a seguito della separazione dei coniugi, deve attribuirsi rilievo anche all’assegnazione della casa familiare che, pur essendo finalizzata alla tutela della prole e del suo interesse a permanere nell’ambiente domestico, indubbiamente costituisce un’utilità suscettibile di apprezzamento economico, come del resto espressamente precisato dall’art. 337 sexies c.c., e tale principio trova applicazione anche qualora il coniuge separato assegnatario dell’immobile ne sia comproprietario, perché il suo godimento del bene non trova fondamento nella comproprietà del bene, ma nel provvedimento di assegnazione, opponibile anche ai terzi, che limita la facoltà dell’altro coniuge di disporre della propria quota dell’immobile e si traduce in un pregiudizio economico, anch’esso valutabile ai fini della quantificazione dell’assegno dovuto. (Rigetta, CORTE D’APPELLO CATANZARO, 23/10/2015)

  1. REVERSIBILITA’ PENSIONE A CONIUGE DIVORZIATO
  2. QUANDO E COME VA LA PENSIONE AL CONIUGE DIVORZIATO 

  1. La L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9 come modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 13 dispone: “In caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge, rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza. 
  2. Tanto premesso, prima di passare all’esame degli orientamenti contrastanti esistenti sulla delineata questione, mette conto rilevare che questa Corte, con sentenza 11 settembre 2019, n. 24041, ha confermato la sentenza impugnata che aveva sostenuto che il decesso del coniuge obbligato, avvenuto in data antecedente alla pronuncia della sentenza definitiva di primo grado emessa il (omissis) che aveva riconosciuto l’assegno di mantenimento al coniuge divorziato, non ostava all’attribuzione di una quota della pensione di reversibilità perché il riconoscimento giudiziale dell’assegno di mantenimento si poneva come presupposto del sostegno economico a favore del coniuge debole. Questa Corte in particolare, esaminando il ricorso incidentale condizionato proposto dal coniuge divorziato, lo ha ritenuto infondato, dando atto che, nel caso di specie, l’assegno divorzile era stato riconosciuto in data antecedente alla morte del coniuge obbligato (avvenuta in data (omissis) ), con sentenza non definitiva di divorzio pronunciata il 20 agosto 2009. La Corte, quindi, dopo avere dato atto che nella controversia oggetto del giudizio veniva in rilievo la pensione di reversibilità e la posizione del nuovo coniuge in quanto tale e non quale successore del defunto, ha affermato che assumeva rilievo il riconoscimento del diritto all’assegno in concreto e non in astratto, per effetto dell’intervenuta pronuncia giurisdizionale, che seppure non costituiva titolo azionabile nei confronti del suo destinatario, valeva – tuttavia- a consolidare la prestazione previdenziale che neppure doveva essere assistita dall’autorità del giudicato, bastando anche solo una pronuncia di merito (sul diritto all’assegno) a fondarne il presupposto. 5.4 Già si è detto dell’esistenza del contrasto giurisprudenziale afferente alle sorti del giudizio di separazione o divorzio in caso di decesso di una delle parti. 5.4.1 Secondo un primo orientamento giurisprudenziale (quello richiamato dai giudici di primo e secondo grado con i provvedimenti di questa Corte 11 aprile 2013, n. 8874 e 24 luglio 2014, n. 16951), che pure riconosce il fatto che il diritto al mantenimento abbia natura patrimoniale speciale, poiché, come previsto dall’art. 447 c.c., esso è indisponibile e incedibile e ha un carattere strettamente personale, la morte del soggetto obbligato, avvenuta durante il corso del giudizio, non determina la cessazione della materia del contendere, permanendo l’interesse della parte richiedente l’assegno al credito avente ad oggetto le rate scadute anteriormente alla data del decesso, credito che risulterebbe trasmissibile nei confronti degli eredi, con la conseguenza che il requisito della intrasmissibilità dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile non troverebbe applicazione, una volta proposta la domanda giudiziale, per il periodo successivo all’inizio del procedimento e fino alla data del decesso dell’ex coniuge obbligato, periodo nel quale permarrebbe l’interesse della parte richiedente l’assegno alla definitiva regolamentazione del suo diritto. 

    5.4.2 In particolare, nella sentenza n. 8874 del 2013, i giudici di questa Corte non hanno condiviso l’assunto che il decesso del ricorrente determinasse la sopravvenuta carenza di interesse al ricorso, “in quanto, se è vero che la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, per ragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, deve osservarsi, con riferimento al caso di specie, che la pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto di impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e sulla quantificazione dell’assegno (cfr. Cass., 9 giugno 1992, n. 7089). Nel caso di specie il giudizio di legittimità (non interessato dal citato eventi interruttivo: Cass. 23 gennaio 2006, n. 1257), così come il precedente grado di appello, proseguiva unicamente per la determinazione dell’assegno, così comportando la necessità di definire una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale, non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi”. 

    5.4.3. A conferma di ciò, la sentenza n. 16951 del 2014 ha ribadito che: 

    – la pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto d’impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e sulla quantificazione dell’assegno; 

    – il procedimento per la definizione delle questioni di rilevanza patrimoniale non si estingue per cessazione della materia del contendere, ma prosegue, nonostante il decesso di uno dei coniugi; -la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, per ragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, ma si è in presenza di una situazione diversa nel caso in cui la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio sia già stata pronunciata e il giudizio di legittimità prosegue, anche unicamente, per la determinazione dell’assegno. 

    Si è affermato, quindi, il principio secondo cui, ferma restando la pronuncia dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, ormai passata in giudicato, rimane da definire, nella sostanza, una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale ma non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi. 

    5.5 A fronte di tale orientamento, sin dagli anni ottanta, si è affermato un diverso indirizzo secondo cui la morte di uno dei coniugi, sopravvenuta in pendenza del giudizio di separazione personale o di divorzio, anche nella fase di legittimità, comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio e a tutti i profili economici connessi e l’evento della morte ha l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato (Cass., 29 gennaio 1980, n. 661; Cass., 18 marzo 1982, n. 1757; Cass., 3 febbraio 1990, n. 740; Cass., 4 aprile 1997, n. 2944; Cass., 27 aprile 2006, n. 9689; Cass., 20 novembre 2008, n. 27556; Cass., 26 luglio 2013, n. 18130; Cass., 8 novembre 2017, n. 26489; Cass., 2 dicembre 2019, n. 31358). 

    Con la sentenza 12 dicembre 2017, n. 29669, la Corte ha confermato lo stesso principio, precisando, tuttavia, che la morte di uno dei coniugi, in pendenza di giudizio di separazione personale, comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere e travolge tutte le precedenti pronunce emesse non ancora passate in giudicato, anche con riferimento alle istanze accessorie circa la regolamentazione dei rapporti patrimoniali attinenti alla cessazione della convivenza, mentre restano salve le domande autonome che, proposte nello stesso giudizio, riguardano diritti e rapporti patrimoniali indipendenti dalla modificazione soggettiva dello status, già acquisiti al patrimonio dei coniugi, e nei quali subentrano gli eredi. 

    5.5.1 Successivamente, con la sentenza 20 febbraio 2018, n. 4092, questa Corte, esaminando la questione relativa agli effetti della morte del coniuge in relazione al passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio (così come nel presente giudizio, dove il Tribunale di Macerata ha pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio con sentenza del (OMISSIS) , come è pacifico, ormai passata in giudicato), partendo dal lato letterale della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 12, (che prevede che, nel caso in cui il tribunale pronunci sentenza non definitiva relativa alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, il giudizio può continuare per la decisione relativa all’an e al quantum dell’assegno), ha affermato che, in tema di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la morte del coniuge, anche nel corso del giudizio di legittimità, fa cessare la materia del contendere sia nel giudizio sullo “status” che in quello relativo alle domande accessorie, compreso il giudizio sulla richiesta di assegno divorzile, non assumendo alcun rilievo, in senso contrario, l’intervenuto passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio, posto che l’obbligo di corresponsione di tale assegno è personalissimo e non trasmissibile agli eredi, trattandosi di posizione debitoria inscindibilmente legata a uno “status” personale, che può essere accertata solo in relazione alla persona cui detto “status” si riferisce. 

    Più specificamente, la Corte, nella sentenza da ultimo richiamata, ha ritenuto di aderire al secondo indirizzo, definito prevalente, perché “esso appare più coerente al presupposto indiscusso secondo cui la morte del coniuge, in pendenza di giudizio di separazione o divorzio, anche nella fase di legittimità davanti a questa Corte, fa cessare il rapporto coniugale e la stessa materia del contendere sia sul giudizio relativo allo status che su quello relativo alle domande accessorie. Tale principio legale deve estendersi anche alle domande accessorie che sono “autonomamente” sub judice al momento della morte del coniuge nei cui confronti era stato richiesta l’assegno. Infatti se è vero che la pronuncia del divorzio, con sentenza non definitiva, non è più tangibile, per effetto del suo passaggio in giudicato, la pendenza del giudizio sulle domande accessorie al momento della morte non può costituire una causa di scissione del carattere unitario proprio del giudizio di divorzio. Se la pronuncia non definitiva sullo status si legittima nell’ottica di una attribuzione non procrastinabile dello status di divorziato ai fini della riacquisizione della libera determinazione delle scelte personali degli ex coniugi, connessa alla fine dello status derivante dal matrimonio, e in quanto tale status non ha più ragione di perdurare, è nello stesso tempo indiscutibile che solo ragioni di complessità istruttoria giustificano la pronuncia differita sulle domande accessorie. Tali ragioni se non possono costituire il presupposto per una dilazione ingiustificata sulla pronuncia relativa allo status non possono altresì costituire una fonte di deroga al principio per cui l’obbligo di contribuire al mantenimento dell’ex coniuge è personalissimo e non trasmissibile proprio perché si tratta di una posizione debitoria inscindibilmente legata a uno status personale e che conserva questa connotazione personalissima perché può essere accertata solo in relazione all’esistenza della persona cui lo status personale si riferisce”. 

    5.5.2. Ciò con una duplice conseguenza: per un verso deve ritenersi improseguibile, nei confronti degli eredi del coniuge, l’azione intrapresa per il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile; per altro verso, gli eredi non possono subentrare nella posizione processuale del coniuge obbligato al fine di fare accertare l’insussistenza del suo obbligo di contribuire al mantenimento e di ottenere la restituzione delle somme versate sulla base di provvedimenti interinali o non definitivi. 

    5.5.3 Da ultimo, questa Corte, con ordinanza 21 gennaio 2021, n. 1079, in una fattispecie in cui la ricorrente aveva denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 149 c.c., comma 1, affermando il suo interesse ad ottenere la dichiarazione di nullità o di inefficacia della pronuncia di divorzio e della cessazione della materia del contendere, per effetto del decesso del coniuge e del conseguente scioglimento del matrimonio, verificatisi prima del passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, ha ribadito il principio (già statuito da questa Corte nelle sentenze 17 luglio 2009, n. 16801 e 18 agosto 1992, n. 9592) che avverso la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, intervenuta successivamente alla morte di una delle parti, è ammissibile l’appello della parte superstite, al fine di ottenere una pronuncia di cessazione della materia del contendere, essendo gli effetti civili del matrimonio già venuti meno per la morte di uno dei coniugi, ai sensi dell’art. 149 c.c., sicché nel giudizio d’impugnazione sono legittimati processuali ex art. 110 c.p.c. gli eredi della parte deceduta in qualità di successori universali, ancorché ad essi non sia trasmissibile il diritto controverso. 

    6. Alla stregua del quadro normativo esistente e del corredo giurisprudenziale che precede e con riferimento al caso in esame, la questione che si pone è, dunque, se il coniuge divorziato abbia o meno diritto alla pensione di reversibilità, o ad una sua quota, quando il diritto all’assegno divorzile non venga riconosciuto giudizialmente (sia nella sua esistenza, sia nel suo ammontare), per la sopravvenuta morte del coniuge obbligato, pur essendo passata in giudicato la statuizione sullo status di divorziato assunta con sentenza non definitiva, non senza tacere degli ulteriori risvolti in tema di legittimazione processuale e sostanziale dell’altro coniuge e degli eredi del coniuge deceduto e di riassunzione del processo nei loro confronti. 

    Giova ricordare, in proposito, anche alla luce della sentenza interpretativa di rigetto della Corte Costituzionale n. 419 del 4 novembre 1999, che l’attribuzione al coniuge divorziato di una quota della pensione di reversibilità ha una funzione solidaristica, che è la medesima dell’assegno di divorzio, finalizzata alla continuazione del sostegno economico in favore dell’ex coniuge (il quale, avendo diritto a ricevere dal titolare diretto della pensione mezzi necessari per il proprio adeguato sostentamento, vede riconosciuta, la continuità di questo sostegno e la conservazione del diritto alla reversibilità di un trattamento pensionistico genericamente collegato al periodo in cui sussisteva il rapporto coniugale) e del coniuge superstite (come forma di ultrattività della solidarietà coniugale, consentendo la prosecuzione del sostentamento prima assicurato dal reddito del coniuge deceduto (cfr. Cass., Sez. U., 24 settembre 2018, n. 22343). 

    A tal fine, il giudice deve tenere conto dell’elemento temporale (durata del matrimonio), la cui valutazione non può in nessun caso mancare, ma che, al contempo, non può divenire esclusivo nell’apprezzamento del giudice e deve tenere conto di ulteriori elementi, correlati, per l’appunto, al presupposto funzionale che presiede al trattamento di reversibilità, da individuare, come già detto, facendo riferimento all’entità dell’assegno di mantenimento goduto dal coniuge divorziato ed alle condizioni economiche dei due, nonché alla durata delle rispettive convivenze prematrimoniali (Corte Cass., 30 marzo 2004, n. 6272; Cass., 7 dicembre 2011, n. 26358; Cass., 15 ottobre 2020, n. 22399). 

    6.1 Tali profili della questione di legittimità, da un lato, non risultano definitivamente chiariti (non bastando certo un indirizzo di maggioranza a stabilire quale dei due è il più corretto e perciò debba prevalere); da un altro, lasciano residuare molte incertezze per le parti del giudizio (e i loro eredi o aventi causa), dipendenti da dati fattuali sopravvenuti che non si riassumono soltanto nel decesso dell’obbligato, ma anche nella velocità di accertamento del diritto dei pretesi beneficiari al godimento delle correlate prestazioni solidaristiche. 

    7. Per quanto esposto, il Collegio ritiene necessario inviare gli atti processuali al Primo Presidente perché valuti l’opportunità di rimettere l’esame della questione, per cui è causa, alle Sezioni Unite Civili. 

Cass. civ., sez. I, ord. interlocutoria, 29 ottobre 2021, n. 30750 Presidente Genovese – Relatore Caradonna

Cass. civ., sez. I, ord. interlocutoria, 29 ottobre 2021, n. 30750 

Presidente Genovese – Relatore Caradonna 

Rilevato che: 

1. Con la sentenza impugnata, la Corte d’appello di Ancona ha rigettato l’appello proposto da S.V., avverso la sentenza del Tribunale di Macerata n. (omissis), che aveva accertato il diritto di B.S. alla corresponsione dell’assegno divorzile di Euro 309,00 mensili, con onere a carico del coniuge Ba.La., sino al decesso dello stesso, avvenuto in data (omissis). 

2. La Corte territoriale, in ragione della sentenza non definitiva del 4 settembre 2013 (non impugnata), con la quale il Tribunale di Macerata aveva pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio e dell’intervenuto decesso del Ba. il (omissis), ha ritenuto ammissibile la domanda proposta dalla B. affermando che, mentre non poteva essere chiesto agli eredi del coniuge deceduto un assegno a titolo di mantenimento per il periodo successivo alla sua morte, non configurava una domanda nuova quella diretta ad ottenere la conferma della spettanza dell’assegno divorzile, già chiesta nei confronti del coniuge poi deceduto, fino alla data del decesso. 

3. I giudici di secondo grado hanno, poi, confermato la sentenza di primo grado, evidenziando che correttamente il giudice di primo grado, aveva valorizzato la situazione di bisogno della B. (piuttosto che il tenore di vita in costanza di matrimonio) e specificamente la circostanza che la stessa percepisse il solo assegno sociale INPS dell’importo di Euro 400,00, che la rendeva ugualmente priva di mezzi adeguati, e che la circostanza che la stessa potesse disporre di un’abitazione di proprietà dei figli non determinava alcun incremento dei redditi, di contro alla titolarità di un immobile in capo al Ba. e alla circostanza che lo stesso potesse contare su disponibilità derivanti dal precedente svolgimento di attività lavorativa, oltre che sulla pensione da lui percepita, il cui ammontare lordo era pari ad Euro 777,83 mensili. 

4. La sentenza della Corte di Appello di Ancona è stata impugnata da S.V., con atto affidato a cinque motivi. 

5. B.S. e Ba.An., Ba.Na. e Ba.Si., questi ultimi tre quali eredi di Ba.Fr., non hanno svolto difese. 

6. La ricorrente ha depositato, in data 9 settembre 2021, istanza ai sensi dell’art. 376 c.p.c., comma 2. 

Considerato che: 

1. Con il primo motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 e art. 9 bis nonché degli artt. 81 c.p.c., artt. 300 e 303 c.p.c., per avere rigettato l’istanza di declaratoria di cessazione della materia del contendere a far data dalla morte di Ba. il (omissis), e, quindi, con riguardo alle domande svolte da B.S. nel procedimento di riassunzione della causa di divorzio sul diritto al mantenimento. 

2. Con il secondo motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6 e art. 9 bis nonché degli artt. 303 e 183 c.p.c., per avere rigettato il motivo di appello relativo alla novità della domanda di riassunzione per diversità del petitum tra la domanda di mantenimento e la domanda di mantenimento in riassunzione, poiché funzionale ad acquisire la pensione di reversibilità. 

3. Con il terzo motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, in riferimento all’onere della prova sullo stato di bisogno. 

4. Con il quarto motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, comma 6, per avere la Corte omesso il giudizio comparativo tra le posizioni personali, economiche e patrimoniali degli ex coniugi, in particolare sul punto salute come meglio esposto al successivo motivo di ricorso n. 5 e l’importo delle reciproche pensioni, oltre ad avere tenuto conto del tenore di vita di Ba. 

5. Con il quinto motivo si lamenta, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame del primo motivo di appello con cui era stato dedotto il mancato esame dei documenti prodotti con la memoria integrativa depositata in data 20 marzo 2012, distinti con il n. da 5 a 10, relativi a referti medici dello stato di malattia di Ba.La. 

5.1 La censura proposta con il primo motivo, che assume rilievo decisivo e assorbente, implica l’esame della questione controversa, che è stata oggetto di contrasto nella giurisprudenza di questa Corte concernente le sorti del giudizio di separazione o divorzio quando intervenga, nel corso del loro svolgimento (come nel caso in esame), la morte di una parte e se, dunque, un evento simile determini la cessazione della materia del contendere, sia con riferimento al rapporto di coniugio, sia a tutti i profili economici connessi e, per quel che rileva in questa sede, in presenza del passaggio in giudicato della sentenza non definitiva che ha pronunciato lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, riguardo alla determinazione della quota della pensione di reversibilità in astratto spettante al coniuge divorziato e al coniuge superstite. 

5.2 I legislatore si è preoccupato di disciplinare gli effetti della morte di uno dei coniugi affermando il principio generale che l’obbligo dell’assegno divorzile cessa, oltre che con il passaggio a nuove nozze del coniuge beneficiario, anche con la morte dell’uno o dell’altro e che, nel caso di morte di quello obbligato, sorgono altri diritti sulla pensione di cui era titolare il coniuge deceduto a favore del beneficiario del precedente assegno. 

La L. 1 dicembre 1970, n. 898, art. 9 come modificato dalla L. 6 marzo 1987, n. 74, art. 13 dispone: “In caso di morte dell’ex coniuge e in assenza di un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, il coniuge, rispetto al quale è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e sempre che sia titolare di assegno ai sensi dell’art. 5, alla pensione di reversibilità, sempre che il rapporto da cui trae origine il trattamento pensionistico sia anteriore alla sentenza. 

3. Qualora esista un coniuge superstite avente i requisiti per la pensione di reversibilità, una quota della pensione e degli altri assegni a questi spettanti è attribuita dal tribunale, tenendo conto della durata del rapporto, al coniuge rispetto al quale è stata pronunciata la sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio e che sia titolare dell’assegno di cui allo art. 5. Se in tale condizione si trovino più persone, il tribunale provvede a ripartire fra tutti la pensione e gli altri assegni, nonché a ripartire tra i restanti le quote attribuite a chi sia successivamente morto o passato a nuove nozze”. 

5.3 Tanto premesso, prima di passare all’esame degli orientamenti contrastanti esistenti sulla delineata questione, mette conto rilevare che questa Corte, con sentenza 11 settembre 2019, n. 24041, ha confermato la sentenza impugnata che aveva sostenuto che il decesso del coniuge obbligato, avvenuto in data antecedente alla pronuncia della sentenza definitiva di primo grado emessa il (omissis) che aveva riconosciuto l’assegno di mantenimento al coniuge divorziato, non ostava all’attribuzione di una quota della pensione di reversibilità perché il riconoscimento giudiziale dell’assegno di mantenimento si poneva come presupposto del sostegno economico a favore del coniuge debole. Questa Corte in particolare, esaminando il ricorso incidentale condizionato proposto dal coniuge divorziato, lo ha ritenuto infondato, dando atto che, nel caso di specie, l’assegno divorzile era stato riconosciuto in data antecedente alla morte del coniuge obbligato (avvenuta in data (omissis) ), con sentenza non definitiva di divorzio pronunciata il 20 agosto 2009. La Corte, quindi, dopo avere dato atto che nella controversia oggetto del giudizio veniva in rilievo la pensione di reversibilità e la posizione del nuovo coniuge in quanto tale e non quale successore del defunto, ha affermato che assumeva rilievo il riconoscimento del diritto all’assegno in concreto e non in astratto, per effetto dell’intervenuta pronuncia giurisdizionale, che seppure non costituiva titolo azionabile nei confronti del suo destinatario, valeva – tuttavia- a consolidare la prestazione previdenziale che neppure doveva essere assistita dall’autorità del giudicato, bastando anche solo una pronuncia di merito (sul diritto all’assegno) a fondarne il presupposto. 

5.4 Già si è detto dell’esistenza del contrasto giurisprudenziale afferente alle sorti del giudizio di separazione o divorzio in caso di decesso di una delle parti. 

5.4.1 Secondo un primo orientamento giurisprudenziale (quello richiamato dai giudici di primo e secondo grado con i provvedimenti di questa Corte 11 aprile 2013, n. 8874 e 24 luglio 2014, n. 16951), che pure riconosce il fatto che il diritto al mantenimento abbia natura patrimoniale speciale, poiché, come previsto dall’art. 447 c.c., esso è indisponibile e incedibile e ha un carattere strettamente personale, la morte del soggetto obbligato, avvenuta durante il corso del giudizio, non determina la cessazione della materia del contendere, permanendo l’interesse della parte richiedente l’assegno al credito avente ad oggetto le rate scadute anteriormente alla data del decesso, credito che risulterebbe trasmissibile nei confronti degli eredi, con la conseguenza che il requisito della intrasmissibilità dell’obbligo di corresponsione dell’assegno divorzile non troverebbe applicazione, una volta proposta la domanda giudiziale, per il periodo successivo all’inizio del procedimento e fino alla data del decesso dell’ex coniuge obbligato, periodo nel quale permarrebbe l’interesse della parte richiedente l’assegno alla definitiva regolamentazione del suo diritto. 

5.4.2 In particolare, nella sentenza n. 8874 del 2013, i giudici di questa Corte non hanno condiviso l’assunto che il decesso del ricorrente determinasse la sopravvenuta carenza di interesse al ricorso, “in quanto, se è vero che la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, per ragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, deve osservarsi, con riferimento al caso di specie, che la pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio religioso integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto di impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e sulla quantificazione dell’assegno (cfr. Cass., 9 giugno 1992, n. 7089). Nel caso di specie il giudizio di legittimità (non interessato dal citato eventi interruttivo: Cass. 23 gennaio 2006, n. 1257), così come il precedente grado di appello, proseguiva unicamente per la determinazione dell’assegno, così comportando la necessità di definire una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale, non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi”. 

5.4.3. A conferma di ciò, la sentenza n. 16951 del 2014 ha ribadito che: 

– la pronuncia sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio integra un capo autonomo della sentenza che, in difetto d’impugnazione, passa in giudicato anche in pendenza di gravame contro le statuizioni sull’attribuzione e sulla quantificazione dell’assegno; 

– il procedimento per la definizione delle questioni di rilevanza patrimoniale non si estingue per cessazione della materia del contendere, ma prosegue, nonostante il decesso di uno dei coniugi; -la morte di uno dei coniugi determina la cessazione della materia del contendere nel giudizio di separazione e di divorzio in conseguenza del venir meno, per ragioni naturali, dello status, in quanto tale intrasmissibile agli eredi, ma si è in presenza di una situazione diversa nel caso in cui la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio sia già stata pronunciata e il giudizio di legittimità prosegue, anche unicamente, per la determinazione dell’assegno. 

Si è affermato, quindi, il principio secondo cui, ferma restando la pronuncia dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, ormai passata in giudicato, rimane da definire, nella sostanza, una questione di rilevanza esclusivamente patrimoniale ma non priva di riflessi sulla sfera giuridica delle parti e dei loro eredi. 

5.5 A fronte di tale orientamento, sin dagli anni ottanta, si è affermato un diverso indirizzo secondo cui la morte di uno dei coniugi, sopravvenuta in pendenza del giudizio di separazione personale o di divorzio, anche nella fase di legittimità, comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere, con riferimento al rapporto di coniugio e a tutti i profili economici connessi e l’evento della morte ha l’effetto di travolgere ogni pronuncia in precedenza emessa e non ancora passata in giudicato (Cass., 29 gennaio 1980, n. 661; Cass., 18 marzo 1982, n. 1757; Cass., 3 febbraio 1990, n. 740; Cass., 4 aprile 1997, n. 2944; Cass., 27 aprile 2006, n. 9689; Cass., 20 novembre 2008, n. 27556; Cass., 26 luglio 2013, n. 18130; Cass., 8 novembre 2017, n. 26489; Cass., 2 dicembre 2019, n. 31358). 

Con la sentenza 12 dicembre 2017, n. 29669, la Corte ha confermato lo stesso principio, precisando, tuttavia, che la morte di uno dei coniugi, in pendenza di giudizio di separazione personale, comporta la declaratoria di cessazione della materia del contendere e travolge tutte le precedenti pronunce emesse non ancora passate in giudicato, anche con riferimento alle istanze accessorie circa la regolamentazione dei rapporti patrimoniali attinenti alla cessazione della convivenza, mentre restano salve le domande autonome che, proposte nello stesso giudizio, riguardano diritti e rapporti patrimoniali indipendenti dalla modificazione soggettiva dello status, già acquisiti al patrimonio dei coniugi, e nei quali subentrano gli eredi. 

5.5.1 Successivamente, con la sentenza 20 febbraio 2018, n. 4092, questa Corte, esaminando la questione relativa agli effetti della morte del coniuge in relazione al passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio (così come nel presente giudizio, dove il Tribunale di Macerata ha pronunciato la cessazione degli effetti civili del matrimonio con sentenza del (OMISSIS) , come è pacifico, ormai passata in giudicato), partendo dal lato letterale della L. n. 898 del 1970, art. 4, comma 12, (che prevede che, nel caso in cui il tribunale pronunci sentenza non definitiva relativa alla cessazione degli effetti civili del matrimonio, il giudizio può continuare per la decisione relativa all’an e al quantum dell’assegno), ha affermato che, in tema di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, la morte del coniuge, anche nel corso del giudizio di legittimità, fa cessare la materia del contendere sia nel giudizio sullo “status” che in quello relativo alle domande accessorie, compreso il giudizio sulla richiesta di assegno divorzile, non assumendo alcun rilievo, in senso contrario, l’intervenuto passaggio in giudicato della sentenza non definitiva di divorzio, posto che l’obbligo di corresponsione di tale assegno è personalissimo e non trasmissibile agli eredi, trattandosi di posizione debitoria inscindibilmente legata a uno “status” personale, che può essere accertata solo in relazione alla persona cui detto “status” si riferisce. 

Più specificamente, la Corte, nella sentenza da ultimo richiamata, ha ritenuto di aderire al secondo indirizzo, definito prevalente, perché “esso appare più coerente al presupposto indiscusso secondo cui la morte del coniuge, in pendenza di giudizio di separazione o divorzio, anche nella fase di legittimità davanti a questa Corte, fa cessare il rapporto coniugale e la stessa materia del contendere sia sul giudizio relativo allo status che su quello relativo alle domande accessorie. Tale principio legale deve estendersi anche alle domande accessorie che sono “autonomamente” sub judice al momento della morte del coniuge nei cui confronti era stato richiesta l’assegno. Infatti se è vero che la pronuncia del divorzio, con sentenza non definitiva, non è più tangibile, per effetto del suo passaggio in giudicato, la pendenza del giudizio sulle domande accessorie al momento della morte non può costituire una causa di scissione del carattere unitario proprio del giudizio di divorzio. Se la pronuncia non definitiva sullo status si legittima nell’ottica di una attribuzione non procrastinabile dello status di divorziato ai fini della riacquisizione della libera determinazione delle scelte personali degli ex coniugi, connessa alla fine dello status derivante dal matrimonio, e in quanto tale status non ha più ragione di perdurare, è nello stesso tempo indiscutibile che solo ragioni di complessità istruttoria giustificano la pronuncia differita sulle domande accessorie. Tali ragioni se non possono costituire il presupposto per una dilazione ingiustificata sulla pronuncia relativa allo status non possono altresì costituire una fonte di deroga al principio per cui l’obbligo di contribuire al mantenimento dell’ex coniuge è personalissimo e non trasmissibile proprio perché si tratta di una posizione debitoria inscindibilmente legata a uno status personale e che conserva questa connotazione personalissima perché può essere accertata solo in relazione all’esistenza della persona cui lo status personale si riferisce”. 

5.5.2. Ciò con una duplice conseguenza: per un verso deve ritenersi improseguibile, nei confronti degli eredi del coniuge, l’azione intrapresa per il riconoscimento del diritto all’assegno divorzile; per altro verso, gli eredi non possono subentrare nella posizione processuale del coniuge obbligato al fine di fare accertare l’insussistenza del suo obbligo di contribuire al mantenimento e di ottenere la restituzione delle somme versate sulla base di provvedimenti interinali o non definitivi. 

5.5.3 Da ultimo, questa Corte, con ordinanza 21 gennaio 2021, n. 1079, in una fattispecie in cui la ricorrente aveva denunciato la violazione e falsa applicazione dell’art. 149 c.c., comma 1, affermando il suo interesse ad ottenere la dichiarazione di nullità o di inefficacia della pronuncia di divorzio e della cessazione della materia del contendere, per effetto del decesso del coniuge e del conseguente scioglimento del matrimonio, verificatisi prima del passaggio in giudicato della sentenza di primo grado, ha ribadito il principio (già statuito da questa Corte nelle sentenze 17 luglio 2009, n. 16801 e 18 agosto 1992, n. 9592) che avverso la sentenza dichiarativa della cessazione degli effetti civili del matrimonio, intervenuta successivamente alla morte di una delle parti, è ammissibile l’appello della parte superstite, al fine di ottenere una pronuncia di cessazione della materia del contendere, essendo gli effetti civili del matrimonio già venuti meno per la morte di uno dei coniugi, ai sensi dell’art. 149 c.c., sicché nel giudizio d’impugnazione sono legittimati processuali ex art. 110 c.p.c. gli eredi della parte deceduta in qualità di successori universali, ancorché ad essi non sia trasmissibile il diritto controverso. 

6. Alla stregua del quadro normativo esistente e del corredo giurisprudenziale che precede e con riferimento al caso in esame, la questione che si pone è, dunque, se il coniuge divorziato abbia o meno diritto alla pensione di reversibilità, o ad una sua quota, quando il diritto all’assegno divorzile non venga riconosciuto giudizialmente (sia nella sua esistenza, sia nel suo ammontare), per la sopravvenuta morte del coniuge obbligato, pur essendo passata in giudicato la statuizione sullo status di divorziato assunta con sentenza non definitiva, non senza tacere degli ulteriori risvolti in tema di legittimazione processuale e sostanziale dell’altro coniuge e degli eredi del coniuge deceduto e di riassunzione del processo nei loro confronti. 

Giova ricordare, in proposito, anche alla luce della sentenza interpretativa di rigetto della Corte Costituzionale n. 419 del 4 novembre 1999, che l’attribuzione al coniuge divorziato di una quota della pensione di reversibilità ha una funzione solidaristica, che è la medesima dell’assegno di divorzio, finalizzata alla continuazione del sostegno economico in favore dell’ex coniuge (il quale, avendo diritto a ricevere dal titolare diretto della pensione mezzi necessari per il proprio adeguato sostentamento, vede riconosciuta, la continuità di questo sostegno e la conservazione del diritto alla reversibilità di un trattamento pensionistico genericamente collegato al periodo in cui sussisteva il rapporto coniugale) e del coniuge superstite (come forma di ultrattività della solidarietà coniugale, consentendo la prosecuzione del sostentamento prima assicurato dal reddito del coniuge deceduto (cfr. Cass., Sez. U., 24 settembre 2018, n. 22343). 

A tal fine, il giudice deve tenere conto dell’elemento temporale (durata del matrimonio), la cui valutazione non può in nessun caso mancare, ma che, al contempo, non può divenire esclusivo nell’apprezzamento del giudice e deve tenere conto di ulteriori elementi, correlati, per l’appunto, al presupposto funzionale che presiede al trattamento di reversibilità, da individuare, come già detto, facendo riferimento all’entità dell’assegno di mantenimento goduto dal coniuge divorziato ed alle condizioni economiche dei due, nonché alla durata delle rispettive convivenze prematrimoniali (Corte Cass., 30 marzo 2004, n. 6272; Cass., 7 dicembre 2011, n. 26358; Cass., 15 ottobre 2020, n. 22399). 

6.1 Tali profili della questione di legittimità, da un lato, non risultano definitivamente chiariti (non bastando certo un indirizzo di maggioranza a stabilire quale dei due è il più corretto e perciò debba prevalere); da un altro, lasciano residuare molte incertezze per le parti del giudizio (e i loro eredi o aventi causa), dipendenti da dati fattuali sopravvenuti che non si riassumono soltanto nel decesso dell’obbligato, ma anche nella velocità di accertamento del diritto dei pretesi beneficiari al godimento delle correlate prestazioni solidaristiche. 

7. Per quanto esposto, il Collegio ritiene necessario inviare gli atti processuali al Primo Presidente perché valuti l’opportunità di rimettere l’esame della questione, per cui è causa, alle Sezioni Unite Civili. 

P.Q.M. 

La Corte rimette gli atti al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione della presente causa alle Sezioni Unite civili. 

In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52 in quanto imposto dalla legge. 

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Una attribuzione patrimoniale a favore del convivente more uxorio può configurarsi come adempimento di un’obbligazione naturale allorchè la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens (Cass. n. 3713 del 13/03/2003Cass. n. 14732 del 07/06/2018Cass. n. 11303 del 12/06/2020). A monte vi è da considerare che “L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicchè non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale. E’, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza” (Cass. n. 11330 del 15/05/2009).

– Per giurisprudenza consolidata, incombe a colui che promuove l’azione di indebito arricchimento ex art. 2041 c.c. provarne i fatti costitutivi, e cioè il pregiudizio proprio e la dipendenza di questo da una non giustificata locupletazione del convenuto (Cass. N. 1061/1963).

In particolare in materia di rapporti fra conviventi more uxorio- secondo i principi enunciati dalla Suprema Corte, richiamati dalla stessa difesa dell’attore- l’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale; è, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente “more uxorio” nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza (cfr., ex multis, Cass. Civ. n. 14732/2018;Cass. Civ. n. 11330/2009).

Nel caso in esame fra l’attore e la convenuta è intercorso un rapporto di convivenza protratto per quasi ventisei anni, nel corso del quale sono nati due figli.

La convivenza fra le parti si è concretizzata, quindi, in una unione di fatto, quale formazione sociale rilevante ex art. 2 Cost., caratterizzata da doveri di natura morale e sociale, di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale e si configurano come adempimento di un’obbligazione naturale ex art. 2034 c.c. ove siano rispettati i principi di proporzionalità ed adeguatezza (Cass. n. 1266/2016).

Nel presente giudizio era, quindi, onere del sig. C. dimostrare-e ancora prima chiaramente allegare-gli esborsi effettuati a vantaggio esclusivo della convivente ed altresì le circostanze oggettive dalle quali desumere che tali esborsi si collocassero oltre la soglia di proporzionalità ed adeguatezza del doveroso contributo al mantenimento della famiglia e dei figli rispetto ai mezzi di ciascuno dei partners; solo le prestazioni patrimoniali eccedenti tale soglia avrebbero potuto costituire oggetto di arricchimento indebito in favore dell’ex convivente, in quanto esulanti dall’adempimento delle predette obbligazioni naturali.

L’attore non ha assolto, invece, tale onere di allegazione e prova.

A fondamento della domanda ex art. 2041 c.c. l’attore ha evidenziato che il conto corrente cointestato n. (…) acceso presso l’istituto bancario I.S.P. di via V., M. era stato alimentato unicamente dallo stesso C., avendo la F. versato solamente il proprio stipendio in 3 occasioni in circa venti anni, ovvero in data gennaio 2010, febbraio 2010 e marzo 2010 per un totale di Euro 1.616,27; i guadagni della cartoleria non risultano essere stati mai depositati sul conto cointestato della coppia, bensì sul conto corrente intestato unicamente alla convenuta, aperto presso B.I. di viale Ajaccio Abi 03069- Cab 09589 e successivamente trasferito presso la D.B. al c/c n. (…).

Nella comparsa conclusionale l’attore ha riassunto le proprie allegazioni e ha asserito di avere documentato le seguenti circostanze: l’immobile di Viale U. n. 21/4, acquistato in comproprietà nell’ottobre 1997 risulta “per tabulas essere stato pagato con un mutuo, le cui rate venivano addebitate direttamente sul sopra citato conto corrente cointestato alimentato dal solo stipendio del C.”; sul predetto conto corrente, è stato anche addebitato il pagamento dell’assicurazione sulla vita intestata alla signora L.F. per l’importo mensile di Euro 129,11 annui dal 1997 sino al 2018; l’acquisto dell’immobile sito via U. di N. 3, M., di 140 mq, risulta essere stato pagato con un mutuo, le cui rate venivano addebitate direttamente sul conto corrente cointestato e, pertanto, l’importo complessivo per l’acquisto del suddetto immobile ammontante ad Euro 104.079,19 è stato pagato a partire dal 2 novembre 2004 sino al 20 giugno 2018 con lo stipendio del solo signor C.; l’attore ha partecipato al riacquisto dell’edicola della famiglia F. venduta in precedenza, con Euro 40.000,00 di cambiali ed anticipazione sulla pensione, pari ad Euro 9.000,00; sul conto corrente acceso dalla F. presso la D.B. è stata accreditata una parte dell’importo dell’anticipo pensionistico del sig. C., pari ad Euro 6.000,00, nonché la somma di Euro 5.600,00 quale quota del rimborso della polizza vita della F., nonostante le relative rate nel corso degli anni fossero state pagate con il solo stipendio del signor C.; C. ha corrisposto a favore della F. la somma di Euro 15.000,00, reperita dallo stesso attraverso un finanziamento A.D. dell’importo di Euro 15.000,00, le cui rate dell’importo di Euro 350,00 venivano addebitate sul conto cointestato; C. ha acquisto nel Febbraio 2016 per la signora F., con intestazione alla medesima,l’autovettura Volkswagen Up dell’importo di Euro 13.000,00 con finanziamento Volkswagen da Euro 203,25 mensili addebitata sempre sul conto corrente cointestato, alimentato con le sole entrate del C..

1.2- Si rileva che le allegazioni dell’attore devono essere valutate alla stregua della documentazione prodotta, considerato che vanno respinte le sue istanze di prova orale e di CTU.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCRIMA Antonietta – Presidente –

Dott. VALLE Cristiano – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. PORRECA Paolo – Consigliere –

Dott. GORGONI Marilena – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 33302-2019 proposto da:

G.S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA FRANCESCO ORESTANO 21, presso lo studio dell’avvocato FABIO PONTESILLI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato SILVIA PAJANI;

– ricorrente –

contro

C.M.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 217/2019 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE, depositata il 04/04/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio non partecipata del 27/04/2021 dal Consigliere Relatore Dott. GORGONI MARILENA.

Svolgimento del processo

che:

G.S. ricorre per la cassazione della sentenza n. 217/2019 della Corte d’Appello di Trieste, pubblicata il 4 aprile 2019, articolando due motivi.

Nessuna attività difensiva è svolta dall’intimata.

Il ricorrente espone di aver citato, dinanzi al Tribunale di Udine, C.M., ex compagna convivente, per ottenerne la condanna al pagamento di Euro 92.042,01 o della diversa minor somma corrispondente a quanto pagato per eseguire una serie di lavori ed opere nell’immobile di proprietà della convenuta.

Il Tribunale, con sentenza del 26 ottobre 2017, accoglieva la domanda attorea e condannava la convenuta a corrispondere Euro 82.583,83, ritenendo gli esborsi effettuati da G.S. non riconducibili alla solidarietà conseguente alla comunanza di affetti, durata solo quattro anni, anche in considerazione delle ulteriori spese sostenute per il mènage familiare, dell’esclusivo vantaggio ricavatone dalla proprietaria dell’immobile e dell’obiettiva consistenza della somma impiegata rispetto al reddito dell’attore e al suo complessivo patrimonio.

C.M. impugnava la predetta sentenza dinanzi alla Corte d’Appello di Trieste, ritenendola viziata per extrapetizione, avendo accolto la domanda dell’odierno ricorrente proposta tardivamente, solo sanandone l’erronea qualificazione, e ritenendo ricorrenti i presupposti di cui all’art. 2041 c.c., anzichè quelli di cui all’art. 2034 c.c. La Corte d’Appello, con il pronunciamento oggetto dell’odierno ricorso, accoglieva il gravame, ritenendo che G.S. avesse dato il consenso al verificarsi dello squilibrio patrimoniale, giacchè aveva partecipato attivamente ai lavori di ristrutturazione, scegliendo in modo autonomo gli impianti e gli arredi da utilizzare nella casa della convenuta destinata a residenza familiare, persino scontrandosi con la ex convivente che aveva dimostrato di aver reputato talune scelte eccessive, aveva volontariamente deciso di farsi carico di una parte delle spese di ristrutturazione dell’immobile; qualificava le prestazioni effettuate da G.S. come obbligazioni naturali, trovando esse giustificazione nei doveri di carattere morale e civile di solidarietà e di reciproca assistenza nei confronti della partner e della figlia e non travalicando i limiti di proporzionalità e di adeguatezza rispetto ai mezzi di cui l’adempiente disponeva e all’interesse da soddisfare (i redditi da lavoro dei due conviventi erano simili nell’ammontate, ma il patrimonio immobiliare e mobiliare di G.S. nel 2013, anno di cessazione della convivenza, era risultato di 500.000,00 Euro).

Avendo ritenuto sussistenti le condizioni per la trattazione ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., il relatore designato ha redatto proposta che è stata ritualmente notificata, unitamente al decreto di fis azione dell’adunanza della Corte.

Il ricorrente ha depositato memoria.

Motivi della decisione

che:

  1. Con il primo motivo il ricorrente deduce, ex art. 360c.p.c., comma 1, n. 3, la “Violazione o falsa applicazione della norma di cui all’art. 2041c.c.”, per non avere la sentenza impugnata tenuto conto che le prestazioni effettuate trovavano ragione nel programma di vita comune con C.M. che, però, era naufragato dopo solo quattro anni. L’assunto da cui risulta partita la Corte d’Appello, cioè l’inconciliabilità tra la convivenza more uxorio e l’azione di arricchimento senza causa nell’ipotesi di prestazioni rese da un convivente a favore dell’altro per ristrutturare o costruire la dimora comune, posto che tali elargizioni sono inevitabilmente spontanee, si porrebbe in contrasto – secondo la prospettazione del ricorrente – con la giurisprudenza di legittimità. L’erroneità della decisione impugnata emergerebbe proprio dal confronto con l’orientamento di questa Corte, più volte espressasi sulla sussistenza del diritto dell’ex convivente di esperire l’azione di ingiustificato arricchimento, a prescindere dalla spontaneità delle elargizioni, ove le stesse abbiano portato al vantaggio dell’altro, esorbitino i limiti di proporzionalità e di adeguatezza, atteso che la volontarietà del conferimento è indirizzata non solo a vantaggio del partner proprietario esclusivo, ma alla formazione e fruizione del bene comune, escludendo che il conferimento possa configurarsi alla stregua di un’attribuzione spontanea a favore dell’accipiens ovvero di una disposizione liberale.

Il motivo è infondato.

La sentenza in scrutinio ha affermato, con accertamento di fatto, non adeguatamente censurato, che l’importo delle operazioni effettuate dovesse essere ricondotto all’adempimento di un dovere morale e sociale, così da rientrare nella previsione di irripetibilità di cui all’art. 2034 c.c., in quanto non esorbitante dalle esigenze familiari e rispettoso dei minimi di proporzionalità ed adeguatezza di cui alla medesima disposizione.

La conclusione della sentenza impugnata è coerente con l’affermazione della giurisprudenza di questa Corte, secondo la quale un’attribuzione patrimoniale a favore del convivente more uxorio può configurarsi come adempimento di un’obbligazione naturale allorchè la prestazione risulti adeguata alle circostanze e proporzionata all’entità del patrimonio e alle condizioni sociali del solvens (Cass. n. 3713 del 13/03/2003Cass. n. 14732 del 07/06/2018Cass. n. 11303 del 12/06/2020). A monte vi è da considerare che “L’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicchè non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale. E’, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente more uxorio nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza” (Cass. n. 11330 del 15/05/2009).

Quella proposta dall’odierno ricorrente è, dunque, una doglianza di merito tendente alla rivalutazione dei dati processuali, non deducibile in sede di legittimità, se non nei ristretti limiti in cui è, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., n. 5, ora consentito denunciare vizi di motivazione, che nel caso specifico non ricorrono, avendo i giudici di merito correttamente giustificato il loro convincimento, circa la configurabilità della prestazione di G.S. come adempimento di un’obbligazione naturale, allorchè hanno rilevato che sussisteva un rapporto di proporzionalità tra le opere realizzate e l’adempimento dei doveri morali e sociali da lui assunti nell’ambito della convivenza di fatto connotata dalla presenza di prole.

2.Con il secondo motivo il ricorrente lamenta, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, la “Violazione o falsa applicazione della norma di cui all’art. 2034 c.c. e per omesso esame di un fatto decisivo”, per non avere la Corte d’Appello considerato che le prestazioni oggetto di controversia non erano andate a vantaggio della prole, ma solo di C.M., avendo incrementato il valore di un bene di sua proprietà senza essere strumentali alle concrete esigenze quotidiane.

Il motivo è inammissibile.

Esso non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata quanto all’inquadramento della fattispecie nell’ambito concettuale dell’obbligazione naturale, ravvisata nella riconduzione delle prestazioni rese nei doveri di carattere morale e civile di solidarietà e reciproca assistenza nei confronti del partner e, soprattutto, dei figli, in considerazione del fatto che i due conviventi avevano in vista il proposito, poi realizzato, di vivere insieme e creare una famiglia, decidendo di rendere l’immobile di proprietà esclusiva di C.M. confacente alle esigenze della coppia e della nascitura e del loro auspicato stile di vita (p. 5 della sentenza).

Questa ratio decidendi non è in alcun modo investita dalle censure del ricorrente che in tutta evidenza si sostanziano in una sollecitazione, rivolta a questa Corte, a rivalutare gli accertamenti fattuali: sollecitazione che, però, è estranea al perimetro del sindacato di legittimità, perchè incompatibile con i suoi caratteri morfologici e funzionali. L’accoglimento di tale richiesta implicherebbe la trasformazione del processo di cassazione in un terzo giudizio di merito, nel quale ridiscutere il contenuto di fatti e di vicende del processo e dei convincimenti del giudice maturati in relazione ad essi – evidentemente non graditi – al fine di ottenere la sostituzione di questi ultimi con altri più collimanti con propri desiderata, rendendo, in ultima analisi, fungibile la ricostruzione dei fatti e le valutazioni di merito con il sindacato di legittimità avente ad oggetto i provvedimenti di merito.

  1. Ne consegue l’inammissibilità del ricorso.
  2. Nulla deve essere liquidato per le spese, non avendo l’intimata svolto attività difensiva in questa sede.
  3. Seguendo l’insegnamento di Cass., Sez. Un., 20/02/2020 n. 4315, si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2012, art. 13, comma 1 quater, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da corrispondere per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello da corrispondere per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto Depositato in Cancelleria il 1 luglio 2021

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

TRIBUNALE ORDINARIO di MILANO

QUINTA CIVILE

Il Tribunale, nella persona del Giudice dott. Margherita Monte

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nella causa civile di I Grado iscritta al n. r.g. 37891/2019 promossa da:

P.C. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. PROTO ENRICA CRISTINA, elettivamente domiciliato in VIA PAISIELLO 1 MILANO presso il difensore avv. PROTO ENRICA CRISTINA

ATTORE

contro

L.F. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. CICCARONE ADRIANA, elettivamente domiciliato in VIA MAMELI, 20 20129 MILANO presso il difensore avv. CICCARONE ADRIANA

CONVENUTA

OGGETTO: Arricchimento senza causa

Svolgimento del processo – Motivi della decisione

L’attore sig. P.C. ha citato in giudizio la convenuta sig.ra L.F., chiedendo la sua condanna, ai sensi dell’art. 2041 del c.c., al pagamento dell’indennizzo di Euro 143.679,19, per l’ingiustificato arricchimento che la stessa convenuta avrebbe conseguito per effetto degli esborsi effettuati da C. durante il periodo di convivenza more uxorio. L’attore, in via subordinata, chiede ai sensi dell’art. 2033 del c.c. la condanna della convenuta alla ripetizione dell’indebito, per un importo corrispondente a quello suindicato. L’attore allega di avere conosciuto la sig.ra F. nel 1995 e di avere convissuto more uxorio sino al maggio del 2018; di avere aperto il conto corrente n. (…) presso I.S. di via V. in M., cointestato con la F., sul quale nel corso della convivenza erano confluiti solo gli stipendi dell’attore, mentre la F. aveva provveduto ad effettuare versamenti del proprio stipendio solo in tre occasioni “in data gennaio , febbraio 2010 e marzo 2010; di avere acquistato, nell’ottobre del 1997, in comproprietà con la F. l’immobile di Viale U. n. 21/4 in M., aprendo un mutuo le cui rate venivano addebitate sul conto cointestato suindicato. Secondo le allegazioni di parte attrice, sul conto cointestato erano stati addebitati i premi relativi al pagamento dell’assicurazione sulla vita intestata alla sig.ra F., “per l’importo mensile di Euro 129,11 annui dal 1997 fino al 2018”; a seguito della nascita dei due figli, la coppia aveva deciso di acquistare l’abitazione di via U. di N. 3- intestata alla madre della sig.ra F., V.R.M. – per un importo complessivo di Euro 104.079,19 euro, il cui ammontare era stato pagato dal 2 novembre 2004 al 29 giugno 2018, con lo stipendio del C.. L’attore allega, inoltre, che nel 2010, al fine di riacquistare l’edicola della famiglia F., si era indebitato per la somma di 40.000 euro, a titolo di cambiali, ritirando un anticipo sulla pensione corrispondente a Euro 9.000,00 e che aveva erogato un prestito alla F. di Euro 15.000, per il quale era stato contratto un finanziamento A.D. del medesimo importo; le rate di questo finanziamento- di Euro 350 l’una – venivano addebitate sul conto cointestato. L’attore afferma, altresì, di avere contratto un finanziamento di Euro 13.000 a partire dal febbraio 2016, per l’acquisto dell’autovettura Volkswagen Up, con addebito mensile sul conto corrente cointestato di 203,25 euro. Il sig. C. afferma, infine, di percepire uno stipendio di 1600 euro mensili e di essere proprietario unicamente della quota pari al 50% del bilocale di Viale U. e dell’autovettura Audi Q3.

La sig.ra F. si è costituita in giudizio, chiedendo il rigetto delle domande avversarie, siccome infondate in fatto e in diritto, insistendo altresì per la condanna dell’attore al risarcimento dei danni per lite temeraria, ai sensi dell’art. 96 c.p.c. In punto di fatto, con riferimento all’acquisto dell’immobile di Viale U. n. 21/4 la sig.ra F. ha replicato che la coppia aveva acquistato l’immobile per un importo di 100.000.000 di lire, ottenendo un sostegno dalla famiglia della stessa convenuta per un importo di 20.000.000 di lire. La F. replica che il sig. C. aveva ricevuto dalla sig.ra V. (madre della convenuta) l’importo di Euro 300 mensili, fino a tutto il 2016, per un importo complessivo di 10.200 euro. A partire dal 2008-2009 l’immobile di Viale U. n. 21/4 era stato locato alla sig.ra V., la quale aveva corrisposto al sig. C. la somma di Euro 1000 mensili, per la durata di 19 mesi, per il totale di 19.000 euro; dal 1 maggio 2017 al mese di aprile 2019 C. aveva percepito dal successivo inquilino (subentrato alla sig.ra V.) la somma di Euro 600 mensili, per un totale di 7.200 euro; dal mese di maggio 2019, invece, la sig.ra F. aveva chiesto all’inquilino di pagare la metà dell’importo a ognuno dei proprietari. Quanto all’acquisto dell’immobile di via U. di N. n. 3, la convenuta ha replicato che l’abitazione era stata acquistata per un importo di 179.600,00 e che al 30.9.2019 il mutuo residuo ammontava ad Euro 114.873,02 su un mutuo complessivo di Euro 165.000,00. La convenuta allega, inoltre, che per l’acquisto della cartoleria erano state sottoscritte cambiali, per un importo di Euro 39.000, interamente pagate dalla stessa convenuta e che C. aveva ritirato la somma di Euro 9.000, come anticipo sulla pensione, non per aiutare la convenuta nell’acquisto della cartoleria, ma per l’acquisto di un Audi Q3, cointestata alla coppia. Quanto al finanziamento di Euro 15.000, la convenuta ha eccepito che la somma era stata restituita, per un verso, con versamenti mensili di Euro 450 per 15 mesi, uno di Euro 500 e uno di Euro 600 (per un importo complessivo di Euro 7.850); per altro verso, con il pagamento delle rate di leasing dell’Audi Q3, per le quali la convenuta aveva pagato per 5 anni una rata mensile variabile da 522,41 euro a 529,62 euro, alle quali si è aggiunta la rata finale di riscatto di Euro 7.249,30.

Dopo il deposito delle memorie ex art. 183, VI comma, c.p.c. la causa è stata assunta in decisione sulla base degli atti e dei documenti depositati.

In via preliminare si rileva la convenuta ha eccepito per la prima volta nella comparsa conclusionale la nullità della citazione per inosservanza dei termini a comparire; l’eccezione va respinta, perché in ogni caso la costituzione della convenuta ha sanato l’asserita nullità, non avendo la convenuta tempestivamente dedotto l’inosservanza dei termini a norma dell’art. 164, III comma c.p.c.

Si rileva, inoltre, preliminarmente che dopo l’udienza del 9.12.2020 in cui la causa è stata assunta in decisione, il procuratore della convenuta ha depositato nel fascicolo telematico in data 13.1.2021 una “Nota di deposito documenti” sub (…)) Bonifici V./C. per Euro 300,00 mensili; (…)) Bonifici V. – F./ C. per Euro 1.000,00 mensili; (…)) Versamenti inquilino per Euro 600,00 a C.; (…)) Cambiali pagate da F. per Euro. 39.000,00, asserendo: “la scrivente ha potuto constatare che la cancelleria erroneamente non ha scaricato correttamente i documenti prodotti con la comparsa di costituzione e risposta dal n. 3 al n. 6, che pertanto rideposita”. Tale produzione è stata contestata dal procuratore dell’attore nella memoria di replica ex art. 190 c.p.c., nella quale ha eccepito la tardività della produzione documentale effettuata con nota di deposito del 13 Gennaio 2021 con la quale “furbescamente controparte ha introdotto nel giudizio una serie di documenti, depositati dopo lo spirare del termine di cui all’articolo 183 comma VI c.p.c., addossando grottescamente la colpa alla Cancelleria”. Al riguardo si dà atto che nel fascicolo telematico non sono stati depositati dal procuratore della convenuta i documenti indicati come prodotti nella comparsa di costituzione sub (…),(…),(…),(…) e non risulta che si sia trattato di un disservizio della Cancelleria e, peraltro, sarebbe stato onere del procuratore della parte verificare il buon esito del deposito telematico dei documenti indicati nella comparsa di costituzione e, in caso di omesso deposito per causa non imputabile al procuratore, avrebbe dovuto formulare istanza di rimessione in termini ex art. 153, II prima del maturarsi delle preclusioni istruttorie e, comunque, prima dell’assunzione della causa in decisione, per consentire alla controparte di verificare i documenti depositati. Ne consegue che è tardiva e, dunque, inammissibile la produzione dei documenti depositati sub (…)-(…) con la nota telematica in data 13.1.2021, dei quali non si terrà conto ai fini della decisione.

Ciò premesso, sulle domande dell’attore si rileva quanto segue.

1)- La domanda principale d’ingiustificato arricchimento va respinta.

1.1- Per giurisprudenza consolidata, incombe a colui che promuove l’azione di indebito arricchimento ex art. 2041 c.c. provarne i fatti costitutivi, e cioè il pregiudizio proprio e la dipendenza di questo da una non giustificata locupletazione del convenuto (Cass. N. 1061/1963).

In particolare in materia di rapporti fra conviventi more uxorio- secondo i principi enunciati dalla Suprema Corte, richiamati dalla stessa difesa dell’attore- l’azione generale di arricchimento ha come presupposto la locupletazione di un soggetto a danno dell’altro che sia avvenuta senza giusta causa, sicché non è dato invocare la mancanza o l’ingiustizia della causa qualora l’arricchimento sia conseguenza di un contratto, di un impoverimento remunerato, di un atto di liberalità o dell’adempimento di un’obbligazione naturale; è, pertanto, possibile configurare l’ingiustizia dell’arricchimento da parte di un convivente “more uxorio” nei confronti dell’altro in presenza di prestazioni a vantaggio del primo esulanti dal mero adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza – il cui contenuto va parametrato sulle condizioni sociali e patrimoniali dei componenti della famiglia di fatto – e travalicanti i limiti di proporzionalità e di adeguatezza (cfr., ex multis, Cass. Civ. n. 14732/2018;Cass. Civ. n. 11330/2009).

Nel caso in esame fra l’attore e la convenuta è intercorso un rapporto di convivenza protratto per quasi ventisei anni, nel corso del quale sono nati due figli.

La convivenza fra le parti si è concretizzata, quindi, in una unione di fatto, quale formazione sociale rilevante ex art. 2 Cost., caratterizzata da doveri di natura morale e sociale, di ciascun convivente nei confronti dell’altro, che si esprimono anche nei rapporti di natura patrimoniale e si configurano come adempimento di un’obbligazione naturale ex art. 2034 c.c. ove siano rispettati i principi di proporzionalità ed adeguatezza (Cass. n. 1266/2016).

Nel presente giudizio era, quindi, onere del sig. C. dimostrare-e ancora prima chiaramente allegare-gli esborsi effettuati a vantaggio esclusivo della convivente ed altresì le circostanze oggettive dalle quali desumere che tali esborsi si collocassero oltre la soglia di proporzionalità ed adeguatezza del doveroso contributo al mantenimento della famiglia e dei figli rispetto ai mezzi di ciascuno dei partners; solo le prestazioni patrimoniali eccedenti tale soglia avrebbero potuto costituire oggetto di arricchimento indebito in favore dell’ex convivente, in quanto esulanti dall’adempimento delle predette obbligazioni naturali.

L’attore non ha assolto, invece, tale onere di allegazione e prova.

A fondamento della domanda ex art. 2041 c.c. l’attore ha evidenziato che il conto corrente cointestato n. (…) acceso presso l’istituto bancario I.S.P. di via V., M. era stato alimentato unicamente dallo stesso C., avendo la F. versato solamente il proprio stipendio in 3 occasioni in circa venti anni, ovvero in data gennaio 2010, febbraio 2010 e marzo 2010 per un totale di Euro 1.616,27; i guadagni della cartoleria non risultano essere stati mai depositati sul conto cointestato della coppia, bensì sul conto corrente intestato unicamente alla convenuta, aperto presso B.I. di viale Ajaccio Abi 03069- Cab 09589 e successivamente trasferito presso la D.B. al c/c n. (…).

Nella comparsa conclusionale l’attore ha riassunto le proprie allegazioni e ha asserito di avere documentato le seguenti circostanze: l’immobile di Viale U. n. 21/4, acquistato in comproprietà nell’ottobre 1997 risulta “per tabulas essere stato pagato con un mutuo, le cui rate venivano addebitate direttamente sul sopra citato conto corrente cointestato alimentato dal solo stipendio del C.”; sul predetto conto corrente, è stato anche addebitato il pagamento dell’assicurazione sulla vita intestata alla signora L.F. per l’importo mensile di Euro 129,11 annui dal 1997 sino al 2018; l’acquisto dell’immobile sito via U. di N. 3, M., di 140 mq, risulta essere stato pagato con un mutuo, le cui rate venivano addebitate direttamente sul conto corrente cointestato e, pertanto, l’importo complessivo per l’acquisto del suddetto immobile ammontante ad Euro 104.079,19 è stato pagato a partire dal 2 novembre 2004 sino al 20 giugno 2018 con lo stipendio del solo signor C.; l’attore ha partecipato al riacquisto dell’edicola della famiglia F. venduta in precedenza, con Euro 40.000,00 di cambiali ed anticipazione sulla pensione, pari ad Euro 9.000,00; sul conto corrente acceso dalla F. presso la D.B. è stata accreditata una parte dell’importo dell’anticipo pensionistico del sig. C., pari ad Euro 6.000,00, nonché la somma di Euro 5.600,00 quale quota del rimborso della polizza vita della F., nonostante le relative rate nel corso degli anni fossero state pagate con il solo stipendio del signor C.; C. ha corrisposto a favore della F. la somma di Euro 15.000,00, reperita dallo stesso attraverso un finanziamento A.D. dell’importo di Euro 15.000,00, le cui rate dell’importo di Euro 350,00 venivano addebitate sul conto cointestato; C. ha acquisto nel Febbraio 2016 per la signora F., con intestazione alla medesima,l’autovettura Volkswagen Up dell’importo di Euro 13.000,00 con finanziamento Volkswagen da Euro 203,25 mensili addebitata sempre sul conto corrente cointestato, alimentato con le sole entrate del C..

1.2- Si rileva che le allegazioni dell’attore devono essere valutate alla stregua della documentazione prodotta, considerato che vanno respinte le sue istanze di prova orale e di CTU.

L’attore ha formulato, infatti, una prova testimoniale volta a confermare i seguenti capitoli: 1) “Vero che il signor P.C. nei mesi di giugno/luglio 2013 ha personalmente eseguito opere di ripristino del locale, di illuminazione e di muratura?”; 2) “Vero che il signor P.C. ha acquistato, a proprie spese, i materiali necessari per la ristrutturazione e acquisto dei primi materiali della cartoleria?”; 3) “Vero che il signor P.C. a far data dal 2010, anno di riacquisto della cartoleria, e sino all’anno 2017, ha lavorato in cartoleria dalle ore 6.00 alle ore 8.00 della mattina e dalle ore 17.00 alle ore 20.00?”. Si tratta di capitoli di prova generici e, comunque, non rilevanti al fine di dimostrare esborsi di denaro eccedenti quanto dovuto dal sig. C. in adempimento dell’obbligo morale di contribuire, anche col proprio lavoro, al mantenimento dei figli e della famiglia di fatto.

L’attore ha formulato, inoltre, l’istanza di CTU contabile “sul conto corrente n. (…) acceso presso B.I.S., filiale di Via V. relativa al periodo con i seguenti quesiti: 1) Dica il CTU a chi sia riconducibile la provvista nel periodo dal 1997 al 2018; 2) Quantifichi il CTU l’ammontare delle somme che nel periodo dal 1997 al 2018 sono state girate dal conto corrente n. (…) al conto corrente n. acceso presso la filiale I.S.P. di Via Ajaccio Abi 03069 – Cab 09589 e successivamente trasferito presso la D.B. al conto corrente n. (…) intestato alla signora F.L.; 3) Dica il CTU l’ammontare delle somme addebitate a far data dalla stipula dei singoli contratti di mutuo per tali titoli sul c.c.n n. (…)”.

Si tratta di un’ istanza di CTU esplorativa, in quanto finalizzata a ricercare dati contabili che la stessa parte avrebbe potuto ricavare dagli estratti del conto corrente cointestato. La CTU richiesta è, dunque, inammissibile, considerato che- per giurisprudenza costante- la CTU non è mezzo istruttorio in senso proprio, avendo la finalità di coadiuvare il giudice nella valutazione di elementi acquisiti o nella soluzione di questioni che necessitino di specifiche conoscenze e tale mezzo di indagine non può essere utilizzato al fine di esonerare la parte dal fornire la prova di quanto assume (cfr. ad es. Cass. Civ. ord. n. 30218/2017).

Sulla base delle risultanze documentali ritualmente acquisite, si osserva quanto segue riguardo alle circostanze allegate dall’attore a fondamento della domanda ex art. 2041 c.c., richiamate sub (…).

Con riferimento all’acquisto nel 1997 della casa di Viale U. n. 21/4, in comproprietà con la F., l’attore afferma di avere sostenuto un mutuo, le cui rate sarebbero state addebitate sul conto corrente cointestato allo stesso attore e alla convenuta, alimentato solo dallo stipendio di C.. L’attore non ha specificato l’importo delle rate pagate, né la durata dei pagamenti rateali.

La convenuta ha contestato l’allegazione, replicando che nel 1997 la coppia aveva acquistava al prezzo di L. 100.000 la casa Aler sita in Milano in Viale Ungheria di mq. 45 e, nell’occasione, i genitori della F. avevano dato alla figlia la somma di L. 20.000.000 per aiutare la coppia ad acquistare la casa e contenere l’importo del mutuo, mentre nulla era stato corrisposto da C.; il mutuo era stato pagato prevalentemente dalla F., fino a quando C. non era riuscito ad avere un lavoro stabile presso ATM nel 2002 con lo stipendio, desumibile dagli estratti conto, di 14 mensilità di Euro 1.600,00 poi aumentato ad Euro 2.000,00 mensili; nonostante detto mutuo fosse stato estinto nel 2012, C. si era fatto versare dalla signora V., madre della F., la somma di Euro 300,00 mensili per l’abitazione fino a tutto il 2016, per la somma complessiva di Euro 10.200,00.

A fronte di queste specifiche contestazioni della convenuta circa gli esborsi sostenuti dal convivente per il mutuo per l’acquisto della casa di V.le U. al prezzo di L. 100.000.000, l’attore non ha documentato e neppure indicato l’ammontare delle rate del mutuo effettivamente pagate, tanto più se si considera che l’acquisto dell’immobile risale al 1997 e che gli estratti conto più vecchi sono datati 2002.

La domanda d’ingiustificato arricchimento va respinta, quindi, perché l’attore non ha provato di avere pagato con provvista del conto corrente cointestato una quota di mutuo eccedente il 50% per l’acquisto in comproprietà dell’immobile di v.le U..

In merito all’acquisto nel 2004 dell’appartamento, di circa 140 mq, in via U. di N. n. 3, l’attore asserisce di avere documentato il pagamento dell’importo complessivo di Euro 104.079,19 “a partire dal 2 novembre 2004 sino al 20 giugno 2018” col proprio stipendio. La convenuta ha contestato l’allegazione, documentando che alla data del 30.9.2019 sul mutuo complessivo di Euro 165.000,00 il residuo ammontava ad Euro 114.873,02 (cfr. doc. 19, convenuta); la convenuta ha eccepito che, quindi, l’attore tutt’al più aveva corrisposto la somma di Euro 50.126,98; ha aggiunto che tale mutuo scadrà nel 2038 e che la stessa F. sta pagando il mutuo con rate mensili di Euro 430,00/440,00, come risulta dall’estratto conto prodotto sub doc. (…).

Queste specifiche contestazioni non sono state superate dall’attore e, dunque, per il mutuo di via U. di N. il sig. F. non ha dimostrato esborsi maggiori della somma di Euro 50.126,00, non contestata dalla convenuta, corrispondente a meno di un terzo del mutuo.

Tale somma non rappresenta un arricchimento indebito in favore della F., con correlativo depauperamento del C., ex art. 2041 c.c.

Va considerato, infatti, che la casa di via U. di N. ha costituito l’abitazione familiare dal 2004 al 2018, della quale ha usufruito anche C. e se questi non avesse contribuito a pagare il mutuo, versando in 14 anni la somma di Euro 50.126,00 – pari all’importo annuo di Euro 3.580,00 e mensile di Euro 298,36 – avrebbe dovuto contribuire a pagare il 50% dell’affitto per un’abitazione di circa mq. 140, verosimilmente superiore all’importo mensile di Euro 600,00.

In relazione all’asserito pagamento dei premi per l’assicurazione sulla vita intestata alla sig.ra F., “per l’importo mensile di Euro 129,11, annui dal 1997 fino al 2018” come si dovrebbe desumere dagli estratti conto sub (…), si ribadisce che gli estratti conto prodotti dall’attore partono dal 2002 e non vi è alcuna prova del pagamento di premi nel periodo precedente. L’attore ha, peraltro, indicato l’importo mensile di Euro 129,11 anche rispetto ad annualità antecedenti l’introduzione dell’Euro.

La carenza di chiare allegazioni e di relativa prova documentale circa l’ammontare degli esborsi sostenuti per pagare i premi dell’assicurazione sulla vita della convivente implica la mancanza di prova dell’indebito depauperamento ex art. 2041 c.c. e del suo ammontare.

Quanto all’allegazione del C. di avere partecipato “al riacquisto dell’edicola della famiglia F. venduta in precedenza, con Euro 40.000,00 di cambiali ed anticipazione sulla pensione, pari ad Euro 9.000,00”, la convenuta ha replicato che C. aveva sottoscritto delle cambiali per Euro 39.000,00, ma tutte erano state interamente pagate dalla stessa F. con provvista del conto corrente della cartoleria.

A fronte di questa specifica contestazione della prova del pagamento delle cambiali da parte di C., l’attore si è limitato a produrre sub (…) la contabile bancaria dalla quale si desume solo che sul conto cointestato è stato accreditato l’importo di Euro 9.242,75 con la causale di anticipazione sulla posizione previdenziale e che successivamente è stato disposto un giroconto in favore della F. di Euro 6.000,00.

L’attore non ha provato, quindi, il pagamento delle cambiali per la somma di Euro 40.000,00 e, di conseguenza, il depauperamento ex art. 2041 c.c.

Riguardo al finanziamento A.D. di Euro 15.000,00, la convenuta ha replicato di avere restituito l’importo mediante versamenti mensili di Euro 450,00 per 15 mesi, uno di Euro 500,00 ed uno di Euro 600,00, per la somma complessiva di Euro 7.850,00 come risulta dagli estratti conto (doc. 10), oltre che con il pagamento delle rate di leasing dell’Audi Q3 (per pagare le quali la F. ha corrisposto per 5 anni una somma mensile variabile da Euro 522,41 a Euro 529,62) e della rata finale di riscatto per Euro 7.249,30 effettuato in data 12.5.2017 per il quale la F. ha dovuto chiedere un finanziamento di circa Euro 8.000,00 che sta ancora pagando (docc. 11-12-13), mentre il sig. C. paga la più modesta somma di Euro 203,25.

Rispetto a queste specifiche contestazioni della convenuta, supportate dai documenti da questa prodotti, l’attore non ha replicato e, quindi, non ha assolto l’onere di provare che la convenuta si è avvantaggiata di un esborso ingiustificato di Euro 15.000,00.

Per quanto concerne il giroconto di Euro 6.000,00 sul conto corrente della F., proveniente dalla provvista del predetto anticipo di Euro 9.000,00 sulla pensione di C., la convenuta ha replicato che la somma era stata utilizzata non in proprio favore, ma per l’anticipo di Euro. 5.000,00 per l’acquisto dell’Audi Q3, intestata alla sig.ra F., ma utilizzata dallo stesso C..

Al riguardo si rileva che il giroconto di Euro 6.000,00 in favore della F. non concretizza un sacrificio patrimoniale dell’attore eccedente l’adempimento dell’obbligo di contribuzione ex art. 2034 c.c., considerato che il suo ammontare non risulta sproporzionato alle condizioni patrimoniali del sig. C., percettore di uno stipendio fisso di 14 mensilità di Euro 1.600,00\2.000,00.

1.3- Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, la domanda principale formulata dall’attore ex art. 2041 c.c. va respinta, in quanto l’attore non ha dimostrato di aver effettuato esborsi in favore della convenuta nel corso della convivenza more uxorio, durata quasi 26 anni, con due figli, di entità tale da eccedere l’adempimento delle obbligazioni nascenti dal rapporto di convivenza ex art. 2034 c.c.

2)- Sulla domanda di ripetizione delle medesime somme, formulata dall’attore in subordine ex art. 2033 c.c., preliminarmente si osserva come sarebbe stato onere dell’attore fornire la prova degli elementi costitutivi del proprio diritto, secondo il disposto dell’art. 2697 del c.c., considerato grava sull’attore l’onere di provare ex art. 2033 c.c. sia l’avvenuto pagamento di somme in favore dell’accipiens, sia la mancanza di una causa che lo giustifichi (cfr. ad es. Cass. n. 30713/2018; cfr. anche Cass. Civ. Sez. III, n. 11294/2020).

Nel presente giudizio- per tutto quanto rilevato sub 1- l’attore non ha dimostrato che pagamenti, spontaneamente effettuati dal sig. C. in favore della sig.ra F., eccedano l’obbligazione naturale di cui all’art. 2034 c.c., gravante a suo carico nell’ambito del rapporto di convivenza more uxorio e, pertanto, in forza di questa norma, sussiste la giusta causa di ritenzione delle somme da parte della convenuta.

Ne consegue il rigetto della domanda subordinata, in quanto l’attore non ha provato ex art. 2033 c.c. la mancanza della causa di pagamenti oggetto della domanda di ripetizione.

3)- Le spese processuali sono liquidate in dispositivo secondo il criterio della soccombenza ex art. 91 c.p.c., in base al valore della causa.

Va respinta la domanda della convenuta di condanna dell’attore ex art. 96 c.p.c., non ravvisandosi i presupposti della responsabilità per lite temeraria.

P.Q.M.

Il Tribunale di Milano, V Sez. Civile, definitivamente pronunciando nella causa come in epigrafe promossa, respinta ogni contraria istanza, così provvede:

1) respinge le domande proposte dal sig. P.C. nei confronti della sig.ra L.F.;

2) condanna l’attore a pagare alla convenuta le spese processuali che liquida in Euro 13.430,00 per compenso, oltre il rimborso del 15% ex art. 2 D.M. n. 55 del 2014, oltre oneri accessori di legge;

3) respinge la domanda della convenuta di condanna dell’attore ex art. 96 c.p.c..

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Conclusione

Così deciso in Milano, il 19 aprile 2021.

Depositata in Cancelleria il 20 aprile 2021.

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