AFFIDO FIGLI MINORI NELLA SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA

AFFIDO FIGLI MINORI NELLA SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA

AFFIDO FIGLI MINORI NELLA SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA

AFFIDO FIGLI MINORI NELLA SEPARAZIONE CONIUGI BOLOGNA

In un giudizio di separazione, nel quale pure sia intervenuta sentenza parziale definitiva di separazione con addebito alla moglie, è inammissibile la domanda di affidamento esclusivo del figlio minore proposta dal padre, in considerazione del giudicato formatosi sulla pronuncia assunta in Romania, all’esito di un procedimento intrapreso dopo quello incardinato in Italia ma concluso con giudicato anteriore, che abbia deciso unitariamente sulle medesime domande, ovverosia sul vincolo coniugale, sulla responsabilità genitoriale e sul mantenimento del minore, posto che, per un verso, la sentenza della Corte di giustizia del 16 gennaio 2019, in causa C-386/17, resa in relazione al procedimento in esame, ha escluso che la violazione, da parte del giudice di uno Stato membro, delle norme sulla litispendenza di cui agli artt. 19 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del 27 novembre 2003 e 27 del regolamento (CE) n. 44/2001 del 22 dicembre 2000 impedisca il riconoscimento della sentenza in un altro Stato membro in ragione della contrarietà manifesta all’ordine pubblico ai sensi degli artt. 22 lett. a e 23 lett. a del primo regolamento e 34 n. 1 del secondo, e per l’altro, che, (i) in ordine alla decisione sullo status coniugale, va esclusa la rilevanza del motivo ostativo al riconoscimento indicato nell’art. 22 lett. c del regolamento (CE) n. 2201/2003, dal momento che, limitatamente a detto status la pronuncia passata in giudicato sulla separazione personale, producendo non il definitivo scioglimento del vincolo matrimoniale ma soltanto la condizione necessaria ma non sufficiente per proporre la domanda di divorzio, non può dirsi identica a quella di divorzio; (ii

avendo preso atto dei comportamenti posti in essere da entrambi i genitori, profondamente indicativi della loro carenza educativa ed ha correttamente valutato tali comportamenti in termini non di mera conflittualità tra i coniugi, ma di “oggettiva inidoneità” della madre e del padre alla condivisione dell’esercizio della potestà genitoriale in termini compatibili con la tutela dell’interesse primario della figlia minore. … Nel caso di specie, i giudici di merito hanno, nella sostanza, messo in evidenza la scarsa maturità dei genitori nell’affrontare le maggiori responsabilità che l’affido condiviso comportava e che il rapporto tra i genitori e la figlia era risultato in modo significativo intaccato dalla forte conflittualità esistente tra padre e madre, ovvero che la loro inidoneità educativa si poneva in contrasto con l’interesse della figlia minore all’affido condiviso.

In materia di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore, fermo restando, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio

Tribunale Monza, Sez. IV, 21/03/2019

In una controversia avente ad oggetto una domanda di separazione legale, affidamento e mantenimento dei figli minori proposta dalla madre nei confronti del padre, entrambi cittadini senegalesi, sussiste la giurisdizione italiana ai sensi dell’art. 3 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del 27 novembre 2003, in forza della localizzazione in Italia dell’ultima residenza abituale comune dei coniugi, luogo ove il ricorrente risiedeva ancora al momento della proposizione della domanda.

Cass. civ. Sez. I Ord., 07/06/2021, n. 15819

… La Corte territoriale non si è affatto discostata da tali principi, avendo preso atto dei comportamenti posti in essere da entrambi i genitori, profondamente indicativi della loro carenza educativa ed ha correttamente valutato tali comportamenti in termini non di mera conflittualità tra i coniugi, ma di “oggettiva inidoneità” della madre e del padre alla condivisione dell’esercizio della potestà genitoriale in termini compatibili con la tutela dell’interesse primario della figlia minore. … Nel caso di specie, i giudici di merito hanno, nella sostanza, messo in evidenza la scarsa maturità dei genitori nell’affrontare le maggiori responsabilità che l’affido condiviso comportava e che il rapporto tra i genitori e la figlia era risultato in modo significativo intaccato dalla forte conflittualità esistente tra padre e madre, ovvero che la loro inidoneità educativa si poneva in contrasto con l’interesse della figlia minore all’affido condiviso. ass. civ., Sez. I, 17/05/2019, n. 13412

In un giudizio di separazione, nel quale pure sia intervenuta sentenza parziale definitiva di separazione con addebito alla moglie, è inammissibile la domanda di affidamento esclusivo del figlio minore proposta dal padre, in considerazione del giudicato formatosi sulla pronuncia assunta in Romania, all’esito di un procedimento intrapreso dopo quello incardinato in Italia ma concluso con giudicato anteriore, che abbia deciso unitariamente sulle medesime domande, ovverosia sul vincolo coniugale, sulla responsabilità genitoriale e sul mantenimento del minore, posto che, per un verso, la sentenza della Corte di giustizia del 16 gennaio 2019, in causa C-386/17, resa in relazione al procedimento in esame, ha escluso che la violazione, da parte del giudice di uno Stato membro, delle norme sulla litispendenza di cui agli artt. 19 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del 27 novembre 2003 e 27 del regolamento (CE) n. 44/2001 del 22 dicembre 2000 impedisca il riconoscimento della sentenza in un altro Stato membro in ragione della contrarietà manifesta all’ordine pubblico ai sensi degli artt. 22 lett. a e 23 lett. a del primo regolamento e 34 n. 1 del secondo, e per l’altro, che, (i) in ordine alla decisione sullo status coniugale, va esclusa la rilevanza del motivo ostativo al riconoscimento indicato nell’art. 22 lett. c del regolamento (CE) n. 2201/2003, dal momento che, limitatamente a detto status la pronuncia passata in giudicato sulla separazione personale, producendo non il definitivo scioglimento del vincolo matrimoniale ma soltanto la condizione necessaria ma non sufficiente per proporre la domanda di divorzio, non può dirsi identica a quella di divorzio; (ii) in ordine alla decisione sulla responsabilità genitoriale, va esclusa la rilevanza del motivo ostativo di cui all’art. 23 lett. e del medesimo regolamento, dal momento che le ragioni connesse all’incompatibilità con altra decisione dello Stato membro richiesto o di uno Stato terzo riguardano esclusivamente le decisioni successive a quella della quale si chiede il riconoscimento; e che (iii) in ordine alla decisione sugli obblighi alimentari nei confronti del minore, l’incompatibilità con una pronuncia precedente intercorsa tra le stesse parti con medesimo oggetto e titolo ai sensi dell’art. 34 n. 3 e n. 4 del regolamento (CE) n. 44/2001 deve escludersi per mancanza di una decisione anteriore con carattere della definitività.

 Cass. civ. Sez. I Ord., 17/05/2021, n. 13217 rv. 661393-01

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… FAMIGLIA – Matrimonio – Separazione personale dei coniugi – Effetti – Provvedimenti per i figli – In genere – Separazione dei coniugi – Affidamento dei figli minori – Sindrome di alienazione parentale (pas) – Rilevanza ai fini del cd. “super affido” all’altro genitore – Limiti – Fattispecie … In tema di affidamento del figlio di età minore, qualora un genitore denunci i comportamenti dell’altro tesi all’allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), nella specie nella forma della sindrome della cd. “madre malevola” (MMS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova comprese le consulenze tecniche e le presunzioni, a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena. …

Sentenza di riferimento: Cass. civ. Sez. I, Ord., (ud. 22/01/2021) 17/05/2021, n. 13217

DIVORZIO

Affidamento e mantenimento dei figli

Tribunale Velletri Decr., 26/04/2021

… Pertanto, la condotta reiterata del padre di inadempimento all’obbligo di mantenimento evidenzia in modo inconfutabile la mancanza di responsabilità dello stesso nei confronti delle due figlie minori rendendo impossibile la gestione della genitorialità condivisa. …

AFFIDAMENTO E ASSISTENZA DEI MINORI

In genere

Tribunale Palmi, 22/02/2021

... Il principio di bi genitorialità, si traduce nel diritto di ciascun genitore ad essere partecipe nella vita del figlio minore, pur non comportando ciò, l’applicazione di una proporzione matematica di parità delle ore e dei giorni di frequentazione del figlio. …

AFFIDAMENTO E ASSISTENZA DEI MINORI

In genere

Corte d’Appello Milano Sez. V Sent., 12/02/2021

… L’affido esclusivo del figlio minore, inteso come deroga al diritto del figlio ad un rapporto completo e stabile con entrambi i genitori, è giustificato solo laddove risulti una condizione di manifesta carenza o inidoneità educativa di uno dei due genitori, che renda quell’affidamento condiviso in concreto pregiudizievole per il minore, all’esito di una valutazione in positivo dell’idoneità genitoriale dell’uno e in negativo di quella dell’altro. …

AFFIDAMENTO E ASSISTENZA DEI MINORI

In genere

Tribunale Milano Sez. IX, 11/02/2021

… Ove tra i conugi venga accertata una conflittualità tale da comportare notevoli pregiudizi per la crescita dei figli minori, è legittima la sospensione della responsabilità genitoriale di entrambi i coniugi e l’affidamento dei figli ad un soggetto extrafamiliare. …

Sentenza di riferimento: 

MANCATA ESECUZIONE DOLOSA DI PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE

Cass. pen. Sez. VI Sent., 28/01/2021, n. 13439 rv. 280846-01

… REATI CONTRO L’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA – Delitti contro l’autorita’ delle decisioni giudiziarie – Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice – Elemento oggettivo (materiale) – Provvedimenti concernenti l’affidamento di minori – Condotta elusiva – Mancato esercizio di un diritto – Configurabilità – Esclusione – Ragioni – Fattispecie … L’elusione dell’esecuzione di un provvedimento del giudice civile che riguardi l’affidamento di minori non può concretarsi in un comportamento di mancato esercizio di un diritto (nella specie, omessa presentazione, da parte del padre, agli incontri col figlio minore nei giorni stabiliti dal giudice civile), trattandosi di condotta inidonea a determinare la lesione delle legittime pretese altrui a tutela delle quali è prevista la fattispecie incriminatrice di cui all’ art.388 cod.pen. (Annulla in parte con rinvio, CORTE APPELLO BARI, 22/11/2019) …

Sentenza di riferimento: Cass. pen. Sez. VI, Sent., (ud. 28/01/2021) 09/04/2021, n. 13439

AFFIDAMENTO E ASSISTENZA DEI MINORI

In genere

Cass. civ. Sez. Unite, 21/12/2020, n. 29171

… La domanda con oggetto la responsabilità dei genitori e il mantenimento dei figli minori deve essere indirizzata all’autorità giudiziaria più vicina al luogo di residenza abituale degli stessi al momento della sua proposizione, in conformità all’ art. 8 , Regolamento CE n. 2201/2003 , rimanendo ininfluente il successivo trasferimento del minore con un genitore all’estero. …

POTESTA’ DEI GENITORI

Cass. civ. Sez. I Ord., 16/12/2020, n. 28723

… In tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una sindrome di alienazione parentale (PAS), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità del fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena. …

Sentenza di riferimento: Cass. civ. Sez. I, Ord., (ud. 25/11/2020) 16/12/2020, n. 28723

Cass. civ. Sez. I Ord., 30/11/2020, n. 27235 rv. 659748-01

… IMPUGNAZIONI CIVILI – Cassazione (ricorso per) – Interesse al ricorso – Ricorso per cassazione avverso pronuncia di affidamento del figlio minore a seguito di sentenza di cessazione degli effetti civili del matrimonio – Raggiungimento della maggior età da parte del figlio – Conseguenze – Inammissibilità del ricorso per sopravvenuta carenza d’interesse … Quando, nelle more del giudizio di legittimità avente ad oggetto l’affidamento di figlio minore ad uno degli ex coniugi a seguito di cessazione degli effetti civili del matrimonio, sopravvenga la maggiore età del figlio, il ricorso deve essere dichiarato inammissibile per sopravvenuta carenza di interesse del ricorrente all’impugnazione. …

DIVORZIO

Affidamento e mantenimento dei figli

SEPARAZIONE DEI CONIUGI

Alimenti e mantenimento

Tribunale Rimini Sez. Unica Sent., 18/11/2020

… In tema di separazione e divorzio, sussiste l’obbligo di entrambi i genitori, che svolgano attività lavorativa produttiva di reddito, di contribuire al soddisfacimento dei bisogni dei figli minori, in proporzione alle proprie disponibilità economiche, in diretta applicazione dell’ art. 30 Cost.; …

Sentenza di riferimento: Tribunale Rimini Sez. Unica, Sent., 18/11/2020

COMPETENZA E GIURISDIZIONE CIVILE

Giurisdizione

SEPARAZIONE DEI CONIUGI

In genere

Tribunale Modena, 13/10/2020

… Sussiste la giurisdizione del giudice italiano per la domanda di scioglimento o di separazione personale di coniugi cittadini stranieri, ma tuttora residenti in Italia, nonché per la correlata domanda di affidamento dei figli minori, in base al Reg. CE n. 2201/2003 . …

Massima | 2020

SENTENZA, ORDINANZA E DECRETO IN MATERIA CIVILE

Cass. civ. Sez. I Ord., 17/09/2020, n. 19325 rv. 658821-01

… (Nella specie la S.C. ha dichiarato inammissibile il ricorso contro il decreto della Corte d’appello che in un procedimento ex art. 337 c.c., nel disporre la conferma dell’affidamento del figlio minore al comune, dopo avere esaminato la domanda di affido esclusivo della madre, affermava in motivazione che “non sussistevano ragioni per escludere l’affido condiviso”). …

SEPARAZIONE DEI CONIUGI

Provvedimenti riguardo ai figli

Cass. civ. Sez. I Ord., 17/09/2020, n. 19323

… In tema di affidamento dei figli minori, pur essendo vero che la condivisione deve comportare una frequentazione dei genitori tendenzialmente paritaria, è altrettanto vero che, nell’interesse del minore, in presenza di una serie di ragioni, il giudice può individuare un assetto nella frequentazione che si discosti da questo principio tendenziale al fine di assicurare al bambino la situazione più confacente al suo benessere e alla sua crescita armoniosa e serena. …

MANCATA ESECUZIONE DOLOSA DI PROVVEDIMENTI DEL GIUDICE

Cass. pen. Sez. VI Sent., 14/09/2020, n. 29672 rv. 279950-01

… REATI CONTRO L’AMMINISTRAZIONE DELLA GIUSTIZIA – Delitti contro l’autorita’ delle decisioni giudiziarie – Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice – In genere – Mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice concernente l’affidamento di minori – Consenso del minore alla condotta di un genitore che impedisca all’altro l’esercizio del diritto di visita – Rilevanza – Esclusione … pen., il consenso dei figli minorenni alla condotta di un genitore che impedisca all’altro l’esercizio del diritto di visita non esclude la sussistenza del reato. …

MATRIMONIO

Coniugi (diritti e doveri)

AFFIDAMENTO E ASSISTENZA DEI MINORI

In genere

Cass. civ. Sez. VI – 1 Ord., 14/07/2020, n. 14951

… L’obbligo di mantenimento dei figli minori ex art. 148 c.c. spetta primariamente e integralmente ai loro genitori sicché, se uno dei due non possa o non voglia adempiere ai proprio dovere, l’altro, nel preminente interesse dei figli, deve far fronte per intero alle loro esigenze con tutte le sue sostanze patrimoniali e sfruttando tutta la propria capacita di lavoro, salva la possibilità di convenire in giudizio l’inadempiente per ottenere un contributo proporzionale alle condizioni economiche globali di costui. …

AFFIDAMENTO E ASSISTENZA DEI MINORI

In genere

Tribunale Castrovillari Decr., 30/06/2020

… In tema di affidamento dei figli minori, l’acclarato riavvicinamento dei figli al padre a seguito della loro temporanea e breve avulsione dall’influenza psicologica materna esclude che il rifiuto del padre da parte dei minori abbia solida base in una diretta esperienza di comportamenti paterni negativi e dimostra, a posteriori, la validità della formulata ipotesi di alienazione parentale, giustificando il provvedimento di affidamento esclusivo al padre. …

Sentenza di riferimento: Tribunale Castrovillari Decr., 30/06/2020

Massima | 2020

DIVORZIO

Affidamento e mantenimento dei figli

Tribunale Crotone Sent., 01/06/2020

… In materia di affidamento dei figli minori, il giudizio prognostico che il giudice, nell’esclusivo interesse morale e materiale della prole, deve operare circa le capacità dei genitori di crescere ed educare il figlio nella nuova situazione determinata dalla disgregazione dell’unione, va formulato tenendo conto, in base ad elementi concreti, del modo in cui i genitori hanno precedentemente svolto i propri compiti, delle rispettive capacità di relazione affettiva, attenzione, comprensione, educazione e disponibilità ad un assiduo rapporto, nonché della personalità del genitore, delle sue consuetudini di vita e dell’ambiente sociale e familiare che è in grado di offrire al minore, fermo restando, in ogni caso, il rispetto del principio della bigenitorialità, da intendersi quale presenza comune dei genitori nella vita del figlio, idonea a garantirgli una stabile consuetudine di vita e salde relazioni affettive con entrambi, i quali hanno il dovere di cooperare nella sua assistenza, educazione ed istruzione. …

SEPARAZIONE DEI CONIUGI

Provvedimenti riguardo ai figli

Cass. civ. Sez. I Ord., 19/05/2020, n. 9143

… In tema di affidamento del figlio minore nella crisi della coppia genitoriale, il giudice civile deve valutare autonomamente – sia sotto il profilo materiale, sia sotto quello della potenziale dannosità per l’equilibrato sviluppo psicofisico del minore – la rilevanza dei comportamenti penalmente censurabili ascritti a un genitore e ancora oggetto di accertamento di primo grado in sede penale. …

Sentenza di riferimento: Cass. civ. Sez. I, Ord., (ud. 05/02/2020) 19/05/2020, n. 9143

SEPARAZIONE DEI CONIUGI

Provvedimenti riguardo ai figli

Corte d’Appello Genova Sez. III Sent., 12/05/2020

… In tema di affidamento dei figli minori, il giudice deve attenersi al criterio fondamentale rappresentato dall’esclusivo interesse morale e materiale della prole, privilegiando quel genitore che appaia il più idoneo a ridurre al massimo il pregiudizio derivante dalla disgregazione del nucleo familiare e ad assicurare il migliore sviluppo della personalità del minore. … La questione dell’affidamento della prole è rimessa alla valutazione discrezionale del giudice di merito, il quale, ove dia sufficientemente conto delle ragioni della decisione adottata, esprime un apprezzamento di fatto non suscettibile di censura in sede di legittimità. …

Sentenza di riferimento: Corte d’Appello Genova Sez. III, Sent., 12/05/2020

maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p AVVOCATO BOLOGNA

maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p AVVOCATO BOLOGNA

maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p AVVOCATO BOLOGNA

maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p AVVOCATO BOLOGNA

maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p AVVOCATO BOLOGNA

In tema di maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p. attribuisce particolare disvalore alla reiterata aggressione all’altrui personalità, assegnando autonomo rilievo penale all’imposizione di un sistema di vita caratterizzato da sofferenze, afflizioni, lesioni dell’integrità fisica o psichica, le quali incidono negativamente sulla personalità della vittima e su valori fondamentali propri della dignità e della condizione umana. Ne risultano esclusi soltanto gli atti episodici, pur lesivi dei diritti fondamentali della persona, ma non riconducibili nell’ambito della descritta cornice unitaria, perché traggono origine da situazioni contingenti e particolari che sempre possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare, che conservano eventualmente, se ne ricorrono i presupposti, la propria autonomia come delitti contro la persona (ingiurie, percosse, lesioni), già di per sé sanzionati dall’ordinamento giuridico.

 

 

In tema di maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p. attribuisce particolare disvalore alla reiterata aggressione all’altrui personalità, assegnando autonomo rilievo penale all’imposizione di un sistema di vita caratterizzato da sofferenze, afflizioni, lesioni dell’integrità fisica o psichica, le quali incidono negativamente sulla personalità della vittima e su valori fondamentali propri della dignità e della condizione umana. Ne risultano esclusi soltanto gli atti episodici, pur lesivi dei diritti fondamentali della persona, ma non riconducibili nell’ambito della descritta cornice unitaria, perché traggono origine da situazioni contingenti e particolari che sempre possono verificarsi nei rapporti interpersonali di una convivenza familiare, che conservano eventualmente, se ne ricorrono i presupposti, la propria autonomia come delitti contro la persona (ingiurie, percosse, lesioni), già di per sé sanzionati dall’ordinamento giuridico.

 

051 6447838 maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p AVVOCATO BOLOGNA

051 6447838 maltrattamenti in famiglia, l’art. 572 c.p AVVOCATO BOLOGNA

 

E’ configurabile il reato di maltrattamenti in famiglia anche in presenza di un rapporto di convivenza di breve durata, instabile e anomalo, purché sia sorta una prospettiva di stabilità e un’attesa di reciproca solidarietà. In merito alla fattispecie p. e p. dall’art. 572 c.p., la competenza per territorio, stante la natura di reato abituale

Corte cost., 14/05/2021, n. 98

L’applicazione dell’art. 572 cod. pen. nei casi di maltrattamenti in famiglia – in luogo dell’art. 612-bis, secondo comma, cod. pen., relativo agli atti persecutori, che pure contempla espressamente l’ipotesi di condotte commesse a danno di persona «legata da relazione affettiva» all’agente – apparirebbe come il frutto di una interpretazione analogica a sfavore del reo della norma incriminatrice: una interpretazione magari sostenibile dal punto di vista teleologico e sistematico, ma comunque preclusa dall’art. 25, secondo comma, Cost.

Cass. pen., Sez. VI, 18/05/2021, n. 22248

 

E’ configurabile il reato di maltrattamenti in famiglia anche in presenza di un rapporto di convivenza di breve durata, instabile e anomalo, purché sia sorta una prospettiva di stabilità e un’attesa di reciproca solidarietà. In merito alla fattispecie p. e p. dall’art. 572 c.p., la competenza per territorio, stante la natura di reato abituale, si radica innanzi al giudice del luogo in cui l’azione diviene complessivamente riconoscibile e qualificabile come maltrattamento e, quindi, nel luogo in cui la condotta venga consumata all’atto di presentazione della denuncia.

ass. pen., Sez. VI, 25/02/2021, n. 17599

 

La modifica normativa dell’art. 572 c.p., estendendo la configurabilità del reato anche alle condotte maltrattanti poste in essere ai danni di persone “comunque conviventi”, non ha fatto altro che recepire normativamente un principio che la giurisprudenza aveva già tratto dalla previgente formulazione della norma incriminatrice, donde il reato era configurabile, già prima dell’entrata in vigore della L. 1° ottobre 2012, n. 172, anche se commesso ai danni di soggetto convivente e non legato da rapporti familiari. In tema di sospensione dell’ordine di esecuzione di pene detentive, la condanna per il reato di cui all’art. 572, comma secondo, cod. pen., commesso in epoca antecedente all’entrata in vigore dell’art. 9legge 19 luglio 2019, n. 69, che ha trasformato l’ipotesi ivi prevista in circostanza aggravante ad effetto speciale, costituisce titolo ostativo alla sospensione dell’esecuzione, in quanto già previsto come tale dall’art. 656, comma 9, lett. a), cod. proc. pen. il cui testo è rimasto sempre immutato. (Rigetta, GIP TRIBUNALE BERGAMO, 20/12/2019)

 

 

 

 

 

 

 

TESTAMENTO OLOGRAFO E GRAFIA E CAPACITA’ DI TESTARE

TESTAMENTO OLOGRAFO E GRAFIA E CAPACITA’ DI TESTARE
TESTAMENTO OLOGRAFO E GRAFIA E CAPACITA’ DI TESTARE BOLOGNA VENEZIA TREVISO VICENZA PADOVA ROVIGO COME CONTESTARE UN TESTAMENTO PER LA GR5AFIA E LA CAPACITA’ DI INTENDERE

TESTAMENTO OLOGRAFO E GRAFIA E CAPACITA’ DI TESTARE BOLOGNA VENEZIA TREVISO VICENZA PADOVA ROVIGO COME CONTESTARE UN TESTAMENTO PER LA GR5AFIA E LA CAPACITA’ DI INTENDERE

TESTAMENTO OLOGRAFO E GRAFIA E CAPACITA’ DI TESTARE BOLOGNA VENEZIA TREVISO VICENZA PADOVA ROVIGO COME CONTESTARE UN TESTAMENTO PER LA GR5AFIA E LA CAPACITA’ DI INTENDERE

TESTAMENTO OLOGRAFO E GRAFIA E CAPACITA’ DI TESTARE BOLOGNA VENEZIA TREVISO VICENZA PADOVA ROVIGO COME CONTESTARE UN TESTAMENTO PER LA GR5AFIA E LA CAPACITA’ DI INTENDERE

TESTAMENTO OLOGRAFO E GRAFIA E CAPACITA’ DI TESTARE BOLOGNA VENEZIA TREVISO VICENZA PADOVA ROVIGO COME CONTESTARE UN TESTAMENTO PER LA GR5AFIA E LA CAPACITA’ DI INTENDERE

L’incapacità di testare richiede che, a cagione dell’infermità, il soggetto, al momento della redazione del testamento, fosse assolutamente privo della coscienza dei propri atti e della capacità di autodeterminarsi, così da versare in condizioni analoghe a quelle che, in concorso con l’estremo dell’abitualità, legittimano la pronuncia di interdizione. La prova in ordine a tale presupposto, deve essere dunque particolarmente rigorosa: – in linea generale, la prova incombe a colui che intende impugnare il testamento, il quale deve dimostrare che a cagione di un’infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il “de cuius” sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione della scheda testamentaria, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi; – una volta dimostrata l’incapacità nei momenti limitrofi a quelli della redazione dell’atto, sia antecedenti che susseguenti, si realizza un fenomeno c.d. di inversione dell’onere della prova, nel senso che incombe al convenuto, il quale sostenga invece la validità del testamento, dimostrare che questo fu redatto in un momento di lucido intervallo; – analogo principio è applicabile nelle ipotesi in cui sia accertato che il “de cuius” versava in uno stato morboso di carattere permanente. In ordine ai mezzi di prova, emerge che possono utilizzarsi pacificamente anche le presunzioni; che i certificati medici possono essere liberamente apprezzati, ma con grande prudenza; che la c.d. “perizia sul morto” spesso offre difficoltà di soluzioni sicure; infine e in ogni caso, che è opportuno tenere in considerazione anche gli elementi offerti dalla grafia e dalle modalità con cui sono state stese le disposizioni testamentarie. dei testamenti – Testamento olografo – In genere grafia – Caratteristiche – Abitualità e normalità – Rilevanza – Stampatello – Valenza – Ruolo del giudice
L’abitualità e la normalità del carattere grafico adoperato non rientrano fra i requisiti formali del testamento olografo ai sensi dell’art. 602 c.c., benché assumano un pregnante valore probatorio nell’ottica dell’attribuzione della scheda al testatore. Pertanto, l’uso dello stampatello non può escludere di per sé l’autenticità della scrittura, pur se rappresenta, ove non sia giustificato dalle condizioni psico-fisiche o da abitudine del dichiarante o da altre contingenze, il cui esame è di esclusiva competenza del giudice di merito, un elemento significativo del quale tenere conto ai fini della valutazione di tale autenticità
Tribunale Brescia, Sez. III, 17/06/2003
L’incapacità di testare richiede che, a cagione dell’infermità, il soggetto, al momento della redazione del testamento, fosse assolutamente privo della coscienza dei propri atti e della capacità di autodeterminarsi, così da versare in condizioni analoghe a quelle che, in concorso con l’estremo dell’abitualità, legittimano la pronuncia di interdizione. La prova in ordine a tale presupposto, deve essere dunque particolarmente rigorosa: – in linea generale, la prova incombe a colui che intende impugnare il testamento, il quale deve dimostrare che a cagione di un’infermità transitoria o permanente, ovvero di altra causa perturbatrice, il “de cuius” sia stato privo in modo assoluto, al momento della redazione della scheda testamentaria, della coscienza dei propri atti ovvero della capacità di autodeterminarsi; – una volta dimostrata l’incapacità nei momenti limitrofi a quelli della redazione dell’atto, sia antecedenti che susseguenti, si realizza un fenomeno c.d. di inversione dell’onere della prova, nel senso che incombe al convenuto, il quale sostenga invece la validità del testamento, dimostrare che questo fu redatto in un momento di lucido intervallo; – analogo principio è applicabile nelle ipotesi in cui sia accertato che il “de cuius” versava in uno stato morboso di carattere permanente. In ordine ai mezzi di prova, emerge che possono utilizzarsi pacificamente anche le presunzioni; che i certificati medici possono essere liberamente apprezzati, ma con grande prudenza; che la c.d. “perizia sul morto” spesso offre difficoltà di soluzioni sicure; infine e in ogni caso, che è opportuno tenere in considerazione anche gli elementi offerti dalla grafia e dalle modalità con cui sono state stese le disposizioni testamentarie.
Cass. civ., Sez. II, Sentenza, 05/12/2018, n. 31457 (rv. 651760-01)
I
SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Successione testamentaria – Forma dei testamenti – Testamento olografo – In genere grafia – Caratteristiche – Abitualità e normalità – Rilevanza – Stampatello – Valenza – Ruolo del giudice
L’abitualità e la normalità del carattere grafico adoperato non rientrano fra i requisiti formali del testamento olografo ai sensi dell’art. 602 c.c., benché assumano un pregnante valore probatorio nell’ottica dell’attribuzione della scheda al testatore. Pertanto, l’uso dello stampatello non può escludere di per sé l’autenticità della scrittura, pur se rappresenta, ove non sia giustificato dalle condizioni psico-fisiche o da abitudine del dichiarante o da altre contingenze, il cui esame è di esclusiva competenza del giudice di merito, un elemento significativo del quale tenere conto ai fini della valutazione di tale autenticità. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO CAGLIARI, 10/06/2013)
Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 15/01/2018, n. 711 (rv. 647974-01)
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PROVA CIVILE – Documentale (prova) – Copie degli atti – Fotografiche giudizio di nullità di un testamento olografo per non autenticità della sottoscrizione – Consulenza grafologica sul documento originale – Necessità – Copia fotostatica – Idoneità – Esclusione – Limiti
Il giudizio di verificazione di un testamento olografo deve necessariamente svolgersi con un esame grafico espletato sull’originale del documento per rinvenire gli elementi che consentono di risalire, con elevato grado di probabilità, al reale autore della sottoscrizione, tuttavia una volta verificati sul documento originale i dati che l’ausiliario reputi essenziali per l’accertamento dell’autenticità della grafia (ad es. l’incidenza pressoria sul foglio della penna), il prosieguo delle operazioni può svolgersi su eventuali copie o scansioni, e ciò a prescindere dal fatto che l’originale sia stato prodotto da una delle parti. (Cassa con rinvio, CORTE D’APPELLO VENEZIA, 22/12/
ACass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 14/09/2020, n. 19045
In tema di successioni, la formazione o l’uso consapevole di un testamento falso è causa di indegnità a succedere se colui che viene a trovarsi nella posizione di indegno non provi di non aver inteso offendere la volontà del “de cuius”, perché il contenuto della disposizione corrisponde a tale volontà e il “de cuius” aveva acconsentito alla compilazione della scheda da parte dello stesso nell’eventualità che non fosse riuscito a farlo di persona ovvero che il “de cuius” aveva la ferma intenzione di provvedervi per evitare la successione “ab intestato”.
Tribunale Bologna, 20/02/2012
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Elemento essenziale al fine della configurabilità del reato di cui agli artt. 110485491493 bis c.p. (falso testamento olografo) è che il documento di cui si assume la falsità sia sottoscritto. L’apposizione della firma con caratteri in stampatello nella parte del nome non integra la sottoscrizione richiesta dall’art. 602 c.c. e la dichiarazione resa, essendo priva di firma, non è idonea a configurare un testamento olografo. La mancanza di firma impedisce altresì di qualificare la stessa come scrittura privata il cui falso potrebbe rilevare ex art. 485 c.p., trattandosi di dichiarazione di volontà non riconducibile ad alcuno; per il reato in esame deve, pertanto, emettersi sentenza ex art. 129 c.p.p. (Nella specie, dai numerosi documenti allegati ed esaminati nella consulenza tecnica effettuata, era emerso che il testatore firmasse sempre in corsivo).
Cass. civ., Sez. VI – 2, Ordinanza, 14/09/2020, n. 19045 (rv. 658793-01)
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SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” – Disposizioni generali – Indegnità si succedere – Casi – Formazione e uso di testamento falso – Rilevanza – Limiti – Fattispecie
La formazione o l’uso consapevole di un testamento falso è causa d’indegnità a succedere, se colui che viene a trovarsi nella posizione d’indegno non provi di non aver inteso offendere la volonta` del “de cuius”, perche´ il contenuto della disposizione corrisponde a tale volonta` e il “de cuius” aveva acconsentito alla compilazione della scheda da parte dello stesso nell’eventualita` che non fosse riuscito a farla di persona, ovvero che il “de cuius” aveva la ferma intenzione di provvedervi per evitare la successione “ab intestato”. (Nella specie, la Corte ha affermato l’indegnità a succedere di colui che aveva apposto la data e la firma falsa sul testamento redatto dal “de cuius”, vertendosi in ipotesi di formazione o di uso consapevole di un testamento falso). (Rigetta, CORTE D’APPELLO ANCONA, 16/10/2018)
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
TRIBUNALE ORDINARIO di PAVIA
SEZIONE TERZA CIVILE
Il Tribunale, in composizione collegiale nelle persone dei seguenti magistrati:
dott. Marcella Frangipani – Presidente
dott. Laura Cortellaro – Giudice
dott. Mariaelena Cunati – Giudice relatore
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa civile iscritta al n. r.g. 652/2009 promossa da:
G.M. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. BONA CESARE e domicilio eletto in VOGHERA, VIA PLANA 101, presso avv. BONA CESARE
ATTORE
contro
E.M. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. MUGGIATI LAURA e domicilio eletto in VOGHERA, VIA EMILIA 58, presso avv. MUGGIATI LAURA
CONVENUTO
R.M. (C.F. (…)),
CONVENUTO CONTUMACE
C.Z. (C.F. (…)), con il patrocinio dell’avv. ANTONIO MARIOTTI e domicilio eletto in STRADELLA, VIA DALLAGIOVANNA 25, presso avv. ANTONIO MARIOTTI
INTERVENUTO
Svolgimento del processo – Motivi della decisione
Si premette che le questioni sollevate dalle parti – assieme alla documentazione prodotta – verranno esaminate se e nell’ordine in cui ritenute utili ai fini della decisione.
Giova innanzitutto riassumere per sommi capi il fatto storico e quello processuale.
Il giorno 7.05.2002 morì M.M. , vedova e senza figli, sorella di E., G. e R.M..
Il successivo 12.12.2002, su richiesta di E.M., venne pubblicato un testamento olografo, apparentemente vergato in Voghera il 2.04.2002, con cui la sorella la istituiva unica erede.
A distanza di qualche anno, G.G. – compagno della defunta – agì innanzi al Tribunale di Voghera nei confronti dei fratelli M. per sentire dichiarare la falsità di tale atto di ultime volontà e la propria qualità di erede testamentario in forza del testamento redatto dalla de cuius il 19.04.2001 ovvero di quelli redatti il 31.01.1991, 30.01.1991, 12.02.1988 e 20.06.1983. In quel procedimento (R.G. 399/2004), in cui si costituì la sola E.M., venne esperita una CTU grafologica, che ritenne la scheda impugnata apocrifa nella sua interezza (). Il giudizio si concluse con la sentenza n. 540/2008, che dichiarò la carenza di legittimazione attiva di G.G., per avere M.M. revocato il testamento del 19.04.2001 e quelli precedenti in suo favore.
G.M., disconosciuto a sua volta il testamento olografo del 2.04.2002 (), ha agito in questo giudizio per sentire dichiarare la propria qualità di erede legittimo della sorella M., l’indegnità della sorella E., per avere scientemente fatto uso di un testamento falso, e l’obbligo di quest’ultima di restituire i beni ereditari, chiedendone la condanna al risarcimento del danno da reato patito.
Nessuno si è costituito per R.M., che è stato dichiarato contumace.
E.M. ha invece contestato la fondatezza delle pretese avversarie, ritenendo l’azione infondata e, comunque, inammissibile, per essere il fratello decaduto dalla facoltà di disconoscere quel testamento, ricevuto dalla sorella in busta chiusa prima di morire, di cui ha chiesto in ogni caso la verificazione. Se ritenuto falso, ha chiesto di accertare la propria qualità di erede universale in virtù di un testamento olografo del 4.10.1987 ().
È poi intervenuto C.Z., figlio di E.M., chiedendo di accertare la propria qualità di erede universale o, in subordine, di legatario della zia M.M., in virtù di un testamento olografo del 2.02.1975 ().
Disconosciuti da G.M. anche i testamenti del 4.10.1987 e del 2.02.1975 e depositate le memorie istruttorie, il collegio si è pronunciato sull’eccezione preliminare di decadenza sollevata in relazione al testamento del 2.04.2002, che ha respinto con sentenza non definitiva n. 371/2010, con la quale ha poi escluso l’efficacia dei testamenti del 4.10.1987 e del 2.02.1975, ritenendoli revocati per effetto della revoca di tutte le disposizioni testamentarie precedenti, contenuta nel testamento, barrato e annullato, del 19.04.2001.
La causa è stata rimessa sul ruolo ed istruita con una prima CTU grafologica, avente ad oggetto l’autenticità del solo testamento del 2.04.2002, e CTU contabile, volta a ricostruire il patrimonio della de cuius. Nel frattempo, la sentenza non definitiva n. 371/2010 è stata riformata dalla sentenza di appello n. 45/2014, nella parte in cui aveva ritenuto inefficaci le schede testamentarie azionate da E.M. e C.Z., ritenendo la corte meneghina che la cancellazione del testamento 19.04.2001, con intento revocatorio, avesse comportato la “revoca” della revoca delle disposizioni precedenti, determinando la reviviscenza dei testamenti del 4.10.1987 e del 2.02.1975 ().
A seguito dell’accorpamento del Tribunale di Voghera a quello di Pavia, la causa è stata sospesa in attesa del pronunciamento della Suprema Corte – la quale, con ordinanza n. 8031/2019, ha confermato la sentenza di appello () – e riassunta da G.M., chiedendo nel contempo di poter produrre un nuovo testamento a favore di G.G., datato 31.01.1991 e ricevuto da quest’ultimo con raccomandata del 15/22.01.2014 ().
L’istruttoria è proseguita mediante esperimento di una seconda CTU grafologica, avente ad oggetto l’autenticità dei testamenti del 4.10.1987 e del 2.02.1975.
Precisate le conclusioni come in epigrafe e decorsi i termini concessi ex art. 190 c.p.c., è stata emessa la presente sentenza.
Sul rigetto dell’eccezione di inammissibilità dell’azione promossa da G.M., elevata sul presupposto che egli avrebbe tacitamente riconosciuto il testamento 2.04.2002, è ormai sceso il giudicato.
Com’è stato recentemente chiarito – invero, con pronuncia successiva all’introduzione del presente giudizio – “la parte che contesti l’autenticità del testamento olografo deve proporre domanda di accertamento negativo della provenienza della scrittura, e grava su di essa l’onere della relativa prova, secondo i principi generali dettati in tema di accertamento negativo” (): non vi è dubbio, anche a fronte delle precisazioni attoree (), che le domande formulate da G.M. vadano interpretate in tal senso – tanto che le modalità con cui i testamenti del 4.10.1982 e del 2.02.1975 sono stati impugnati è stata genericamente sollevata () – trattandosi di questione per lo più formale, una volta che l’accertamento peritale sia stato eseguito e sia stata individuata la parte su cui incombe il relativo onere probatorio.
La prima CTU grafologica ha ritenuto che la scheda testamentaria del 2.04.2002 non sia autentica, perché redatta, nella sua interezza, da una mano aliena (): il tutto per le ragioni meglio indicate nell’elaborato, al quale, sul punto, si fa integrale rinvio.
La conclusione – in linea con quanto già emerso nel corso del giudizio R.G. 399/2004 () – non è stata oggetto di particolari critiche, tanto che la diretta interessata, evidentemente prendendone atto, si limita a non credere, ancora oggi, che quel testamento non sia stato scritto dalla sorella (): il che ha reso attuale l’esigenza di verificare la genuinità delle altre schede testamentarie in contestazione.
G.M. sostiene, da ultimo, che l’accertamento sarebbe inutile, dovendo essi intendersi entrambi revocati, in applicazione dell’art. 682 c.c. (), dagli ulteriori testamenti del 30.01.1991 () e del 31.01.1991, con i quali M.M. nominò G.G. suo erede, rispettivamente, di “ogni mio bene, nulla escluso o riservato” e di “ogni mio bene attuale e quelli futuri riguardanti i proventi da diritti d’autore”: pertanto, secondo la sua prospettazione, si aprirebbe la successione legittima, avendo l’interessato comunicato di non volersene avvalere ().
L’assunto, tuttavia, non convince.
Riprendendo il ragionamento sviluppato da Cass. ord. 8031/2019 proprio nell’ambito di questo procedimento, si conviene che la cancellazione (volontaria) del testamento revocante, riconducibile all’ipotesi descritta dall’art. 681 c.c., faccia rivivere le disposizioni (precedenti) revocate, purché – ovviamente – esse siano compatibili con l’intenzione espressa dal testatore, mediante l’atto ablatorio.
Ma tali non appaiono eventuali statuizioni a favore del compagno della defunta – il quale, con sentenza a quanto sembra non impugnata, è stato dichiarato carente di legittimazione attiva, anche con riferimento al testamento del 30.01.1991 e alle “dichiarazioni di ultima volontà rilasciate negli anni precedenti”, sempre in suo favore () – dovendosi ritenere che, quand’anche contenute in atti anteriori al 19.04.2001, M.M., con il proprio gesto, lo abbia escluso dalla sua successione (): francamente non sorprende che quest’ultima, ormai malata, nell’ultimo anno di vita non abbia provveduto a barrarli tutti, considerato che, leggendo le conclusioni del compagno, si apprende che sarebbero stati almeno quattro.
Né l’uso del testamento del 30.01.1991 come scrittura di comparazione manifesta – ad avviso del collegio – alcuna evidente illogicità (), dal momento che l’irrilevanza giuridica del suo contenuto non elide la sua (sicura) provenienza dalla mano della defunta.
Analoghe considerazioni potrebbero estendersi al testamento del 31.01.1991, di appena un giorno successivo: oltretutto, il suo contenuto, singolarmente considerato, è tale da far pensare alla costituzione di un legato – più che all’istituzione di erede universale – ragion per cui, molto probabilmente, non è stato espressamente preso in considerazione nella sentenza n. 540/2008.
Preliminarmente, tuttavia, va respinta l’istanza riproposta al collegio “per poter produrre l’originale della lettera raccomandata inviata dal sig. G.G. con l’allegato testamento datato 31 gennaio 1991” (), ritenendosi la produzione – avvenuta in copia con il deposito del ricorso in riassunzione (9.05.2019) – ormai tardiva.
La rimessione in termini, a norma sia dell’art. 184 bis c.p.c. che dell’art. 153, comma 2, c.p.c., presuppone la tempestività dell’iniziativa della parte che assuma di essere incorsa nella decadenza per causa ad essa non imputabile, da intendere come immediatezza della reazione della parte stessa al palesarsi della necessità di svolgere un’attività processuale ormai preclusa: il concetto di “immediatezza della reazione” va pertanto interpretato come necessità che la parte istante “si attivi in un termine ragionevolmente contenuto e rispettoso del principio della durata ragionevole del processo” ().
Se, davvero, come sostiene l’attore, “nel caso di specie il testamento 31 gennaio 1991 allegato alla lettera inviata dal G. (…) è totalmente dirimente poiché revoca, senza ulteriore discussione, ogni precedente testamento olografo non compatibile rilasciato dalla de cuius” (), a maggior ragione esso avrebbe dovuto essere prodotto nel corso dell’udienza celebrata il 14.05.2014 () – e non a quasi cinque anni di distanza – proprio perché dallo stesso ritenuto idoneo a superare in radice le questioni relative all’efficacia della revoca contenuta nel testamento olografo (barrato) del 19.04.2001, su cui, in quel momento, il giudice dell’appello si era già pronunciato in senso negativo: senza contare che, sebbene si ignori quando venne prodotto nel giudizio R.G. 399/2004 (), all’esistenza di tale testamento fa chiaro riferimento G.G., nelle conclusioni in allora rassegnate, cosicché G.M., in questo giudizio, ne avrebbe potuto chiedere l’esibizione.
Esclusa la rilevanza, ai fini che occupano, dei testamenti olografi del 30.01.1991 e 31.01.1991, si può allora passare all’esame dell’approfondimento svolto sulle schede datate 4.10.1987 e 2.02.1975.
Si badi che l’ulteriore profilo di “inesistenza” di quella del 4.10.1987 – censurata per mancanza di luogo e data per la prima volta negli scritti conclusionali () – è smentita della lettura del documento stesso, apparentemente redatto in “Voghera” il “4 ottobre 1987”, perlomeno con riferimento alla parte istitutiva della “sorella E.” quale “erede universale”, senza che tale circostanza possa essere scalfita dall’aggiunta (successiva) di ulteriori disposizioni, di natura non patrimoniale (“Desidero che i miei funerali siano di tipo civile ed essere cremata come mio marito”), vergate dopo la firma e nuovamente sottoscritte dalla de cuius.
Dopo aver illustrato il metodo d’indagine prescelto (), il CTU incaricato ha osservato che:
– il prodotto grafico viene realizzato attraverso gli automatismi grafici, che si sviluppano nel tempo mediante schematismi motori e pratica scrittoria; gli schematismi motori sono sequenze di movimenti ormai collaudate che vengono acquisite ed eseguite da un soggetto per ripeterle, al bisogno, in modo automatico, ovvero senza vigilare su ogni singolo componente dell’azione; una volta appresi, si consolidano sempre più nel tempo e risultano modificabili solo superficialmente, con sforzo intenzionale, senza tuttavia poter essere a lungo, e del tutto, occultabili;
– all’esito delle ispezioni preliminari (), i supporti cartacei esaminati sono risultati integri ed esenti da grossolani interventi manipolativi di tipo chimico e meccanico, eventualmente eseguiti anche a mezzo stampa ad alta definizione e indistinguibili ad occhio nudo; le redazioni sono avvenute naturalmente, di pugno, e non mostrano segni di alterazione ();
– le grafie che li compongono sono naturali e spontanee e appaiono esenti da controllo redattivo, simulazioni o imitazioni di forme specifiche; nonostante le due stesure sembrino, ad una prima percezione, divergere tra loro e provenire da due diverse mani scriventi, emerge una concordanza di elementi pregnanti, nello specifico degli schematismi di sequenze motorie, cui si accompagnano variazioni di natura morfologica stilistica, molto probabilmente riconducibili agli anni (13), a distanza dei quali vennero redatti; ciò considerato, le due schede testamentarie sono assimilabili – ovvero provenienti dalle medesima mano scrivente – ed eventuali differenze sono di ordine stilistico formale; d’altronde, l’ambito di variabilità grafica della mano operante è ampia, tanto che alcune variazioni sono anche presenti all’interno delle schede medesime ();
– le scritture comparative () – scansionate o fotocopiate, perché non rinvenute in originale, ma comunque utilizzabili perché ritenute, in accordo con i CTP, di qualità sufficiente a studiare il grafismo – sono risultate di provenienza certa dalla de cuius ed estese in termini di quantità; mancano scritti coevi, impossibili da reperire, essendo i testamenti in contesa, risalenti di 30 e 40 anni ();
– dal raffronto tra scritture comparative e i testamenti in verifica, si rileva la corrispondenza delle strutture grafiche dal punto sostanziale e dinamico, con medesime concatenazioni e ripartizioni, raggruppamenti di lettere, eguale criterio nelle soluzioni dinamiche di associazione e distanziamenti di blocchi all’interno delle parole stesse; sono analoghi il susseguirsi di tratti più premuti ad altri alleggeriti, con corrispondente scarto differenziale di energia impressa e medesima allocazione lungo i tracciati ();
– il testamento comparativo 19.04.2001 riporta i segni di un insenilimento della grafia – con un calo dell’elasticità nelle soluzioni di ponti associativi tra unità alfabetiche, come nell’incedere ritmico dei percorsi – ma è proprio tale rilevata corrispondenza tra una grafia più giovanile e la sua corrispondente più matura ad attestare la genuinità dei tracciati in esame ().
Il CTU ha quindi ritenuto che i due olografi in discussione – esenti da alterazioni chimiche o fisiche e vergati di pugno, con tratto spontaneo, non simulato e privo di artifizi o segni di imitazione, dalla medesima mano degli scritti comparativi in epoca antecedente al testamento del 19.04.2001 – siano attribuibili a M.M. ().
Il percorso motivazionale offerto è logico ed articolato, mentre le critiche attoree alla conclusione raggiunta – da cui non vi è ragione di discostarsi – non colgono nel segno.
E, difatti, non si ravvisa alcuna lesione del principio del contraddittorio per avere il CTU incontrato i CTP in un’unica occasione (), evidentemente ritenuta sufficiente – a maggior ragione in tempi di pandemia – per delineare gli adempimenti necessari per rispondere al quesito (), di concerto con i CTP: tanto che nemmeno il CTP attoreo, sul punto, ha sollevato obiezioni di sorta.
Per il resto, le osservazioni svolte per conto di G.M. () hanno trovano esaustiva risposta nelle repliche fornite dal CTU, seppure certamente più sintetiche, alle quali si fa integrale rinvio ().
In definitiva, volendo riepilogare:
– il testamento del 2.04.2002 non è attribuibile alla mano della de cuius, per cui va considerato nullo;
– il testamento del 19.04.2001 è stato barrato e annullato, per cui non è efficace; lo stesso vale per i testamenti del 30.01.1991 del 31.01.1991 – quest’ultimo, prima di tutto, inutilizzabile perché prodotto tardivamente – da intendersi revocati, oltre che in virtù della sentenza n. 540/2008, per volontà della de cuius;
– i testamenti del 2.02.1975 e del 4.10.1987 sono entrambi autentici; il primo – che istituì C.Z. “erede universale” di tutti i “proventi da diritti d’autore affidati alla S.I.A.E” e, quindi, legatario, anche considerata la consistenza dell’asse ereditario () – è stato però revocato dal secondo, con il quale M.M. nominò “erede universale, nulla escluso o riservato, la sorella E.”.
D’altronde, che la defunta potesse aver voluto individuare, come propria erede, la (sola) convenuta è circostanza che, molto probabilmente, all’inizio non è parsa così implausibile neppure ai fratelli M., i quali, nel giudizio R.G. 399/2004, non si sono nemmeno costituiti.
L’eccezione di indegnità a succedere ai sensi dell’art. 643 n. 6 c.c., sollevata dall’attore per avere E.M. “fatto scientemente uso” di un testamento falso (quello del 2.04.2002) – prima nel procedimento R.G.399/2004 e, poi, in questo – va invece respinta, posto che una simile consapevolezza non poteva derivare né dalla sola consulenza tecnica (28.12.2006) () né dalla sentenza (12.12.2008) in allora depositate, ma può sorgere eventualmente soltanto all’esito di questo giudizio.
Questi gli elementi disponibili, tutte le domande formulate da G.M. e C.Z. vanno respinte, mentre va accolta quella formulata, “nel merito e in via subordinata” da E.M., la quale viene dichiarata erede universale di M.M. in forza del testamento olografo del 4.10.1987.
Resta evidentemente assorbita l’ulteriore domanda – formulata dalla convenuta, per la prima volta, in sede di costituzione in riassunzione – di dichiarare il fratello R.M., rimasto contumace, decaduto dalla possibilità di accettare l’eredità, per non essere intervenuta valida accettazione nel termine previsto ex lege.
Si ritiene che la complessità del caso concreto – caratterizzata da una sorprendente pluralità di testamenti, molti dei quali riferibili alla mano della defunta – e delle questioni giuridiche sottese – che ha portato a una serie di pronunce giurisdizionali, di segno talvolta opposto – configuri quelle “gravi ed eccezionali ragioni” () che giustificano la compensazione integrale delle spese di lite.
Per gli stessi motivi, quelle di tutte CTU vengono poste definitivamente a carico di tutte le parti costituite, nella misura di 1/3.
P.Q.M.
Il Tribunale, definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza ed eccezione disattesa o assorbita, così dispone:
RESPINGE tutte le domande svolte da G.M. e C.Z.;
ACCOGLIE formulata da E.M. “nel merito in via subordinata” e, per l’effetto,
DICHIARA E.M. erede universale di M.M. in forza del testamento olografo del 4.10.1987;
COMPENSA integralmente le spese processuali tra tutte le parti;
PONE le spese di tutte le CTU definitivamente a carico di tutte le parti costituite, nella misura di 1/3;
DISPONE la restituzione dei documenti custoditi in cassaforte alle parti che li hanno prodotti;
RESPINGE ogni altra domanda e/o eccezione da chiunque formulata.
Conclusione
Così deciso in Pavia, il 31 agosto 2021.
Depositata in Cancelleria il 1 settembre 2021.
TESTAMENTO OLOGRAFO E GRAFIA E CAPACITA’ DI TESTARE BOLOGNA VENEZIA TREVISO VICENZA PADOVA ROVIGO COME CONTESTARE UN TESTAMENTO PER LA GRAFIA E LA CAPACITA’ DI INTENDERE

TESTAMENTO OLOGRAFO E GRAFIA E CAPACITA’ DI TESTARE BOLOGNA VENEZIA TREVISO VICENZA PADOVA ROVIGO COME CONTESTARE UN TESTAMENTO PER LA GRAFIA E LA CAPACITA’ DI INTENDERE

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” Testamento olografo – Autografia –

SUCCESSIONI “MORTIS CAUSA” 

Testamento olografo

– Autografia –

VICENZA BOLOGNA TREVISO MILANO RAVENNA PAVIA FORLI RIMINI CESENA IMA FAENZA LUGO MANTOVA PADOVA ROVIGO AVVOCATO ESPERTO CAUSE E SOLUZIONI EREDITARIE

CHIAMA SUBITO AVVOCATO ESPERTO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA 051 6447838

Ai fini dell’identificazione del requisito dell’autografia del testamento olografo è necessario distinguere tra la dichiarazione di ultima volontà e il documento cartaceo sul quale essa è vergata, di tal che detto requisito è rispettato quando la disposizione di ultima volontà sia stata interamente scritta di pugno dal testatore e da lui sottoscritta pur se il documento cartaceo che la reca contenga scritti di mano aliena in una parte diversa da quella occupata dalla disposizione testamentaria; mentre la nullità per difetto di autografia del testamento è configurabile allorchè l’intervento del terzo ne elimini il carattere di stretta personalità, interferendo sulla volontà di disporre del testatore, come avviene quando nel corpo della disposizione di ultima volontà anche una sola parola sia di mano altrui e risulti scritta dal terzo durante la confezione del testamento, ancorchè su incarico o col consenso del testatore. (Nella specie, in applicazione del principio di cui in massima, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, la quale aveva escluso la nullità del testamento olografo in un caso nel quale nel documento cartaceo, contenente la disposizione di ultima volontà interamente scritta dal “de cuius” e, immediatamente sotto, la sottoscrizione dello stesso, comparivano anche, redatte da mano aliena, le sottoscrizioni di due infermiere che gli prestavano assistenza e altre scritte in stampatello riproducenti i nomi e gli indirizzi delle stesse).

a guida della mano del testatore da parte di una terza persona esclude, di per sé, il requisito dell’autografia, indispensabile per la validità del testamento olografo, a nulla rilevando l’eventuale corrispondenza del contenuto della scheda rispetto alla volontà del testatore ed essendo ultroneo verificare se la “mano guidante” sia intervenuta (come nella specie) su tutta la scheda testamentaria, trattandosi di condotta in ogni caso idonea ad alterare la personalità ed abitualità del gesto scrittorio e tale da condizionare l’accertamento della validità del testamento alla verifica di ulteriori circostanze – quali l’effettiva finalità dell’aiuto del terzo o la corrispondenza del testo scritto alla volontà dell’adiuvato – che minerebbero le finalità di chiarezza e semplificazione alla base della disciplina del testamento olografo. (Rigetta, CORTE D’APPELLO TORINO, 13/01/2015)

il procedimento di verificazione di cui agli artt. 214 e 215 c.p.c. ha la funzione di accertare l’autenticità della scrittura privata o della sottoscrizione disconosciuta allo scopo di consentire alla parte che vi ha interesse di avvalersene nel giudizio in corso, per cui il giudice di merito – che ha il compito di stabilire quali scritture debbano servire da comparazione – non è vincolato da alcuna graduatoria tra le fonti di accertamento dell’autenticità, ben potendo utilizzare, in virtù del principio generale dell’acquisizione della prova, anche le scritture prodotte dalla parte diversa da quella che ha proposto l’istanza di verificazione. Peraltro, la scrittura privata può assolvere alla funzione di comparazione quando sussista il dato positivo del suo riconoscimento espresso o tacito, ovvero quando non ne sia stata contestata l’autenticità, mentre la sua inidoneità a fornire la prova dell’autenticità della scrittura o della sottoscrizione disconosciuta non determina l’inammissibilità dell’istanza di verificazione, ma si riflette sul suo esito. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto che l’accertamento tecnico sull’autografia del testamento olografo fosse stato correttamente eseguito mediante utilizzazione, quali scritture di comparazione, di documenti prodotti dalla parte convenuta, nonostante la parte attrice, che aveva avanzato l’istanza di verificazione, si fosse opposta al loro impiego).

Data dell’atto – Successione testamentaria – Forma dei testamenti – Testamento olografo – Autografia – Data dell’atto – Indicazione completa del giorno, mese ed anno – Necessità – Omissione totale o parziale – Annullamento del testamento – Valutazione della rilevanza sul regolamento d’interessi contenuto nell’atto .In tema di validità del testamento olografo, la completa indicazione della data, composta di giorno, mese ed anno, costituisce un requisito essenziale di forma dell’atto anche nel caso in cui, in concreto, l’omissione sia irrilevante rispetto al regolamento d’interessi risultante dalle disposizioni testamentarie

Sez. U, Sentenza n. 19597 del 18/09/2020 (Rv. 658833 – 03)

Nelle controversie relative alla spettanza e alla misura degli interessi moratori, l’onere della prova, ai sensi dell’art. 2697 c.c., si atteggia nel senso che il debitore che intenda dimostrare l’entità usuraria degli stessi è tenuto a dedurre il tipo contrattuale, la clausola negoziale relativa agli interessi moratori e quelli applicati in concreto, l’eventuale qualità di consumatore, la misura del T.e.g.m. nel periodo considerato e gli altri elementi contenuti nel decreto ministeriale di riferimento, mentre la controparte dovrà allegare e provare i fatti modificativi o estintivi dell’altrui diritto.

Sez. U, Sentenza n. 6459 del 6/03/2020 (Rv. 657212 – 02)

La dichiarazione unilaterale scritta dal fiduciario, ricognitiva dell’intestazione fiduciaria dell’immobile e promissiva del suo ritrasferimento al fiduciante, non costituisce autonoma fonte di obbligazione, ma, rappresentando una promessa di pagamento, ha soltanto effetto confermativo del preesistente rapporto nascente dal patto fiduciario, realizzando, ai sensi dell’art. 1888 c.c., una astrazione processuale della causa, con conseguente esonero a favore del fiduciante, destinatario della “contra se pronuntiatio”, dell’onere della prova del rapporto fondamentale, che si presume fino a prova contraria.

Sez. U, Sentenza n. 15895 del 13/06/2019 (Rv. 654580 – 01)

In tema di prescrizione estintiva, l’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da apertura di credito, è soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, unita alla dichiarazione di volerne profittare, senza che sia necessaria l’indicazione delle specifiche rimesse solutorie ritenute prescritte.

).

Sez. U, Sentenza n. 11748 del 03/05/2019 (Rv. 653791 – 01)

In materia di garanzia per i vizi della cosa venduta di cui all’articolo 1490 c.c., il compratore che esercita le azioni di risoluzione del contratto o di riduzione del prezzo di cui all’articolo 1492 c.c. è gravato dell’onere di offrire la prova dell’esistenza dei vizi.

VICENZA BOLOGNA TREVISO MILANO RAVENNA PAVIA FORLI RIMINI CESENA IMA FAENZA LUGO MANTOVA PADOVA ROVIGO AVVOCATO ESPERTO CAUSE E SOLUZIONI EREDITARIE

CHIAMA SUBITO AVVOCATO ESPERTO SERGIO ARMAROLI BOLOGNA 051 6447838

Quale risarcimento spetta agli eredi in caso di incidente mortale?

Quale risarcimento spetta agli eredi in caso di incidente mortale?

Quale risarcimento spetta agli eredi in caso di incidente mortale?

In caso di morte dell’infortunato conseguente alle lesioni riportate in un incidente stradale, il diritto al risarcimento del danno biologico è trasmissibile “iure hereditatis” ai superstiti. Ciò in quanto il danno biologico, nell’ipotesi di fatto lesivo mortale si configura come diminuzione dell’aspettativa di durata della vita del soggetto leso sicchè, per effetto dell’evento morte, la lesione del suddetto diritto si monetizza convertendosi in pretesa pecuniaria facente parte del patrimonio della vittima e suscettibile di trasmissione agli eredi a prescindere, quindi, dalla circostanza che la morte sia conseguita istantaneamente all’azione illecita ovvero integri un effetto ritardato di essa.

In caso di incidente stradale mortale bisogna distinguere tra danni che maturano nella sfera della vittima (iure proprio), successivamente trasmissibili agli eredi e danno propri dei congiunti per lesione di diritti riferibili direttamente a questi ultimi. Si distingue tra danno patrimoniale e danno non patrimoniale. Tra i primi rientrano le perdite nella sfera patrimoniale del soggetto nelle voci del danno emergente (perdite effettivamente subite) e del lucro cessante (mancato guadagno). Nella seconda, nel danno non patrimoniale le poste risarcitorie attengono ai beni non patrimoniali del soggetto, alla lesione dei valori fondamentali tutelati dalla Costituzione o da altre norme dell’ordinamento.

Quali sono i danni patrimoniali risarcibili agli eredi in caso di incidente stradale mortale?

I danni patrimoniali in caso di incidente stradale mortale sono quelli di cui all’art. 1223 c.c.  comprensivi sia della perdita subita dal danneggiato, danno emergente, sia del mancato guadagno ossia del lucro cessante. Condizione necessaria per la liquidazione di tale danno l’esistenza di una causalità diretta e immediata rispetto al sinistro. La disposizione civilistica, infatti, rende risarcibile il danno patrimoniale solo se la perdita consegue in modo diretto e lineare al danno.

Nei confronti degli eredi è liquidabile il danno biologico per morte del congiunto da incidente stradale?

Il risarcimento del danno biologico può essere chiesto e ottenuto sotto un duplice profilo:

  1. iure hereditatis: in questo caso si fa valere il diritto al risarcimento del danno biologico che è entrato nel patrimonio del defunto. La configurabilità dà luogo a un contrasto in quanto per alcuni è un diritto personalissimo non trasmissibile mortis causa e per altra e diversa impostazione viene a crearsi un diritto di credito trasmissibile iure hereditatis. Non mancano coloro che affermano, nel caso in esame, la debenza del risarcimento solo e se la vittima resta in vita per un lasso di tempo tale da permettere l’acquisizione del diritto nel suo patrimonio successivamente oggetto di successione.
  2. Il danno biologico è configurabile anche iure proprio quale compromissione della salute a causa della morte del parente. Anche in questo caso sono due le tesi in gioco tra coloro che affermano l’inconfigurabilità della colpa del danneggiante in quanto danno non prevedibile e la sentenza della Corte Costituzionale che rende risarcibile il danno biologico ai congiunti se il turbamento psichico non si esaurisce nella pecunia doloris, ma degenera in malattia psichica con referente normativo nell’art. 2059 c.c.

In caso di lesioni i congiunti possono ottenere il risarcimento del danno non patrimoniale?

Sì, si fa valere lo sconvolgimento del tenore di vita a seguito delle lesioni riportate dal congiunto dopo l’incidente stradale.

Quale rapporto devono avere i congiunti con la vittima dell’incidente stradale per ottenere il risarcimento?

Premesso che anche i parenti sono danneggiati in via immediata e diretta dall’illecito, per non allargare a dismisura l’area del risarcimento, in un primo momento, si è detto che era necessario un rapporto qualificato con la vittima che di solito coincideva con la natura familiare dello stesso oppure con la convivenza. Questa ricostruzione è stata superata con riferimento al danno esistenziale il cui riconoscimento apre alla tutela di ogni valore relativo alla persona e garantito dalla Costituzione. La vittima secondaria, il congiunto, tale non è né si tratta di danno cd da rimbalzo perché si vanno a proteggere posizioni soggettive fondamentali.

All’interno del danno non patrimoniale è compreso anche quello tanatologico ossia da morte?

No, il nostro ordinamento non riconosce la risarcibilità del danno tanatologico ossia da morte proprio in quanto con la perdita della vita viene meno anche il titolare del diritto. Diversamente per il danno catastrofale (sofferenza psichica dovuta alla consapevolezza della morte imminente) e per quello terminale (pregiudizio alla salute a fronte dell’evento letale) unanimemente considerati risarcibili.

È risarcibile il danno da perdita del rapporto familiare?

Sicuramente sì. Gli eredi possono ottenere il risarcimento del danno da perdita del rapporto familiare che è annoverabile tra i danni iure proprio in quanto nasce direttamente nella loro sfera giuridica soggettiva tutelando un diritto proprio dei congiunti che è quello al corretto godimento della loro sfera familiare.

In caso di morte del creditore a seguito di incidente stradale il danneggiante deve risarcire il debitore?

In un primo momento dottrina e giurisprudenza riferivano la responsabilità extracontrattuale esclusivamente alla lesione dei diritti assoluti e non anche in ipotesi di danno ai diritti relativi come quelli di credito. In tale ottica se il debitore decedeva a seguito di incidente stradale alcuna tutela spettava al creditore né iure proprio né iure hereditatis. Emblematico, in tal senso, la decisione in merito alla sciagura di Superga con a bordo l’intera squadra del Grande Torino. La limitazione della responsabilità da fatto illecito era giustificata con l’esigenza di circoscrivere le pretese risarcitorie. Solo il debitore, infatti, poteva violare il diritto di credito. Il danneggiamento da parti di terzi non era considerato antigiuridico perché privo di tutela esterna in assenza di un obbligo di non ledere gravante sui terzi. Ancora ad essere negata era la sussistenza del nesso causale. Si riteneva che il diritto leso direttamente era quello primario alla vita e all’integrità fisica. Il diritto del creditore era danneggiato solo indirettamente. Dal noto caso Meroni la giurisprudenza muta il suo orientamento ritenendo risarcibile anche il creditore in caso di morte del debitore cagionata da fatto illecito del terzo come nel caso di incidente mortale. In tal senso si è osservato che i terzi non sono liberi di turbare il rapporto obbligatorio altrui né sono consentite violazioni indebite di situazioni soggettive protette dal diritto. Ad essere valorizzato il lato esterno del rapporto per cui è vero che i terzi non sono tenuti a cooperare, ma comunque devono rispettare le obbligazioni altrui. Il principio di relatività degli effetti del contratto, infatti, significa che il negozio non può produrre effetti a favore/ sfavore di terzi e non che gli stessi possono agire senza conseguenze interferendo illecitamente nel rapporto altrui. Né l’art. 2043 c.c. distingue tra rapporti assoluti e relativi relativamente ai quali è comunque configurabile un danno ingiusto. Anche al creditore, dunque, spetta il risarcimento per uccisione del debitore.

Conclusioni.

In caso di incidente stradale mortale diversi sono i danni che possono maturare nella sfera dei congiunti. Si distingue tra quelli patrimoniali che hanno ad oggetto la sfera reddituale del soggetto e quello non patrimoniali riguardanti la lesione di diritti fondamentali e garantiti dalla costituzione. Successivamente la differenza è tra danni iure proprio che nascono e maturano nella sfera giuridica soggettiva, tra cui, ad esempio, il danno da lesione del rapporto parentale o quello biologico iure proprio, e danni iure hereditatis che sorgono in capo al defunto e successivamente si trasmettono per successione.

Corte d’Appello Roma, 02/06/1994

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In caso di morte dell’infortunato conseguente alle lesioni riportate in un incidente stradale, il diritto al risarcimento del danno biologico è trasmissibile “iure hereditatis” ai superstiti. Ciò in quanto il danno biologico, nell’ipotesi di fatto lesivo mortale si configura come diminuzione dell’aspettativa di durata della vita del soggetto leso sicchè, per effetto dell’evento morte, la lesione del suddetto diritto si monetizza convertendosi in pretesa pecuniaria facente parte del patrimonio della vittima e suscettibile di trasmissione agli eredi a prescindere, quindi, dalla circostanza che la morte sia conseguita istantaneamente all’azione illecita ovvero integri un effetto ritardato di essa.

Cass. civ., Sez. III, Ord., (data ud. 22/11/2017) 31/01/2018, n. 2351

Intestazione

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. SESTINI Danilo – Consigliere –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. AMBROSI Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29166/2014 proposto da:

P.M., P.H. entrambi in proprio quali uniche successori del congiunto P.J. marito di M. e padre di H. e della defunta PL.ME. deceduta, elettivamente domiciliati in ROMA, V.F. DE SANCTIS 15, presso lo studio dell’avvocato PIER PAOLO POLESE, rappresentati e difesi dall’avvocato CARLO ZAULI giusta procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

UNIPOLSAI ASSICURAZIONI SPA, in persona del suo procuratore speciale Dott. G.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA L. BISSOLATI 76, presso lo studio dell’avvocato TOMMASO SPINELLI GIORDANO, che la rappresenta e difende giusta procura speciale in calce al controricorso;

– controricorrente-

avverso la sentenza n. 1672/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA, depositata il 11/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 22/11/2017 dal Consigliere Dott. IRENE AMBROSI.

Svolgimento del processo

P.M. e P.J. e P.H., in proprio e quali eredi di Pl.Me. (rispettivamente, madre, padre e sorella) convennero in giudizio, dinanzi al Tribunale di Ravenna, F.E., M.S. e la compagnia assicuratrice SAI, chiedendo il risarcimento dei danni patiti per la morte della loro congiunta in conseguenza di un incidente stradale cagionato dalla F. la quale, alla guida della autovettura di proprietà di M., aveva investito la giovane mentre ella camminava in senso opposto all’auto tenendosi sul lato destro della carreggiata.

Il giudice di primo grado respinse la domanda con sentenza n. 1084 del 2003.

La corte di appello di Bologna con sentenza n. 1586 del 2008, in accoglimento del gravame proposto da P.M. ed H. anche nella qualità di eredi di P.J., ritenne provata nell’an la responsabilità esclusiva di F.E., conducente dell’autovettura, limitando nel quantum il risarcimento.

Questa corte con sentenza n. 12273 del 2011 cassò con rinvio quest’ultima sentenza.

La corte di appello di Bologna, con sentenza n. 1672 del 2014, pronunciando nel giudizio di rinvio promosso in riassunzione da P.M. e P.H., in proprio e quali eredi di P.J., ferme restando le statuizioni di cui alla precedente sentenza e per quanto ancora rileva, ritenne la sussistenza del danno patrimoniale, derivante a P.M. e P.H., dal decesso di Pl.Me. (rispettivamente figlia e sorella delle ricorrenti) occorso a seguito dell’investimento de quo, osservando che “a seguito della sentenza della Suprema Corte non è più in discussione che in vita la vittima del sinistro, svolgesse attività lavorativa lecita e destinasse alla famiglia una parte dei propri guadagni” e condannò nel seguente ordine:

– F.E., M.S. e la società Fondiaria-Sai s.p.a., in solido tra loro, al pagamento, a favore delle odierne ricorrenti delle somme ulteriori, rispettivamente, di Euro 23.637,26 e di Euro 4.467,35; a favore di entrambe, quali eredi di P.J., della somma ulteriore di Euro 21.123,08, oltre rivalutazione monetaria dal 24 gennaio 1998 alla data di pubblicazione della sentenza e interessi con la medesima decorrenza sull’importo annualmente rivalutato;

F.E., M.S. e la Fondiaria-Sai s.p.a., solidalmente, al rimborso, a favore di P.M. e di P.H., delle spese del giudizio di primo grado liquidate in Euro 13.163,00 (di cui Euro 1.098,00 per esborsi, Euro 3.665,00 per diritti di procuratore, Euro 8.400,00 per onorari di avvocato), in Euro 10.040,48 (di cui Euro 986,48 per esborsi, Euro 2.054,00 per diritti ed Euro 7.000,00 per onorari di avvocato) del giudizio di appello, in Euro 5.400,00 (di cui Euro 348,00 per esborsi ed Euro 5.400,00 per onorari di avvocato) oltre rimborso spese generali, IVA e CPA del giudizio di Cassazione;

F.E., M.S. e la Fondiaria-Sai s.p.a., in via tra loro solidale, al rimborso, a favore delle odierne ricorrenti delle spese del giudizio di rinvio, che ha liquidato in Euro 1.150,00 per esborsi e in Euro 10.000 per compensi professionali, oltre IVA e CPA. Avverso quest’ultima pronuncia P.M. e P.H. in proprio e quali eredi del congiunto P.J., hanno proposto ricorso per cassazione articolato in quarantacinque motivi. Ha resistito con controricorso la Unipol-Sai Assicurazioni S.p.a. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Motivi della decisione

  1. I primi dieci motivi volti a criticare la sentenza impugnata sotto molteplici profili in punto di erronea quantificazione del dannopatrimoniale, possono essere congiuntamente esaminati per la reciproca e oggettiva connessione tra di essi sussistente.

1.1. Con il primo motivo (“Violazione e/o falsa applicazione degli artt. 122312262056 c.c., nonchè art. 116 c.p.c., per l’erronea quantificazione dei danni patrimoniali da lucro cessante per la perdita della congiunta quindi e quindi vulnerazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3″) le ricorrenti lamentano la mancata liquidazione da parte della corte di appello delle somme richieste a titolo di danno patrimoniale in violazione delle risultanze istruttorie (la corte di appello avrebbe errato nella quantificazione del quantum dell’apporto economico fornito dalla deceduta ai genitori e alla sorella in quanto: – non avrebbe considerato che la somma dichiarata in Lire dalla madre avrebbe dovuto essere raddoppiata “sono infatti raddoppiati tutti i costi dall’introduzione dell’Euro ad oggi” e determinata in Euro 250,00 mensili e che sarebbe potuta essere inviata per lungo tempo ancora così da giustificare la richiesta complessiva di Euro 60.000,00 in favore della madre, di Euro 30.000,00 in favore del padre e quella di Euro 15.000,00 per la sorella minorenne; – avrebbe, quanto a quest’ultima, erroneamente affermato che “una volta raggiunta la maggiore età avrebbe trovato una propria occupazione lavorativa così da essere in grado di provvedere alle proprie esigenze di vita” invece di tenere conto del corretto diverso parametro dell’età media per il conseguimento dell’indipendenza economica individuabile verosimilmente nell’età di ventisei anni; – quanto al prematuro decesso del padre della vittima – deceduto dopo solo nove mesi dopo il sinistro mortale della figlia -, erroneamente la corte territoriale avrebbe ritenuto il venir meno dell’esigenza della figlia di contribuire al mantenimento del padre, tento conto che la famiglia di origine dopo il decesso di questi sarebbe stata ancor più bisognosa).

1.2. Con il secondo motivo (“Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti in relazione al mancato rilievo della circostanza che la maggiore età non è di per sè parametro dell’indipendenza economica e quindi ex art. 360 c.p.c., n. 5, con riferimento alla posizione della sorella della defunta e cioè P.H.”) le ricorrenti lamentano l’omesso l’esame di un fatto, discusso e decisivo, costituito dalla circostanza che il raggiungimento della maggiore età non è di per se parametro di valutazione dell’indipendenza economica.

1.3. Con il terzo motivo (“Violazione e/o falsa applicazione di norma di legge in riferimento all’art. 2729 c.c.. in relazione all’erronea presunzione che la maggiore età potesse comportare il raggiungimento dell’indipendenza economica e, quindi, ex art. 360 c.p.c., n. 3″) le ricorrenti contestano l’asserzione “semplicistica” e non conforme al regime probatorio presuntivo utilizzata dalla Corte di appello secondo la quale la P.H., raggiunta la maggiore età, avrebbe trovato lavoro al pari della sorella.

1.4. Con il quarto motivo (“Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti in relazione alla circostanza che la morte del padre e la dedotta scarsa redditività della madre non avrebbero fatto che acuire le difficoltà della famiglia e quindi ex art. 360 c.p.c., n. 5″) le ricorrenti si dolgono, sotto altro profilo, dell’omessa considerazione della circostanza secondo cui, essendo esse rimaste da sole, dopo la prematura scomparsa di P.J. (coniuge di P.M. e padre di P.H.), avrebbero avuto bisogno ancora di più dell’aiuto della loro congiunta. In proposito, osservano che la morte del padre, malato, non avrebbe comportato una diminuzione della contribuzione versata dalla vittima alla famiglia di origine, ma piuttosto un aggravamento dello stato di bisogno della famiglia tenuto conto “delle instabili entrate di un’ infermiera dell’est (madre della vittima n.d.r.) dove gli stipendi sono notoriamente bassi”.

1.5. Con il quinto motivo (“Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti in relazione alla circostanza che con la morte del padre il contributo della figlia sarebbe stato comunque versato alla madre e alla sorella per l’intensificazione dei bisogni della famiglia e quindi ex art. 360 c.p.c., n. 5″) le ricorrenti rilevano l’omesso esame della circostanza che la differenza tra l’importo relativo al solo mantenimento del padre sarebbe stato comunque corrisposto dalla congiunta in favore della famiglia superstite in ragione dell’intensificazione dei bisogni della famiglia a seguito della morte del padre.

1.6. Con il sesto motivo (“Violazione e/o falsa applicazione di norma di legge in riferimento all’art. 2729 c.c.. in relazione all’erronea presunzione che la morte del padre comportasse la diminuzione dell’importo del contributo versato da Pl.Me. e, quindi, ex art. 360 c.p.c., n. 3″) le ricorrenti contestano altresì come del tutto erronea e priva di logica l’affermazione della corte di merito secondo la quale dalla data del decesso del padre l’importo del contributo versato dalla congiunta deceduta in favore della famiglia sarebbe diminuito.

1.7. Con i motivi settimo, ottavo, nono (“Nullità della sentenza per violazione di norme processuali ex artt. 113 e 116 c.p.c., in relazione all’erronea valutazione delle prove ín merito al danno patrimoniale risarcibile” a ciascuno dei prossimi congiunti di Pl.Me. “(…) quindi ex art. 360 c.p.c., n. 4″) le ricorrenti contestano che la quantificazione del danno patrimoniale sia stata operata in violazione delle risultanze istruttorie.

1.8. Con il decimo motivo (“Nullità della sentenza per violazione di norme processuali ex artt. 113 e 116 c.p.c., in relazione all’erronea valutazione delle prove in merito alla somma spettante a titolo di danno patrimoniale a seguito e come conseguenza della morte del padre da P.H. e P.M. e quindi ex art. 360 c.p.c., n. 4″) le ricorrenti contestano la mancata considerazione della circostanza che l’importo mensilmente e complessivamente inviato dalla vittima alla famiglia sarebbe sempre stato il medesimo anche dopo la morte del padre ed il raggiungimento della maggiore età della sorella.

  1. I motivi, per quanto sopra è sembrato potersi in sintesi riassumere, sono tutti inammissibili.

2.1. Le diverse censure mosse con riferimento alle paventate plurime violazioni di legge possono essere subito dichiarate inammissibili, in quanto contenenti una serie di conteggi e di considerazioni in fatto attraverso le quali si pretende che la Corte di legittimità desuma determinate circostanze attinenti al merito della causa ed, in definitiva, pervenga ad una diversa liquidazione del danno patrimoniale. I temi posti sono stati già affrontati dal giudice dell’appello che ha in proposito fornito una logica ed esauriente motivazione sia con riferimento all’apporto monetario inviato in vita dalla vittima alla famiglia in patria così come emerso dalla esperita istruttoria sia con riguardo al raggiungimento della maggiore età della sorella e al decesso del padre.

2.2. Sono altresì inammissibili le censure con le quali si lamentano svariati profili di omesso esame.

In via generale, giova rammentare che le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ai sensi della nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 – applicabile alle sentenze pubblicate dopo 1’11 settembre 2012 e dunque pacificamente anche alla pronuncia impugnata con il ricorso in esame, depositata l’11 luglio 2014 – il controllo sulla motivazione è dunque possibile, per un verso, solo con riferimento al parametro dell’esistenza e della coerenza e, per l’altro, solo con riferimento all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, che abbia costituito oggetto di discussione e sia decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia.

Le ricorrenti, sebbene denuncino formalmente l’omesso esame di diversi fatti che avevano costituito oggetto di discussione, tuttavia nella sostanza lamentano l’omesso esame di elementi istruttori da parte del giudice di appello dolendosi, in particolare, della mancata considerazione delle seguenti circostanze: – raggiungimento della maggiore età quale non parametro di valutazione dell’indipendenza economica quanto alla sorella della vittima, – difficoltà della famiglia acuite dalla morte del padre e dalla scarsa redditività della madre della vittima, – continuazione, dopo la morte del padre, del contributo della figlia in considerazione dell’intensificarsi dei bisogni del nucleo familiare, per giungere ad un accertamento del fatto diverso da quello a cui è motivatamente pervenuto il giudice del merito. Una simile rivalutazione di fatti e circostanze, già inammissibile nella vigenza del vecchio testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, lo è a più forte ragione alla luce della vigente formulazione della norma, specie se si consideri che la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito, il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere peraltro tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale ovvero a confutare qualsiasi deduzione difensiva. In altri termini, l’omesso esame di elementi istruttori non è di per sè sindacabile in sede di legittimità in quanto non integra, per ciò stesso, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo, qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (Cass, Sez. Un., 7/04/2014, nn. 8053 e 8054,; v. anche Cass., Sez. 6-3, 8/10/2014 n. 21257).

Nel caso in esame, contrariamente a quanto sostenuto dalle ricorrenti, la Corte territoriale ha mostrato di aver debitamente esaminato le risultanze probatorie emergenti dall’istruttoria esperita, non incorrendo in alcuna omissione riguardante un fatto che, se analizzato, avrebbe potuto comportare una decisione diversa. In particolare, la Corte di merito ha esaminato la questione relativa al danno patrimoniale subito dai congiunti della vittima motivando del tutto adeguatamente: – quanto alla sorella minorenne (all’epoca quattordicenne), che una volta raggiunta la maggiore età, avrebbe trovato una propria occupazione lavorativa così da essere in grado di provvedere alle proprie esigenze di vita; – quanto al padre, deceduto nell'(OMISSIS), che da quella data sarebbe venuta meno l’esigenza di contribuire al suo mantenimento; – quanto alla madre, all’epoca impiegata, in Patria, stabilmente come infermiera, che ragionevolmente al raggiungimento della maggiore età della figlia minore avrebbe potuto fare a meno del contributo economico della primogenita. Le ricorrenti, nel dedurre la diversità del giudizio di fatto posto a fondamento della sentenza di merito, continuano piuttosto a dolersi dell’omessa considerazione di elementi istruttori decisivi ad una diversa ricostruzione del fatto secondo la loro prospettazione.

2.3. Manifestamente inammissibili sono le censure con le quali è dedotta la nullità della sentenza per violazione degli artt. 113 e 116 c.p.c.. Come sopra meglio illustrato, le ricorrenti insistono nel ritenere erronea la liquidazione del danno patrimoniale in favore di ciascuno dei familiari della vittima ed in relazione alla mancata considerazione che “le somme versate a favore del padre sarebbero state corrisposte a vantaggio della madre e della sorella e, poi, quando questa fosse divenuta autonoma, a favore della sola madre per il resto della vita”. In proposito è sufficiente evidenziare che in realtà non si denuncia alcuna violazione dell’ambito applicativo delle norme invocate, bensì si continua ad esprimere dissenso dalla valutazione delle emergenze istruttorie (dalle quali risultava l’invio da parte della figlia di somme di denaro alla madre e ai parenti) al fine di sollecitare una riliquidazione della voce di danno patrimoniale, ma in tal modo si sollecita sostanzialmente questa Corte ad una rivisitazione delle dette emergenze, del tutto inammissibile. Questa Corte ha già affermato che la violazione dell’art. 116 c.p.c., in relazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4, è possibile soltanto: “a) se il giudice di merito valuta una determinata prova ed in genere una risultanza probatoria, per la quale l’ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore ovvero il valore che il legislatore attribuisce ad una diversa risultanza probatoria (come, ad esempio, valore di prova legale); b) se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola, così falsamente applicando e, quindi, violando la norma in discorso (oltre che quelle che presiedono alla valutazione secondo diverso criterio della prova di cui trattasi)”. Al di fuori da tali casi, la circostanza che il giudice, invece, abbia male esercitato il prudente apprezzamento della prova è censurabile solo ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (Sez. 3, 10 giugno 2016, n. 11892; Sez. L., 19 giugno 2014 n. 13960; Sez. 3, 20 dicembre 2007 n. 26965).

Nel caso in esame, tenuto conto anche della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il lamentato cattivo esercizio del potere di apprezzamento delle prove da parte del giudice di merito non è prospettato in conformità nè del n. 4 (per come sopra meglio esposto), nè dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (per come meglio esposto nel punto 2.2 a proposito della riformulazione della disposizione) atteso che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora, come nel caso in esame, il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice.

  1. I motivi dal numero undici al numero ventisette, anch’essi da esaminare congiuntamente per ragioni di connessione, sono volti a criticare la sentenza impugnata sotto molteplici profili in punto di quantificazione del dannonon patrimoniale da lesionedel rapporto parentale.

3.1. In particolare, con l’undicesimo motivo (“Nullità della sentenza per falsa applicazione delle norme di diritto processuali degli artt. 113 e 116 c.p.c. e quindi ex art. 360 c.p.c., n. 4, in riferimento alla valutazione del più probabile che non della morte del padre a causa del decesso della figlia”) le ricorrenti contestano l’affermazione della corte territoriale secondo la quale il successivo decesso del padre della vittima era da ritenersi avvenuto “per una causa che, in mancanza di riscontri in senso contrario, non può che ritenersi estranea al sinistro” e insistono nel ritenere violato il principio del nesso di causalità materiale ed in particolare il criterio del “più probabile che non” per non aver ritenuto come plausibile che l’aggravarsi delle condizioni di salute e il decesso del padre fossero dovute alla morte della figlia primogenita andata all’estero per aiutare la famiglia.

3.2. Con il dodicesimo motivo (“Violazione e/o falsa applicazione di norma di legge in relazione agli artt. 12262043 e 2059 c.c., in riferimento all’erronea diminuzione dell’importo da liquidare all’erronea presunzione che la morte del padre comportasse la diminuzione dell’importo da liquidare a titolo di danno non patrimoniale da perdita definitiva del rapporto parentale in conseguenza della mancata convivenza di Pl.Me., quindi, ex art. 360 c.p.c., n. 3 “) le ricorrenti contestano come del tutto ingiusta la diminuzione dell’importo da liquidare a titolo di danno da perdita definitiva e irreversibile del rapporto parentale (richieste nel giudizio in riassunzione negli importi di Euro: 350.000,00 in favore della madre, 400.000,00 in favore del padre e 130.000,00 in favore della sorella) sia in quanto non avrebbe considerato “la realtà dei fatti per come si svolsero” sia perchè, con motivazione poco comprensibile, da un lato, avrebbe richiamato la forza del rapporto parentale per il fatto che la vittima fosse andata all’estero per aiutare la famiglia e, dall’altro, del tutto contraddittoriamente affermato che proprio per la mancata convivenza il legame parentale si sarebbe affievolito.

3.3. Con il tredicesimo motivo (“Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti in relazione alla circostanza che la mancata convivenza era dovuta al fatto che Pl.Me. si era trasferita in Italia per poter lavorare ed inviare così un aiuto alla famiglia e quindi il vincolo particolare, lungi dall’essere affievolito era semmai rafforzato e quindi ex art. 360 c.p.c., n. 5″) le ricorrenti insistono nel riproporre la censura di cui al precedente motivo sotto il diverso profilo dell’omesso esame. Contestano in particolare che sebbene la Corte Territoriale avesse ammesso espressamente che la vittima fosse legata da un forte vincolo affettivo alla famiglia di origine dalla quale si era allontanata per trovare un lavoro che le consentisse di aiutarla economicamente, anche in considerazione del fatto che il padre era malato, ne avesse tuttavia tratto conseguenze in ordine alla riduzione della liquidazione.

3.4. Con il quattordicesimo motivo (“Violazione e/o falsa applicazione di norma di legge in relazione all’art. 2729, per quanto concerne l’erronea presunzione che dalla mancata convivenza derivasse un affievolimento del vincolo parentale e, quindi, ex art. 360 c.p.c., n. 3, a fronte di un quadro probatorio del tutto distinto”) le ricorrenti insistono nel riproporre la censura di cui al precedente motivo sotto il diverso profilo della violazione di legge nell’uso di una presunzione del tutto infondata che renderebbe la motivazione, sul punto, del tutto contraddittoria.

3.5. Con il quindicesimo motivo (“Violazione e/o falsa applicazione di norma di legge in relazione agli artt. 12262043 e 2056 e 2059 c.c., per quanto riguarda il danno non patrimoniale da risarcire nei confronti dei familiari e, quindi, ex art. 360 c.p.c., n. 3″) le ricorrenti lamentano che il quantum del danno non patrimoniale da lesione del rapporto parentale sia stato equitativamente liquidato in un quarto dell’importo già riconosciuto dalla stessa corte per il ristoro del danno morale c.d. soggettivo, atteso che non sussisterebbero ragioni per tale contenimento tenuto conto che già in sede di rinvio avevano – al fine di assicurare l’integrale risarcimento del danno – rivendicato importi superiori rispetto alle incongrue somme già liquidate dalla corte di appello a titolo di danno morale (Euro 84.633,10 per P.M., 12.911,42 per P.H. ed Euro 82.633,00 per P.J.). Richiamano la giurisprudenza di legittimità in ordine ai criteri di uniformità delle liquidazione del danno alla persona sulla base del parametro tabellare e sottolineano la mancata contestazione da parte della controparte in ordine alla sussistenza del danno esistenziale come lesione del rapporto parentale.

3.6. Con il sedicesimo, diciassettesimo e diciottesimo motivo (“Violazione e/o falsa applicazione di norma di legge in relazione agli artt. 12262043 e 2056 e 2059 c.c.”) le ricorrenti lamentano la violazione di legge in ordine al quantum del danno liquidato nei confronti, rispettivamente, della sorella P.H. (Euro 3.227,85), della madre P.M. (Euro 21.158,27) e del padre P.J. (Euro 20.658,27, quest’ultimo importo rivendicato dalle ricorrenti jure hereditatis). In particolare contestano l’erroneità della quantificazione operata dal giudice di merito che non avrebbe operato un integrale e personalizzato risarcimento, mancando di applicare il parametro di ristoro massimo previsto dalle tabelle.

3.7. Con il diciannovesimo motivo (“Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti in relazione alla circostanza che il decesso del padre nove mesi dopo quello della figlia renda incontestabile che l’ultimo periodo della sua vita lo ha inevitabilmente trascorso nella sofferenza per la perdita e, quindi, per tale ragione se anche non ritenesse di collegare le tristi vicende per l’accadimento spazio temporale si giustifica la liquidazione nel massimo per la perdita del rapporto parentale e quindi con vulnerazione ex art. 360 c.p.c., n. 5″) le ricorrenti insistono nel ritenere mancato l’uso del criterio “del più probabile del non” già illustrato nel motivo undici sotto il profilo della nullità della sentenza.

3.8. Con il ventesimo motivo (“Nullità della sentenza per violazione di norme di procedura ex artt. 113 e 116 c.p.c., in relazione alla valutazione imprudente delle prove in merito al danno non patrimoniale e da perdita parentale subito da P.J. e quindi ex art. 360 c.p.c., n. 4″) le ricorrenti contestano altresì la quantificazione del danno non patrimoniale liquidato in favore del padre della vittima perchè operata in violazione delle risultanze istruttorie e perchè secondo le ricorrenti la corte territoriale si sarebbe limitata ad una liquidazione apparente, solo perchè obbligata dalla pronuncia della cassazione.

3.9. Con il ventunesimo motivo (“Violazione e/o falsa interpretazione di norma di legge e cioè dell’art. 3 Cost., dell’art. 185 c.p., degli artt. 12262043 e 2056 e 2059 c.c.”) le ricorrenti lamentano che la quantificazione del danno non patrimoniale sia avvenuta senza indicazione dei parametri tabellari utilizzati, con valutazione non più equitativa, ma effettuata ad libitum, senza possibilità che la decisione fosse prevedibile e controllabile.

3.10. Con il ventiduesimo (“Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”) con il ventitresimo motivo (“Nullità della sentenza per omessa pronuncia e violazione dell’art. 112 c.p.c., che è norma inerente allo svolgimento del giusto processo ex art. 111 Cost., in merito all’applicazione delle tabelle di Milano richieste in sede di rinvio e quindi ex art. 360 c.p.c., n. 4″) e con il ventiquattresimo motivo (“Violazione e/o falsa interpretazione di norma di legge in riferimento all’art. 1223 c.c., nonchè all’art. 2059 c.c.”) le ricorrenti insistono nel censurare la motivazione sul quantum debeatur sotto il profilo dell’omessa pronuncia sulla richiesta di applicazione delle tabelle di Milano, non avendo indicato il giudice del merito i criteri, tabellari o meno, utilizzati nella quantificazione del danno e, sotto altro profilo, per aver liquidato una somma inferiore ai minimi tabellari e non riconoscendo l’integralità del danno.

3.11. Con il venticinquesimo motivo (“Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”) e con il ventiseiesimo motivo (“Violazione e/o falsa applicazione di norma in ordine agli artt. 122311262056 c.c.”) sotto un duplice profilo le ricorrenti si dolgono della mancata valutazione dell’autonomia della voce del danno morale rispetto a quella del danno esistenziale “all’interno del danno non patrimoniale”.

3.12. Con il ventisettesimo motivo (“Violazione e/o falsa applicazione di norma in ordine agli artt. 122311262056 c.c.”) le ricorrenti contestano il mancato riconoscimento del danno non patrimoniale nella sua integralità effettiva.

  1. I motivi in sintesi riassunti, sono anch’essi tutti inammissibili.

4.1. Le paventate plurime violazioni di legge sulla quantificazione del danno non patrimoniale vanno dichiarate inammissibili in quanto, pur movendo formalmente violazioni di norme di diritto, le ricorrenti continuano a censurare il mancato accertamento dei fatti che avrebbe consentito secondo la loro prospettazione – una liquidazione del danno da lesione del rapporto parentale più favorevole. In altri termini, pur denunciando formalmente vizi di violazione di legge, propongono nella sostanza un’inammissibile rivalutazione delle risultanze istruttorie al fine di ritenere dovute le somme richieste in riassunzione a titolo di danno subito da perdita del rapporto parentale. Essa attiene dunque a profili di fatto e tende inammissibilmente ad invocare, dinanzi alla Corte di legittimità, una rivalutazione del merito della causa in contrapposizione a quella formulata dalla Corte territoriale, la quale, con valutazione insindacabile perchè riservata al giudice di merito, ha motivatamente ed in modo adeguato provveduto alla determinazione dell’importo da liquidare. I temi posti (e sovrapposti) dalle ricorrenti sono stati già affrontati dal giudice dell’appello che ha in proposito fornito una logica ed esauriente motivazione in ordine al quantum debeatur sia in relazione alla circostanza del decesso del padre della vittima, sia in relazione alla circostanza che la mancata convivenza lungi da determinare un affievolimento dello strettissimo vincolo parentale avesse però incidenza nella quantificazione del danno, da stabilirsi in via equitativa nella misura di un quarto dell’importo già riconosciuto dalla precedente statuizione della Corte territoriale e liquidato per il danno morale, importo non toccato in alcun modo dalla pronuncia cassatoria da cui ha avuto origine il giudizio di rinvio oggi in esame (Cass. Sez. 3 n. 12273/2011). Pure inammissibili, proprio in ragione di quest’ultimo profilo, sono le doglianze formulate in relazione alla asserita mancata indicazione dei parametri tabellari utilizzati, motivo già ritenuto “palesemente infondato” da questa Corte con la citata pronuncia.

4.2. Manifestamente inammissibili sono le censure con le quali è dedotta la nullità della sentenza per violazione degli artt. 113 e 116 c.p.c., in riferimento alla mancata valutazione del criterio del “più probabile che non” sulla valutazione del nesso tra la morte del padre ed il decesso della figlia nonchè alla imprudente valutazione delle prove in merito alla quantificazione del danno subito dallo stesso padre. Come già rammentato al punto 2.3, questa Corte ha già delineato l’ambito entro il quale può farsi valere il vizio connesso al mancato esercizio del potere di apprezzamento del giudice e, nel caso in esame, per le stesse ragioni sopra evidenziate, le doglianze formulate non si inquadrano nè nel paradigma del n. 5, nè in quello del n. 4 dell’art. 360 c.p.c., comma 1.

4.3. Sono altresì inammissibili le censure con le quali si lamentano svariati profili di omesso esame. Come già sopra meglio rilevato, le Sezioni Unite hanno chiarito che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia. Le stesse Sezioni Unite hanno soggiunto che tale riformulazione va interpretata alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e solo l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, che abbia costituito oggetto di discussione e sia decisivo, vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia (Cass., Sez. Un., 7/04/2014, nn. 8053 e 8054,; v. anche Cass., Sez. 6-3, 8/10/2014 n. 21257).

Le ricorrenti, insistono nel lamentare formalmente l’omesso esame di diversi fatti che avevano costituito oggetto di discussione, mentre nella sostanza lamentano l’omesso esame di elementi istruttori da parte del giudice di appello dolendosi, in particolare, della mancata considerazione delle seguenti circostanze: – la mancata convivenza della vittima fosse dovuta al trasferimento della stessa in Italia per poter lavorare e inviare un aiuto alla famiglia; – liquidazione del danno parentale in rapporto a quello morale; – mancato riconoscimento del danno non patrimoniale nella sua integralità effettiva, per giungere ad un accertamento del fatto diverso da quello a cui è motivatamente pervenuto il giudice del merito. Una simile rivalutazione di fatti e circostanze, è del tutto inammissibile, specie se si consideri che la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito, a maggior ragione se il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Nella specie, la Corte di merito ha esaminato adeguatamente le risultanze probatorie emergenti dall’istruttoria esperita, non incorrendo in alcuna omissione riguardante un fatto che, se analizzato, avrebbe potuto comportare una decisione diversa. In particolare, la Corte di merito ha mostrato di fare applicazione del principio già più volte affermato da questa Corte per cui il danno da perdita del rapporto parentale deve essere risarcito mediante il ricorso a criteri di valutazione equitativa, rimessi alla prudente discrezionalità del giudice di merito, esplicitando le regole di equità applicate (artt. 1226 e 2056 c.c.) e, nello specifico, tenendo conto dell’irreparabilità della perdita della comunione di vita e di affetti e della integrità della famiglia subita dai prossimi congiunti della vittima, ed operando un’attenta considerazione di tutte le circostanze idonee a lumeggiare la pregnanza, in concreto, dell’entità della lesione subita dai superstiti (cfr. tra tante: Sez. 3, 09/05/2011 n. 10107). Ciò è avvenuto nel caso in esame nel rispetto dell’orientamento richiamato. In particolare, il giudice di rinvio nell’esercizio del proprio potere discrezionale ha individuato un ragionevole criterio al fine di pervenire ad un equo ristoro, ancorando la liquidazione “in un quarto” del quantum già liquidato dalla stessa Corte territoriale per il danno morale subiettivo, mostrando di aver compiuto un’adeguata personalizzazione in considerazione dell’età della vittima, dell’attività da essa svolta e delle sue condizioni personali e familiari.

  1. I motivi dal ventottesimo al quarantunesimo, da esaminare congiuntamente per ragioni di reciproca connessione, sono volti a criticare la sentenza impugnata sotto molteplici profili in punto di liquidazione delle spese e con essi le ricorrenti censurano lo stesso capo di motivazione della sentenza impugnata – riportandolo integralmente – per quattordici volte di seguito, reiterando ed incrociando le censure così come di seguito si riassume sommariamente.

5.1. Nello specifico, con i motivi ventottesimo, ventinovesimo e trentesimo (“Omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti”) le ricorrenti contestano, la mancata valutazione – ai fini della liquidazione delle spese legali – della posizione differenziata dalle stesse spiegata nel giudizio jure proprio e jure hereditario sia come coeredi della Pl.Me. (figlia e sorella vittima del sinistro de quo) sia come coeredi di P.J. (coniuge e padre deceduto nelle more del giudizio).

5.2. Con i motivi dal trentunesimo al trentaquattresimo e con quelli trentasettesimo, trentanovesimo e quarantunesimo (“Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c., in relazione al D.M. Giustizia n. 127 del 2004art. 5“) le ricorrenti lamentano (con riferimento alla loro posizione di ricorrenti sia in proprio sia quali coeredi di Pl.Me. e di P.J.): l’erronea liquidazione delle spese legali nei quattro gradi di giudizio, nonchè la difformità degli importi rispetto a quelli richiesti e contenuti nelle note depositate nel corso del giudizio, pur in assenza di contestazione dei medesimi importi riferiti ai tre gradi di giudizio, – la mancata considerazione della complessità della causa “visto che per alcune poste quali i danni patrimoniali, per avere una pronuncia di accoglimento si è dovuto pervenire alla cassazione della decisione” ed infine, – l’erronea individuazione dello scaglione di riferimento e l’erronea quantificazione delle spese in relazione alla opportunità di consentire la doppia nota, data “l’esistenza di due parti con tre posizioni differenti”.

5.3. Con il trentacinquesimo motivo le ricorrenti insistono, sotto il profilo dell’omesso esame, in relazione alla stessa circostanza già denunciata nel punto che precede secondo la quale le note depositate nei tre gradi non erano state tempestivamente contestate da controparte.

5.4. Con il trentaseiesimo motivo (“Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 91 c.p.c.”) le ricorrenti reiterano le doglianze già formulate in relazione alla mancata contestazione delle note spese, alla mancata duplicazione delle posizioni a seconda delle differenti posizioni e alla erronea individuazione dello scaglione.

5.5. Con il trentottesimo motivo le ricorrenti insistono in relazione alla stessa circostanza indicata nel motivo trentasettesimo (“mancata valutazione della complessità della causa”) sotto il diverso profilo dell’omesso esame.

5.6. Con il quarantesimo motivo le ricorrenti lamentano che il giudice di merito abbia omesso l’esame del fatto secondo cui il valore liquidato della causa fosse superiore a quello individuato per la liquidazione delle spese legali.

  1. I motivi sopra sinteticamente riassunti sono inammissibili con riferimento ai profili di omesso esame e infondati con riferimento alle violazioni di legge.

6.1. Questa Corte ha già più volte affermato che la determinazione degli onorari di avvocato costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice che, se contenuto tra il minimo e il massimo della tariffa, non richiede specifica motivazione e non può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità se non quando l’interessato specifichi le singole voci della tariffa che assume essere state violate (Sez. 2, 03/04/1999 n. 3267; Sez. 2, 22 giugno 2004, n. 11583, Sez. 3, 24 ottobre 2007, n. 22347, Sez. 1 2015 20289).

Nel caso in esame, le ricorrenti non denunciano la violazione dei minimi tariffari, ma lamentano l’omesso esame delle loro posizioni processuali che non sarebbero state adeguatamente e autonomamente valutate nei quattro gradi di giudizio; censurano in particolare la mancata differenziazione delle loro posizioni (quali attrici in proprio e in qualità di eredi) ai fini di una liquidazione delle spese ben diversa in relazione alla complessità della causa. Sennonchè la Corte territoriale ha esplicitamente precisato che gli onorari sono stati determinati in Euro 8.400,00 (quanto al primo grado) cioè in misura superiore al valore medio tariffario (pari a Euro 6.000,00) con la maggiorazione del 40 per cento richiesta dalle medesime parti D.M. n. 127 del 2004, ex art. 5, appunto in considerazione dell’entità delle questioni trattate, dell’attività svolta e del risultato conseguito. Sicchè, con i motivi sopra meglio riassunti, le ricorrenti lamentano in definitiva una liquidazione insufficiente ed inferiore a quella richiesta, deducendo quindi una censura incompatibile con il giudizio di legittimità e come tale inammissibile.

6.2. La stessa doglianza dedotta quale violazione dell’art. 91 c.p.c. e delle relative disposizioni tariffarie (in ordine alla asserita mancata valutazione – ai fini della liquidazione delle spese legali – della posizione differenziata dalle ricorrenti rispetto alle domande spiegate nel giudizio sia in proprio sia in qualità di eredi) risulta del tutto destituita di fondamento. La Corte territoriale, contrariamente a quanto lamentato dalle odierne ricorrenti e come sopra visto, ha tenuto conto adeguatamente della distinta posizione assunta dalle stesse, oltre che di quella del loro congiunto deceduto nelle more del giudizio, tanto da aver operato l’aumento del 40 per cento dell’importo liquidato a titolo di spese, considerando un valore medio di riferimento tenuto conto della natura della causa di risarcimento dei danni da sinistro stradale (investimento di un pedone, risarcimento dei diritti risarcitori degli stretti congiunti) come “non particolarmente complessa”.

6.3. Parimenti infondata è la complessa censura reiterata sotto vari profili in merito alla difformità degli importi delle spese liquidate rispetto a quelli richiesti con le note depositate nel corso del giudizio, pur in assenza di contestazione dei medesimi importi riferiti ai tre gradi di giudizio, nonchè in merito alla mancata considerazione della complessità della causa, alla erronea individuazione dello scaglione di riferimento e alla erronea quantificazione delle spese in relazione alla opportunità di consentire la doppia nota data l’esistenza di due parti con tre posizioni differenti.

Al riguardo, va, in primo luogo, rilevato che la Corte di merito ha espressamente tenuto conto delle note depositate dalle ricorrenti in atti e ha adeguatamente ed esplicitamente indicato lo scaglione di riferimento e l’importo degli esborsi liquidati per ciascuno dei gradi di giudizio; quindi, per un verso, del tutto irrilevante, è la questione della mancata contestazione delle note da parte della odierna controricorrente e, per l’altro – per quanto già sopra detto, inammissibile è la richiesta di mutamento dello scaglione di riferimento, nonchè quella svolta in via subordinata volta ad ottenere la liquidazione del “le anticipazioni, le spese generali, le competenze e gli onorari” secondo le notule allegate dalle ricorrenti per ciascun grado di giudizio, intendendo ancora una volta le ricorrenti sostituire il loro apprezzamento sul valore della controversia a quello adeguatamente esercitato dalla Corte di merito in proposito.

Va, in secondo luogo, evidenziato, come puntualmente dedotto anche da controparte, che non conferente si appalesa il rinvio all’art. 6, comma 1, Tariffa forense ed al principio di diritto indicato dalla pronuncia di questa Corte n. 14999/2010 atteso che esso attiene alla regolamentazione dei rapporti tra il difensore e il proprio cliente ad al valore probatorio attribuito alla parcella del professionista ossia in un ambito affatto diverso da quello in esame. Va, peraltro, rilevato che il giudice di appello ha tenuto conto della natura della controversia per escluderne la rilevanza in termini di particolare importanza, valutazione con la quale ha esercitato il proprio potere discrezionale in tema di liquidazione delle spese, senza “banalizzare” la controversia in oggetto, ma anzi incrementando la liquidazione così come richiesta dalla difesa.

Infine, quanto alla invocata maggiorazione della liquidazione la quale, ad avviso delle ricorrenti avrebbe dovuto essere addirittura superiore al 60 per cento trattandosi di due soggetti che agiscono “con tre posizioni distinte e differenti tra loro”, va sottolineato che la Corte territoriale ha incrementato l’onorario del 20 per cento secondo previsioni tariffarie ravvisando nella fattispecie in esame un caso di assistenza e difesa di più parti aventi “la stessa posizione processuale”, in conformità ai principi più volti espressi da questa Corte in materia (Sez. 3, 14/05/1997 n. 4235).

  1. I motivi dal quarantaduesimo al quarantacinquesimo, in ragione della intima reciproca connessione meritano un esame congiunto, sono volti a criticare la sentenza impugnata sotto molteplici profili in relazione alla voce di dannobiologico e morale da morte spettante alla vittima e rivendicabile juresuccessionis dalle ricorrenti.

7.1. In particolare, con il quarantaduesimo motivo (“Nullità della sentenza per violazione di norme di legge di cui all’art. 112 c.p.c., sulla corrispondenza tra il chiesto e pronunciato in relazione alla pronuncia art. 185 c.p., per quanto concerne il danno biologico e morale da morte spettante a Pl.Me. e rivendicabile jure ereditatis da P.H. e M. e quindi ex art. 360 c.p.c., n. 4″) nonchè con i successivi dal quarantatreesimo al quarantacinquesimo (“Violazione e falsa applicazione degli artt. 23232432101 e 111 Cost., artt. 61 e 61 Costituzione europea e/o artt. 101113116 c.p.c., in riferimento all’interpretazione degli artt. 204320562059 c.c., art. 13 CEDU e dunque dell’art. 360 c.p.c., n. 3, in relazione all’interpretazione della norma e nella qualificazione del giudicato esterno”) le ricorrenti lamentano la violazione di legge in ordine ad un punto specificatamente prospettato volto a riconoscere in capo a Pl.Me. il danno da morte indipendentemente dallo stato di coscienza, segnalando in proposito che, nelle more del presente processo, era mutato l’orientamento della S.C. in ordine alla trasmissibilità jure successionis di siffatto danno. Denunciano, in particolare, la violazione di diritti umani o, in subordine, la falsa applicazione di diritti assoluti e costituzionali, enumerando, nell’ordine, le seguenti omissioni di pronuncia: – sulla quantificazione e qualificazione del risarcimento del danno non patrimoniale biologico e morale da morte catastrofale e da agonia trasmesso jure successionis; – sulla mancata quantificazione di un danno non patrimoniale da perdita parentale non simbolico; – sulla violazione conseguente delle norme del giusto processo e quelle poste a salvaguardia del principio di effettività del ricorso “per avere costituito quello di rinvio un giudizio ingiusto e quasi vendicativo della riforma di cui alla sentenza di cassazione con liquidazioni a prezzo vile della sofferenza delle parti”; – sulle questioni prospettate, già accolte dalla giurisprudenza italiana e europea, esponendo i danneggiati ad una ulteriore frustrazione meritevole di essere risarcita in altre sedi, nonchè lo Stato ad un ingiusto danno erariale ed a censure per non aver applicato i principi fondamentali posti dai Trattati internazionali (“processo di Norimberga” e “Trattato di Parigi”).

  1. Le censure così come sopra riassunte sono tutte inammissibili.

8.1. In via preliminare va richiamato l’orientamento consolidato di questa Corte secondo cui il giudizio di rinvio è un giudizio “aperto” quanto all’attività del giudice di merito e “chiuso” quanto all’attività delle parti (Cass. Sez. 3, 10/11/2015 n. 22885); difatti, la Suprema Corte ha affermato, da un lato, che “qualora la sentenza sia stata annullata per difetto di attività del giudice di merito (…) questi è pienamente libero nel riesame della controversia” (Cass. Sez. 3, 19/03/2007 n. 6470) e, dall’altro, che “nel giudizio di rinvio è inibito alle parti prendere conclusioni diverse dalle precedenti o che non siano conseguenti alla cassazione, così come non sono modificabili i termini oggettivi della controversia espressi o impliciti nella sentenza di annullamento, e tale preclusione investe non solo le questioni espressamente dedotte o che avrebbero potuto essere dedotte dalle parti, ma anche le questioni di diritto rilevabili d’ufficio, ove esse tendano a porre nel nulla od a limitare gli effetti intangibili della sentenza di cassazione e l’operatività del principio di diritto, che in essa viene enunciato non in via astratta, ma agli effetti della decisione finale della causa” (tra tante, Cass., Sez. 2, 12 gennaio 2010, n. 327).

Alla luce dei richiamati principi, sono inammissibili sia la doglianza volta a sollecitare una pronuncia in ordine al danno biologico e morale subito dalla vittima per perdita della vita richiesto jure successionis sia quella volta ad ottenere il risarcimento del danno cd. tanatologico; invero, la prima si pone fuori dal chiuso ambito del giudizio di rinvio così come sopra delineato e la seconda costituisce domanda nuova anch’essa del tutto extravagante rispetto allo stesso ambito.

Neppure condivisibile è l’assunto con cui – richiamando una pronuncia di questa Corte in tema di danno da perdita della vita (Cass. Sez. 3 23/01/2014, n. 1361), le ricorrenti insistono nel voler giustificare la proposizione di domande (inammissibili) quale conseguenza del mutamento degli orientamenti di legittimità in materia.

La citata sentenza n. 12273/2011 di questa Corte, nell’accogliere i primi cinque motivi del ricorso proposto dalle odierne ricorrenti avverso la sentenza del 2008 della Corte di appello felsinea, osservò infatti che essa aveva errato nell’escludere la sussistenza del danno “(definito esistenziale in guisa di categoria descrittiva, si come insegnato dalle sezioni unite) nel suo aspetto relazionale, nel suo aspetto cioè della modificazione e dello sconvolgimento delle abitudini di vita dei congiunti della vittima”, nel rigettare i restanti motivi di doglianza, aggiunse, tra l’altro, che “sul danno morale da morte” le ricorrenti riproponevano una questione di diritto quella della risarcibilità del danno da morte – già risolta dalle sezioni unite con la sentenza n. 26972/2008, “dal cui insegnamento, la necessità, cioè, che il paziente sia lucido e non in stato di incoscienza perchè possa realizzarsi il presupposto naturalistico per la configurabilità di un danno morale inteso nella sua nuova ampia accezione – non vi è ragione, allo stato, di discostarsi”.

Ai principi di diritto così enunciati – si è attenuta la decisione ora impugnata, e la pretesa dei ricorrenti, basata su un diverso e successivo orientamento giurisprudenziale, è, come già accennato, inammissibile, giacchè, a norma dell’art. 384 c.p.c., comma 1, l’enunciazione del principio di diritto vincola il giudice di rinvio che ad esso deve uniformarsi anche se nel frattempo siano intervenuti mutamenti in seno alla giurisprudenza di legittimità. Ugualmente la Corte di cassazione, nuovamente investita del ricorso avverso la sentenza pronunciata dal giudice di merito, deve giudicare muovendo dal medesimo principio di diritto precedentemente enunciato e applicato dal giudice di rinvio, senza possibilità di modificarlo neppure sulla base di un nuovo orientamento della stessa Corte (in tal senso: Cass., Sez. 3 16/11/1999 n. 12701Cass. Sez. 3, 31/07/2006, n. 17442; Cass. Sez. 6-1, 15/11/2017 n. 27155), salvo che – ma tale profilo non viene nella specie in considerazione – la norma da applicare in relazione al già enunciato principio di diritto risulti successivamente abrogata, modificata o sostituita per effetto di jus superveniens, comprensivo sia dell’emanazione di una norma di interpretazione autentica sia della dichiarazione di illegittimità costituzionale (Cass. Sez. 1, 27/09/2002 n. 14022; vedasi anche, da ultimo, Cass. Sez. 1 – 29/09/2017, n. 22934).

Va chiarito infine, per completezza, che l’orientamento di questa Corte non è mutato in tema di risarcibilità del danno da perdita della vita; difatti le sezioni unite hanno ritenuto che in materia di danno non patrimoniale, in caso di morte cagionata da un illecito, il pregiudizio conseguente è costituito dalla perdita della vita, bene giuridico autonomo rispetto alla salute, fruibile solo in natura dal titolare e insuscettibile di essere reintegrato per equivalente, sicchè, ove il decesso si verifichi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, deve escludersi la risarcibilità iure hereditatis di tale pregiudizio, in ragione – nel primo caso – dell’assenza del soggetto al quale sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito risarcitorio, ovvero – nel secondo della mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo (Cass. Sez. U, 22/07/2015 n. 15350).

8.2. Parimenti inammissibili sono le pretese violazioni dei principi del giusto processo e di quello di effettività del ricorso paventate in ambito sia costituzionale sia eurounitario atteso che -contrariamente a quanto ex adverso formalmente sostenuto – esse, per un verso, si risolvono in doglianze ancora una volta formulate sul quantum liquidato dal giudice di rinvio e come tali inammissibili e, per l’altro, si limitano a reiterare genericamente censure già sollevate sotto altre vesti, non scalfendo in alcun modo l’adeguata e conforme motivazione resa dal giudice del rinvio in proposito.

  1. In conclusione il ricorso va integralmente rigettato.
  2. Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e vengono liquidate come da dispositivo.

Non si deve provvedere sulle spese del giudizio di cassazione in relazione agli altri intimati, atteso che gli stessi non hanno svolto attività difensiva in questa sede.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002art. 13, comma 1-quater, si deve dare atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, e condanna le ricorrenti al rimborso delle spese processuali del giudizio di legittimità in favore della controricorrente che si liquidano in complessivi Euro 10.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 22 novembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2018

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