ARTICOLI E CASI AFFRONTATI

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

Questa Corte, infatti, ha evidenziato che nel giudizio abbreviato, mancando la fase del dibattimento, e’ inapplicabile il divieto di utilizzabilita’ di prove diverse da quelle in esso acquisite, sancito dall’articolo 526 c.p.p. e vige, invece, il principio della decisione allo stato degli atti, stabilito dall’articolo 442 c.p.p., comma 1-bis, che comporta la facolta’ di utilizzare tutti gli atti legittimamente acquisiti al fascicolo del pubblico ministero; con la richiesta di giudizio abbreviato infatti, l’imputato non soltanto rinuncia ad avvalersi delle regole ordinarie in cambio di un trattamento san-zionatorio piu’ favorevole attraverso l’applicazione della diminuente di un terzo, ma accetta che rientrino nel novero delle risultanze probatorie utilizzabili tutte le emergenze acquisite anteriormente alla sua istanza e legittimamente confluite nel fascicolo del pubblico ministero (Sez. 2, n. 39342 del 15/09/2016, Lionti, Rv. 268378; Sez. 3, n. 44004 del 24/09/2015, P., Rv. 265236).

Tale principio, di carattere generale, e’ stato anche affermato in tema di consulenza del P.M. e di inosservanza delle disposizioni di cui all’articolo 360 c.p.p. (Sez. 1, n. 28459 del 23/04/2013, Ramella, Rv. 256106, in tema di nullita’ derivante dall’effettuazione di un accertamento tecnico irripetibile, non preceduto dagli avvisi alle parti; Sez. 2, n. 43726 del 11/11/2010, Paglino, Rv. 249221, in fattispecie di accertamento tecnico effettuato su tracce di sangue e sul DNA dell’imputato).

Nel caso in esame, non versandosi in ipotesi di inutilizzabilita’ patologica (cioe’ di prova assunta contra legem), il ricorrente avrebbe dovuto proporre la relativa eccezione anteriormente alla proposizione dell’istanza di giudizio abbreviato.

  1. Il quarto motivo di ricorso, con cui si rilevano l’insussistenza del nesso di causalita’ e il verificarsi di fattori eccezionali interruttivi di detto nesso, e’ infondato.

I giudici di merito hanno svolto un’esauriente analisi del materiale probatorio acquisito, descrivendo in dettaglio lo sviluppo della vicenda criminosa e recependo le valutazioni del consulente del pubblico ministero e del perito d’ufficio.

Il Tribunale – con argomentazioni condivise dalla Corte di appello – ha sottolineato che la sintomatologia dispnoica, in un’ottica valutativa ex ante, rappresentava un elemento anamnestico-clinico sufficiente per porre il sospetto diagnostico di un quadro di importante disidratazione, per cui le plurime rassicurazioni della madre sull’abbondante e continuativa assunzione orale di liquidi non consentivano di ritenere lo strumento della consulenza telefonica da parte del medico di guardia adeguato a fini diagnostici e terapeutici, risultando indicato e doveroso l’invito a condurre il bambino presso la struttura ospedaliera per la visita clinico-strumentale, condotta che, con elevata probabilita’ prossima alla certezza, avrebbe evitato la successiva insorgenza di un grave shock ipovolemico da disidratazione.

In ordine al tentativo difensivo di riversare la responsabilita’ sull’operatore triagista del 118, si e’ evidenziato che, nonostante gli inequivocabili sintomi di allarme appresi dalla madre del bambino – dispnea e stato di sopore – (OMISSIS) non si curava di integrare tali notizie con ulteriori dati idonei all’inquadramento del caso, chiedendo dell’esistenza di eventuali malattie croniche del bambino, del numero delle scariche diarroiche e dell’indicazione della diuresi.

Con riferimento alla presunta insussistenza di condizioni di allarme quali la disidratazione o lo stato soporoso, i giudici di merito hanno osservato quanto segue: a) l’imputato incentrava correttamente la propria attenzione proprio sulla perdita di liquidi, apprendendo che il bambino aveva assunto nei tre giorni precedenti solo the’ alla pesca, ma non indicava alla madre i segni per verificare detto stato e non svolgeva accertamenti sulla frequenza delle indagini (dati della copiosita’ e della frequenza delle scariche) mentre avrebbe dovuto consigliare di bere liquidi in quantita’ prestabilita; pur ipotizzando che il bimbo bevesse continuamente, come asserito dalla madre, era immaginabile che effettuasse solo piccoli sorsi; b) il medico sottovalutava il quadro descritto dalla madre, secondo la quale il bimbo continuava a dormire, svegliandosi poco, rispondendo con voce flebile e respirando “a fiatoni”, mentre avrebbe dovuto approfondire l’analisi sull’iporeattivita’ del piccolo e sulla compromissione del circolo cerebrale quale causa della letargia.

In relazione alla sintomatologia descritta dalla madre al medico di guardia, la Corte di appello ha chiarito con motivazione immune da censure che le indicazioni sul temporaneo miglioramento delle condizioni di salute erano troppo vaghe per potervi fare affidamento e che, alla luce delle indicazioni sullo stato febbrile elevato, appariva del tutto insufficiente il prosieguo della consulenza telefonica, senza disporre l’immediato ricovero ospedaliero.

I giudici di merito hanno evidenziato le cause della morte, riferendo che il minore era trasportato in ospedale solo dopo dieci ore e che, nonostante le cure praticategli, decedeva in seguito ad una grave disidratazione riconducibile ad un’infezione intestinale da virus e alla conseguente patologia diarroica.

Il Tribunale ha altresi’ chiarito quanto segue: l’agente eziologico o la compartecipazione dei processi patologici determinanti (sepsi o ipovolemia) appariva indifferente nell’evoluzione della fisiopatologia del quadro clinico; la diagnosi precoce costituisce l’imperativo delle linee guida; il contributo epidemiologico-statistico consente di evidenziare una sopravvivenza in media del 98% in caso di sepsi severa, che scende al 92% in caso di preesistenti condizioni patologiche del bambino. Da tali considerazioni deriva l’irrilevanza delle deduzioni difensive circa le possibili cause alternative del decesso.

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

AVVOCATO ESPERTO RISARCIMENTO GRAVI DANNI MALASANITA’ BOLOGNA  051 6447838 AVVOCATO PENALISTA 051 6447838 

051 6447838

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ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

ROVIGO Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Omicidio colposo – – Violazione delle linee guida –

Corte di Cassazione|Sezione 4|Penale|Sentenza|12 settembre 2019| n. 37762

Data udienza 20 marzo 2019

Integrale

Responsabilità medica – Medico pediatra – Guardia medica – Deve essere in grado di eseguire le più comuni prestazioni con carattere di urgenza – Omicidio colposo – Patologia diarroica – Disidratazione grave – Omessa valutazione dell’esame clinico obiettivo – Violazione delle linee guida – Nesso di causalità – Sussistenza

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MENICHETTI Carla – Presidente

Dott. DOVERE Salvatore – Consigliere

Dott. NARDIN Maura – Consigliere

Dott. ESPOSITO Aldo – rel. Consigliere

Dott. PICARDI Francesca – Consigliere

ha pronunciato la seguente:


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 15/02/2018 della CORTE APPELLO di VENEZIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ALDO ESPOSITO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. TAMPIERI LUCA, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.

E’ presente l’avvocato (OMISSIS) del foro di PADOVA, che deposita nomina a sostituto processuale dell’avv. (OMISSIS) del foro di PADOVA difensore di (OMISSIS); l’avv. (OMISSIS) si riporta ai motivi di ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza in epigrafe la Corte di appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza del G.U.P. del Tribunale di Rovigo del 1 ottobre 2014, emessa a seguito di giudizio abbreviato, concesse le attenuanti generiche, ha ridotto ad anni uno di reclusione la pena inflitta a (OMISSIS) per il reato di cui all’articolo 589 c.p.(per avere, quale medico specialista in pediatria, in servizio di Guardia Medica presso il Presidio Ospedaliero di (OMISSIS), in turno di reperibilita’ alle ore 4.00 del (OMISSIS) presso il punto di chiamata di (OMISSIS), avendo ricevuto la telefonata di (OMISSIS), madre del piccolo (OMISSIS), di anni due, dalla quale emergevano elementi anamnestico-clinici non rassicuranti, quali la grave sintomatologia diarroica continua, l’iperpiressia non regredita all’assunzione farmacologica gia’ prescritta dal pediatra di libera scelta, la dispnea e lo stato soporoso, focalizzando la propria attenzione sulla sola sintomatologia diarroica e sull’eventuale disidratazione, per colpa specifica consistita nell’inosservanza delle linee guida per la diagnosi ed il trattamento delle diarree nei bambini, omettendo di valutare mediante un esame clinico-obiettivo la gravita’ della disidratazione e fornendo una mera consulenza telefonica, valutando lo stato di disidratazione solo sulla base dei liquidi dichiaratamente assunti rispetto a quelli persi con la diarrea, omettendo di valutare gli altri sintomi – dispnea, stato soporoso – proponendo la somministrazione di terapia reidratante nel caso in cui l’idratazione praticata al domicilio non fosse stata adeguata, omettendo di fornire una chiara, prudenziale e doverosa indicazione al trasporto immediato presso una struttura ospedaliera, per la visita clinico-strumentale, quale unico strumento proporzionato nella vicenda in valutazione per la diagnosi e l’impostazione della corretta terapia, cagionato la morte del piccolo, il quale veniva trasportato alle ore 13.55 del (OMISSIS), dopo dieci ore dalla consulenza telefonica, presso il Pronto Soccorso Pediatrico, dove, nonostante le manovre rianimatorie praticate, decedeva alle ore 16.05 per shock ipovolemico produttivo di insufficienza multiorgano, instauratosi in seguito alla grave disidratazione riconducibile ad un’infezione intestinale da virus e conseguente patologia diarroica).

1.1. In ordine allo svolgimento dei fatti, la mattina del (OMISSIS), (OMISSIS), di due anni e mezzo, manifestava diarrea ed iperpiressia. Su prescrizione del pediatra, la madre iniziava a somministrare al figlio paracetamolo e fermenti lattici, senza pero’ che il bambino ottenesse benefici.

Alle ore 4.00 del (OMISSIS), per la persistenza di iperpiressia (temperatura corporea fino a 40) e diarrea, la madre del bambino contattava telefonicamente il numero di emergenza 118: l’operatore metteva la madre in contatto con (OMISSIS), medico di guardia presso il presidio ospedaliero di (OMISSIS), che suggeriva di proseguire la somministrazione dei farmaci gia’ prescritti dal pediatra e di usare un antidiarroico.

Alle ore 13.00 dello stesso giorno, il minore era trasportato presso il Pronto Soccorso, dove, dopo circa due ore di manovre rianimatorie decedeva.

1.2. Secondo quanto affermato dal consulente del P.M. Dott. (OMISSIS) la causa del decesso del minore doveva essere ricondotta ad uno shock acuto produttivo di insufficienza multiorgano. La patologia diarroica, indipendentemente dal meccanismo etio-patologico determinante, conduceva a ipotensione, oliguria, tachicardia, tachipnea e febbre, per cui era possibile affermare che lo shock era di tipo ipovolemico, instauratosi a seguito alla grave disidratazione. L’ipotensione e lo squilibrio elettrolitico comportavano la manifestazione di compromissione della motilita’ cardiaca, con verosimile fibrillazione ventricolare e successiva asistolia. Il consulente del P.M. spiegava che al momento dell’accesso del piccolo al Presidio Ospedaliero coesistevano due patologie: settica e ipovolemica, quest’ultima particolarmente rilevante nel determinismo dell’insufficienza multiorgano, poiche’ nei bambini la morte per shock era piu’ frequentemente associata ad un’insufficienza cardiaca progressiva, anziche’ vascolare. In base alle linee guida, nei bambini piu’ piccoli la funzionalita’ renale non e’ ancora matura, per cui cio’ poteva ostacolare il mantenimento di un adeguato equilibrio elettrolitico e comportare un quadro di disidratazione piu’ grave e protratto e, proprio in presenza di uno dei segni proposti dal Center for Disease Control (2003), doveva essere effettuata una valutazione medica diretta.

1.3. Il consulente dell’imputato prof. (OMISSIS) identificava la causa della morte in uno shock con insufficienza multiorgano, di natura probabilmente settica. A fronte delle rassicurazioni della madre circa la frequente assunzione di liquido, il medico di guardia consigliava, secondo un condivisibile approccio di attesa, trattandosi di una patologia di recente insorgenza, l’aumento della frequenza di assunzione di tachipirina e l’assunzione di un farmaco antidiarroico, al fine di bloccare la perdita di liquidi da parte del piccolo, il trasporto in struttura ospedaliera per instaurare una terapia idratante. Egli, quindi, si atteneva alle raccomandazioni delle piu’ recenti linee guida. La precisa causa della morte non poteva essere individuata sulla base dei dati a disposizione, essendo altamente prospettabile la sussistenza di un quadro settico.

1.4. Il perito d’ufficio Dott. (OMISSIS) individuava nello stato di idratazione l’aspetto di maggiore rilievo per stabilire l’opportunita’ di un trattamento ospedaliero o di uno domiciliare. Al momento del colloquio telefonico, l’alvo era alterato in modo sensibile da circa ventiquattro ore ed appariva di intensita’ importante (scariche continue); a cio’, si associava sintomatologia sistemica (ipertermia, compromissione dello stato di coscienza, polipnea); era data notizia dell’inefficacia della terapia indicata dal pediatra di libera scelta. In caso di disidratazione moderata o grave sarebbe stato necessario l’approccio endovenoso e, quindi, l’ospedalizzazione. La consulenza telefonica non consentiva il rilievo diretto di segni e sintomi del grado di disidratazione ed era inadeguata rispetto ai segni di allarme e meritevole di approfondimento clinico.

1.5. Il G.U.P. ha affermato la responsabilita’ di (OMISSIS), per non aver disposto il trasporto immediato in una struttura ospedaliera del minore, pur avendo appreso telefonicamente alle ore 4.00 del mattino che lo stesso era affetto da una persistente diarrea, da un’iperpiressia non regredita, da dispnea e da stato soporoso.

L’imputato non osservava le linee guida previste per la diagnosi e per il trattamento della diarrea dei bambini. Egli, infatti, aveva valutato lo stato di disidratazione solo sulla base dei liquidi dichiaratamente assunti, aveva proposto una mera terapia farmacologica ed aveva subordinato il ricovero al solo caso di inadeguatezza dell’idratazione da praticare.

La madre del piccolo segnalava telefonicamente al medico di guardia la continua diarrea del bimbo, l’inefficace assunzione della tachipirina continuando la febbre ad oscillare tra i 38 e i 40 gradi.

La madre acquistava il farmaco alle ore 9.00, la febbre si abbassava un poco e la diarrea continuava. In base alla perizia d’ufficio del Dott. (OMISSIS), la sintomatologia descritta dalla madre imponeva al medico di guardia, non specializzato in pediatria, di ordinare l’immediato ricovero ospedaliero del bambino, stante la febbre elevata e la diarrea persistente. Col proprio comportamento l’imputato aveva favorito l’atteggiamento di attesa, tenuto dalla madre del piccolo.

  1. La Corte di appello ha respinto le questioni di rito proposte dall’imputato.

Circa la dedotta inutilizzabilita’ dell’elaborato del perito d’ufficio, nella parte in cui era stato redatto dalla Dott.ssa (OMISSIS), ausiliario non specificamente autorizzato dal giudice, la Corte territoriale ha osservato che egli, l’aveva fatto proprio mediante l’allegazione del medesimo e, in ogni caso, nella motivazione della sentenza di primo grado non si era tenuto conto di tale contributo.

In ordine al mancato avviso per l’accertamento disposto ai sensi dell’articolo 360 c.p.p., la Corte di merito ha affermato che la richiesta di giudizio abbreviato aveva comportato la rinuncia ad eccepire la suindicata nullita’.

Relativamente alla richiesta di rinnovazione della perizia, la Corte di merito ha rilevato che, essendo state espletate due consulenze ed una perizia pienamente utilizzabili, non occorreva un’ulteriore attivita’ istruttoria.

Il perito d’ufficio concludeva per una morte dovuta a shock ipovolemico da diarrea profusa produttivo di insufficienza multi organo; l’ipovolemia impiegava diverse ore ad instaurarsi, per cui, in base ai sintomi descritti dalla madre nel corso della telefonata, risultava una condizione di shock ancora in fase di compenso. Una diagnosi tempestiva dello shock avrebbe permesso l’adozione di una terapia immediata l’espansione volemica nella fase di reversibilita’ temporanea dallo shock – che avrebbe consentito di evitare il decesso con grado di probabilita’ elevato quasi a certezza.

Il miglioramento mattutino ipotizzato dalla difesa derivava da una mera impressione della madre, in quanto la disidratazione persisteva e il bambino continuava nei fenomeni diarreici. Il personale del 118 non aveva svolto nessuna valutazione specifica ma passava subito la telefonata al medico di guardia. L’imputato si limitava a dare consigli ponendo l’insufficiente bevuta di liquidi quale condizione per portare il piccolo in ospedale. In base alle linee guida, la sonnolenza prolungata, la febbre tra 39 e 40, la diarrea incessante e il respiro a fiatone configuravano un quadro non gestibile al telefono. Il criterio piu’ preciso per stabilire l’eventuale disidratazione consisteva nel valutare la percentuale di peso perso durante l’episodio acuto, attivita’ non eseguibile dalla madre. Il consiglio di acquistare in farmacia un farmaco antidiarroico al sorgere della luce costituiva un ulteriore segno di superficialita’.

Non era invocabile la disciplina di cui all’articolo 3, comma 1, L. Balduzzi, non essendosi l’imputato attenuto alle linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunita’ scientifica.

  1. (OMISSIS), a mezzo del proprio difensore, ricorre per Cassazione avverso la sentenza della Corte di appello di Venezia, proponendo sei motivi di impugnazione.

3.1. Violazione di legge per mancata assunzione di una prova decisiva richiesta dalla difesa nel corso dell’istruttoria dibattimentale, limitatamente ai casi previsti dall’articolo 495 c.p.p., comma 2.

Si rileva l’esistenza di un profondo contrasto tra le fuorvianti risultanze della perizia d’ufficio e le conclusioni della consulenza di difesa, contenente un’accurata critica scientifica della prima. Il perito non valutava che al Pronto Soccorso era stato effettuato uno stick urinario, segno evidente che all’atto dell’ingresso nella vescica del piccolo l’urina era presente, per cui doveva escludersi che la disidratazione fosse in corso. Cio’ dimostrava che il perito non aveva adeguatamente accertato le cause della morte. Occorreva quindi la rinnovazione o, quantomeno, un supplemento di perizia.

3.2. Inosservanza di norme processuali stabilite a titolo di nullita’, inutilizzabilita’, inammissibilita’ o decadenza.

Si deduce l’inutilizzabilita’ della perizia d’ufficio ai fini della decisione, nella parte in cui era stata redatta e sottoscritta dalla Dott.ssa (OMISSIS), terzo estraneo al procedimento, ausiliario del quale il perito era stato autorizzato ad avvalersi. Il perito, tuttavia, aveva erroneamente allegato al proprio elaborato quello dell’ausiliario, facendolo proprio. Contrariamente a quanto riportato nella sentenza di primo grado, il Tribunale aveva tenuto conto di tale elaborato, nella parte in cui riteneva insufficiente la indicazione a fronte di un quadro clinico di disidratazione severa.

In base all’articolo 228 c.p.p., comma 2, il perito d’ufficio puo’ servirsi di ausiliari di propria fiducia per attivita’ meramente materiali solo se non implicano valutazioni e apprezzamenti, i quali sono riservati a lui in via esclusiva.

3.3. Inosservanza di norme processuali stabilite a titolo di nullita’, inutilizzabilita’, inammissibilita’ o decadenza.

Si osserva che la relazione svolta dal consulente tecnico del P.M., era inutilizzabile ai sensi dell’articolo 191 c.p.p., non essendo stato notificato l’avviso per il conferimento dell’incarico e per la facolta’ di nominare un consulente di parte. Al momento dell’esame autoptico il P.M. avrebbe dovuto iscrivere tutti i sanitari che avevano qualsiasi titolo preso parte alle cure del piccolo; il consulente di difesa non aveva potuto partecipare agli accertamenti irripetibili. Si era quindi determinata una nullita’ assoluta ai sensi dell’articolo 179 c.p.p. e articolo 178 c.p.p., lettera c).

3.4. Violazione di legge per insussistenza del nesso di causalita’ tra la condotta dell’imputato e l’evento-morte.

Si sostiene che, stante la gravita’ dell’eziologia settica, non era possibile imputare l’evento-morte al medico di guardia intervenuto dieci ore prima, in un momento di insussistenza dello stato di shock, neppure in fase iniziale. Il medico di guardia aveva adottato un corretto approccio tecnico-scientifico, prescrivendo una terapia adeguata (abbondante idratazione, antipiretico, fermenti lattici e antidiarroico).

L’operatore triagista specializzato del 118 aveva escluso l’urgenza nel caso in esame, decidendo di passare la chiamata al modello di continuita’ assistenziale, anziche’ a quello di Pronto Soccorso o al pediatra di reperibilita’. Nonostante una prima valutazione negativa sull’urgenza, l’imputato approfondiva la situazione generale del piccolo e lo stato di idratazione, indicava la prosecuzione della terapia farmacologica (tachipirina e fermenti lattici) in atto, aggiungendo un ulteriore farmaco antidiarroico per bocca e prescrivendo di recarsi in ospedale in caso di idratazione insufficiente.

Dovevano ravvisarsi i seguenti ulteriori fattori sopravvenuti interruttivi del nesso causale: a) la somministrazione dei farmaci prescritti al figlio (antipiretico e antidiar-roico) per una sola volta, dopo oltre cinque ore dalla telefonata, nonostante la raccomandazione di somministrare immediatamente la tachipirina e la decisione unilaterale della madre di interrompere l’assunzione dell’antidiarroico; b) il miglioramento del piccolo di mattina, a seguito dell’esecuzione della terapia prescritta, sintomo di un decesso di natura settica e non di shock ipovolemico, fenomeno di evoluzione piu’ lunga, incompatibile con le dichiarazioni della madre; c) il mancato approfondimento dell’eventuale adeguata idratazione del bimbo dopo la telefonata; il mantenimento dell’idratazione o una reidratazi’one dopo la telefonata non avrebbe consentito di evitare l’insufficienza multi organo; d) l’accettazione del bimbo al Pronto Soccorso con codice arancione, per cui la visita medica era espletata dopo oltre un’ora.

Dalla sintomatologia descritta dalla madre non emergevano disidratazione in corso, sopore, letargia, shock o altri elementi dai quali prefigurare l’evento-morte. Non era scientificamente possibile dimostrare che una diversa terapia di supporto, in una fase non irreversibile dello shock, avrebbe modificato la prognosi quoad vitam.

3.5. Violazione di legge in riferimento alle linee guida.

Si rileva che le linee guida erano state rispettate, in quanto, al momento della telefonata non emergeva nessuna indicazione di ricovero quali la sussistenza di uno stato di shock, di disidratazione severa, alterazioni nEurologiche, fallimento della terapia reidratante orale, inaffidabilita’ dei genitori e sospetta patologia chirurgica.

3.6. Vizio di motivazione.

Si osserva che (OMISSIS) era medico generico, non specializzato in pediatria. Egli, con toni cogenti, consigliava alla madre di recarsi in farmacia (“non appena fa luce”), evidenziando la necessita’ di ospedalizzazione in caso di sopravvenuta disidratazione. La febbre di 39-40 gradi non costituiva un elemento preoccupante, perche’ l’ospedalizzazione era prevista per temperature da 41,1 in poi. Nella telefonata non v’erano riferimenti alla circostanza che il bimbo faticasse a risvegliarsi.

All’arrivo al Pronto Soccorso di (OMISSIS) il piccolo presentava segni patognomonici di shock, mai manifestati in precedenza. La mattina del fatto il bimbo era cosciente e indicava il pancino ai genitori dicendo di avere male; non versava in stato di shock, la cui evoluzione in shock irreversibile avviene al massimo entro tre ore.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ infondato.

Il primo motivo di ricorso, con cui si chiede l’espletamento di una nuova perizia o un supplemento di quella gia’ eseguita per accertare le cause della morte del piccolo (OMISSIS), e’ manifestamente infondato.

La richiesta di rinnovazione istruttoria, formulata in termini estremamente generici, era basata principalmente sulla contrapposizione tra l’esito della consulenza del pubblico ministero e della perizia d’ufficio, da un lato, e della consulenza di difesa, dall’altro. Il dato dell’espletamento di uno stick urinario all’atto del ricovero del minore in ospedale non e’ documentato in violazione del principio di autosufficienza e comunque appare chiaramente di scarso rilievo alla luce dell’approfondita ed accurata analisi svolta dalla Corte di appello, che ha recepito le conclusioni di cui alla consulenza del P.M. ed alla perizia d’ufficio sulle cause della morte.

In particolare, circa l’ipotesi difensiva di una morte dovutctad uno shock settico improvviso, la Corte di appello ha condiviso le indicazioni del consulente tecnico del pubblico ministero, secondo il quale mancavano i segni istopatologici caratteristici di tale fenomeno, quali embolismo magacariocitico del polmone, membrane ialine, necrosi centro lobulare epatica. Il ricorrente non si confronta con le argomentazioni formulate al riguardo, limitandosi a reiterare la propria ricostruzione alternativa sullo sviluppo degli eventi e senza precisare in dettaglio le ragioni scientifiche utili a confutare le conclusioni a cui sono pervenuti i giudici di merito.

  1. E’ infondato anche il secondo motivo di ricorso, con cui si sostiene la tesi dell’inutilizzabilita’ della perizia d’ufficio ai fini della decisione, nella parte in cui era stata redatta e sottoscritta dalla Dott.ssa (OMISSIS) – terzo estraneo al procedimento – ausiliario nominato dal perito d’ufficio previa autorizzazione del giudice.

Come rilevato dal ricorrente, in tema di perizia, il perito puo’ delegare ad ausiliari di sua fiducia attivita’ materiali che non implichino apprezzamenti o valutazioni (Sez. 5, n. 26817 del 04/03/2016, Iodice, Rv. 267890).

Nella fattispecie, la Corte di merito ha osservato che il perito d’ufficio, mediante l’allegazione dell’elaborato dell’ausiliario l’aveva fatta proprio e che, in ogni caso, il G.U.P. non aveva tenuto conto di tale contributo nello stendere la motivazione.

Dalla lettura delle sentenze di merito – e soprattutto quella di primo grado – nel riepilogare le valutazioni del perito, non emerge una distinzione tra i contenuti della perizia vera e propria e dell’elaborato redatto dall’ausiliario, per cui non si puo’ comprendere se e in quali parti il perito abbia recepito acriticamente attivita’ valutative che il predetto non avrebbe potuto compiere. Il ricorrente avrebbe dovuto allegare al ricorso la perizia d’ufficio e la consulenza di difesa ai fini dell’autosufficienza.

Il ricorrente, infatti, aveva l’onere di dimostrare che l’elaborato dell’ausiliario aveva travalicato il compimento di una mera attivita’ materiale, trascendendo in un non consentito intervento di natura valutativa (vedi Sez. 4, n. 6405 del 22/01/2019, Bonarrigo, Rv. 275573, in fattispecie in cui era stato dichiarato inammissibile il motivo di ricorso con cui veniva dedotta la violazione dell’articolo 228 c.p.p., comma 2, non avendo il ricorrente chiarito perche’ le attivita’ svolte dall’ausiliario dovessero essere ritenute di natura valutativa).

Peraltro, l’aspetto dell’inadeguatezza della diagnosi effettuata telefonicamente a fronte di un quadro significativo di disidratazione richiamato nel motivo di ricorso in esame, ha formato oggetto di un giudizio del Tribunale e della Corte di appello, basatosi non soltanto sulle affermazioni del perito d’ufficio, ma anche su quelle rese al riguardo dal consulente del P.M. nonche’ sulle considerazioni di ordine logico formulate in base alla cronologia degli eventi come desumibile dagli atti di causa. Secondo quanto riportato nella sentenza impugnata, lo stesso perito d’ufficio, d’altronde, poneva quale dato fondante e centrale del proprio studio il dato della tardivita’ dell’intervento nonostante la grave disidratazione, e non circoscriveva il proprio assunto ad un mero richiamo de relato al contributo dell’ausiliario.

  1. Il terzo motivo di ricorso, con cui si deduce l’inutilizzabilita’ ai sensi dell’articolo 191 c.p.p.della consulenza del pubblico ministero per omessa notifica dell’avviso per il conferimento dell’incarico e per la facolta’ di nominare un consulente di parte, e’ manifestamente infondato.

Al riguardo, va premesso che l’opzione per il rito abbreviato, per definizione a prova contratta e allo stato degli atti, ne presuppone la conoscenza da parte dell’imputato, che ne accetta l’utilizzabilita’ ai fini della decisione purche’ non affetta da nullita’ assolute, nella specie non ravvisabili ne’ dedotte.

Questa Corte, infatti, ha evidenziato che nel giudizio abbreviato, mancando la fase del dibattimento, e’ inapplicabile il divieto di utilizzabilita’ di prove diverse da quelle in esso acquisite, sancito dall’articolo 526 c.p.p. e vige, invece, il principio della decisione allo stato degli atti, stabilito dall’articolo 442 c.p.p., comma 1-bis, che comporta la facolta’ di utilizzare tutti gli atti legittimamente acquisiti al fascicolo del pubblico ministero; con la richiesta di giudizio abbreviato infatti, l’imputato non soltanto rinuncia ad avvalersi delle regole ordinarie in cambio di un trattamento san-zionatorio piu’ favorevole attraverso l’applicazione della diminuente di un terzo, ma accetta che rientrino nel novero delle risultanze probatorie utilizzabili tutte le emergenze acquisite anteriormente alla sua istanza e legittimamente confluite nel fascicolo del pubblico ministero (Sez. 2, n. 39342 del 15/09/2016, Lionti, Rv. 268378; Sez. 3, n. 44004 del 24/09/2015, P., Rv. 265236).

Tale principio, di carattere generale, e’ stato anche affermato in tema di consulenza del P.M. e di inosservanza delle disposizioni di cui all’articolo 360 c.p.p. (Sez. 1, n. 28459 del 23/04/2013, Ramella, Rv. 256106, in tema di nullita’ derivante dall’effettuazione di un accertamento tecnico irripetibile, non preceduto dagli avvisi alle parti; Sez. 2, n. 43726 del 11/11/2010, Paglino, Rv. 249221, in fattispecie di accertamento tecnico effettuato su tracce di sangue e sul DNA dell’imputato).

Nel caso in esame, non versandosi in ipotesi di inutilizzabilita’ patologica (cioe’ di prova assunta contra legem), il ricorrente avrebbe dovuto proporre la relativa eccezione anteriormente alla proposizione dell’istanza di giudizio abbreviato.

  1. Il quarto motivo di ricorso, con cui si rilevano l’insussistenza del nesso di causalita’ e il verificarsi di fattori eccezionali interruttivi di detto nesso, e’ infondato.

I giudici di merito hanno svolto un’esauriente analisi del materiale probatorio acquisito, descrivendo in dettaglio lo sviluppo della vicenda criminosa e recependo le valutazioni del consulente del pubblico ministero e del perito d’ufficio.

Il Tribunale – con argomentazioni condivise dalla Corte di appello – ha sottolineato che la sintomatologia dispnoica, in un’ottica valutativa ex ante, rappresentava un elemento anamnestico-clinico sufficiente per porre il sospetto diagnostico di un quadro di importante disidratazione, per cui le plurime rassicurazioni della madre sull’abbondante e continuativa assunzione orale di liquidi non consentivano di ritenere lo strumento della consulenza telefonica da parte del medico di guardia adeguato a fini diagnostici e terapeutici, risultando indicato e doveroso l’invito a condurre il bambino presso la struttura ospedaliera per la visita clinico-strumentale, condotta che, con elevata probabilita’ prossima alla certezza, avrebbe evitato la successiva insorgenza di un grave shock ipovolemico da disidratazione.

In ordine al tentativo difensivo di riversare la responsabilita’ sull’operatore triagista del 118, si e’ evidenziato che, nonostante gli inequivocabili sintomi di allarme appresi dalla madre del bambino – dispnea e stato di sopore – (OMISSIS) non si curava di integrare tali notizie con ulteriori dati idonei all’inquadramento del caso, chiedendo dell’esistenza di eventuali malattie croniche del bambino, del numero delle scariche diarroiche e dell’indicazione della diuresi.

Con riferimento alla presunta insussistenza di condizioni di allarme quali la disidratazione o lo stato soporoso, i giudici di merito hanno osservato quanto segue: a) l’imputato incentrava correttamente la propria attenzione proprio sulla perdita di liquidi, apprendendo che il bambino aveva assunto nei tre giorni precedenti solo the’ alla pesca, ma non indicava alla madre i segni per verificare detto stato e non svolgeva accertamenti sulla frequenza delle indagini (dati della copiosita’ e della frequenza delle scariche) mentre avrebbe dovuto consigliare di bere liquidi in quantita’ prestabilita; pur ipotizzando che il bimbo bevesse continuamente, come asserito dalla madre, era immaginabile che effettuasse solo piccoli sorsi; b) il medico sottovalutava il quadro descritto dalla madre, secondo la quale il bimbo continuava a dormire, svegliandosi poco, rispondendo con voce flebile e respirando “a fiatoni”, mentre avrebbe dovuto approfondire l’analisi sull’iporeattivita’ del piccolo e sulla compromissione del circolo cerebrale quale causa della letargia.

In relazione alla sintomatologia descritta dalla madre al medico di guardia, la Corte di appello ha chiarito con motivazione immune da censure che le indicazioni sul temporaneo miglioramento delle condizioni di salute erano troppo vaghe per potervi fare affidamento e che, alla luce delle indicazioni sullo stato febbrile elevato, appariva del tutto insufficiente il prosieguo della consulenza telefonica, senza disporre l’immediato ricovero ospedaliero.

I giudici di merito hanno evidenziato le cause della morte, riferendo che il minore era trasportato in ospedale solo dopo dieci ore e che, nonostante le cure praticategli, decedeva in seguito ad una grave disidratazione riconducibile ad un’infezione intestinale da virus e alla conseguente patologia diarroica.

Il Tribunale ha altresi’ chiarito quanto segue: l’agente eziologico o la compartecipazione dei processi patologici determinanti (sepsi o ipovolemia) appariva indifferente nell’evoluzione della fisiopatologia del quadro clinico; la diagnosi precoce costituisce l’imperativo delle linee guida; il contributo epidemiologico-statistico consente di evidenziare una sopravvivenza in media del 98% in caso di sepsi severa, che scende al 92% in caso di preesistenti condizioni patologiche del bambino. Da tali considerazioni deriva l’irrilevanza delle deduzioni difensive circa le possibili cause alternative del decesso.

Contrariamente a quanto indicato dal ricorrente, non rileva la successiva presunta sottovalutazione delle condizioni di salute del piccolo. In caso di condotte colpose indipendenti, infatti, non puo’ invocare il principio di affidamento l’agente che non abbia osservato una regola precauzionale su cui si innesti l’altrui condotta colposa, poiche’ la sua responsabilita’ persiste in base al principio di equivalenza delle cause, salva l’affermazione dell’efficacia esclusiva della causa sopravvenuta, che presenti il carattere di eccezionalita’ e imprevedibilita’ (Sez. 4, n. 50038 del 10/10/2017, De Fina, Rv. 271521; Sez. 4, n. 692 del 14/11/2013, dep. 2014, Russo, Rv. 258127).

La Corte di appello ha precisato al riguardo che non si comprendeva l’effetto salvifico che sarebbe stato prodotto in conseguenza dell’anticipazione dei tempi di cura, di un quarto d’ora circa)in occasione del ricovero con codice arancione.

  1. Anche il quinto motivo di ricorso, con cui si sostiene che l’imputato ha rispettato le linee guida previste per la fattispecie in esame, e’ infondato.

Il Tribunale ha illustrato in dettaglio le plurime ragioni del mancato rispetto delle linee guida da parte dell’imputato, in quanto il piccolo manifestava piu’ di un segno tra quelli indicati per il caso in esame: a) la febbre maggiore di 39 in eta’ compresa tra tre e trentasei mesi; b) la diarrea importante, con alterazione del sensorio; c) la scarsa risposta alla somministrazione di soluzione reidratante orale; d) la mancata specializzazione in pediatria del medico contattato; e) l’inefficacia dei rimedi assistenziali-farmacologici prescritti dal pediatra di libera scelta; f) la mancata richiesta di informazioni sulle eventuali malattie croniche del bambino, sul numero delle scariche diarroiche e sull’indicazione della diuresi.

In base alle linee guida, tali fattori rendevano inappropriata la modalita’ di valutazione telefonica nonostante gli inequivocabili sintomi di allarme (dispnea e stato di sopore) ed imponevano un’immediata valutazione medica mediante ricovero ospedaliero.

Il Tribunale ha riportato integralmente la telefonata tra la madre del bambino e l’imputato, in cui la medesima evidenziava: l’eta’ di due anni e mezzo; la febbre elevata a 39,5 con pregresse variazioni comprese tra i 38 e 40, nonostante la ripetuta somministrazione di tachipirina; la somministrazione di solo the’ alla pesca e non di acqua; lo stato di sonno continuo; il respiro “a fiatoni”; la continuita’ incessante di scariche diarroiche. Le censure sul punto – piu’ che criticare la congruita’ e la consequenzialita’ logica delle argomentazioni del provvedimento gravato – si pongono in diretto confronto col materiale probatorio, di cui il ricorrente prospetta una lettura alternativa e sollecita un diverso apprezzamento in punto di fatto, secondo lo schema tipico di un gravame di merito, che esula completamente dalle funzioni dello scrutinio di legittimita’.

I giudici di merito, quindi, hanno coerentemente rilevato le linee guida (depositate dalla difesa dell’imputato) che regolavano il caso concreto, hanno valutato il nesso di causalita’ tenendo conto del comportamento salvifico indicato dai predetti parametri, hanno specificato la forma di colpa ascrivibile all’imputato e hanno appurato che la condotta del sanitario si discostava dalle medesime (Sez. 4, n. 37794 del 22/06/2018, De Renzo, Rv. 273463).

Sotto il profilo della colpa professionale, d’altronde, il medico di guardia deve essere in grado di eseguire le piu’ comuni prestazioni con carattere di urgenza (Sez. 4, n. 10210 del 10/04/1984, Catena, Rv. 166750).

  1. Il sesto motivo di ricorso, con cui si censurano le interpretazioni di vari aspetti fattuali, e’ manifestamente infondato.

Circa la mancanza di specializzazione in pediatria del medico di guardia, i giudici di merito hanno sottolineato che proprio la mancanza di conoscenza approfondita di tale ramo della scienza medica – unitamente al quadro lacunoso dovuto all’incompletezza delle informazioni fornite dalla madre, alla propria mancata richiesta di precisazioni e alla propria mancata indicazione di terapie piu’ precise – avrebbe dovuto indurlo ad una maggiore prudenza e a prescrivere un ricovero immediato.

Circa il consiglio dell’imputato alla madre del bambino di recarsi in farmacia (“non appena fa luce”) riferito alle ore 4.00 di un mattino del mese di febbraio, e’ stato correttamente rilevato che non si trattava di una prescrizione cogente e da attuare immediatamente, perche’, a seguire tale indicazione, sarebbero dovute trascorrere ben tre ore prima di andare a comprare ulteriori farmaci.

La tesi difensiva della non necessita’ dell’ospedalizzazione in caso di febbre a 39/40 non tiene conto del quadro negativo complessivo emergente dai plurimi fattori piu’ volte sopra riportati.

  1. Per le ragioni che precedono, il ricorso va rigettato.

Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali (articolo 616 c.p.p.).

Poiche’ la vittima del reato e’ un minorenne, va ordinata l’esecuzione degli adempimenti di cui al Decreto Legislativo n. 196 del 2003, articolo 52.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

 

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LESIONE LEGITTIMA EREDI BOLOGNA VICENZA RAVENNA PAVIA ROVIGO PADOVA

LESIONE LEGITTIMA EREDI BOLOGNA VICENZA RAVENNA PAVIA ROVIGO PADOVA

“Per accertare la lesione di legittima è necessario determinare il valore della massa ereditaria e, quello, quindi, della quota disponibile e della quota di legittima, che della massa ereditaria costituiscono una frazione, procedendo, anzitutto, alla formazione della massa dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione, alla detrazione dal “relictum” dei debiti da valutare con riferimento alla stessa data, alla riunione fittizia (cioè, con operazione meramente contabile) tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ., rispettivamente relativi ai beni immobili ed ai beni mobili) e con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 cod. civ.), calcolando, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma del valore del “relictum” al netto e del valore del “donatum” ed imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 cod. civ.).” (Cass. 11873/93)” (Cassazione civile sez. II, 24/07/2012, n.12919).

Cass. civ., Sez. II, Sent., (data ud. 01/03/2012) 24/07/2012, n. 12919

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIOLA Roberto Michele – Presidente –

Dott. BIANCHINI Bruno – Consigliere –

Dott. PETITTI Stefano – Consigliere –

Dott. D’ASCOLA Pasquale – –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 26907/2007 proposto da:

B.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BASSANO DEL GRAPPA 24, presso lo studio dell’avvocato COSTA Michele, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato POLLINI IPPOLITO;

– ricorrente –

contro

BR.AN. (OMISSIS), BR.AD. (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, VIA COLA DI RIENZO 217, presso lo studio dell’avvocato MARI Leonilda, che li rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 821/2007 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE, depositata il 30/05/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 01/03/2012 dal Consigliere Dott. PASQUALE D’ASCOLA;

udito l’Avvocato POLLINI Ippolito, difensore del ricorrente che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;

udito l’Avvocato MARI Leonida, difensore dei resistenti che ha chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. APICE Umberto, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Svolgimento del processo

La controversia concerne i beni relitti da Br.At., deceduto nel (OMISSIS), e gli atti negoziali da lui, dalla moglie e dai figli posti in essere negli anni 60.

Nel febbraio 1998 Ad. e Br.An., odierni resistenti, chiedevano al tribunale di Grosseto di dichiarare la nullità della scrittura stipulata tra le parti nel 1964, in quanto istitutiva di un patto successorio; di dichiarare la simulazione della compravendita 8.10.1964 intercorsa tra il de cuius e il figlio A.; di accertare l’esistenza di una donazione indiretta o, in via subordinata, di una donazione diretta di danaro dal padre al figlio convenuto; sempre in via subordinata di dichiarare comunque la “lesione di legittima” e in via sussidiaria di disporre la collazione dei beni e condannare il convenuto al pagamento della somme dovute a seguito di nuova determinazione dell’asse ereditario.

Il tribunale con sentenza n. 1063 del 2004 respingeva la domanda relativa alle donazioni e rimetteva al prosieguo per la stima dei beni e la formazione delle quote ereditarie.

La causa veniva sospesa in attesa dell’impugnazione proposta dagli attori.

La Corte d’appello di Firenze con sentenza 30 maggio 2007 accoglieva l’appello. Pertanto dichiarava la nullità della sentenza di primo grado ai sensi dell’art. 50 bis e quater, perchè decisa da giudice monocratico e non collegiale, benchè attinente ad azione di riduzione per lesione di legittima.

Dichiarava la nullità delle scritture private e in particolare di quella 7/6/1964, in quanto istitutiva di patto successorio;

dichiarava la simulazione della compravendita 8/10/ 1964, in quanto dissimulante donazione in violazione di legittima; dichiarava che la donazione 3/8/64 costituiva donazione indiretta di immobile;

accertava la violazione della quota di legittima degli attori.

B.A. ha proposto ricorso per cassazione, notificato il 25 ottobre 2007, svolgendo sei motivi.

Gli intimati hanno resistito con controricorso.

Sono state depositate memorie.

Motivi della decisione

2) Il primo motivo di ricorso denuncia violazione dell’art. 50 bis c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 3 e “omessa considerazione di un dato decisivo per la decisione”.

La tesi sostenuta è che la Corte di appello avrebbe errato a ritenere che era stata promossa una causa riservata alla competenza del tribunale collegiale e quindi a dichiarare la nullità della sentenza resa dal giudice monocratico del tribunale. Gli attori non avrebbero mai “chiesto specificamente una riduzione di disposizioni testamentarie o liberali” e solo genericamente avrebbero lamentato “una lesione della loro quota di legittima”.

La censura è priva di fondamento.

La Corte di appello ha interpretato la domanda e ha rilevato che era stata palesemente introdotta domanda volta a denunciare la lesione di legittima, con ogni conseguenza.

Le critiche rivolte a questa interpretazione sono apodittiche e non riportano nè critiche decisive, nè il testo della citazione introduttiva. Peraltro l’esame di essa conforta la tesi accolta dalla Corte d’appello, giacchè gli ultimi due paragrafi inequivocabilmente manifestano la volontà degli attori di denunciare che i diritti ereditari della propria madre e di essi stessi “erano stati completamente violati” e nel chiedere al tribunale la ricostituzione della massa dei beni da dividere e di “procedere a una legittima divisione tra i coeredi”.

3) Il secondo motivo, che denuncia “violazione artt. 100112339342352 c.p.c.” e vizi di motivazione, è invero di difficile comprensione.

Il quesito di diritto con cui si conclude chiede se il giudice di appello possa decidere una questione di nullità di un negozio e di estromissione ereditaria relativa ad alcuni coeredi allorchè sul punto vi era concordanza tra le parti già in primo grado e sul qual punto il giudice di primo grado, con sentenza non definitiva attinente ad altro coerede, non si era comunque pronunciato ovvero si era pronunciato in senso adesivo alle tesi degli appellanti”.

La censura mostra di non aver colto un fondamentale passaggio della sentenza di appello. Essa, in relazione all’inosservanza delle disposizioni sulla composizione collegiale o monocratica del tribunale legittimato a decidere su una domanda giudiziale, che costituisce, alla stregua del rinvio operato dall’art. 50 quater cod. proc. civ. al successivo art. 161, comma 1, un’autonoma causa di nullità della decisione, (S.U. 28040/08), ha appunto pronunciato la nullità della sentenza.

Doveva quindi, come correttamente ha fatto, pronunciarsi sui capi di domanda, senza rimessione degli atti al primo giudice, ma come giudice di primo (ormai, di merito, unico) grado, cioè non avendo i limiti di cognizione (artt. 342 e 345, invano invocati) di un giudice di appello, essendo nulla in ogni sua parte la sentenza del tribunale.

4) Fondato è il terzo motivo, che denuncia o vizi di motivazione e falsa applicazione degli artt. 769 e 1414 c.c., e “mancata applicazione degli artt. 1322 e 1872 c.c.”.

La censura mira a fare emergere l’insufficienza della motivazione e – “quantomeno gradatamente” – la violazione di legge in ordine alla natura delle attribuzioni fatte ad A. in corrispettivo di prestazioni di mantenimento ed assistenza verso il padre e verso una sorella minore.

Invero dal testo delle risultanze riportate in atti emerge che la Corte di appello ha trascurato la possibile valenza delle pattuizioni quale rendita vitalizia, avendole qualificate alla stregua di donazione indiretta da sottoporre a collazione, sebbene fossero previste specifiche prestazioni a carico del ricorrente nella cosiddetta “contro scrittura” (doc. 3).

La Corte di appello ha ritenuto che le scritture esaminate costituissero disposizione della successione, ma ciò ha fatto apoditticamente, senza cioè porsi alcun interrogativo in ordine alle obbligazioni dovute da A. in vita dei genitori e non, come vuole la motivazione, “una volta defunti i genitori”.

E’ stata quindi ritenuta l’esistenza di patti successori in relazione alle obbligazioni assunte da A. e alle accettazioni firmate da Ad., per sè e anche per la sorella An., ma la materia avrebbe dovuto essere esaminata, con congrua e adeguata motivazione, alla luce della portata delle obbligazioni di cui si è detto, potenzialmente evocatrici della pattuizione di cui all’art. 1872 c.c..

5) Il quarto motivo concerne un vizio di motivazione “in punto di declaratoria di donazione indiretta di immobile riguardante il trasferimento del 3 agosto 1964. Il motivo, che sembra proposto in via subordinata rispetto al terzo, è comunque privo di fondamento, perchè difetta di specificità della critica. Esso fa infatti rinvio ai documenti prodotti, in buona parte non trascritti in ricorso, senza far comprendere il nesso tra le statuizioni censurate e le risultanze rilevanti per vanificare la decisione della Corte di appello, della quale non indica, come avrebbe dovuto, i passi rilevanti sul punto e sottoposti alla critica.

6) Privo di alcun pregio è anche il quinto motivo di ricorso, che denuncia violazione degli artt. 100323339342352 c.p.c., e vizi di motivazione “in punto di dichiarata violazione della quota di legittima”.

La tesi sostenuta – peraltro erroneamente evocando una violazione di legge e non un vizio processuale, come la censura invece prospetta – è che il giudice di appello non poteva pronunciarsi sulla lesione della quota di legittima, perchè il giudice di primo grado aveva rimandato al questione al prosieguo, non avendone trattato nella sentenza non definitiva.

Al di là della inammissibilità della censura perchè corredata da quesito privo di concretezza, che non evidenzia chiaramente a quale domanda erroneamente decisa voglia riferirsi, va ribadito quanto esposto sub 3 in ordine al potere-dovere del giudice di appello.

Questi, una volta dichiarata nulla la sentenza impugnata, doveva pronunciarsi sul merito senza alcun vincolo derivante dal primo giudizio, a maggior ragione quello relativo alla materia del contendere, rimasta del tutto aperta per effetto della declaratoria suddetta.

7) Fondata è la sesta censura, attinente a violazione degli artt. 553554724 e 737 c.c. – Omessa motivazione in ordine ai beni relitti dal defunto.

Il quesito posto è il seguente: “se il giudice di appello possa decidere su una lesione di legittima denunciata da un erede soltanto sulla base della valutazione di un bene e senza valutare tutto il patrimonio relitto e compiere le operazioni di cui all’art. 553 c.c., e segg”.

La censura coglie un punto gravemente carente della sentenza impugnata, che ha statuito in ordine alla lesione di legittima, senza aver prima censito il patrimonio ereditario.

Va invece applicato l’insegnamento di questa Corte secondo cui: “Per accertare la lesione di legittima è necessario determinare il valore della massa ereditaria e, quello, quindi, della quota disponibile e della quota di legittima, che della massa ereditaria costituiscono una frazione, procedendo, anzitutto, alla formazione della massa dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione, alla detrazione dal “relictum” dei debiti da valutare con riferimento alla stessa data, alla riunione fittizia (cioè, con operazione meramente contabile) tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ., rispettivamente relativi ai beni immobili ed ai beni mobili) e con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 cod. civ.), calcolando, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma del valore del “relictum” al netto e del valore del “donatum” ed imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 cod. civ.).” (Cass. 11873/93).

Di queste operazioni la Corte di appello non si è fatta carico, sicchè dovrà provvedervi il giudice di rinvio.

Discende da quanto esposto l’accoglimento del ricorso quanto al terzo e sesto motivo e il rigetto nel resto.

La sentenza impugnata va cassata e la causa rinviata per nuovo esame al giudice di merito, individuato in altra sezione della Corte di appello di Firenze, il quale colmerà il vizio di motivazione di cui al terzo motivo e renderà nuova decisione, attenendosi al principio enunciato, con riguardo al sesto motivo.

Pronuncerà inoltre sulle spese di questo giudizio.

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo e sesto motivo di ricorso. Rigetta nel resto.

Cassa la sentenza impugnata e rinvia anche per le spese ad altra sezione della Corte di appello di Firenze.

Conclusione

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 1 marzo 2012.

Depositato in Cancelleria il 24 luglio 2012

Corte d’Appello Torino, Sez. II, Sentenza, 24/02/2021

L’interpretazione del testamento, cui in linea di principio sono applicabili le regole di ermeneutica dettate dal codice in tema di contratti, con la sola eccezione di quelle incompatibili con la natura di atto unilaterale non recettizio del negozio mortis causa, è caratterizzata rispetto a quella contrattuale da una più penetrante ricerca, aldilà della dichiarazione, della volontà del testatore, la quale, alla stregua dell’articolo 1362 del codice civile, va individuata con riferimento a elementi intrinseci alla scheda testamentaria, sulla base dell’esame globale della scheda stessa e non di ciascuna singola disposizione. Tuttavia, ove dal testo dell’atto non emerga con certezza l’effettiva intenzione del de cuius e la portata della disposizione, il giudice può fare ricorso a elementi estrinseci al testamento, ma pur sempre riferibili al testatore.

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE D’APPELLO DI TORINO

SEZIONE II CIVILE

Riunito in camera di consiglio e composto dai signori magistrati:

dott. Alfredo Grosso – Presidente

dott. Maurizio Alzetta – Consigliere relatore

dott. Marco Rossi – Consigliere

ha pronunciato la seguente

Sentenza

nella causa civile iscritta al N. 1354/2019 promossa da:

R.S. nata ad A. (T.) il (…), residente in V. R. (T.) alla Via T. V. n. 6, C.F. (…), elettivamente domiciliata in Venaria Reale (TO) alla Via C. Saccarelli n. 29 presso lo studio dell’Avv. Marco Novara, del Foro di Torino, C.F. (…), che la rappresenta e difende per delega in atti (il difensore dichiara di voler ricevere tutte le comunicazioni di Cancelleria ex art. 136 c.p.c. ed ex art. 51 D.L. n. 112 del 2008 e s.m.i. presso la Casella di Posta Elettronica Certificata del Processo Telematico di cui all’art. 11 D.M. 17 luglio 2008 e s.m.i., all’indirizzo PEC marconovara@pec.ordineavvocatitorino.it, comunicato all’Ordine ai sensi della L. n. 2 del 2009, al numero di fax (…));

– Parte appellante –

Contro

R.G. nato ad A. (T.) il (…), residente in V. D. (T.) alla Via A. C. n. 36, C.F. (…), rappresentato e difeso nel primo grado di giudizio dall’Avv. Mauro Carena, del Foro di Torino, presso il cui studio sito in Torino (TO) alla Via Rosta n. 13 è elettivamente domiciliato;

– Parte appellata –

Contro

R.S. nata ad A. (T.) il (…), residente in O. (T.) alla Via D. G. n. 12/1, C.F. (…), rappresentata e difesa nel primo grado di giudizio dagli Avv.ti Luigi Dentis e Bruna Cagnetta, del Foro Torino, presso il cui studio sito in Torino (TO) alla Via Cibrario n. 74 è elettivamente domiciliata;

– Parte appellata –

Contro

R.G. nato ad A. (T.) il (…), residente in V. D. (T.) Via A. C. n. 36, C.F. (…), rappresentato e difeso dall’avv. Franco Dalmasso giusta procura a margine della comparsa di costituzione e risposta in data 19.11.2019, procuratore domiciliatario in Torino al civico 26 di Via Montano; il difensore dichiara di voler ricevere le comunicazioni e notificazioni relative al presente procedimento ai seguenti recapiti: fax n. (…), ovvero all’indirizzo di pec francodalmasso@pec.ordineavvocatitorino.it;

– Parte appellata –

Svolgimento del processo

Con atto di citazione ritualmente notificato, R.S. conveniva avanti il Tribunale di Torino R.G. al fine di veder accertato il proprio acquisto, per effetto delle disposizioni contenute nel testamento olografo di V.C., della proprietà del fabbricato destinato a stalla, sito in V. D., Via A. C., n. 36 (identificato al Catasto al fg. (…), part. (…), sub (…), (…), (…), e (…)) e del terreno “che confina a sud con il mappale (…) e a est con il (…).”, parimenti ubicato in V.D., in via Al C. n. 36. Esponeva l’attrice che la de cuius, V.C., deceduta il 26.01.2011 e madre dei fratelli germani, G., G., S. e S., aveva redatto in data 25.6.2009 testamento olografo, in forza del quale aveva attribuito in suo favore la proprietà degli immobili sopra indicati. Lamentava come, a seguito della pubblicazione del testamento, per effetto di un’errata interpretazione delle disposizioni testamentarie, la proprietà della stalla e del terreno sopra identificati fosse stata assegnata a R.G..

Previo accertamento dell’acquisito della proprietà della stalla e del terreno, l’attrice chiedeva altresì la condanna del convenuto al rilascio della stalla e al pagamento della somma mensile di Euro 500,00 a far tempo dal settembre 2011, per l’occupazione sine titulo del bene.

La causa era iscritta al RG 27257/2016.

Con comparsa tempestivamente depositata resisteva in giudizio G.R., il quale chiedeva la reiezione delle domande ex adverso proposte eccependo, per il caso si accoglimento delle stesse, la compensazione giudiziale tra l’indennità di occupazione sine titulo chiesta dall’attrice e la somma che sarebbe risultata dovuta al convenuto in conseguenza della lesione della propria quota di legittima.

Nel merito G.R. rilevava come la disposizione testamentaria ora contestata dall’attrice fosse stata approvata da tutti i beneficiari dell’atto, inclusa la stessa S.R., innanzi al notaio S.S. in sede di redazione del verbale di pubblicazione del testamento, in virtù del quale, nel rispetto della volontà della testatrice, era stata attribuita al deducente, tra gli altri beni, la proprietà della stalla e del terreno.

La causa era istruita mediante prove orali.

All’udienza del 14.12.2017 il Tribunale disponeva la riunione alla causa in questione quella iscritta al RG n. 3067/2017, proposta da S.R. nei riguardi dei fratelli G., G. e S., nella quale, in relazione alla successione di C.V., l’attrice aveva chiesto accertarsi la lesione della propria quota di legittima e la riduzione delle disposizioni testamentarie eccedenti la quota disponibile.

I convenuti, ritualmente costituiti in giudizio, avevano chiesto la reiezione delle domande avanzate da S.R..

All’udienza del 23.07.2018 le parti hanno precisato le conclusioni e il Giudice rimetteva la causa al Collegio per la decisione.

Tanto esposto, il Tribunale ha ritenuto, in base alle produzioni documentali agli atti e delle difese svolte, pacifiche le seguenti circostanze:

– R.G., R.G., R.S. e R.S. sono i figli di V.C., deceduta in data 26.01.2011;

– con testamento olografo redatto in data 25.06.2009, V.C. ha disposto in favore dei figli di parte dei propri beni, con disposizioni recanti il seguente tenore letterale:

“Io Sottoscritta V.C. nata V. D. il (…) dispongo per la mia morte i miei beni vengano così divisi: a mio filio G. i terreni e beni presenti sul mappale (…) e (…) folio nove di V.D. l’agio allogio primo piano, una cantina locale latte oficnaa oficina e locale C.. A mio filio G. laparte ristrutturata dell’alogio piano terra sul pa maappale (…) una cantina e parte di terreno dello spigolo della casa lato sud sino a confini locale latte lato ovest a mila filia S. la mia stanza vechia con il bagno al primo piano della casa e larestante parte dell’ogio alogio piano terra del mapale (…) e parte di terreno che confina a sud con il mappale (…). aest con il (…). per avere passagio sino al coridoio pasto verso la stalla che sarà di sua esclusiva proprieetà. A mia filia S. il il i terreni di V. D. V. D. folio 5. e 6.”

– del predetto testamento è stata data pubblicazione il 16.9.2011 innanzi al notaio dott. S.S., alla presenza dei fratelli R.G., G., S. e S., i quali hanno fatto constare che i beni legati dovessero così essere attribuiti: – a R.G.:

– alloggio in V. D., via A. C. n. 36, censito al Catasto Fabbricati al fg. (…), mapp. (…), sub. (…);

– fabbricato produttivo in V. D., via A. C. n. 36, censito al Catasto Fabbricati al fg. (…), mapp. (…), sub. (…)-(…)-(…), graffato con il mapp. (…), sub. (…)-(…)-(…)-(…)-(…)-(…);

– a R.G.:

-alloggio in V. D., via A. C. n. 36, censito al Catasto Fabbricati al fg. (…), mapp. (…), sub. (…);

– a R.S.:

– alloggio in V. D., via A. C. n. 36, censito al Catasto Fabbricati al fg. (…), mapp. (…), sub. (…);

– a R.S.:

-terreni in V.D. censiti al Catasto Terreni al fg. (…), mappali (…)-(…)-(…)-(…)-(…) e (…), e al fg. (…), mappali (…)-(…)-(…);

-fabbricato in V.D.B.A. censito al Catasto Fabbricati al fg. (…), mapp. (…) sub. (…) (unità collabente);

– per consentire l’esecuzione del testamento, dopo l’apertura della successione i fondi già censiti al Catasto Fabbricati al fg. (…), mapp. (…) e (…) erano stati frazionati, rispettivamente, nella part. (…) sub. (…), (…), (…), (…), (…), (…) e (…), e nella part. (…) sub. (…), (…), (…), (…), (…) e (…);

– in forza del richiamato testamento, la de cuius nulla dispose in ordine alla proprietà degli appezzamenti di terreno siti in V.D. e identificati al Catasto Terreni ai fogli nn. (…) (mappali (…)-(…)), (…) (mappale (…)), (…) (mappale (…)), (…) (mappali (…)-(…)-(…)-(…)), (…) (mappali (…)-(…)), (…) (mappali (…)-(…)-(…)) e (…) (mappali (…) e (…)).

Ha considerato come la causa verta sull’attribuzione in favore di R.G., ovvero di R.S., dei seguenti beni, assegnati a R.G. in seguito alla pubblicazione del testamento:

– fabbricato produttivo, adibito all’uso di stalla, sito a V.D. in via Al C. n. 36, identificato al Catasto Fabbricati al fg. (…), part. (…), sub. (…)-(…)-(…)-(…);

– terreno “che confina a sud con il mappale (…) e a est con il (…)”, vale a dire del terreno sito a V.D. in via A. C. n, 36, identificato al Catasto Fabbricati al foglio (…), part. (…), sub. (…). Ha rilevato come S.R. rivendichi la proprietà dei beni sopra individuati sulla scorta dell’interpretazione letterale delle disposizioni testamentarie effettuate in suo favore dalla m adre V.C., la quale ha lasciato a “S. la mia stanza vechia con il bagno al primo piano della casa e larestante parte dell’ogio alogio piano terra del mapale (…) e parte di terreno che confina a sud con il mappale (…). aest con il (…). per avere passagio sino al coridoio pasto verso la stalla che sarà di sua esclusiva proprieetà.”

L’attrice ritiene che, stando alla lettera del periodo sopra evidenziato, si rinvenga la conferma della volontà della de cuius di disporre in favore di S. della proprietà della stalla, oltre che di tutto il terreno confinante a sud con il mappale (…) e a est con il mappale (…): più precisamente, tale circostanza si evincerebbe – inequivocabilmente – dall’inciso “la stalla che sarà di sua esclusiva proprieetà”.

Parte attrice, inoltre, invoca a sostegno delle proprie domande il principio di conservazione degli atti giuridici (art. 1367 c.c.), assumendo che la non attribuzione in proprio favore dei beni riconosciutile dalla de cuius, erroneamente assegnati a R.G., implicherebbe la mancata attuazione delle richiamate clausole del testamento e richiama il criterio dell’interpretazione sistematica (le clausole negoziali si interpretano le une per mezzo delle altre), attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dall’atto (art. 1363 c.c.).

Sebbene, infatti, V.C. abbia lasciato a R.G. “i terreni e beni presenti sul mappale (…) e (…) folio nove di V.D.” (tra i quali figurerebbe proprio la stalla, che, prima del frazionamento catastale successivo alla morte della testatrice, insisteva proprio sul mappale (…)), per effetto della clausola testamentaria indirizzata a S. la de cuius avrebbe inteso escludere la proprietà della stalla dal compendio destinato a G. per attribuirla invece a S..

G.R. contesta l’interpretazione del testamento proposta dall’attrice in base agli argomenti che seguono:

– il bene stalla, catastalmente già censito al foglio (…), mappale (…), è stato attribuito a R.G. dalla testatrice sulla base della seguente clausola: “a mio filio G. i terreni e beni presenti sul mappale (…) e (…) folio nove di V.D.”;

– tale bene è da tempo utilizzato da R.G. per l’esercizio dell’attività di impresa agricola, svolta dal convenuto sino all’11.3.2003 insieme alla de cuius e al padre R.E., attività alla quale l’attrice non ha mai partecipato;

– la volontà della testatrice era quella di lasciare la stalla a R.G., per rendere possibile la prosecuzione da parte sua dell’attività imprenditoriale di famiglia;

– l’azienda agricola non è mai stata utilizzata o detenuta da R.S.;

il convenuto evidenzia inoltre:

– che con il testamento la de cuius ha attributo a S. la proprietà di una porzione del fabbricato sito a V.D. in via Al C. n. 36, e, in forza della disposizione invocata dall’attrice, la stessa testatrice avrebbe inteso lasciare a S. solo parte del terreno adiacente ai locali assegnati, necessaria per avere il passaggio sino all’ingresso, ubicato verso la stalla, ma non, invece, la proprietà della stalla stessa;

– che l’interpretazione testamentaria suggerita da parte convenuta è stata accolta da tutti i beneficiari dell’atto, inclusa R.S., e dal notaio dott. S.S., in sede di pubblicazione del testamento olografo.

Prima di procedere all’accertamento della volontà della testatrice, il Tribunale ha ritenuto di dover richiamare i principi applicabili all’interpretazione del testamento e, preliminarmente, qualificare le disposizioni testamentarie della de cuius.

Secondo il consolidato insegnamento della Suprema Corte, “l’interpretazione del testamento, cui in linea di principio sono applicabili le regole di ermeneutica dettate dal codice in tema di contratti, con la sola eccezione di quelle incompatibili con la natura di atto unilaterale non recettizio del negozio mortis causa, è caratterizzata rispetto a quella contrattuale da una più penetrante ricerca, aldilà della dichiarazione, della volontà del testatore, la quale, alla stregua dell’articolo 1362 del codice civile, va individuata con riferimento a elementi intrinseci alla scheda testamentaria, sulla base dell’esame globale della scheda stessa e non di ciascuna singola disposizione. Tuttavia, ove dal testo dell’atto non emerga con certezza l’effettiva intenzione del de cuius e la portata della disposizione, il giudice può fare ricorso a elementi estrinseci al testamento, ma pur sempre riferibili al testatore” (Cassazione civile sez. II, 07/05/2018, n.10883).

Ha osservato come, in caso di incertezza sul significato da attribuire al complesso delle disposizioni testamentarie, la concreta volontà del testatore debba quindi essere ricostruita sulla base di elementi estrinseci alla scheda testamentaria, quali la sensibilità, la cultura, l’ambiente di vita e la situazione familiare del testatore (Cassazione civile sez. II, 25/10/2013, n.24163). Il giudice di merito, pertanto, “può attribuire alle parole usate dal testatore un significato diverso da quello tecnico e letterale, quando si manifesti evidente, nella valutazione complessiva dell’atto, che esse siano state adoperate in senso diverso, purché non contrastante ed antitetico, e si prestino ad esprimere, in modo più adeguato e coerente, la reale intenzione del de cuius” (Cassazione civile sez. II, 25/10/2013, n.24163).

In altre parole, al fine di accertare la volontà del testatore – scopo ultimo dell’operazione di interpretazione del testamento – vengono in rilievo, tra gli altri, i seguenti criteri:

– occorre procedere all’esame globale della scheda testamentaria, senza attribuire rilievo dirimente al contenuto delle singole disposizioni;

– per chiarire il significato delle espressioni racchiudenti la volontà del testatore, bisogna tenere conto dell’età, del livello culturale, dell’ambiente di vita e della situazione familiare del de cuius.

In ordine alla natura giuridica delle disposizioni testamentarie, secondo quanto previsto dall’art. 588 c.c., esse sono a titolo universale e attribuiscono la qualità di erede se comprendono l’universalità o un quota dei beni del testatore; sono a titolo particolare e attribuiscono la qualità di legatario se hanno ad oggetto singoli beni, fatto salvo quanto stabilito dall’art. 588 comma 2 c.c.

La disposizione testé richiamata precisa che “l’indicazione di beni determinati o di un complesso di beni non esclude che la disposizione sia a titolo universale quando risulta che il testatore ha inteso assegnare quei beni come quota del patrimonio”. In tal caso, come è stato osservato in dottrina, l’indicazione di beni determinati segna e misura la quota riconosciuta dal testatore al soggetto implicitamente istituito come erede, con quantificazione dell’entità della quota da effettuarsi a posteriori.

Affinché ricorra la c.d. institutio ex re certa occorrono l’elemento oggettivo dell’attribuzione di uno o più beni determinati e l’elemento soggettivo dell’intenzione del testatore di assegnare i beni determinati come quota del proprio patrimonio. La Suprema Corte ha evidenziato che “l’assegnazione di beni determinati configura una successione a titolo universale (institutio ex re certa) qualora il testatore abbia inteso chiamare l’istituito nell’universalità dei beni o in una quota del patrimonio relitto, mentre deve interpretarsi come legato, se abbia voluto attribuire singoli, individuati beni (tra le tante v. Cass. 1-3-2002 n. 3016Cass. 12-7-2001 n. 9467Cass. 4-2-1999 n. 974)” (Cassazione civile sez. II, 25/10/2013, n.24163).

Tra i criteri utili per discernere se attraverso l’assegnazione di beni determinati il testatore abbia voluto chiamare l’istituito a succedere in una quota del proprio patrimonio ovvero solo in uno o più specifici rapporti giuridici viene in rilievo l’indicazione dei beni per categorie omogenee, che depone, in via generale, per l’istituzione di erede (cfr. Cassazione civile sez. II, 06/11/1986, n.6516: “quando l’attribuzione di quota del patrimonio, ancorché individuata quanto al suo aspetto materiale nei componenti, avviene per classi o gruppi di beni (come, ad es. tutti i mobili o tutti gli immobili, e/o quote di essi) è da ritenere, se altri elementi intrinseci della scheda non depongano chiaramente in contrario, che l’attribuzione stessa abbia luogo a titolo universale, onde il beneficiato acquista la qualità di erede e non già quella di legatario”). Altri criteri ritenuti indicativi della volontà del testatore di operare una institutio ex re certa sono rappresentati dall’attribuzione al chiamato di tutti i beni residui, diversi da quelli già oggetto di disposizioni a titolo particolare, ovvero dall’espresso riferimento alla quota di legittima spettante all’istituito.

Può osservarsi, infine, che l’istituzione di erede ex re certa rappresenti un’eccezione rispetto alla regola della qualificazione come legato della disposizione con cui siano assegnati uno più beni determinati. Ne deriva che, in caso di dubbio, deve propendersi per l’interpretazione della clausola attributiva di beni determinati in termini di legato. Invero, il tema relativo alla natura delle disposizioni testamentarie della de cuius non è stato sollevato dalle parti.

Tuttavia, la decisione sul punto è preliminare – oltre che alla qualificazione del titolo in base al quale R.S. rivendica i beni domandati – all’accertamento della lesione invocata da R.S.. Occorre stabilire, infatti, se sui beni non menzionati da V.C. nel proprio testamento debba aprirsi la successione legittima ovvero – laddove si ritenga realizzata una institutio ex re certa – se essi debbano essere assegnati ai soggetti istituiti come eredi secondo le quote ricavabili dal testamento.

La questione incide sulla composizione della quota di beni pervenuta a R.S. e, in ultima analisi, sulla valutazione della lesione della quota di legittima, oggetto di giudizio in conseguenza della disposta riunione dei procedimenti.

Ritiene il Collegio che le clausole del testamento redatto dalla signora V. debbano essere qualificate quali disposizioni a titolo di legato, in quanto:

– la testatrice ha lasciato a ciascun figlio una pluralità di beni esattamente individuati, senza mai qualificare alcuno di essi come erede (neppure con riferimento a G., beneficiario – come si vedrà – della parte più consistente del patrimonio ereditario);

– non ricorre alcuno degli elementi valorizzati dalla giurisprudenza per desumere l’istituzione di erede ex re certa, non presentando, ad esempio, i beni assegnati a ciascun chiamato sufficiente omogeneità (a G. sono stati lasciati, tra gli altri beni, parte di un immobile destinato ad u so abitativo, il “locale latte”, il “locale C.”, l'”officina”; a G. altra parte della casa, una cantina e parte di un terreno; a S. parte della casa e parte dell’adiacente terreno; a S. solo alcuni terreni) né essendo stato operato alcun riferimento alla quota di legittima;

– l’art. 588 comma 2 c.c. è disposizione di stretta interpretazione, per cui, in mancanza di sicuri indici dell’ipotetica intenzione della testatrice di misurare con i beni assegnati una quota ideale del proprio patrimonio, deve optarsi per la qualificazione delle clausole in esame in termini di legato.

Pertanto, risulta condivisibile la qualificazione – già fatta propria dalle stesse parti in sede di pubblicazione del testamento olografo – delle clausole testamentarie della de cuius quali legati.

Parte attrice ha domandato l’accertamento del proprio diritto di proprietà sul bene “stalla” e sul “terreno che confina a sud con il mappale (…) e a est con il (…)”, assumendo che i predetti beni, dopo l’apertura della successione della de cuius, siano stati attribuiti erroneamente a R.G. sulla base di un’inesatta interpretazione delle disposizioni del testamento.

Ha escluso di poter accogliere l’interpretazione del testamento prospettata dall’attrice osservando quanto segue.

È pacifico tra le parti che la testatrice, assegnando a R.S. la “stanza vechia con il bagno al primo piano della casa e larestante parte dell’ogio alogio piano terra del mapale (…)”, abbia inteso attribuire in favore della figlia la proprietà della porzione del fabbricato sito a V.D. in via Al C. n. 36, composta al piano terra da camera, cucina, servizi e corridoio e al primo piano da camera e servizi. Tale porzione risulta attualmente identificata al Catasto Fabbricati al foglio (…), part. (…), sub. (…).

Al contrario, appare equivoco il contenuto della disposizione testamentaria con cui la de cuius ha attribuito alla figlia R.S. “parte di terreno che confina a sud con il mappale (…). aest con il (…). per avere passagio sino al coridoio pasto verso la stalla che sarà di sua esclusiva proprieetà.”.

Di tale clausola, infatti, sono prospettabili almeno due interpretazioni contrastanti:

– che fosse volontà della testatrice attribuire a S. la parte di terreno – confinante a sud con il mapp. (…) e a est con il mapp. (…) – funzionale a consentirle il passaggio sino al corridoio (posto verso la stalla) attraverso cui accedere alla porzione di fabbricato a lei legata;

– che fosse volontà della testatrice attribuire a S., oltre che parte del terreno, anche la stalla (come sostenuto dall’attrice).

Nella prima ipotesi, il richiamo alla stalla sarebbe strumentale all’identificazione della posizione del corridoio (posto “verso la stalla”), assunto dalla testatrice come punto di riferimento – come meglio sarà approfondito infra – per delimitare la parte di terreno da assegnarsi all’attrice. L’inciso “che sarà di sua esclusiva proprieetà.” presenterebbe un valore rafforzativo dell’attribuzione all’attrice della parte di terreno utile per raggiungere il corridoio, e ne specificherebbe il titolo (proprietà e non già, ad es., servitù).

Nella seconda ipotesi, la menzione della stalla sarebbe funzionale all’assegnazione della proprietà di quest’ultima in favore dell’attrice. Ciò in quanto il soggetto della proposizione subordinata “che sarà di sua esclusiva proprieetà”, in forza del pronome relativo “che”, dovrebbe essere individuato nel sostantivo “stalla”, posto in posizione immediatamente precedente rispetto al pronome “che”.

Nondimeno, come per ogni negozio giuridico, anche le clausole del testamento devono essere interpretate “le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell’atto” (art. 1363 c.c.).

Per chiarire il significato delle disposizioni operate in favore di R.S. non può prescindersi dall’esame delle clausole destinate a R.G..

In particolare, deve evidenziarsi che la testatrice ha lasciato a G., tra gli altri beni, “i terreni e beni presenti sul mappale (…) e (…) folio nove di V.D.”, senza alcuna limitazione.

Invero, i beni presenti sul mappale (…), come identificati prima del nuovo accatastamento, consistono proprio nella stalla rivendicata dall’attrice e nelle pertinenze di tale bene (tettoie, fienile e concimaia).

Sul punto, non sembra condivisibile l’interpretazione prospettata dall’attrice, ad avviso della quale la testatrice, tramite la clausola destinata a S., avrebbe inteso escludere il bene stalla dal compendio assegnato a G., per attribuirlo all’attrice. Non può non sottolinearsi come i beni presenti sul mappale (…), foglio (…), si esauriscano nella stalla e nelle pertinenze della stessa.

Sarebbe illogico ammettere che la testatrice abbia inteso attribuire i medesimi beni prima a G., avendogli lasciato i “beni presenti sul mappale (…) e (…) folio nove di V.D.”, e poi a S., in forza dell’inciso “la stalla che sarà di sua esclusiva proprieetà”.

L’interpretazione proposta dall’attrice svuoterebbe poi di ogni effetto la clausola con cui la testatrice ha assegnato a G. la proprietà dei beni presenti sul mappale (…).

L’esegesi suggerita si porrebbe in contrasto con il principio di conservazione del negozio giuridico (art. 1367 c.c.), in base al quale, in caso di dubbio sul senso di singole clausole del negozio, deve privilegiarsi l’interpretazione che possa conferire alla clausola un effetto, anziché quella secondo cui essa non ne abbia alcuno. L’applicazione al testamento del canone ermeneutico richiamato induce a escludere che la clausola destinata a S. possa spiegare l’effetto di attribuirle la proprietà anche della stalla.

D’altra parte, un’interpretazione meramente letterale dell’inciso “la stalla che sarà di sua esclusiva proprieetà” appare inaccettabile anche in considerazione della scarsa padronanza dell’uso della lingua da parte della testatrice.

Il risultato interpretativo raggiunto è confermato dall’analisi della situazione familiare e dell’ambiente di vita della de cuius.

La stalla controversa è utilizzata da R.G. per lo svolgimento di attività agricola – segnatamente, per l’allevamento di bestiame – da ben prima che la stessa madre V.C. morisse.

R.G., infatti, è titolare di un’impresa individuale agricola, corrente in V.D. e iscritta al Registro delle Imprese sin dal 1997 (doc. 2 fasc. convenuto).

I testi P.E. e J.C. hanno confermato che il convenuto abbia utilizzato e tuttora utilizzi la stalla per la propria attività lavorativa – v. deposizione del teste J.: “so che il sig. G.R. vi lavorava” – e che abbia personalmente richiesto ed eseguito sulla stessa alcuni interventi di miglioramento – v. deposizione teste P.: “il sig. G.R. è il titolare dell’azienda e pertanto ne ha il carico fiscale e giuridico e pertanto tutti gli adeguamenti, le regolarizzazioni e i miglioramenti richiesti risultano fatti da lui. Non so dire se vi siano fatture, ma gli interventi relativi ai miglioramenti della stalla, anche per il benessere degli animali, sono stati a lui richiesti e da lui eseguiti; preciso che l’azienda fornisce latte al caseificio di M. e so che loro assicurano una tracciabilità interna e standard di controllo interni per i quali il referente è G.R.”. Di contro, nulla è stato provato in merito all’asserita partecipazione di R.S. all’attività agricola gestita dalla famiglia.

Pertanto, appare inverosimile che la volontà della testatrice fosse quella di sottrarre a G. il bene principale da quest’ultimo utilizzato nell’ambito della propria azienda agricola per attribuirlo a S., estranea all’esercizio dell’attività imprenditoriale del fratello. La considerazione dell’attività di allevamento del bestiame svolta da R.G. avvalendosi della stalla controversa, da epoca assai anteriore alla morte della madre, induce a ritenere che la volontà della de cuius, piuttosto, fosse quella di garantire al figlio G. la possibilità di continuare a esercitare la propria attività imprenditoriale.

Ulteriore conferma della volontà della de cuius si evince dalla circostanza che la testatrice abbia espressamente lasciato a G. il “locale latte” e il “locale C.”. Si tratta, all’evidenza, di beni funzionalmente destinati alla lavorazione e alla trasformazione dei prodotti ricavati dall’allevamento del bestiame: appare privo di significato ipotizzare che la de cuius avesse inteso disporne in favore di G. separatamente dalla titolarità della stalla, che rappresenta il bene principale del complesso aziendale.

Nell’ipotesi di mancata attribuzione della stalla, infatti, l’assegnazione del “locale latte” e del “locale C.” sarebbe sostanzialmente priva di utilità pratica per il beneficiario.

Quanto alla domanda relativa all’accertamento della proprietà del “terreno che confina a sud con il mappale (…) e a est con il (…)” in capo a R.S., pare opportuno premettere quanto segue:

– il terreno identificato dal vecchio mappale (…) è quello che circonda la casa (ripartita dalla testatrice, come si è visto, tra G., G. e S.), nonché il “locale latte”, l’officina e il ripostiglio;

– di tale terreno, la testatrice ha attribuito a G. la parte compresa tra lo “spigolo della casa lato sud” e i “confini locale latte lato ovest” (confinante, di fatto, con il mappale (…)) e a S. parte del terreno confinante con i mappali (…), a sud, e (…), a est, “per avere passagio sino al coridoio pasto verso la stalla”;

– a G. sono stati attribuiti i terreni, nonché i beni, identificati dai mappali (…) e (…);

– in seguito all’apertura della successione, il terreno già insistente sul mappale 495 è stato frazionato e incluso nelle nuove particelle (…) sub. (…), (…) sub. (…) e (…) sub. (…) (foglio (…)), assegnate, rispettivamente, a G., S. e G..

Parte attrice ha dedotto di aver ricevuto, in attuazione della disposizione testamentaria sopra riportata, una porzione di terreno inferiore a quella effettivamente a lei spettante. Ha contestato, in particolare, l’attribuzione a R.G. di parte del terreno identificata dal vecchio mappale (…) (vale a dire, l’attuale part. (…) sub. (…)), sebbene la de cuius, quanto ai terreni, avesse disposto in favore di G. solo del mappale (…), non del (…).

Lamenta l’attrice che sarebbe stata arbitrariamente limitata la porzione di terreno che avrebbe dovuto esserle assegnata in base al testamento, da identificarsi quantomeno nella parte di appezzamento insistente sull’originario mappale (…), al netto di quanto legittimamente assegnato al fratello G. (part. (…) sub. (…)). L’attrice assume più precisamente che le spetti, oltre alla porzione di terreno già inclusa nella part. (…) sub. (…), anche quella oggi identificata dalla part. (…) sub. (…). Tale assunto non può essere condiviso.

Occorre evidenziare che la testatrice non ha lasciato a S. tutto l’appezzamento insistente sul mappale (…), al netto della porzione attribuita a G. (che confina con i mappali (…) e (…)), bensì solo quella parte del terreno, confinante con i mappali (…) e (…), funzionale a consentire il passaggio sino al corridoio posto verso la stalla.

È irrilevante stabilire se, nel menzionare il corridoio, la testatrice abbia inteso riferirsi al disimpegno, a forma di “T”, posto all’interno della porzione di immobile assegnata a S., ovvero a una striscia di terreno su cui passare per raggiungere i locali a lei attribuiti.

Appare decisivo, in ogni caso, che a S. sia stata attribuita solo una parte della porzione di terreno insistente sul mappale (…) e confinante con i mappali (…) e (…). La residua parte di tale porzione, tenuto conto del fatto che a G. (in relazione al mappale (…)) è stata attribuita la proprietà del “locale latte”, dell’officina e del ripostiglio (oltre che di parte del primo piano della casa), deve ritenersi implicitamente attribuita dalla testatrice a G.. Quest’ultimo, altrimenti, non disporrebbe di alcun passaggio per raggiungere i predetti locali posti sul vecchio mappale (…). Un’interpretazione di segno contrario sembrerebbe illogica e in contrasto con quanto stabilito dalla stessa de cuius per le ipotesi analoghe: la V., infatti, quando ha conferito a G. e a S. la proprietà di porzioni immobiliari, ha attribuito loro anche gli appezzamenti di terreno indispensabili per raggiungerli.

Quanto all’effettiva estensione della porzione di terreno da riconoscersi a S., pare che, in assenza di una puntuale delimitazione dei confini da parte della de cuius, il frazionamento effettuato in seguito all’apertura della successione rispetti il tenore letterale della clausola destinata a S., tenuto conto della necessità di attribuire a G. parte del terreno adiacente al “locale latte”, all’officina e al ripostiglio.

Invero, con la creazione e assegnazione a R.G. della part. (…) sub. (…), a quest’ultimo è stato dato il minimo indispensabile per accedere ai tre ingressi dei locali sopra richiamati.

Le domande di parte attrice aventi ad oggetto l’accertamento della proprietà, in forza delle disposizioni contenute nel testamento olografo del 25.6.2009, della stalla e della porzione di terreno, meglio identificata in atti, devono pertanto essere rigettate.

Ne consegue il rigetto delle ulteriori domande proposte dall’attrice fondate sul presupposto dell’accertamento della titolarità in capo a R.S. della proprietà della stalla.

Quanto alle domande proposte da R.S. nei confronti dei fratelli aventi ad oggetto l’asserita lesione della propria quota di riserva, si osserva che la valutazione di fondatezza non può prescindere dall’accertamento della consistenza dell’asse ereditario morendo dismesso da V.C..

Secondo il consolidato orientamento giurisprudenziale, “Per accertare la lesione di legittima è necessario determinare il valore della massa ereditaria e, quello, quindi, della quota disponibile e della quota di legittima, che della massa ereditaria costituiscono una frazione, procedendo, anzitutto, alla formazione della massa dei beni relitti ed alla determinazione del loro valore al momento dell’apertura della successione, alla detrazione dal “relictum” dei debiti da valutare con riferimento alla stessa data, alla riunione fittizia (cioè, con operazione meramente contabile) tra attivo netto e “donatum”, costituito dai beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione, da stimare secondo il loro valore al momento dell’apertura della successione (artt. 747 e 750 cod. civ., rispettivamente relativi ai beni immobili ed ai beni mobili) e con riferimento al valore nominale, quanto alle donazioni in denaro (art. 751 cod. civ.), calcolando, poi, la quota disponibile e la quota indisponibile sulla massa risultante dalla somma del valore del “relictum” al netto e del valore del “donatum” ed imputando, infine, le liberalità fatte al legittimario con conseguente diminuzione, in concreto, della quota ad esso spettante (art. 564 cod. civ.).” (Cass. 11873/93)” (Cassazione civile sez. II, 24/07/2012, n.12919).

Per quanto concerne l’entità del patrimonio immobiliare lasciato dalla de cuius, ai beni menzionati nel testamento olografo del 25.6.2009, come sopra individuati, devono aggiungersi i terreni, siti in V.D. ed identificati al Catasto Terreni ai fogli nn. (…) (mappali (…)-(…)), (…) (mappale (…)), (…) (mappale (…)), (…) (mappali (…)-(…)-(…)-(…)), (…) (mappali (…)-(…)), (…) (mappali (…)-(…)-(…)) e (…) (mappali (…) e (…)).

Non consta – né è stata allegata – l’esistenza di altri beni, tanto mobili quanto immobili, relitti dalla de cuius.

Come già osservato, il testamento olografo di V.C. non contiene alcuna istituzione di erede, dovendo qualificarsi come legati le attribuzioni effettuate dalla de cuius in favore di ciascun figlio.

Ne consegue che, al decesso di V.C., deve ritenersi si sia aperta la successione legittima con devoluzione agli eredi, ai sensi dell’art. 566 c.c., dell’eredità nella misura di ¼ ciascuno.

Ai fini della ricostruzione della massa ereditaria è poi necessario valutare la sussistenza di passività.

E’ noto che, con riferimento ai debiti, per la determinazione della quota disponibile rilevano non solo quelli contratti dal de cuius ma anche quelli occasionati dalla sua morte. Essi devono essere detratti dal valore del relictum (art. 556 c.c.).

In via generale, ai sensi dell’art. 752 c.c. i debiti e i pesi ereditari gravano sui coeredi in proporzione delle loro quote ereditarie, salvo che il testatore abbia disposto diversamente. Tale ripartizione riguarda tanto i debiti e i pesi esistenti nel patrimonio del de cuius al momento della morte quanto quelli sorti in conseguenza della successione ereditaria (ad es., imposta di successione; spese funerarie).

Nel caso di specie, alla luce della documentazione prodotta dalle parti sono cono comprovate le seguenti passività: – corrispettivo utenza telefonica, intestata al coniuge della de cuius, per il periodo dal 13.12.2010 al 13.02.2011 (cfr. ricevuta di pagamento del 10.3.2011 – all. 1 memoria del 10.4.2018 di R.S.): Euro 64,96; quanto all’utenza telefonica per il periodo dal 13.10.2010 al 13.12.2010, sai osserva che il relativo corrispettivo di Euro 62,54 risulta versato in data 04.01.2011, anteriore alla morte della de cuius, per cui non è provato che il versamento sia stato effettuato da uno dei chiamati all’eredità;

– debito di V.C. nei confronti di Impresa V.T. s.r.l. (cfr. ricevuta di pagamento del 21.4.2011 – all. 1 memoria del 10.4.2018 di R.S.): Euro 102,40;

– t.f.r. e altri emolumenti relativi al mese di gennaio 2011 in favore della lavoratrice domestica O.P. (cfr. busta paga emessa in data 3.2.2011 – all. 1 memoria del 10.4.2018 di R.S.): Euro 2.261,50;

– imposte di successione (cfr. ricevuta di pagamento del 23.01.2012- all. 1 memoria del 10.4.2018 di R.S.): Euro 1.294,07;

– tributi per la pubblicazione del testamento (cfr. verbale pubblicazione testamento – all. 2 citazione R.S.): Euro 168,00;

– versamenti in favore dell’Agenzia del Territorio delle seguenti somme per le operazioni catastali rese necessarie dall’esecuzione del testamento (cfr. ricevute di pagamento – all. 1 memoria del 10.4.2018 di R.S.):

-Euro 200,00 per tributi speciali catastali (“dichiarazione di nuova costruzione e di variazione” – fg. (…), part. (…) sub.(…));

-Euro 65,00 per tributi speciali catastali;

-Euro 44,00 per tributi speciali catastali e imposta di bollo;

-Euro 153,86 per tributi speciali catastali e imposta di bollo (domande di voltura);

– diritti c.d.u. in favore del Comune di Villar Dora (cfr. ricevuta di pagamento del 25.01.2012- all. 1 memoria del 10.4.2018 di R.S.): Euro 50,00;

per un totale di Euro 4.403,79.

Devono altresì detrarsi dall’attivo ereditario le ulteriori voci di debito allegate da R.S. – non oggetto di contestazione da parte dei coeredi – e costituite dall’importo di Euro 5.800,00 per spese funerarie, Euro 4.000,00 per spese relative alla pratica successoria e accatastamento immobili, nonché Euro 800,00 quali onorari notaio per pubblicazione testamento.

I debiti ereditari ammontano, pertanto, a complessivi Euro 15.003,79.

Nulla è stato allegato con riferimento ad eventuali atti di liberalità posti in essere in vita da parte della de cuius.

Alla luce delle osservazioni svolte, i beni relitti in relazione alla successione di V.C. sono costituiti dai seguenti immobili:

– abitazione in V. D., via A. C. n. 36, censita al Catasto Fabbricati al fg. (…), part. (…), sub. (…);

– abitazione in V. D., via A. C. n. 36, censita al Catasto Fabbricati al fg. (…), part. (…), sub. (…);

– abitazione in V. D., via A. C. n. 36, censita al Catasto Fabbricati al fg. (…), part. (…), sub. (…);

– azienda agricola in V. D., via A. C. n. 36, censita al Catasto Fabbricati al fg. (…), part.

(…), sub. (…)-(…)-(…), graffata con la part. (…), sub (…)-(…)-(…)-(…)-(…)-(…);

– bene comune non censibile in V. D., via A. C. n. 36 (fg. (…), part. (…), sub. (…));

– fabbricato in V.D., B.A., censito al Catasto Fabbricati al fg. (…), part. (…) sub. (…) (unità collabente);

– terreni in V.D. censiti al Catasto Terreni

– al fg. (…), part. nn. (…) e (…);

– al fg. (…), part. nn. (…), (…), (…), (…), (…) e (…);

– al fg. (…), part. nn. (…), (…) e (…);

– al fg. (…), part. n. (…);

– al fg. (…), part. n. (…);

– al fg. (…), part. nn. (…), (…), (…), (…);

– al fg. (…), part. nn. (…) e (…);

– al fg. (…), part. nn. (…), (…) e (…);

– al fg. (…), part. nn. (…) e (…);

I debiti da decurtare al valore del relictum risultano pari a Euro 15.003,79.

Ha calcolato la misura delle quote assumendo che i legittimari interessati dalla vicenda successoria della de cuius sono i quattro figli di quest’ultima e debba applicarsi l’art. 537 comma 2 c.c., per il quale “se i figli sono più, è loro riservata la quota dei due terzi, da dividersi in parti uguali tra tutti i figli”. A ciascun figlio della de cuius è riservata, quindi, la quota di 1/6 del patrimonio ereditario (pari a 2/3 : 4).

Pare opportuno precisare che, in mancanza di chiare indicazioni contenute nel testamento, le attribuzioni immobiliari effettuate dalla de cuius in favore dei figli devono qualificarsi quali legati in conto di legittima.

Ha giustificato la qualificazione di legato in sostituzione di legittima, osservando che esso, pur non richiedendo formule sacramentali, né un’espressa menzione del testatore sull’alternativa offerta fra conseguimento del legato e richiesta della legittima, postula che, dal complessivo contenuto delle disposizioni testamentarie, risulti la chiara e inequivoca volontà del de cuius di tacitare il legittimario con l’attribuzione di determinati beni, precludendogli la possibilità di mantenere il legato e di attaccare le altre disposizioni per far valere la riserva, sicché, in difetto di tale volontà, il legato deve ritenersi “in conto” di legittima (v. Cass. 31.5.2018, n. 13868).

Ha ritenuto che, per valutare il fondamento della domanda di riduzione avanzata da S.R. e da G.R. nella causa iscritta al RG 3067/2017, dovesse procedersi alla stima dell’intero compendio immobiliare all’atto dell’apertura della successione e, calcolato il valore della quota di riserva spettante a ciascun figlio, e imputato quanto ricevuto da ciascuno a titolo di legato, accertarsi se i beni caduti in successione e ancora oggetto di comunione ereditaria siano sufficienti a coprire il valore della quota, ovvero se sussista la lesione allegata da R.S..

Ha rimesso la causa in istruttoria come da separata ordinanza.

Ha riservato alla sentenza definitiva la pronuncia delle spese, comprese quelle di CT giacché la pronuncia sulle spese deve essere contenuta, ai sensi dell’art. 91 c.p.c., nei provvedimenti connotati dal requisito della definitività, tra i quali non rientrano le sentenze non definitive”.

Tanto esposto, il Tribunale di Torino, giusta sentenza in data 17.1.2019 (n. 215/2019) ha deciso, non definitivamente pronunciando, come segue:

“dichiara aperta, alla data del 26.1.2011, la successione legittima di V.C., nata ad A. il (…), c.f. (…);

accerta che V.C., con testamento olografo del 25.6.2009, ha legato a R.G. la stalla sita in V. D., via A. C. n. 36, censita al Catasto Fabbricati al fg. (…), part. (…), sub (…)-(…)-(…)-(…), nonché l’appezzamento di terreno sito a V. D., via A. C. n. 36, censito al Catasto Fabbricati al fg. (…), part. (…) sub. (…) e part. (…) sub. (…), e, per l’effetto,

rigetta le domande proposte da R.S.;

dichiara che R.S. è erede legittima di V.C. e che la quota di riserva alla stessa spettante in relazione alla successione di V.C. è pari ad 1/6;

accerta che i debiti ereditari risultano pari ad Euro 15.003,79;

dispone con separata ordinanza ai fini della prosecuzione del giudizio;

spese al definitivo”.

All’udienza del 28 febbraio 2019 i procuratori delle parti formulavano riserva di appello avverso la sentenza non definitiva 215/2019 e instavano per un rinvio al fine di valutare eventuali proposte transattive.

Successivamente, con sentenza (definitiva), in data 28.5.2019, il Tribunale di Torino, ha deciso la causa nei termini di seguito indicati.

“Motivi in fatto e diritto della decisione

Premesso

-che, con sentenza non definitiva n. 215/2019, pubblicata in data 17.1.2019, il Tribunale di Torino ha dichiarato aperta la successione legittima di V.C. ed accertato che, con testamento olografo del 25.6.2009, la de cuius ha legato parte dei propri beni ai figli G., S., S. e G.;

-con la stessa pronuncia, il Tribunale ha respinto le domande proposte dall’attrice R.S. aventi ad oggetto l’intervenuto acquisto a proprio favore, per effetto delle disposizioni testamentarie, della proprietà del fabbricato destinato all’uso di stalla, sito a V. D., Via A. C. n. 36 (identificato al Catasto con il fg. (…), part. (…), sub (…), (…), (…), e (…)) del terreno “che confina a sud con il mappale (…). e a est con il (…)”, parimenti ubicato a V.D., in via Al C. n. 36;

-che, ricostruito il patrimonio ereditario ed indicate le quote di riserva spettanti alle parti, la causa è stata rimessa sul ruolo al fine di procedere alla stima dell’intero compendio e, quindi, alla valutazione della fondatezza della domanda di riduzione proposta da R.S., nonché da R.G. nel procedimento 3067/2017 R.G., riunito al presente;

-che, disposti alcuni rinvii, all’udienza del 9.5.2019, R.S. dichiarava di rinunciare alle domande proposte nei confronti dei fratelli aventi ad oggetto l’accertamento della lesione della quota di riserva e, quindi, la riduzione dei lasciti testamentari, instando per l’estinzione del giudizio;

-che R.G. e R.G. accettavano la rinuncia dando atto dell’intervenuto accordo in ordine all’integrale compensazione delle spese del giudizio; che R.S., preso atto della rinuncia alla domanda da parte di R.S., instava per la rifusione delle spese di lite ai sensi dell’art. 306 c.p.c.;

ritenuto

che, a fronte della ritualità della rinuncia agli atti del giudizio da parte di R.S. – con riferimento alla domanda di accertamento della lesione della quota di riserva e, quindi, di riduzione dei lasciti testamentari proposta nel procedimento n. 3067/2017 riunito al presente – e preso atto dell’accettazione della rinuncia da parte di R.G., R.G. e R.S., il giudizio rubricato al n. 3067/2017 R.G., promosso da R.S., debba essere dichiarato estinto;

che debba altresì prendersi atto dell’accordo raggiunto dalle parti, R.S., R.G. R.G. di integrale compensazione delle spese;

rilevato

che R.S. ha, invece, chiesto applicarsi la previsione di cui all’art. 306 c.p.c. instando per la refusione delle spese di lite;

considerato

che, pur alla luce del disposto di cui all’art. 306 c.p.c. – secondo il quale il rinunciante deve rimborsare le spese alle altre parti, salvo diverso accordo tra loro – sussistano i presupposti per disporre l’integrale compensazione delle spese di lite nel rapporto processuale tra R.S. e R.S.;

che, infatti, considerata l’unicità del giudizio conseguente alla riunione dei procedimenti, ai fini della disciplina delle spese deve valutarsi la soccombenza di R.S. nella domanda di interpretazione del testamento originariamente proposta nei confronti del solo R.G. – con il giudizio n. 27257/2016 R.G. – e successivamente estesa anche a R.S.;

che, pertanto, la valutazione complessiva delle spese comporta l’operatività dell’art. 92, comma 2, c.p.c.;

ritenuto

quanto ai rapporti tra R.S., R.G. e R.G., che il rigetto delle domande proposte da R.S. in ordine all’interpretazione del testamento di V.C. comporti la soccombenza dell’attrice ex art. 91 c.p.c. e, quindi, la sua condanna alla refusione delle spese di lite nei confronti dei convenuti R.G. e R.G.;

che, a tal fine, deve aversi riguardo ai valori medi dello scaglione di riferimento per cause di valore indeterminabile di media complessità;

che, pertanto, con riguardo al rapporto processuale tra R.S. e R.G., le spese di lite devono essere liquidate nel complessivo importo, ritenuto congruo, di Euro 10.343,00, oltre rimborso forfetario, IVA e CPA come per legge;

che, quanto al rapporto processuale tra R.S. e R.G., fermo restando il valore indeterminato di media complessità della causa, le spese devono essere liquidate secondo la nota spese depositata in atti, ritenuta congrua alla luce delle attività defensionali poste in essere dal terzo chiamato e, così, in complessivi Euro 5.534,00, oltre rimborso forfetario, IVA e CPA come per legge;

P.Q.M.

Il Tribunale di Torino (..) definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione disattesa:

dichiara estinto il procedimento n. 3067/2017 R.G.;

dichiara interamente compensate le spese di lite tra R.S. e R.S.;

condanna R.S. a rifondere a R.G. le spese del procedimento n. 27257/2016 R.G. liquidate in complessivi Euro 10.343,00 oltre rimborso forfetario, IVA e CPA come per legge;

condanna R.S. a rifondere a R.G. le spese del procedimento n. 27257/2016 R.G. liquidate in complessivi Euro 5.534,00, oltre rimborso forfetario, IVA e CPA come per legge”.

Avverso le sentenze sopra illustrate, R.S. ha interposto appello.

R.G., R.S. e R.G. hanno resistito al gravame.

All’udienza del 7 ottobre 2020, sulle conclusioni riportate in epigrafe, la Corte assegnava la causa in decisione concedendo alle parti i termini di legge per il deposito degli ulteriori atti difensivi (conclusionali e memorie di replica).

Motivi della decisione

  1. I motivi di doglianza.

S.R. ha appellato le due sentenze proponendo censure differenti.

Con riguardo alla sentenza 2996/19 (definitiva di estinzione del giudizio e compensazione delle spese) ha criticato la pronuncia nei termini di seguito esposti.

Con il primo motivo S.R. lamenta come il Tribunale di Torino sia incorso in errore nel ritenere sussistente l’unicità del giudizio a fronte dell’avvenuta riunione ex art. 274 c.p.c. della causa iscritta al RG 3067/2017 a quella iscritta al RG 27257/16 – dopo aver respinto l’istanza di integrazione del contraddittorio tra gli altri chiamati all’eredità di V.C. n ella causa portante in corso tra R.S. e R.G. – e abbia quindi:

  1. a) erroneamente condannato l’appellante odierna alla refusione delle spese nei riguardi di G.R., a fronte della mancata proposizione di domanda alcuna verso il medesimo e nonostante la soluzione che sarebbe derivata dall’interpretazione della disposizione testamentaria non coinvolgesse, né avesse effetto alcuno nei confronti di tale parte del giudizio;

a.1) la doglianza è motivata sulla base del principio, affermato dal Supremo Collegio, per il quale la liquidazione delle spese giudiziali deve essere operata in relazione ad ogni singolo giudizio nel caso di provvedimento discrezionale di riunione delle cause, dal momento che tale riunione lascia immutata l’autonomia dei singoli giudizi e non pregiudica la sorte delle singole azioni; la loro congiunta trattazione lascia integra la loro identità, tanto che la sentenza che decide simultaneamente le cause riunite, pur essendo formalmente unica, si risolve in altrettante pronunce quante sono le cause decise (Cass. I, 10.7.2014, n. 15860; Id. 25.3.2011, n. 6951 Id 13.7.2006, n. 15954);

a.2) ha erroneamente applicato le disposizioni di cui all’art. 92, comma 2, c.p.c. nella liquidazione delle spese relative alle posizioni di R.S. e R.S.;

il primo giudice ha motivato sul punto osservando come, in forza dell’unicità del giudizio conseguente alla riunione dei procedimenti, si dovesse valutare la soccombenza di R.S. nei riguardi della domanda dalla stessa proposta soltanto nei riguardi di R.G. (nella causa rg 27527/19), nell’interpretazione del testamento, causa ritenuta successivamente estesa anche alla S.R.; diversamente da quanto ritenuto dal primo giudice, secondo l’appellante, R.S. non si è mai resa parte attiva del procedimento di interpretazione del testamento; di conseguenza non vi ragione alcuna (non essendo la condanna alle spese una sanzione, ma solo l’effetto della soccombenza) per giustificare la condanna di S.R. – quale soccombente nei riguardi della sorella S. – e pertanto risulta illogica (ingiustificata) la compensazione disposta tra le due ex art. 92, comma 2, c.p.c..

R.S. potrà dirsi eventualmente soccombente soltanto nei riguardi di R.G., unico convenuto nel procedimento iscritto al RG 27527/19.

Per contro, secondo la prospettazione dell’appellante, le spese di lite nella causa iscritta al RG 3067/19 oggetto della rinuncia da parte di S.R., dovranno essere regolate in applicazione della disposizione di cui all’art. 306 c.p.c.. Pertanto, non intercorso accordo sulle spese tra l’appellante odierna e la parte rinunciante, si impone, in applicazione della regola di cui all’art. 306, l’obbligo per il rinunciante di rimborsare le spese alle altre parti, salvo diverso accordo. Mentre è intercorso accordo sulle spese tra la rinunciante e i fratelli di lei, G. e G., nessun accordo è intervenuto con l’appellante odierna, la quale si è limitata ad accettare la rinuncia.

Di qui la necessità di procedere alla riforma della sentenza nella parte in cui il Tribunale ha proceduto alla compensazione in punto spese tra S.R. e S.R., dovendosi, invece, disporre la condanna della prima nei riguardi della seconda.

In sintesi: l’appellante chiede che, in riforma della sentenza 2996/2017, la Corte revochi la statuizione in punto compensazione delle spese ex art. 92, co. 2, c.p.c., tra R.S. e R.S. e che condanni R.S. alla refusione delle spese di lite in favore di R.S. ex art. 306 c.p.c.; infine che revochi la condanna della deducente nei riguardi di R.G., disponendo la compensazione delle spese tra le due parti.

  1. b) Con altra doglianza, R.S. impugna la sentenza 215/2019, lamentando che il Tribunale avrebbe interpretato malamente il contenuto delle clausole testamentarie e, segnatamente, di quella concernente l’attribuzione della proprietà esclusiva della stalla all’appellante odierna, erroneamente attribuita, invece, a G.R..

Sul piano della ricerca della volontà della testatrice, l’appellante osserva come il ricorso a elementi extratestuali (ex art. 1362, co. 2 c.c.) sarebbe possibile soltanto nel caso in cui dall’indagine condotta sul testo residuino ambiguità non superabili altrimenti.

Qualora, dalla sola analisi della scheda testamentaria si evinca chiaramente il senso della volontà del de cuius, qualsiasi altro accertamento deve intendersi precluso. Ciò posto, l’appellante richiama i principi già espressi dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. Civ., Sez. II, 8.7.2016, n. 14070) in tema di interpretazione del testamento olografo e assume che il Tribunale se ne sia discostato giungendo a una soluzione che, oltre a confliggere con le norme, sarebbe anche in contrasto con la reale volontà della testatrice.

Osserva sul punto come la lettura del testamento debba essere eseguita ricercando la volontà reale ed effettiva del testatore; si ritiene debba considerarsi il significato specifico e concreto di ogni singola disposizione, con la precedenza di tale criterio interpretativo sul valore letterale. L’appellante ripercorre e riprende tutte le argomentazioni già svolte in primo grado, assumendo come il Tribunale abbia erroneamente interpretato la scheda testamentaria, assumendo come il primo giudice abbia confuso la volontà testamentaria (necessariamente espressa nel testamento) con il significato della volontà medesima (la cui ricerca sarebbe possibile a prescindere dal contenuto della scheda), in tal modo compiendo un evidente errore di metodo, il quale dovrebbe essere teso all’obiettivo di fornire l’esatta rappresentazione dell’effettiva volontà del de cuius.

Qualora fosse possibile ricavare ab extrinseco la volontà del testatore si finirebbe per realizzare un’operazione diretta non già a ricostruire la volontà del medesimo come espressa nel testamento, ma a integrarla, attribuendo alla stessa un significato non in antitesi, ma comunque nuovo (p. 50 appello).

L’appellante, per sostenere la preclusione all’interprete di avvalersi di dati estrinseci al fine di attribuire alla scheda testamentaria un contenuto nuovo, richiama qui la giurisprudenza di legittimità che ammette il ricorso a elementi estrinseci soltanto per chiarire parole o espressioni dubbie, mentre è precluso l’uso di tali elementi per giungere al risultato di assegnare al testamento un contenuto nuovo, non espresso in esso (Cass. Civ. Sez. II, 12.3.2019, n. 7025; Id. 24.4.2018, n. 10075).

Assume come la clausola di cui si tratta non sia stata correttamente interpretata dal Tribunale, il quale ha ritenuto equivoco il contenuto della disposizione testamentaria, a mezzo della quale la de cuius attribuiva alla figlia S.R. “parte di terreno che confina a sud con il mappale (…). aest con il (…). per avere passagio sino al coridoio pasto verso la stalla che sarà di sua esclusiva proprietà”.

Il Tribunale, secondo la tesi di parte appellante non avrebbe rispettato il criterio ermeneutico sopra indicato per ricostruire l’effettiva volontà della testatrice, così come dalla stessa espressa nel testamento, criterio che impedisce ogni operazione che possa integrare – sulla base degli elementi di valutazione sopra esposti – ab extrinseco la volontà, attribuendo alla stessa contenuti inespressi, ovvero diversi da quelli risultanti dalla dichiarazione stessa. Azione che sarebbe stata ripetuta con riguardo all’interpretazione della clausola inerente al terreno insistente sul mappale (…). L’errore in cui sarebbe caduto il primo giudice sarebbe ancora più evidente nell’aver il medesimo associato tutti i beni presenti sul mappale (…) e (…), poi unificati, come se il mappale (…) non fosse un appezzamento di terreno, ma un insieme di fabbricati, conglobati nel mappale (…). Il Tribunale avrebbe errato nell’unificare i mappali (…) e (…) e nell’attribuirli interamente a R.G..

L’errore sarebbe perfezionato nell’interpretazione e nell’utilizzo, da parte del giudice di prime cure degli elementi estrinseci, relativi alla situazione familiare e all’ambiente di vita della de cuius.

Dalle testimonianze raccolte, si afferma da parte appellante, non emergerebbe la volontà della testatrice di esprimersi in ordine al contenuto del testamento. L’interpretazione relativa all’attribuzione del locale latte e del locale C. in funzione di attribuire a G.R. anche la stalla sarebbe errata perché non sussisterebbe un locale C.; i due locali in questione sarebbero stati trasformati in deposito mangimi. Inoltre, la circostanza di fatto concernente la scarsa dimestichezza della testatrice nell’uso della lingua italiana non avrebbe potuto compromettere l’esatta intenzione della stessa e la conseguente interpretazione delle ultime volontà da ella rassegnate in merito alla suddivisione dei beni e all’assegnazione di essi ai figli. Le indicazioni dei testi (cfr. dep. P.) non sarebbero in grado di giustificare le ragioni per le quali la testatrice avrebbe dovuto limitare il legato in favore della figlia S. alla sola porzione di terreno di cui alla particella (…) e non estendersi alla stalla espressamente nominata nell’atto. Il P. ha affermato che il corridoio indicato fosse dentro casa; G.R. ha sostenuto, invece, come il corridoio in questione dovesse essere inteso come lembo di terra che porta alla stalla, spiegando il riferimento ad esso al fine di consentire alla figlia. S.R., di accedere ai locali e a parte dell’appartamento sopra indicati. Nessuna delle due spiegazioni dei testi sarebbe attendibile. Secondo l’appellante, la porzione di terreni rivolta al mappale (…), ingresso di tutti i fabbricati citati nel testamento de quo era stata attribuita ai figli S. e G.R.. Di conseguenza, il corridoio posto verso la stalla si sarebbe dovuto intendere quale accesso alla stalla medesima; nessun’altra opzione dovrebbe ritenersi consentita. Si rileva, da parte appellante che, nel caso in cui il giudice avesse seguito tale linea interpretativa delle volontà testamentarie, egli avrebbe certamente individuato correttamente a chi dovessero essere assegnati la stalla e il terreno in questione.

In merito alla pretesa risarcitoria, l’appellante ha osservato come, nel caso di occupazione sine titulo di un immobile altrui, il danno sia provato in re ipsa e la determinazione dello stesso ben possa essere operata facendo riferimento al valore locativo dell’immobile ingiustamente occupato. Di qui la reiterazione della domanda di liquidazione del danno in misura di Euro 500,00 mensili a far tempo dal settembre 2011 al momento del rilascio, essendo evidente la funzione produttiva del bene in questione.

  1. Disamina dei motivi.

Per comodità espositiva, si ritiene opportuno esaminare per prime le doglianze che l’appellante ha proposto avverso la sentenza 215/2019 e di seguito quelle afferenti la sentenza n. 2996/2016.

Di conseguenza, la prima questione che viene in esame è quella relativa alle statuizioni disposte da C.V..

Con testamento olografo in data 25.6.2009, pubblicato in data (…) dal notaio S. (rep. (…) e racc. (…)) la signora V., deceduta il 26.1.2011, dispose delle proprie sostanze (doc. 2 prod. attrice I grado) nei seguenti termini:

“Io Sottoscritta V.C. nata V. D. il (…) dispongo per la mia morte i miei beni vengano così divisi: a mio filio G. i terreni e beni presenti sul mappale (…) e (…) folio nove di V.D. l’agio allogio primo piano, una cantina locale latte oficnaa oficina e locale C.. A mio filio G. laparte ristrutturata dell’alogio piano terra sul pa maappale (…) una cantina e parte di terreno dello spigolo della casa lato sud sino a confini locale latte lato ovest a mila filia S. la mia stanza vechia con il bagno al primo piano della casa e larestante parte dell’ogio alogio piano terra del mapale (…) e parte di terreno che confina a sud con il mappale (…). aest con il (…). per avere passagio sino al coridoio pasto verso la stalla che sarà di sua esclusiva proprieetà. A mia filia S. il il i terreni di V. D. V. D. folio 5. e 6.”

Non è contestata in causa la statuizione del Tribunale qualificante l’attribuzione dei beni ai figli della testatrice in termini di legato in sostituzione di legittima.

Il primo giudice ha anche evidenziato come, in sede di pubblicazione del testamento di cui sopra, avanti il notaio S., i fratelli R.G., R.G., R.S. e R.S., avessero fatto constare che i beni loro legati dovessero essere attribuiti nei termini di seguito indicati, frutto del frazionamento (doc. 3 prod. R.G. I grado) operato dai geometri J. e V. da loro stessi incaricati:

a R.G.:

-alloggio in V. D., via A. C. n. 36, censito al Catasto fabbricati al fg. (…), mapp (…), sub. (…);

-fabbricato produttivo in V. D., via A. C. n. 36, censito al Catasto fabbricati al fg. (…), mapp. (…) sub. (…)-(…)-(…), graffato con il mapp. (…), sub. (…)-(…)-(…)-(…)-(…)-(…);

a R.G.:

-alloggio in V. D., via A. C. n. 36, censito al Catasto fabbricati al fg. (…), mapp. (…), sub. (…);

a R.S.:

-alloggio in V. D., Via A. C. n. 36, censito al Catasto fabbricati al fg. (…), mapp. (…), sub. (…);

a R.S.:

-terreni in V.D. censiti al Catasto terreni al fg. (…), mappali (…).(…)-(…)-(…)-(…) e (…), e al fg. (…), mappali (…)-(…);

– fabbricato in V.D.B.A. censito al Catasto fabbricati al fg. (…), mapp (…) sub.(…) (unità collabente);

aveva considerato inoltre come, al fine di consentire l’esecuzione del testamento, dopo l’apertura della successione i fondi già censiti al Catasto fabbricati al fg. (…), mapp. (…) e (…), fossero stati frazionati, rispettivamente, nella part. (…) sub. (…), (…), (…), (…), (…), (…) e (…), e nella part. (…) sub. (…), (…), (…), (…), (…) e (…); -come in forza del richiamato testamento, la de cuius nulla avesse disposto in ordine alla proprietà degli appezzamenti di terreno siti in V.D. e identificati al Catasto terreni ai fogli nn. (…) (mappali (…)-(…)), (…) (mappale (…)), (…) (mappale (…)), (…) (mappali (…), (…), (…), (…)), (…) (mappali (…)-(…)), (…) (mappali (…), (…), (…)) e (…) (mappali (…) e (…)).

Ciò premesso, ha risolto la rivendicazione, da parte di S.R., della stalla come di esclusiva proprietà della medesima in senso avverso alla pretesa attorea, assumendo che la volontà della testatrice fosse diretta ad assegnare i beni produttivi al figlio G. – tenuto conto dell’attribuzione a R.G. e a R.S. – a seguito della pubblicazione del testamento, rispettivamente, a) del fabbricato produttivo adibito a uso stalla, sito in V.D., al civico 36 di Via A. C., identificato al Catasto fabbricati al fg. (…), part. (…), sub. (…)-(…)-(…)-(…); b) del terreno “che confina a sud con il mappale (…) e a est con il (…)”, vale a dire del terreno sito in V.D., al civico 36 di Via A. C., identificato al Catasto fabbricati al fg. (…), part. (…), sub. (…).

Si vuole, da parte appellante, che la testatrice, in virtù dell’inciso “la stalla che sarà di sua proprietà”, avesse inteso escludere il bene stalla dal compendio relativo al legato attribuito al figlio G., per assegnarlo alla sorella S..

La doglianza è stata motivata dalla pretesa erroneità del ricorso da parte del Tribunale a elementi estrinseci della scheda testamentaria, in violazione delle regole di interpretazione del testamento; le clausole della scheda testamentaria sarebbero chiare e tale chiarezza impedirebbe il ricorso al criterio estrinseco utilizzato – di cui è affermata la scorrettezza metodologica – ; inoltre il primo giudice sarebbe incorso in errore per non aver rispettato il criterio ermeneutico che impedisce ogni operazione che porti a integrare ad extrinseco la volontà del testatore, attribuendo alla stessa contenuti inespressi e ciò anche con riguardo all’interpretazione della clausola relativa al terreno di cui al mapp. (…); avrebbe poi errato nel ritenere inaccettabile una disposizione contenuta nel testamento in considerazione della scarsa padronanza della lingua italiana e avrebbe, infine, posto a fondamento della decisione una situazione catastale materiale formatasi a seguito della morte della signora V..

Il Tribunale si è posto il problema dell’interpretazione delle clausole testamentarie concernenti, in particolare, l’attribuzione dei beni, a titolo di legato, ai figli R.G. e R.S..

Ha considerato il contenuto della clausola fatta valere da R.S., espressa nei seguenti termini: “parte di terreno che confina a sud con il mappale (…). aest con l (…) per avere passagio sino al coridoio pasto verso la stalla che sarà di sua esclusiva proprietà”.

Ha notato come, di tale clausola potessero esser date due interpretazioni contrastanti:

-che fosse volontà della testatrice attribuire alla figlia S. la parte di terreno – confinante a sud con il mappale (…) e a est con il mappale (…) -, porzione di terreno funzionale a consentirle il passaggio sino al corridoio (posto verso la stalla) attraverso cui accedere alla porzione di fabbricato a lei legata;

-che fosse volontà della testatrice attribuire a S., oltre che parte del terreno, anche la stalla (così come affermato dalla stessa attrice).

Sul profilo della doglianza relativa alla violazione delle regole di interpretazione del testamento, deve rilevarsi come la giurisprudenza di legittimità affermi che, con riguardo alla natura di atto unilaterale non recettizio del testamento, negozio mortis causa, l’interpretazione dello stesso si caratterizzi, rispetto a quella contrattuale, da una più penetrante ricerca, al di là della dichiarazione, della volontà del testatore, la quale, alla stregua dell’art. 1362 c.c., va individuata con riferimento ad elementi intrinseci alla scheda testamentaria, sulla base dell’esame globale della scheda stessa e non di una singola disposizione (Cass. Civ, Sez. II, 28.7.2015, n. 15931; Id., 3.12.2010, n. 24637).

Nella specie, proprio dalla lettura globale di tutte le disposizioni della scheda testamentaria è chiaramente emersa la difficoltà di conciliare l’attribuzione a G.R. dei “terreni e beni presenti sul mappale (…). e (…) folio nove di V.D. l’agio l’allogio primo piano, una cantina, locale latte oficinaa oficina e locale C.” e quella fatta a favore della figlia S.R., concernente “la mia stanza vechia con il bagno al primo piano della casa e larestante parte dell’ogio alogio piano terra del mappale (…) e parte di terreno che confina a sud con il mappale (…) aest conil (…) per avere passagio sino al coridoio pasto verso la stalla che sarà di sua esclusiva proprieeetà” (..)”.

Della questione si è fatto carico il Tribunale, osservando come la signora V. avesse lasciato al figlio G. “i terreni e i beni presenti sul mappale (…). e (…) folio nove di V.D.” (tra i quali figurava la stalla che, già prima del frazionamento catastale insisteva sul mappale (…)) e come, nella clausola fatta valere dalla figlia S., la medesima testatrice avesse escluso la proprietà della stalla per attribuirla alla figlia S. (cfr. p. 9 sentenza impugnata).

Che, in tal caso, non emergesse – dalla singola clausola azionata dall’attrice-odierna appellante – una chiara indicazione della testatrice appare del tutto evidente.

Di qui la correttezza dell’approccio metodologico del Tribunale che, in ossequio ai principi costantemente affermati in sede di legittimità, ha ricostruito la volontà della testatrice “privilegiando gli elementi intrinseci alla scheda testamentaria, sulla base dell’esame globale della stessa” e facendo ricorso “a elementi estrinseci – quali ad esempio la personalità, la condizione sociale e l’ambiente di vita del testatore in via sussidiaria”, in relazione all’incertezza della volontà espressa nei termini sopra enunciati.

Ha osservato, al riguardo, come la testatrice potesse aver inteso attribuire a S.R. soltanto la porzione di terreno – confinante a sud con il mapp. (…) e a est con il mapp. (…) – funzionale a consentirle il passaggio sino al corridoio posto verso la stalla per accedere alla porzione di fabbricato a lei legata; oppure aver inteso attribuire alla medesima anche la stalla, oltre che la porzione di terreno.

Nella prima lettura il richiamo alla stalla è solo strumentale all’identificazione della posizione del corridoio (posto “verso la stalla”), considerato dalla V. per delimitare la porzione di terreno da assegnare a S.R. (terreno), “che sarà di sua esclusiva proprieetà”. In tale ottica, quest’ultimo inciso presenta un valore rafforzativo dell’attribuzione a S.R. della parte di terreno utile per raggiungere il corridoio ed esso vale a specificarne il titolo (proprietà e non servitù).

Seguendo la prospettazione di S.R., la menzione della stalla sarebbe invece funzionale all’assegnazione della stalla medesimo in proprietà della deducente. Il soggetto della proposizione subordinata “che sarà di sua esclusiva proprietà”, in forza del pronome relativo “che” si dovrebbe individuare nel sostantivo “stalla”, che lo precede.

Siccome le clausole testamentarie devono essere interpretate (alla stregua di quelle contrattuali), il Tribunale ha ritenuto che, in tal caso, per chiarire il senso (e quindi la volontà espressa dalla testatrice) nella clausola contrattuale riferita a S.R. debba necessariamente procedersi all’esame di quelle clausole che, nella scheda testamentaria, sono riferite a G.R..

A R.G. sono stati attribuiti, tra gli altri, “i terreni e i beni presenti sul mappale (…) e (…) folio nove di V.D.”.

Tali beni comprendono i terreni e quanto vi è di costruito sugli stessi e, quindi, anche la stalla oggetto di causa. Ciò risulta chiaramente dalla stessa mappa prodotta dalla difesa di S.R. prima del frazionamento eseguito dai geometri J. e V., incaricati da tutti i fratelli R..

Di conseguenza, il dato circa la presenza dei beni suddetti sul mappale (…), così come già identificati prima del frazionamento e del nuovo accatastamento, non può essere misconosciuto, essendo tali beni chiaramente identificati nella stalla rivendicata da S.R., ma anche nelle tettoie, nel fienile e nella concimaia (cfr. infra).

Omissis

Il Tribunale ha escluso che l’inciso “la stalla che sarà di sua esclusiva proprietà”, riferito al compendio lasciato a S.R. dalla testatrice, potesse implicare l’attribuzione alla stessa della stalla in proprietà, giacché un’interpretazione siffatta svuoterebbe l’attribuzione fatta a G.R. “dei beni presenti sul mappale (…) e (…) folio nove di V.D.”.

Il punto è chiaramente insuperabile, perché, in tal caso, l’esegesi propugnata dall’appellante finirebbe, come rilevato dal primo giudice, per giungere al risultato di violare il principio di conservazione del negozio giuridico (art. 1367 c.c.), in base al quale, in caso di dubbio sul senso delle singole clausole, si debba preferire l’interpretazione che consenta di attribuire alla clausola un effetto piuttosto che assegnare a essa l’interpretazione per la quale essa non ne abbia alcuno e tutto ciò nell’ottica di pretermettere la manifestazione di volontà della testatrice nella scheda testamentaria dalla stessa redatta e sottoscritta.

Il punto della decisione non è stato contestato dall’appellante.

Deve notarsi, inoltre, come tale interpretazione, diversamente da quanto sostenuto dalla difesa appellante, promana, non già da una valorizzazione di elementi ab extrinseco, ma dalla lettura dei dati e degli elementi intrinseci della scheda testamentaria.

La critica mossa dall’appellante si appunta, invece, sull’affermazione della sentenza, per la quale l’interpretazione meramente letterale dell’inciso “la stalla che sarà di sua esclusiva proprietà” risulti inaccettabile anche in considerazione della scarsa padronanza dell’uso della lingua da parte della testatrice.

La doglianza, articolata sul presupposto della pretesa erroneità del ricorso da parte del Tribunale a elementi estrinseci della scheda testamentaria in violazione delle regole di interpretazione del testamento e al criterio ermeneutico improntato, di massima, all’utilizzo e valorizzazione del contenuto della scheda testamentaria, si appalesa chiaramente infondata.

La giurisprudenza di legittimità -indubbiamente seguita dal giudice di prime cure- è da tempo attestata sull’affermazione del principio per il quale “nell’interpretazione di un testamento olografo, la personalità, la condizione sociale o culturale e l’età del testatore sono elementi utilizzabili in caso di dubbio sulla portata delle disposizioni testamentarie, espresse in modo improprio o ambiguo, integrando un criterio ermeneutico consentito dall’art. 1362 cod. civ., e particolarmente rilevante in materia di negozi mortis causa, richiedenti un’indagine penetrante sull’effettiva volontà del relativo autore3″.

Nella specie, il Tribunale, previo esame del contenuto della scheda testamentaria, ha rilevato come l’attribuzione della stalla (rivendicata da S.R.) non potesse essere ricavata dalla clausola, letta per intero e non modo parcellizzato, riferito solo alla parte finale (“che sarà di sua esclusiva proprieetà”), debba necessariamente portare a ritenere che l’esclusiva proprietà cui la testatrice allude sia quella della porzione di terreno (“parte di terreno”) “che confina a sud con il mappale (…). a est con il (…). per avere passagio” (cioé per fruire di passaggio) “sino al coridoio posto verso la stalla che sarà di sua esclusiva proprietà”. Il terreno attribuito in proprietà a S.R. è esattamente quello funzionale all’esercizio del passaggio per accedere alla porzione di fabbricato legata alla stessa. La proprietà del terreno è quella relativa alla parte che arriva al “coridoio4”, cioè allo spazio che corre tra la stalla e il fabbricato e ciò in quanto è attraverso quello spazio e, quindi, quella porzione di terreno che la legataria potrà esercitare l’accesso alla porzione di fabbricato alla stessa assegnata, essendo l’accesso ubicato frontalmente rispetto al lato corto della stalla. Di qui la ragione del riferimento fatto dalla testatrice alla stalla (“verso la stalla”).

Per chiarire che non si tratta di una servitù, la testatrice ha precisato che l’attribuzione di quella parte di fondo è assegnata alla figlia in sua esclusiva proprietà (cfr. p. 13 sentenza).

Un’interpretazione come quella affermata dal tribunale, diversamente da quanto sostenuto dall’appellante, è quindi congrua e coerente con la lettura attenta del contenuto della scheda testamentaria, dal momento che essa tiene in debito conto e valorizza il contenuto di ambedue le disposizioni della testatrice nei riguardi dei figli G. e S., riconoscendo alle stesse il contenuto loro proprio, secondo una lettura logica e coerente delle espressioni utilizzate dalla de cuius e preferendo così la soluzione che consente di conferire ad entrambe le disposizioni un effetto concreto, piuttosto che l’altra (quella di parte appellante) che finisce per obliterare una disposizione a vantaggio dell’altra5.

E tanto basta per giustificare iter argomentativo esposto nell’impugnata sentenza per giungere alla soluzione di ritenere assegnata al figlio G.R. la proprietà dei terreni e beni ” presenti sul mappale (…) e (…) folio nove di V.D.”.

Ciò posto il Tribunale ha vagliato, trovando conferma nel risultato raggiunto, anche gli altri elementi considerati utili dalla giurisprudenza di legittimità- elementi costituiti dai c.d. dati estrinseci al testamento, ma pur sempre riferibili al testatore, quali, la personalità dello stesso, la mentalità, la cultura o condizione sociale, il suo ambiente di vita.

Ha considerato, quindi, la situazione familiare e l’ambiente di vita della de cuius.

Ha rilevato come la stalla controversa fosse stata utilizzata da G.R. per lo svolgimento dell’attività agricola – e segnatamente per l’allevamento del bestiame – in corso di attività in epoca di gran lunga precedente la morte della testatrice. Ha rilevato come il predetto G.R. si a titolare di impresa agricola individuale corrente in V.D. e iscritta al registro delle imprese dal 1997 (doc. 2 prod. R.G.). Ha considerato come anche i testi P. e J. avessero confermato che il medesimo, G.R., oltre a essere titolare dell’azienda, vi lavora, ne sopporta il carico fiscale e giuridico; ha eseguito migliorìe e fornisce il latte al caseificio di M..

Da questi elementi il primo giudice ha correttamente inferito come dovesse ritenersi inverosimile che la signora V. volesse sottrarre al figlio (che esercitava l’attività agricola) la sola stalla per attribuirla alla sorella S., la quale era sempre rimasta estranea all’esercizio di tale attività.

Ulteriori elementi di conferma della volontà della testatrice di attribuire al figlio G. i fondi e i beni costituiti da stalla, tettoie, fienile e concimaia dovessero rinvenirsi nella specifica attribuzione al medesimo del “locale latte” e del “locale C.” e cioè di beni funzionalmente destinati alla lavorazione e alla trasformazione dei prodotti derivanti dall’allevamento del bestiame.

La doglianza che l’appellante ha sollevato sul punto muove dal presupposto per il quale il Tribunale sarebbe incorso in errore per aver posto una situazione catastale e materiale formatasi a seguito della morte di V.C.. Assume inoltre come il “locale C.” non esista (p. 57 appello).

La doglianza è infondata.

L’indicazione dei due locali (“latte” e “carne”) risulta direttamente dalla scheda testamentaria e non dalla denominazione che a essi avrebbe attribuito G.R., secondo quanto indicato dall’appellante. Trovando riscontro diretto nella scheda testamentaria, tale indicazione prescinde dalla situazione catastale realizzata dai geometri J. e V. a seguito del decesso della testatrice. Anche l’ulteriore profilo in cui si articola la doglianza in esame non è fondato.

Si sostiene, da parte appellante, che nel fascicolo 3067/17, dal doc. 2, prodotto da S.R., è dato evincere che catastalmente le due stanze di cui si discute sono denominate “lavorazione latticini” e che le stesse vengono trasformate in “lavorazione latte” e “deposito mangimi” e che tale trasformazione sarebbe avvenuta ancor prima della morte del coniuge di C.V., E.R.. Quand’anche la trasformazione di cui parla l’appellante fosse provata, essa non gioverebbe alla tesi della stessa. Infatti, l’attribuzione dei suddetti locali è stata vagliata dal Tribunale al fine di evidenziare come gli stessi, essendo funzionali all’esercizio dell’attività aziendale agricola, in quanto attribuiti dalla testatrice al titolare dell’azienda (G.R.), fornissero un ulteriore elemento di riscontro all’interpretazione della volontà espressa dalla testatrice nel senso sopra enunciato. Non si tratta, infatti, di una questione nominalistica, ma di un aspetto di carattere sostanziale: i beni di cui si tratta sono stati assegnati al figlio G. come corredo di quelli inizialmente indicati come terreni e beni di cui ai mappali (…) e (…). E non potrebbe essere altrimenti, dal momento che tale scelta risponde alla logica di una testatrice come la V. che, quale contadina, aveva ben chiara la divisione tra beni e beni produttivi e, in una prospettiva di continuazione dell’attività agricola familiare, aveva scelto di attribuire i beni produttivi al figlio G. che di tale attività era il prosecutore.

L’ulteriore profilo della doglianza, relativo alla pretesa erronea attribuzione a G.R. del terreno di cui alla particella (…), oltre a non rilevare ai fini della questione relativa all’assegnazione della stalla -che è decisa in base ad argomenti diversi, ben più stringenti-, non giova alla parte medesima, dal momento che l’assegnazione a lei fatta nella scheda testamentaria è solo nel senso di una parte e non di tutto l’appezzamento insistente sul mappale (…), così come già rilevato dal Tribunale. Si tratta, infatti, di quella “parte” del terreno, confinante con i mappali (…) e (…), funzionale a consentire il passaggio fino al corridoio verso la stalla. Al netto della porzione attribuita a G.R. (confinante con i mappali (…) e (…)), risulta individuato uno spazio – a seguito del frazionamento condiviso alla data di pubblicazione del testamento, 16.9.2011, tra i fratelli G. e G., oltre che dalle sorelle, S. e S. – poi accatastato con il n. 6 della part. (…), assegnata a G.R..

S.R., in ragione della non interferenza tra la porzione alla stessa assegnata e quella attribuita al fratello G., non ha interesse alcuno sul punto.

In base alle argomentazioni svolte, correlate all’articolazione del motivo di appello esaminato, deve concludersi per l’infondatezza dello stesso.

Alla reiezione del motivo di doglianza sopra esaminato si correla l’assorbimento della questione, parimenti sollevata dall’appellante, inerente alla pretesa relativa all’indennità per la dedotta occupazione sine titulo del fabbricato.

Deve quindi procedersi alla disamina della doglianza concernente il riparto delle spese di lite per come regolate nella sentenza definitiva emessa in data 28 maggio 2019, n. 2996/19.

Lamenta l’appellante come le due vertenze riunite (causa iscritta al rg 3067/17 riunita alla causa iscritta al rg 27257/16) fossero state considerate autonome dal Tribunale che le aveva decise e come, tuttavia, lo stesso giudice fosse incorso in errore nel regolare le spese tenendo conto dell’autonomia delle cause.

La doglianza è fondata e merita di essere accolta.

La giurisprudenza di legittimità ha costantemente affermato il principio per il quale “il provvedimento discrezionale di riunione di più cause lascia immutata l’autonomìa dei singoli giudizi e non pregiudica le sorti delle singole azioni. Ne consegue che la congiunta trattazione lascia integra la loro identità, tanto che la sentenza che decide simultaneamente le cause riunite, pur essendo formalmente unica, si risolve in altrettante pronunce quante sono le cause decise, mentre la liquidazione delle spese giudiziali va operata in relazione a ciascun giudizio, atteso che solo in riferimento alle singole domande è possibile accertare la soccombenza, non potendo essere coinvolti in quest’ultima soggetti che non sono parti in causa”.

Lamenta infatti l’appellante come, nella regolazione delle spese relative al primo giudizio – in cui le parti in causa erano soltanto R.S. e R.G. – la prima sia stata condannata alla rifusione anche delle spese in favore di R.G., estraneo alla vicenda. Non essendo parte del procedimento di interpretazione delle disposizioni testamentarie, così come riconosciuto dallo stesso R.G. in conclusionale, la condanna alla rifusione delle spese in favore di tale fratello inflitta a R.S. si appalesa del tutto ingiustificata. Di conseguenza, in accoglimento della domanda dalla stessa azionata, la sentenza deve essere riformata sul punto, mediante l’annullamento della condanna alla rifusione delle spese, a fronte della declaratoria di assenza di ogni profilo di soccombenza dell’appellante nei riguardi del fratello, G.R., estraneo al giudizio.

La questione è stata parimente proposta nei riguardi della pronuncia di compensazione delle spese disposta dal Tribunale, in applicazione della disposizione di cui all’art. 92, co. 2, c.p.c., nel rapporto tra R.S. e R.S..

La difesa appellante censura la pronuncia del Tribunale assumendone l’illogicità, quanto alla ritenuta soccombenza di R.S. nei riguardi della sorella, R.S. e lamenta come il primo giudice non abbia applicato correttamente la norma in tema di riunione delle cause, né tenuto conto della disciplina di cui all’art. 306 c.p.c., in relazione all’avvenuta rinuncia agli atti del giudizio da parte di S.R., nella causa dalla stessa promossa, iscritta al RG 3607/2017.

Fermo restando che parti nella causa iscritta al RG 27257/2016 erano solo R.S. e R.G., il Tribunale ha statuito nella causa iscritta al RG 3067/17 nei seguenti termini:

“(..) considerato che, pur alla luce del disposto di cui all’art. 306 – secondo il quale il rinunciate deve rimborsare le spese alle altre parti, salvo diverso accordo tra loro – sussistano i presupposti per disporre l’integrale compensazione delle spese di lite nel rapporto processuale tra R.S. e R.S.;

che, infatti, considerata l’unicità del giudizio conseguente alla riunione dei procedimenti, ai fini della disciplina delle spese deve valutarsi la soccombenza di R.S. nella domanda di interpretazione del testamento proposta nei confronti del solo R.G. – con il giudizio n. 27257/2016 – e successivamente estesa anche a S.;

che, pertanto, la valutazione complessiva delle spese comporta l’operatività dell’art. 92, comma 2, c.p.c. (..) dichiara interamente compensate le spese di lite tra R.S. e R.S. (..)”.

L’appellante ha censurato la statuizione del Tribunale osservando come mai R.S. si fosse resa parte attiva nel procedimento iscritto al RG 27257/2016.

La circostanza sopra dedotta è comprovata dal fatto che S.R., per sua stessa ammissione, si estraniò dal giudizio sopra indicato.

A fronte dell’autonomia delle cause, il Tribunale ha errato nel ritenere S.R. parte del giudizio che aveva a oggetto l’interpretazione del testamento di C.V. tra R.S. e R.G.. Ha errato nel provvedere alla liquidazione delle spese considerando unitario il giudizio, quando le cause, pur riunite, sono state trattate e sostanzialmente decise mantenendo ferma l’autonomia delle stesse.

Per contro, nella causa (iscritta al RG 3067/2017), introdotta dalla stessa S.R. nei confronti di tutti gli altri fratelli, poi riunita alla precedente (iscritta al RG 27257/16), era stata l’attrice, S.R., a rinunciare agli atti del giudizio.

Mentre, per quanto attiene ai rapporti tra la rinunciante e i fratelli G. e G.R., le parti si sono accordate per l’integrale compensazione tra loro delle spese di lite, nessun accordo è intervenuto tra S.R. e S.R..

Avendo S.R. rinunciato agli atti del giudizio, in assenza di accordo sulla regolazione delle spese, le spese di lite sono a carico della parte rinunciante nei riguardi della sua controparte, S.R..

A nulla rileva quanto dedotto dalla difesa di S.R. in merito alla pretesa carenza di interesse in capo a S.R. alla prosecuzione del giudizio, a fronte dell’interpretazione del testamento data dal primo giudice con la sentenza parziale. Si sostiene dai difensori di S.R. che la domanda proposta dalla sorella S. era stata rigettata e che, quindi, all’atto della rinunzia proposta da S.R., la sorella sarebbe risultata lesa nella legittima e che non avrebbe avuto alcun interesse alla prosecuzione del giudizio. L’interesse alla prosecuzione del giudizio cui fa riferimento la norma dell’art. 306 c.p.c. è null’altro che l’interesse a una pronuncia giudiziale giustificata dall’ottenimento di un risultato più favorevole rispetto a quello conseguente all’estinzione. Nella specie, avendo fatto riserva di appello con riguardo alla sentenza non definitiva emessa dal Tribunale di Torino con il n. 215/2019, pare del tutto evidente come S.R., in relazione agli effetti della pronuncia, avesse un chiaro interesse a ottenere una sentenza che accertava il diritto da ella vantato con riguardo ai limiti dei legati disposti dalla testatrice, V., in favore dei figli.

  1. Spese.

Le spese seguono la soccombenza.

Indubbiamente l’appellante, R.S., risulta soccombente nei riguardi di R.G. nella causa iscritta al Rg 27257/2016.

R.S. risulta invece vincitrice, nella causa iscritta al Rg 25257/2016, in merito alla regolamentazione delle spese riferita alla posizione di R.G.. Pertanto, la sentenza pronuncia sul punto deve essere annullata. R.G., essendo rimasto estraneo alla causa, non ha resistito sul punto e, a fronte dell’errore nella pronuncia, non può esser chiamato a rispondere. Di qui le ragioni per giustificare la compensazione delle spese tra R.S. e R.G..

Per quanto attiene invece alle spese di lite riferite a S.R. e S.R., la prima, quale rinunciante agli atti nella causa iscritta al RG 3067/2017, è tenuta a rifonderle nei riguardi della controparte.

Si ritiene di dover dichiarare irripetibili le spese tra tutte le altre parti del giudizio, non avendo R.S. proposto domande altre da quelle delibate, né avendo le stesse resistito sul punto.

Per la quantificazione, la Corte ritiene di dover liquidare le spese seguendo i parametri indicati dalla novella di cui al D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Riguardo alla loro liquidazione, poiché il credito per le spese di lite sorge al momento della liquidazione delle stesse ad opera del giudice (nella specie, con la deliberazione della presente sentenza, nella data indicata in calce) essa deve avvenire alla stregua della norma in tal momento vigente ed, in particolare, sulla base del D.M. 10 marzo 2014, n. 55 entrato in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione sulla G.U. 2.4.2014, n. 77, le cui disposizioni si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore.

Di conseguenza, in applicazione dei parametri medi ridotti, avuto riguardo al grado di bassa complessità della lite, le spese si liquidano come segue

  1. a) per il primo grado:
  2. fase di studio: Euro 2.200,00; b. fase introduttiva: Euro 900,00; c. fase istruttoria: Euro 2.800,00; d. fase decisoria: Euro 2.900,00; e così per Euro 8.800,00 nell’intero;
  3. a) per il grado di appello:
  4. fase di studio: Euro 1.900,00; b. fase introduttiva: Euro 1.000,00; c. fase decisoria: Euro 2.700,00; e così per Euro 5.600,00 nell’intero.

Su ciascuna delle liquidazioni devono essere corrisposti inoltre C.P.A. ex art. 11 L. 20 settembre 1980, n. 576 e I.V.A. se non detraibile dalla parte vittoriosa, oltre rimborso forfetario ex art. 2, co. 2 D.M. n. 55 del 2014, nei limiti del 15% ed anche le spese aggiuntive occorrende.

P.Q.M.

La Corte d’Appello di Torino

Sezione II Civile

Visto l’art. 352 c.p.c., definitivamente pronunciando, ogni diversa istanza respinta,

sull’appello proposto dall’appellante, R.S. contro R.G., R.G. e R.S., avverso le sentenze emesse dal Tribunale di Torino, in data 23.12.2019 e in data 18.6.2019 (nn. 215/2019 e 2996/2019), provvede come segue:

in parziale accoglimento dell’appello, riforma della sentenza 215/2019 e annulla la condanna alla rifusione delle spese, disposta a carico di R.S. nei riguardi di R.G., rimasto estraneo al giudizio;

dichiara interamente compensate le spese tra R.S. e R.G.;

-in accoglimento dell’appello e in parziale riforma della sentenza n. 2996/2019, dichiara tenuta e condanna R.S. alla rifusione delle spese in favore di R.S., spese che liquida per il primo grado in Euro 8.800,00 e per il gravame in Euro 5.600,00, oltre, su ciascuna delle liquidazioni, a

C.P.A. ex art. 11 L. 20 settembre 1980 n. 576 e I.V.A. se non detraibile dalla parte vittoriosa, oltre rimborso forfetario ex art. 2, co. 2 D.M. n. 55 del 2014, nei limiti del 15% ed anche le spese aggiuntive occorrende, dichiarandole irripetibili tra le altre parti;

Visti gli artt. 91 e ss. c.p.c.,

dichiara tenuta e condanna l’appellante, R.S., alla rifusione delle spese del giudizio in favore dell’appellato, R.G., spese che liquida in Euro 5.600,00 per il gravame, oltre C.P.A. ex art. 11 L. 20 settembre 1980, n. 576 e I.V.A. se non detraibile dalla parte vittoriosa, oltre rimborso forfetario ex art. 2, co. 2 D.M. n. 55 del 2014, nei limiti del 15% ed anche le spese aggiuntive occorrende.

Conferma nel resto le impugnate sentenze.

Conclusione

Così deciso in Torino, nella camera di consiglio del giorno 18 febbraio 2021.

Depositata in Cancelleria il 24 febbraio 2021.

BANCAROTTA DIFENDITI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA MILANO TREVISO VICENZA PADOVA

BANCAROTTA DIFENDITI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA MILANO TREVISO VICENZA PADOVA

051 6447838 

ANALIZZIAMO LA GIURISPRUDENZA PIU’ RECENTE 

Rapina Reati edilizi Reati fallimentari Reati fiscali e tributari Reati legati all’esercizio dell’attivita professionale medica (Colpa medica – Malpractice) Reati minorili Resistenza a pubblico ufficiale Ricettazione Riciclaggio Ricorso per Cassazione avverso provvedimenti emessi dall’Autorità Giudiziaria penale Rissa Sequestro di persona Stalking Truffa Uso di atti falsi Usura Violazione degli obblighi di assistenza familiare Violazione di domicilio Violenza sessualeAbuso d’ufficio Appropriazione indebita Associazione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti (Art. 74 Legge Stupefacenti)  Atti sessuali con minorenne Bancarotta semplice e fraudolenta Calunnia Concussione Confisca e sequestri Corruzione  Detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti (Art. 73 Legge Stupefacenti) Diffamazione Reciclaggio autoreciclaggio Favoreggiamento Furto Guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti Impiego di denaro o beni di provenienza illecita Indagini difensive Ingiuria Insolvenza fraudolenta Esercizio arbitrario delle proprie ragioni Estorsione Evasione Falsa testimonianza Falsità materiale o ideologica in atti o certificazioni Intestazione fittizia di beni Lesioni personali volontarie o colpose Maltrattamenti in famiglia Minaccia Misure di sicurezza e di prevenzione  Peculato Prostituzione e pornografia minorile

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|19 maggio 2020| n. 15403

BANCAROTTA DIFENDITI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA MILANO TREVISO VICENZA PADOVA fallimentari – Fatti di bancarotta – Bancarotta per distrazione – Sottrazione di beni oggetto di locazione finanziaria – Leasing – Configurabilità del reato BANCAROTTA DIFENDITI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA MILANO TREVISO VICENZA PADOVA

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SABEONE Gerardo – Presidente

Dott. CALASELICE Barbara – rel. Consigliere

Dott. SESSA Renata – Consigliere

Dott. BORRELLI Paola – Consigliere

Dott. RICCARDI Giuseppe – Consigliere

ha pronunciato la seguente:


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 16/03/2017 della Corte di appello di Ancona;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal consigliere Barbara Calaselice;

udita la requisitoria del Pubblico Ministero, nella persona del Sostituto Procuratore generale Dott. TASSONE K., che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio, in accoglimento del secondo motivo di ricorso e quanto alla durata delle pene accessorie fallimentari, con declaratoria di inammissibilita’ nel resto;

udito il difensore, avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Ancona ha parzialmente riformato la condanna, emessa dal Tribunale in sede, in data 26 febbraio 2015, nei confronti di (OMISSIS) in relazione al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione di beni strumentali, alla pena di anni tre mesi uno di reclusione, oltre pene accessorie fallimentari nella durata di anni dieci, determinata la pena con l’aggravante, ritenuta contestata in fatto, di cui allaL.F. articolo 219, comma 2, concedendo all’imputato le circostanze attenuanti generiche con giudizio di equivalenza e rideterminando la pena principale in quella di anni tre di reclusione, confermando, nel resto, l’impugnato provvedimento.

1.1. La contestazione attiene alla distrazione di beni strumentali (veicoli detenuti in forza di contratti di leasing) da parte del ricorrente, nella veste di legale rappresentante della (OMISSIS) s.n.c. di (OMISSIS), dichiarata fallita il (OMISSIS).

  1. Avverso il provvedimento descritto ha proposto tempestivo ricorso per cassazione l’imputato attraverso il difensore, deducendo, con i motivi di seguito riassunti, ai sensi dell’articolo173 disp. att. c.p.p., due vizi.

2.1. Il primo motivo denuncia vizio di cui all’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b), per inosservanza o erronea applicazione della legge penale, in relazione alla sussistenza del delitto di cui alla L. Fall., articolo 216, comma 1, prima ipotesi.

La sentenza di secondo grado ometterebbe la valutazione di censure svolte con il gravame, circa la natura del contratto di leasing, il reale valore economico dei mezzi distratti al momento della dichiarazione di fallimento, la condotta dell’imputato dopo la dichiarazione di fallimento.

Per la Difesa, in definitiva, stante la risoluzione del contratto di leasing, a seguito di raccomandata del 12 gennaio 2009, verrebbe meno la possibilita’ di esercitare qualsiasi diritto di riscatto sui beni. Infine si sottolinea che due furgoni di quelli che si assumono distratti, sarebbero stati reperiti nella disponibilita’ della societa’, in luoghi di pertinenza della stessa, circostanza del tutto trascurata dalle sentenze di merito.

2.2. Con il secondo motivo si contesta illogicita’ manifesta della motivazione ai sensi dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e), in relazione alla fattispecie di lieve entita’.

2.2.1. Si evidenzia l’errore in cui sarebbero incorsi i giudici di merito in relazione all’esatto valore commerciale dei veicoli al momento dei fatti, tutti acquistati negli anni 2003, 2005, 2006 con chilometraggio di oltre 100.000 km. come, peraltro, si evincerebbe agevolmente dal contenuto del verbale di ricognizione degli automezzi e di affidamento in giudiziale custodia.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ inammissibile ma va rilevata l’illegalita’ delle pene accessorie di cui alla L. Fall., articolo216, u.c..
  2. Il primo motivo e’ inammissibile in quanto manifestamente infondato.

Viene osservato dal ricorrente che la vicenda trae origine dalla denuncia di (OMISSIS) per appropriazione indebita, ai danni del ricorrente, imputazione che, poi, ha assunto i connotati di quella per la quale si procede.

Rileva questo Collegio che la prospettazione difensiva da un lato appare non conferente al contenuto della motivazione e dall’altro, sottolinea aspetti che, ai fini della sussistenza del reato contestato, appaiono del tutto irrilevanti.

Si osserva che i veicoli in leasing non sono di proprieta’ della s.n.c., sicche’ detti beni non farebbero parte del patrimonio aziendale.

Sul punto, invece, i giudici di merito hanno fatto buon governo dell’indirizzo di questa Corte di legittimita’ secondo il quale, ove il fallimento, come nel caso di specie, riguardi l’utilizzatore, puo’ venire in rilievo la sola disponibilita’ di fatto, essendo pacifico che il soggetto non ha la disponibilita’ giuridica, almeno sino alla fine rapporto e, cioe’, sino a quando, previo esercizio del diritto di opzione, il medesimo non abbia corrisposto il prezzo di riscatto, acquisendo cosi’ la proprieta’ del bene. La disponibilita’ di fatto – la sola configurabile in capo all’utilizzatore -postula, pur sempre, l’avvenuta consegna del bene oggetto di contratto di leasing; verificatosi tale indefettibile presupposto, la relativa appropriazione da parte sua integra distrazione, in quanto la sottrazione (o la dissipazione) del bene comporta un pregiudizio per la massa fallimentare che viene privata del valore dello stesso – che avrebbe potuto essere conseguito mediante riscatto al termine del rapporto negoziale – e, al tempo stesso, gravata di ulteriore onere economico scaturante dall’inadempimento dell’obbligo di restituzione (Sez. 5, n. 9427 del 03/11/2011, del 2012, Cannarozzo, Sez. 5, n. 44159 del 20/11/2008, Bausone, Rv 241692; Sez. 5, n. 33380 del 18/07/2008, Bottamedi).

Oneri, dunque, che si registrano anche nella odierna fattispecie concreta, a nulla rilevando la circostanza, per la verita’ soltanto dedotta, che il contratto fosse gia’ risolto. Nel momento della dichiarazione di fallimento e’ pacifico, invero, che la societa’ fallita avesse la disponibilita’ di fatto dei mezzi (in data (OMISSIS)) a nulla rilevando le vicende successive (r.r. del 12 gennaio 2009 inviata dalla societa’ di (OMISSIS) s.p.a., in relazione all’utilizzo di due dei mezzi di cui all’imputazione) in forza delle quali, a parere della Difesa, il contratto sarebbe stato risolto, con conseguente impossibilita’ ad esercitare il diritto di opzione. L’inadempimento dell’obbligo di restituzione, con la conseguente esposizione della societa’ verso chi era titolare del correlato diritto, implica, comunque, una deminutio patrimonii, coerentemente al disposto della L. Fall., articolo 79, in base al quale se le cose delle quali il fallito deve la restituzione non si trovano piu’ in suo possesso il giorno della dichiarazione di fallimento il curatore non puo’ riprenderle, l’avente diritto puo’ far valere nel passivo il credito per il valore che la cosa aveva alla data della dichiarazione del fallimento. La necessita’ di riconoscere rilevanza alla concreta disponibilita’ della res, sia pure in linea di fatto, appare confermata anche dall’indirizzo giurisprudenziale dove si affronta il correlato problema della liceita’ o meno dell’ingresso del bene nel patrimonio del fallito; indirizzo secondo cui il reato di bancarotta fraudolenta non e’ escluso dal fatto che i beni oggetto della condotta siano di provenienza illecita (Sez. 5, n. 44159 del 20/11/2008, Bausone, cit.).

2.1. Il secondo motivo e’ manifestamente infondato.

In tema di bancarotta fraudolenta, il giudizio relativo alla particolare tenuita’ del fatto deve essere posto in relazione alla diminuzione, non percentuale ma globale, che il comportamento del fallito ha provocato alla massa attiva che sarebbe stata disponibile per il riparto ove non si fossero verificati gli illeciti (Sez. 5, n. 13285 del 18/01/2013, Pastorello, Rv 255063). Analoghi principi sono stati ribaditi in ordine alla bancarotta documentale, ove i presupposti per la ravvisabilita’ della circostanza in argomento debbono essere valutati, secondo l’impostazione di questa Corte di legittimita’, in relazione al danno causato alla massa creditoria in seguito all’incidenza che le condotte integranti il reato hanno avuto sulla possibilita’ di esercitare le azioni revocatorie e le altre azioni poste a tutela degli interessi creditori (Sez. 5, n. 19304 del 18/01/2013, Tumminelli, Rv 255439; Sez. 5, n. 44443 del 04/07/2012, Robbiano, Rv. 253778).

Orbene nel caso in esame la Corte territoriale, con motivazione articolata e non manifestamente illogica, del tutto in linea con l’indirizzo interpretativo sopra esposto, evidenzia che i veicoli sottratti (due furgoni ed un camion) non avevano valore modesto. Inoltre dal complesso della motivazione si rileva che questi, ad onta del loro anno di immatricolazione, erano stati utilizzati, pur dopo il fallimento, nell’ambito dell’impresa individuale del figlio del fallito, senza che i relativi ricavi potessero essere recuperati dal curatore.

  1. Deve rilevarsi l’illegalita’ delle pene accessorie L. Fall., ex articolo 216, u.c., applicate ex lege come effetto penale della pronuncia di condanna impugnata, a seguito dell’intervento della sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018 la Corte costituzionale, la quale ha dichiarato l’illegittimita’ della L. Fall., articolo216, u.c.. La sostituzione operata dalla sentenza citata, determina l’illegalita’ delle pene accessorie irrogate, in base al criterio dichiarato illegittimo.

3.1 Si impone, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata, con obbligo, per il giudice del rinvio, di attenersi, nella rideterminazione della durata della pena accessoria non piu’ fissa (dieci anni), ma indicata solo nel massimo (fino a dieci anni), ai criteri di cui pronuncia della Corte Costituzionale citata e da quella delle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, n. 28910 del 28/02/2019, Suraci, Rv. 276286). Si e’, infatti, posto il problema di individuare, il genere di intervento manipolativo cui sottoporre la L. Fall., articolo 216, u.c., tenuto conto che la Corte Costituzionale ha individuato come insoddisfacente il parametro di cui all’articolo 37 c.p., propendendo per consentire, per tali pene, una funzione distinta, rispetto a quelle proprie della pena principale, fissando una durata diversa, rispetto a quella della pena detentiva inflitta in concreto. In relazione al quesito posto, a seguito della pronuncia del giudice delle leggi, questa Corte di legittimita’, nella sua piu’ autorevole composizione, ha fissato il principio, cui dovra’ attenersi il giudice del rinvio, secondo il quale le pene accessorie, previste dalla L. Fall., articolo 216, nel testo riformulato dalla sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018 della Corte Costituzionale, cosi’ come le altre pene accessorie, per le quali la legge indica un termine di durata non fissa, devono essere determinate in concreto dal giudice, in base ai criteri di cui all’articolo 133 c.p..

  1. Discende dal ragionamento sin qui svolto, dichiarato inammissibile nel resto il ricorso, l’annullamento della sentenza impugnata, limitatamente al punto della durata delle pene accessorie, L. Fall., ex articolo216, u.c., con rinvio per nuovo esame alla Corte di appello di Perugia.

4.1. Ai sensi dell’articolo 624 c.p.p., dall’annullamento con rinvio circoscritto all’indicato punto della decisione, deriva l’autorita’ di cosa giudicata di tutti i restanti punti della sentenza privi di connessione con quello annullato e, quindi, quello dell’accertamento della responsabilita’ dell’imputato e della quantificazione della pena principale.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente al trattamento sanzionatorio e rinvia per nuovo esame alla Corte di appello di Perugia. Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.

Si da atto che il presente provvedimento e’ sottoscritto dal solo Presidente per impedimento dell’estensore D.P.C.M. 8 marzo 2020, ex articolo 1, comma 1, lettera a).

 

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|19 maggio 2021| n. 19927

Reati di bancarotta – Bancarotta fraudolenta patrimoniale e documentale – Prova della distrazione – Desumibile dalla mancata dimostrazione della destinazione – Rinvenimento compendio contabile solo parziale – Occultamento parziale contabilità

BANCAROTTA DIFENDITI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA MILANO TREVISO VICENZA PADOVA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZAZA Carlo – Presidente

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere

Dott. SCARLINI E. V. S – rel. Consigliere

Dott. ROMANO Michele – Consigliere

Dott. FRANCOLINI Giovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 09/09/2019 della CORTE APPELLO di VENEZIA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dott. ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI;

lette le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dott. FILIPPI Paola, che ha chiesto l’inammissibilita’ del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 9 settembre 2019, la Corte di appello di Venezia, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Verona, assolveva (OMISSIS) dalle imputazioni ascrittegli al capo 1, lettera da a) ad e), confermandone la responsabilita’ per la residua condotta di cui alla lettera f), la distrazione di una somma di Euro 1.697.726,89 consumata quale amministratore della srl (OMISSIS), dichiarata fallita l’ (OMISSIS) e per averne occultato o comunque sottratto il compendio contabile, allo scopo di recare pregiudizio ai creditori, non consegnandone parte, e, per altra parte, per avere tenuto le scritture contabili in modo da non consentire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.

La Corte rideterminava la pena principale in anni due e mesi otto di reclusione e le pene accessorie nella medesima durata.

1.1. In risposta ai motivi di appello, per quanto qui di interesse, la Corte territoriale osservava che:

– la societa’ fallita aveva operato come “cartiera”, fungendo cosi’ da intermediaria fittizia nel commercio di materiale ferrosi e di prodotti di metallurgia, attivita’ gia’ condotta dall’imputato con altra precedente societa’;

– del tutto ingiustificato sul piano economico era stato l’affitto dell’azienda acquisita da spa (OMISSIS) alla vigilia della liquidazione della fallita e del fallimento della cedente;

– l’apparente giro d’affari era quasi totalmente fittizio, tanto che la massa passiva era stata di soli 300.000 Euro (per debiti erariali e prestazioni professionali) a fronte di ipotetici ammanchi molto piu’ corposi (le distrazioni complessive sarebbero ammontate a circa 10 milioni di Euro);

– la sola distrazione provata era quella della somma indicata alla lettera f) ed era costituita dal versamento su un conto estero, a favore della srl (OMISSIS), della provvista pervenuta, lo stesso giorno, su un conto bancario della fallita; un versamento che non aveva trovato giustificazione alcuna;

– non vi era invece prova, quanto alle ulteriori condotte distrattive, che la fallita avesse conseguito l’effettiva disponibilita’ delle somme indicate;

– quanto al compendio contabile, la consegna, volutamente (ed in spregio ai diritti dei creditori), solo parziale delle scritture e della ulteriore documentazione non aveva consentito al curatore un’affidabile ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari anche considerando la fittizieta’ delle appostazioni.

  1. Propone ricorso l’imputato, a mezzo del suo difensore, articolando le proprie censure in tre motivi.

2.1. Con il primo motivo deduce il vizio di motivazione in ordine alla ritenuta condotta di bancarotta fraudolentapatrimoniale.

Pur dando atto della sommarieta’ dell’attivita’ di indagine, la Corte territoriale aveva, infatti, dedotto la colpevolezza dall’imputato nonostante si fosse acquisita la prova che il denaro ipotizzato come distratto fosse pervenuto nelle casse della societa’ quel giorno stesso.

Si trattava peraltro di un credito, della fallita, che era stato regolarmente saldato. Non si era poi indagato sul destinatario del corrispondente versamento, effettuato, appunto, quello stesso giorno.

2.2. Con il secondo motivo lamenta il difetto di motivazione in ordine alla condotta di bancarotta fraudolentadocumentale.

Si era affermata l’insufficienza dell’apparato contabile pur riconoscendo che non si erano insinuati nel fallimento ne’ fornitori ne’ clienti.

2.3. Con il terzo motivo denuncia il vizio di motivazione in ordine alla quantificazione della pena non potendosi nulla dedurre in ordine all’elemento soggettivo del reato, come, invece, si era argomentato nella sentenza impugnata.

  1. Il Procuratore generale della Repubblica presso questa Corte, nella persona del sostituto Dott. Paola Filippi, ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso.
  2. Il difensore del ricorrente ha depositato memoria con la quale insiste sui motivi di ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso e’ inammissibile.

  1. I primi due motivi – spesi sulla configurabilita’ dei delitti dibancarotta fraudolenta, patrimoniale e documentale, ascritti al prevenuto – sono interamente versati in fatto e non tengono cosi’ conto dei limiti del sindacato di legittimita’ che e’ deputato a riscontrare l’esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilita’ di verificare l’adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si e’ avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali, cosi’ che esula dai poteri della Corte quello di una riconsiderazione degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione e’, appunto, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimita’ la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente piu’ adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, Dessimone, Rv. 207944; ed ancora: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 – 06/02/2004, Elia, Rv. 229369 e piu’ di recente Sez. 6, n. 47204 del 07/10/2015, Musso, Rv. 265482).
  2. La Corte territoriale, infatti, con motivazione priva di manifesti vizi logici, aveva osservato quanto segue.

La societa’ fallita operava da “cartiera”, cosi’ che solo fittiziamente si interponeva fra i reali venditori ed i reali acquirenti delle merci che risultava avere movimentato (consentendo a costoro di evadere le relative imposte indirette).

2.1. Era pertanto necessario, quanto alla bancarotta patrimoniale, dimostrare, innanzitutto, che i mezzi finanziari di cui cartolarmente risultava essere stata la destinataria fossero realmente entrati nel suo patrimonio (un presupposto necessario per ritenere la loro successiva distrazione: Sez. 5, n. 55805 del 03/10/2018, Rv. 274621).

Dimostrazione che la Corte di merito non rinveniva negli atti (considerando anche la totale fittizieta’ delle appostazioni contabili), ad eccezione, appunto, della sola somma indicata alla lettera f) dell’imputazione. di cui si era accertato l’incasso, dai documenti bancari che si erano rinvenuti.

Somma che doveva considerarsi distratta posto che la societa’ a cui era stata poi riversata non risultava avere avuto rapporto alcuno con la fallita.

Rapporto che, neppure nel ricorso, si deduce, limitandosi, nel medesimo, a contestare il mancato approfondimento, ad opera della pubblica accusa, del punto, cosi’ pero’ dimenticando il costante orientamento ermeneutico di questa Corte (da ultimo ribadito da Sez. 5, n. 17228 del 17/01/2020, Costantino, Rv. 279204; ancor prima: Sez. 5, Sentenza n. 8260 del 22/09/2015, dep. 29/02/2016, Aucello, Rv. 267710; Sez. 5, n. 6548 del 10/12/2018, dep. 11/02/2019, Villa, Rv. 275499) secondo il quale, in materia di bancarotta fraudolenta patrimoniale, la prova della distrazione o dell’occultamento dei beni della societa’ dichiarata fallita e’ desumibile dalla mancata dimostrazione, da parte dell’amministratore, della loro destinazione, posto che le scritture contabili che le societa’ devono obbligatoriamente tenere dovrebbero comunque consentire di attestare, documentalmente, le ragioni dei movimenti finanziari di una societa’ e considerando, inoltre, che l’obbligo di verita’, penalmente sanzionato, gravante L. Fall., ex articolo 87, sul fallito interpellato dal curatore circa la destinazione dei beni dell’impresa, giustificano l’apparente inversione dell’onere della prova a carico dell’amministratore della societa’ fallita, in caso di mancato rinvenimento di beni aziendali o del loro ricavato (Sez. 5, n. 8260 del 22/09/2015, dep. 29/02/2016, Aucello, Rv. 267710).

2.2. Quanto alla bancarotta documentale, la Corte di merito aveva, non illogicamente, osservato come il parziale compendio contabile rinvenuto, proprio considerando l’operativita’ della fallita, di interposizione fittizia fra altri operatori, fosse stato tenuto in modo da non consentire la ricostruzione del reale patrimonio e del concreto movimento degli affari della stessa.

Ed aveva aggiunto che il prevenuto dovesse rispondere anche dell’ulteriore profilo della bancarotta documentale contestatagli, non avendo consegnato, ed avendo cosi’ occultato, altra parte della contabilita’ con l’unico possibile intento di recare pregiudizio ai creditori (in specie al fisco oltre che ai professionisti le cui competenze non erano state saldate).

  1. Il terzo motivo, sulla misura della pena, e’ manifestamente infondato considerando quale fosse stato il disegno complessivo perseguito dal prevenuto che, gestendo la societa’ come una “cartiera”, l’aveva avviata al dissesto accumulando debiti fiscali, contratti con l’evidente intenzione di non assolverli.
  2. All’inammissibilita’ del ricorso segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e, versando il medesimo in colpa, della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

 

 

Occultamento di beni aziendali – Pene accessorie – Illegalità – Sentenza della Corte Costituzionale n. 222/2018

BANCAROTTA DIFENDITI AVVOCATO ESPERTO BOLOGNA MILANO TREVISO VICENZA PADOVA

 

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|2 dicembre 2020| n. 34303

Occultamento di beni aziendali – Pene accessorie – Illegalità – Sentenza della Corte Costituzionale n. 222/2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZAZA Carlo – Presidente

Dott. SCARLINI Enrico V – rel. Consigliere

Dott. BELMONTE Maria Teresa – Consigliere

Dott. ROMANO Michele – Consigliere

Dott. FRANCOLINI Giovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 18/06/2018 della CORTE APPELLO di ANCONA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. LOCATELLI GIUSEPPE, che ha concluso chiedendo l’inammissibilita’ del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 18 giugno 2018, la Corte di appello di Ancona, in parziale riforma della pronuncia del locale Tribunale, proscioglieva (OMISSIS) dai delitti ascrittigli ai capi A e C, rispettivamente di bancarotta documentale semplice e di ricorso abusivo al credito, per intervenuta prescrizione, e ne confermava la condanna per il delitto sub B, per avere, quale titolare della ditta individuale omonima dichiarata fallita il (OMISSIS), occultato o dissipato i beni aziendali ivi elencati, per un valore complessivo di quasi 5.000,00 Euro, confermando anche la pena di anni due di reclusione (con le attenuanti generiche prevalenti sulla aggravante della pluralita’ dei fatti di bancarotta) e le pene accessorie fallimentari per la durata di anni 10.

1.1. In risposta ai motivi di appello, la Corte territoriale aveva osservato come:

– non fosse consentito dedurre dalle mere dichiarazioni del prevenuto che i beni fossero obsoleti e fosse pertanto attendibile l’asserito conferimento in discarica, anche considerando che erano di recente acquisto (dal gennaio al settembre 2008);

– non fosse, parimenti, attendibile la versione fornita, sempre dall’imputato, circa i danni patiti dal materiale elettronico a causa delle interruzioni nell’erogazione di energia elettrica;

– non fosse concedibile l’invocata attenuante del danno lieve non potendosi considerare esiguo il valore degli stessi;

– anche considerando i proscioglimenti, la pena, con le attenuanti generiche, equivaleva al minimo edittale.

  1. Propone ricorso l’imputato, a mezzo del suo difensore, articolando le proprie censure in tre motivi.

2.1. Con il primo deduce il difetto di motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza del contestato delitto di bancarotta patrimoniale.

I beni indicati in imputazione erano obsoleti e l’imputato li aveva smaltiti presso la discarica comunale. Del resto, il loro valore reale era cosi’ minimo da non potersi giustificare una loro distrazione.

Sul punto l’imputato aveva rilasciato una dichiarazione sostitutiva di atto di notorieta’ che assumeva valore di prova.

2.2. Con il secondo motivo lamenta il difetto di motivazione in ordine al mancato riconoscimento della circostanza attenuante prevista dall’articolo 219, comma 3, L.F. in considerazione del minimo valore dei beni.

2.3. Con il terzo motivo lamenta la violazione di legge consistita nella reformatio in peius derivante dalla mancata diminuzione di pena a fronte del dichiarato proscioglimento da due delle tre imputazioni ascritte al prevenuto.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso presentato nell’interesse dell’imputato e’ inammissibile ma la sentenza impugnata va annullata d’ufficio in relazione alla durata delle pene accessorie fallimentari a seguito della pronuncia dellaCorte costituzionale n. 222 del 2018che ha dichiarato l’illegittimita’ del Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267, articolo 216, u.c., nella parte in cui dispone: “la condanna per uno dei fatti previsti dal presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacita’ per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa”, anziche’: “la condanna per uno dei fatti previsti dal presente articolo importa l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacita’ ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a dieci anni”.

Sul punto il giudice del rinvio applichera’ il principio di diritto formulato sul punto dalla recente pronuncia delle Sezioni unite del 28/02/2019, Suraci: “Le pene accessorie previste dall’articolo 216 L. Fall., nel testo riformulato dalla sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018 della Corte Costituzionale, cosi come le altre pene accessorie per le quali la legge indica un termine di durata non fissa, devono essere determinate in concreto dal giudice in base ai criteri di cui all’articolo 133 c.p.“.

  1. Si e’ detto come i motivi di censura proposti dal prevenuto siano inammissibili.

Il primo ed il secondo, sull’avvenuta distrazione dei beni e sull’omesso riconoscimento dell’attenuante del danno lieve, perche’ sono entrambi versati in fatto e non tengono cosi’ conto dei limiti del sindacato di legittimita’ che non puo’ pervenire alla riconsiderazione degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione e’, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimita’ la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente piu’ adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, Dessimone, Rv. 207944; ed ancora: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 – 06/02/2004, Elia, Rv. 229369).

La Corte di merito, infatti, con motivazione priva di manifesti vizi logici, aveva rilevato come:

– la mera affermazione labiale dell’imputato (alla quale nulla aggiungeva, in tema di prova, la prodotta dichiarazione sostitutiva di atto di notorieta’) di avere conferito in discarica i beni non rinvenuti, perche’ ormai privi di alcun valore economico residuo, per i danni patiti e per la loro obsolescenza, non si era dimostrata attendibile sia perche’ gli oggetti in questione erano stati acquistati in tempi recenti sia perche’ non appariva credibile che si fossero succeduti tutti quegli accidenti che ne avrebbero determinato il denunciato definitivo danneggiamento;

– conseguentemente, non poteva riconoscersi l’invocata attenuante, non potendosi affermare che la distrazione consumata dal prevenuto avesse creato un danno di particolare tenuita’ ai creditori della massa.

  1. Il terzo motivo e’ manifestamente infondato posto che l’invocata applicazione dell’articolo 597 c.p.p.– che prevede la diminuzione della pena a seguito della parziale assoluzione dalle accuse mosse in prime cure – non puo’ condurre ad irrogare all’imputato una pena illegale come avverrebbe se, non concedendosi ulteriori attenuanti, si riducesse la pena, inflitta al ricorrente, di anni due di reclusione, considerando che la pena base per il delitto contestato e’ di anni tre e la stessa era stata diminuita per le attenuanti generiche nella misura massima consentita, di un terzo.

Si deve, inoltre, considerare che la continuazione fallimentare si risolve nella contestazione e nel riconoscimento della circostanza aggravante prevista dall’articolo 219, comma 2, n. 1, L. Fall., che rientra, come tale, nel giudizio di bilanciamento dell’articolo 69 c.p., cosi’ che, quando la stessa sia stata giudicata subvalente (come nell’odierno caso concreto) rispetto alle attenuanti, non esercita alcun effetto sulla misura della pena, con la conseguenza che, in riferimento ai fatti di bancarotta per i quali l’imputato e’ stato prosciolto, non e’ stato applicato alcun segmento di pena che possa essere eliminato (si veda, a sostanziale conferma, la pronuncia Sez. 5, n. 44088 del 09/05/2019, Dzemaili, Rv. 277845 che, pur avendo affermato che occorre diminuire anche la pena illegale in caso di assoluzione per le ulteriori condotte contestate, precisa, pero’, che dalle medesime erano derivati degli aumenti di pena che dovevano essere eliminati).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla durata delle pene accessorie con rinvio per nuovo esame sul punto alla Corte di appello di Perugia. Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.

 

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|2 dicembre 2020| n. 34303

 

Occultamento di beni aziendali – Pene accessorie – Illegalità – Sentenza della Corte Costituzionale n. 222/2018

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ZAZA Carlo – Presidente

Dott. SCARLINI Enrico V – rel. Consigliere

Dott. BELMONTE Maria Teresa – Consigliere

Dott. ROMANO Michele – Consigliere

Dott. FRANCOLINI Giovanni – Consigliere

ha pronunciato la seguente:


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 18/06/2018 della CORTE APPELLO di ANCONA;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere Dr. ENRICO VITTORIO STANISLAO SCARLINI;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. LOCATELLI GIUSEPPE, che ha concluso chiedendo l’inammissibilita’ del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza del 18 giugno 2018, la Corte di appello di Ancona, in parziale riforma della pronuncia del locale Tribunale, proscioglieva (OMISSIS) dai delitti ascrittigli ai capi A e C, rispettivamente di bancarotta documentale semplice e di ricorso abusivo al credito, per intervenuta prescrizione, e ne confermava la condanna per il delitto sub B, per avere, quale titolare della ditta individuale omonima dichiarata fallita il (OMISSIS), occultato o dissipato i beni aziendali ivi elencati, per un valore complessivo di quasi 5.000,00 Euro, confermando anche la pena di anni due di reclusione (con le attenuanti generiche prevalenti sulla aggravante della pluralita’ dei fatti di bancarotta) e le pene accessorie fallimentari per la durata di anni 10.

1.1. In risposta ai motivi di appello, la Corte territoriale aveva osservato come:

– non fosse consentito dedurre dalle mere dichiarazioni del prevenuto che i beni fossero obsoleti e fosse pertanto attendibile l’asserito conferimento in discarica, anche considerando che erano di recente acquisto (dal gennaio al settembre 2008);

– non fosse, parimenti, attendibile la versione fornita, sempre dall’imputato, circa i danni patiti dal materiale elettronico a causa delle interruzioni nell’erogazione di energia elettrica;

– non fosse concedibile l’invocata attenuante del danno lieve non potendosi considerare esiguo il valore degli stessi;

– anche considerando i proscioglimenti, la pena, con le attenuanti generiche, equivaleva al minimo edittale.

  1. Propone ricorso l’imputato, a mezzo del suo difensore, articolando le proprie censure in tre motivi.

2.1. Con il primo deduce il difetto di motivazione in relazione alla ritenuta sussistenza del contestato delitto di bancarotta patrimoniale.

I beni indicati in imputazione erano obsoleti e l’imputato li aveva smaltiti presso la discarica comunale. Del resto, il loro valore reale era cosi’ minimo da non potersi giustificare una loro distrazione.

Sul punto l’imputato aveva rilasciato una dichiarazione sostitutiva di atto di notorieta’ che assumeva valore di prova.

2.2. Con il secondo motivo lamenta il difetto di motivazione in ordine al mancato riconoscimento della circostanza attenuante prevista dall’articolo 219, comma 3, L.F. in considerazione del minimo valore dei beni.

2.3. Con il terzo motivo lamenta la violazione di legge consistita nella reformatio in peius derivante dalla mancata diminuzione di pena a fronte del dichiarato proscioglimento da due delle tre imputazioni ascritte al prevenuto.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso presentato nell’interesse dell’imputato e’ inammissibile ma la sentenza impugnata va annullata d’ufficio in relazione alla durata delle pene accessorie fallimentari a seguito della pronuncia dellaCorte costituzionale n. 222 del 2018che ha dichiarato l’illegittimita’ del Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 267, articolo 216, u.c., nella parte in cui dispone: “la condanna per uno dei fatti previsti dal presente articolo importa per la durata di dieci anni l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacita’ per la stessa durata ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa”, anziche’: “la condanna per uno dei fatti previsti dal presente articolo importa l’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e l’incapacita’ ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a dieci anni”.

Sul punto il giudice del rinvio applichera’ il principio di diritto formulato sul punto dalla recente pronuncia delle Sezioni unite del 28/02/2019, Suraci: “Le pene accessorie previste dall’articolo 216 L. Fall., nel testo riformulato dalla sentenza n. 222 del 5 dicembre 2018 della Corte Costituzionale, cosi come le altre pene accessorie per le quali la legge indica un termine di durata non fissa, devono essere determinate in concreto dal giudice in base ai criteri di cui all’articolo 133 c.p.“.

  1. Si e’ detto come i motivi di censura proposti dal prevenuto siano inammissibili.

Il primo ed il secondo, sull’avvenuta distrazione dei beni e sull’omesso riconoscimento dell’attenuante del danno lieve, perche’ sono entrambi versati in fatto e non tengono cosi’ conto dei limiti del sindacato di legittimita’ che non puo’ pervenire alla riconsiderazione degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione, la cui valutazione e’, in via esclusiva, riservata al giudice di merito, senza che possa integrare il vizio di legittimita’ la mera prospettazione di una diversa, e per il ricorrente piu’ adeguata, valutazione delle risultanze processuali (per tutte: Sez. Un., 30/4-2/7/1997, n. 6402, Dessimone, Rv. 207944; ed ancora: Sez. 4, n. 4842 del 02/12/2003 – 06/02/2004, Elia, Rv. 229369).

La Corte di merito, infatti, con motivazione priva di manifesti vizi logici, aveva rilevato come:

– la mera affermazione labiale dell’imputato (alla quale nulla aggiungeva, in tema di prova, la prodotta dichiarazione sostitutiva di atto di notorieta’) di avere conferito in discarica i beni non rinvenuti, perche’ ormai privi di alcun valore economico residuo, per i danni patiti e per la loro obsolescenza, non si era dimostrata attendibile sia perche’ gli oggetti in questione erano stati acquistati in tempi recenti sia perche’ non appariva credibile che si fossero succeduti tutti quegli accidenti che ne avrebbero determinato il denunciato definitivo danneggiamento;

– conseguentemente, non poteva riconoscersi l’invocata attenuante, non potendosi affermare che la distrazione consumata dal prevenuto avesse creato un danno di particolare tenuita’ ai creditori della massa.

  1. Il terzo motivo e’ manifestamente infondato posto che l’invocata applicazione dell’articolo 597 c.p.p.– che prevede la diminuzione della pena a seguito della parziale assoluzione dalle accuse mosse in prime cure – non puo’ condurre ad irrogare all’imputato una pena illegale come avverrebbe se, non concedendosi ulteriori attenuanti, si riducesse la pena, inflitta al ricorrente, di anni due di reclusione, considerando che la pena base per il delitto contestato e’ di anni tre e la stessa era stata diminuita per le attenuanti generiche nella misura massima consentita, di un terzo.

Si deve, inoltre, considerare che la continuazione fallimentare si risolve nella contestazione e nel riconoscimento della circostanza aggravante prevista dall’articolo 219, comma 2, n. 1, L. Fall., che rientra, come tale, nel giudizio di bilanciamento dell’articolo 69 c.p., cosi’ che, quando la stessa sia stata giudicata subvalente (come nell’odierno caso concreto) rispetto alle attenuanti, non esercita alcun effetto sulla misura della pena, con la conseguenza che, in riferimento ai fatti di bancarotta per i quali l’imputato e’ stato prosciolto, non e’ stato applicato alcun segmento di pena che possa essere eliminato (si veda, a sostanziale conferma, la pronuncia Sez. 5, n. 44088 del 09/05/2019, Dzemaili, Rv. 277845 che, pur avendo affermato che occorre diminuire anche la pena illegale in caso di assoluzione per le ulteriori condotte contestate, precisa, pero’, che dalle medesime erano derivati degli aumenti di pena che dovevano essere eliminati).

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla durata delle pene accessorie con rinvio per nuovo esame sul punto alla Corte di appello di Perugia. Dichiara inammissibile nel resto il ricorso.

 

Reati fallimentari – Bancarotta – Singoli creditori – Risarcimento del danno morale – Azione in aggiunta a quella civile del curatore

 

 

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|23 giugno 2021| n. 24588

Reati fallimentari – Bancarotta – Singoli creditori – Risarcimento del danno morale – Azione in aggiunta a quella civile del curatore

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PEZZULLO Rosa – Presidente

Dott. TUDINO Alessandrina – Consigliere

Dott. SCORDAMAGLIA Irene – Consigliere

Dott. SBANCACCIO Matilde – Consigliere

Dott. RICCARDI Giusepp – rel. Consigliere

ha pronunciato la seguente:


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 25/09/2019 della Corte di Appello di Venezia;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere RICCARDI GIUSEPPE;

lette le richieste scritte, ai sensi del Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8, del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale MIGNOLO Olga, che ha concluso chiedendo l’annullamento con rinvio limitatamente alle pene accessorie fallimentari ed il rigetto del ricorso nel resto;

lette le richieste scritte, ai sensi del Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8, del difensore della parte civile ( (OMISSIS)), Avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso e depositando nota spese;

lette le richieste scritte, ai sensi del Decreto Legge 28 ottobre 2020, n. 137, articolo 23, comma 8, del difensore, Avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con sentenza emessa il 25/09/2019 la Corte di Appello di Venezia ha confermato l’affermazione di responsabilita’ pronunciata dal Tribunale di Padova il 15/12/2017 nei confronti di (OMISSIS) e (OMISSIS) per il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, per avere, in qualita’, rispettivamente, di Presidente e Consigliere del C.d.A. della (OMISSIS) s.r.l., fallita il (OMISSIS), distratto la somma di Euro 144.387,00 mediante prelievi dai conti correnti della societa’ a titolo personale, destinati a creare una provvista finanziaria a beneficio delle societa’ (OMISSIS) s.r.l., amministrate dalle moglie degli imputati, ed utilizzate per l’acquisto dei beni della fallita.
  2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione il difensore di (OMISSIS) e (OMISSIS), Avv. (OMISSIS), che ha dedotto i seguenti motivi, qui enunciati, ai sensi dell’articolo 173 disp. att. c.p.p., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.

2.1. Con il primo motivo deduce la violazione di legge processuale in relazione all’articolo 521 c.p.p., comma 2: lamenta il difetto di correlazione tra imputazione e sentenza sostenendo che l’addebito riguardava il prelevamento di complessivi Euro 144.387, mentre dalla motivazione della sentenza risulta che una parte della somma era riconfluita nelle casse sociali mediante pagamento da parte della (OMISSIS) s.r.l., mentre il residuo di Euro 62.130 veniva corrisposto ai soci (OMISSIS) e (OMISSIS), poiche’ avevano personalmente pagato alla signora (OMISSIS), parte civile nel presente processo, un debito della societa’ (OMISSIS) s.r.l. risultante da sentenza civile.

in particolare, la (OMISSIS) s.r.l. pagava alla fallita (OMISSIS) le somme dovute a titolo di prezzo dei beni strumentali acquistati: non ricorre dunque una distrazione di somme di denaro, quanto piuttosto l’oggettiva contabilizzazione delle uscite subito rientrate nel patrimonio sociale quale prezzo della cessione di alcuni beni alla (OMISSIS) s.r.l.; in tal senso si realizzava la reintegrazione del patrimonio sociale, e comunque sarebbe stato contestabile il diverso fatto di fatto di distrazione di beni, e non di denaro, in quanto non rinvenuti dalla curatela, fatto storico completamente diverso.

Quanto alla seconda condotta, ovvero il pagamento di 62.130 Euro in favore dei soci amministratori, il fatto appare sussumibile nella fattispecie di bancarotta preferenziale, atteso che veniva rimborsato il pagamento di un debito societario posto in essere da parte dei soci oggi imputati con preferenza nella soddisfazione dei crediti di questi ultimi rispetto a quelli della massa dei creditori.

Ne consegue che l’imputazione nella descrizione fattuale, come mero prelevamento di somme in contanti, con bonifici e assegni, si colloca in un momento temporale antecedente rispetto ai possibili fatti di bancarotta contestabili, che sono successivi e consistiti nella distrazione di beni e nel pagamento di un debito societario.

2.2. Con un secondo motivo deduce il vizio di motivazione in relazione all’affermazione di responsabilita’ penale: la sentenza afferma che le somme uscite dalla disponibilita’ della fallita siano di fatto rientrate a titolo di effettivo pagamento del prezzo da parte dell’acquirente (OMISSIS) s.r.l.; se vi fu effettivo pagamento dei beni non e’ emerso in alcun modo quali siano i fatti temporalmente successivi che hanno cagionato l’ammanco di cassa concernente un saldo di conto corrente pari ad Euro 1500: pertanto, o i prelievi furono utilizzati per costituire provvista per l’acquisto di beni della fallita, beni effettivamente pagati; oppure le somme sono state distratte in un momento successivo alla compravendita, ma in tal caso la sentenza non specifica modalita’ e tempi di realizzazione delle condotte.

Lamenta al riguardo il mancato riconoscimento della c.d. bancarotta riparata, essendo emerso che prima vennero prelevati danari dalla cassa, poi reintegrati mediante l’incasso del prezzo di compravendita, e solo dopo vi fu un ammanco di cassa. Si pretende di giustificare la distrazione sulla base di un illogico ragionamento privo di riscontri per cui la presenza di un importo di 1.500 Euro quale saldo attivo al momento del fallimento giustifica la distrazione del danaro.

In altri termini l’imputazione contesta una distrazione di Euro 144.387, che sarebbe stata posta in essere in un momento precedente, senza considerare la successiva reintegrazione patrimoniale.

2.3. Con un terzo motivo deduce il vizio di motivazione in relazione alla durata delle pene accessorie fallimentari, che, nonostante la sentenza n. 222 del 2018 della Corte Cost., sono state confermate nella durata massima di 10 anni, sebbene il trattamento sanzionatorio principale fosse stato contenuto nei minimi edittali; lamenta che la motivazione sia basata sulla gravita’ del fatto e sull’intensita’ del dolo, in maniera contraddittoria rispetto alla esclusione dell’aggravante del danno di particolare gravita’, pure originariamente contestata, e ritenuta insussistente; deduce inoltre che la Corte territoriale non abbia valutato, con riferimento alla determinazione della durata delle pene accessorie, l’intervenuto risarcimento in favore del fallimento, che ha determinato la revoca della costituzione di parte civile e delle statuizioni riconosciute in primo grado.

2.4. Con un quarto motivo deduce la violazione di legge in relazione alla L.Fall., articolo 240, con riferimento al capo civile di condanna in favore della parte civile (OMISSIS): deduce al riguardo che, essendo contestato unicamente il delitto di bancarotta fraudolenta, la pretesa risarcitoria della signora (OMISSIS) non doveva trovare accoglimento, in quanto la richiesta risarcitoria da parte del fallimento inglobava tutte le pretese della massa creditoria della fallita, ivi compresa quella della (OMISSIS); inoltre la Corte territoriale non ha considerato l’incidenza della revoca della costituzione di parte civile da parte del fallimento in seguito alla transazione stipulata con gli imputati.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ fondato limitatamente al terzo motivo concernente le pene accessorie fallimentari.
  2. I primi due motivi, che meritano una valutazione congiunta, per la sovrapponibilita’ delle questioni, sono inammissibili, perche’ fondati su una lettura alternativa del compendio probatorio, manifestamente infondata e priva di un concreto confronto argomentativo con la sentenza impugnata, essendo meramente reiterativa delle medesime censure gia’ motivatamente respinte.

2.1. Giova premettere, quanto alla conforme ricostruzione dei fatti accertata dalle sentenze di merito, che i due imputati risultano avere, mediante molteplici prelevamenti dai conti correnti della societa’ effettuati tra il dicembre del 2008 ed il dicembre del 2009, sottratto oltre 144.000 Euro alla societa’ per scopi estranei alla gestione della stessa, ed in particolare per finanziare le due societa’ (OMISSIS) s.r.l. e (OMISSIS) s.r.l., amministrate dalle rispettive mogli degli odierni ricorrenti, (OMISSIS) e (OMISSIS); le somme prelevate venivano utilizzate per creare una provvista finanziaria alle due societa’ riferibili alle rispettive mogli, poi in parte impiegate per l’acquisto di beni della fallita.

La sentenza impugnata ha altresi’ escluso che le somme prelevate siano rientrate nel patrimonio della fallita, non essendosi registrato alcun flusso di denaro dagli imputati in favore della societa’: in particolare, la circostanza che poi tali somme furono in parte utilizzate dalla societa’ (OMISSIS) per acquistare alcuni beni della (OMISSIS), non configura una reintegrazione patrimoniale in favore della fallita, in quanto le somme furono corrisposte alla (OMISSIS) non gia’ a titolo di restituzione dei prelievi effettuati dai soci, bensi’ a titolo di pagamento del prezzo di acquisto dei beni alienati; invero, le cessioni effettuate da (OMISSIS) a (OMISSIS) s.r.l. erano state precedute o coincidevano con i prelevamenti ascritti agli imputati, per importi pari o superiori alla contropartita economica di dette cessioni; in altri termini, i coimputati prelevavano denaro dalle casse sociali e lo giravano alle proprie mogli, le quali, personalmente ovvero attraverso la societa’ (OMISSIS), acquistavano – utilizzando sostanze distratte dal patrimonio della fallita – i beni della (OMISSIS), cosi’ depauperando la societa’, la cui cassa, al momento del fallimento, era del tutto incapiente, a fronte di un passivo fallimentare di oltre un milione e mezzo di Euro.

2.2. Cio’ posto, la dedotta violazione dell’articolo 521 c.p.p. e’ inammissibile, in quanto i ricorrenti si limitano a riproporre la stessa questione sollevata con l’appello, senza confrontarsi con le congrue argomentazioni (appena richiamate) della Corte territoriale sul punto.

In realta’, con il censurato difetto di correlazione tra imputazione e sentenza, il motivo di ricorso, peraltro generico, si limita a riproporre la prospettazione difensiva relativa alla dedotta reintegrazione del patrimonio sociale ed al pagamento individuale di debiti sociali.

La sentenza impugnata, nell’escludere, con compiute argomentazioni, che le somme prelevate dalle casse sociali fossero rientrate nel patrimonio della societa’, cosi’ elidendo alla radice la configurabilita’ della pur invocata bancarotta c.d. riparata, ha chiarito che la condotta distrattiva per la quale gli imputati sono stati condannati corrisponde esattamente a quella contestata.

Con riferimento al pagamento di 62.130 Euro eseguito dagli imputati in favore di (OMISSIS), infine, pur prescindendo dal rilievo che esso non risulta effettuato in nome e per conto della societa’, bensi’ in proprio, e’ assorbente rilevare che, pur accedendo alla versione difensiva, secondo cui i pagamenti sarebbero stati effettuati degli imputati con fondi propri e poi rimborsati agli stessi da parte della societa’ fallita tramite i prelievi dalle casse sociali, tale condotta integra il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, cosi’ come contestato, e non gia’ il reato di bancarotta preferenziale.

E’ infatti consolidato il principio secondo cui integra il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione e non quello di bancarotta preferenziale, la condotta dell’amministratore di una societa’ che proceda al rimborso di finanziamenti da lui erogati in qualita’ di socio in violazione della regola della postergazione di cui all’articolo 2467 c.c. (ex multis, Sez. 5, n. 25773 del 20/02/2019, Scarpaci, Rv. 277577).

  1. Il quarto motivo, relativo al capo civile di condanna, e’ infondato.

E’ pacifico che, in tema di reati fallimentari, ai sensi della L.Fall., articolo 240, comma 2, il singolo creditore e’ legittimato in proprio a costituirsi parte civile nel procedimento penale per il delitto di bancarotta fraudolenta nella sua qualita’ di persona danneggiata dal reato, quando fa valere una richiesta di risarcimento a titolo personale (Sez. 5, n. 6904 del 04/11/2016, dep, 2017, Gandolfi, Rv. 269105; Sez. 5, n. 43101 del 03/10/2007, Mazzotta, Rv. 238498); invero, i creditori sono legittimati ad esercitare l’azione civile nel procedimento penale per bancarotta fraudolenta in ogni caso in cui tale azione non sia esercitata dal curatore (c.d. legittimazione sussidiaria); qualora, invece, i creditori intendano far valere un titolo di azione propria, personale (c.d. legittimazione principale) la costituzione di parte civile e’ consentita in concorso con quella esperita dal curatore (Sez. 5, n. 11782 del 03/06/1980, Brembilla, Rv. 146578); i creditori sono legittimati “uti singuli” ad esercitare l’azione civile nel procedimento penale per il delitto di bancarotta fraudolenta quando intendano far valere un titolo di azione propria, personale, come nel caso di danni non patrimoniali patiti dalla consumazione del reato (Sez. 5, n. 42608 del 12/04/2005, De Asmundis, Rv. 232846).

Nel caso di specie, la parte civile (OMISSIS) si e’ costituita nel processo penale chiedendo il ristoro del danno morale derivato dal depauperamento fraudolento dei risparmi di una vita, non gia’ del danno patrimoniale; l’azione civile e’, dunque, del tutto diversa, nel petitum, da quella esercitata L.Fall., ex articolo 240, dalla curatela fallimentare.

  1. E’, invece, fondato il terzo motivo di ricorso, concernente la durata delle pene accessorie, determinata, in assenza di adeguata motivazione, nella massima estensione di dieci anni.

4.1. Al riguardo, va innanzitutto rammentato che le Sezioni Unite di questa Corte, nell’affermare la necessita’ di una dosimetria sanzionatoria quanto piu’ personalizzata alla luce degli indici fattuali di cui all’articolo 133 c.p., hanno altresi’ ribadito la peculiare funzione delle pene accessorie, che sono, “specie quelle interdittive e inabilitative, collegate al compimento di condotte postulanti lo svolgimento di determinati incarichi o attivita’, piu’ marcatamente orientate a fini di prevenzione speciale, oltre che di rieducazione personale, che realizzano mediante il forzato allontanamento del reo dal medesimo contesto operativo, professionale, economico e sociale, nel quale sono maturati i fatti criminosi e dallo stimolo alla violazione dei precetti penali per impedirgli di reiterare reati in futuro e per sortirne l’emenda”; invero, “la piena realizzazione soprattutto dello specifico finalismo preventivo, cui sono preordinate le pene complementari, richiede una loro modulazione personalizzata in correlazione con il disvalore del fatto di reato e con la personalita’ del responsabile, che non necessariamente deve riprodurre la durata della pena principale. Risultato questo conseguibile soltanto ammettendone la determinazione caso per caso ad opera del giudice nell’ambito della cornice edittale disegnata dalla singola disposizione di legge sulla scorta di una valutazione discrezionale, che si avvalga della ricostruzione probatoria dell’episodio criminoso e dei parametri dell’articolo 133 c.p. e di cui e’ obbligo dare conto con congrua motivazione” (Sez. U, n. 28910 del 28/02/2019, Suraci, Rv. 276286, non mass. sul punto).

Ebbene, la necessita’ dell’obbligo di “congrua motivazione” “non puo’ che interpretarsi come l’ostensione di un apparato argomentativo effettivamente calibrato sulla funzione preventiva rispetto ai diritti fondamentali della persona (liberta’ di iniziativa economica) ed alla finalita’ (non (solo) rieducativa) delle pene accessorie” (Sez. 5, n. 36256 del 22/10/2020, Bertoli, Rv. 280488, che, in tema di reati fallimentari, ha affermato che la durata delle pene accessorie deve essere determinata in concreto dal giudice sulla base dei criteri di cui agli articoli 132 e 133 c.p., da parametrarsi, con specifica ed adeguata motivazione, alla funzione preventiva ed interdittiva delle stesse).

Nel medesimo solco interpretativo, e’ stato ribadito, in tema di pene accessorie previste per i reati fallimentari, che, ove la durata sia determinata in misura superiore alla media edittale, e’ necessaria una specifica motivazione in ordine ai criteri soggettivi ed oggettivi di cui all’articolo 133 c.p., tenendo conto della funzione rieducativa, retributiva e preventiva della pena, ancor piu’ ove sussista divaricazione nel trattamento sanzionatorio complessivo tra pena principale, irrogata nel minimo, e pene accessorie fissate nel massimo (Sez. 5, n. 1947 del 03/11/2020, dep. 2021, Maddem, Rv. 280668), e che, ai fini della determinazione della durata delle pene accessorie fallimentari, per la spiccata finalita’ specialpreventiva delle stesse, assumono significativo rilievo, oltre alla gravita’ della condotta, anche tutti gli elementi fattuali indicativi della capacita’ a delinquere dell’agente (Sez. 5, n. 12052 del 19/01/2021, Amorello, Rv. 28089802).

4.2. I principi gia’ affermati dalla giurisprudenza di questa Corte, in seguito alla declaratoria di illegittimita’ costituzionale della durata fissa delle pene accessorie fallimentari pronunciata dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 222 del 2018, meritano una precisazione, anche in considerazione della tendenziale refrattarieta’ – emblematicamente emersa nella sentenza impugnata – dei giudici di merito alla determinazione di un trattamento realmente individualizzato, proporzionato alla concreta gravita’ dei fatti ed alla concreta personalita’ del reo, ed all’assolvimento dei correlativi oneri motivazionali.

Giova, al riguardo, premettere che le pene accessorie sono, in generale, misure afflittive, che, di regola, comportano una limitazione di capacita’, attivita’ o funzioni, accrescendo altresi’ l’afflittivita’ della pena principale; oltre ad una funzione generai-preventiva, le pene accessorie hanno una funzione special- preventiva, orientata non tanto alla rieducazione, quanto alla obiettiva eliminazione di quelle condizioni che potrebbero consentire la “ricaduta” nel reato.

In tal senso, la stessa Corte Costituzionale, nella sentenza n. 222/2018, ha evidenziato come l’originaria previsione delle pene accessorie fallimentari fosse diretta ad allontanare l’imprenditore condannato a titolo di bancarotta fraudolenta “dall’ambito imprenditoriale per un lungo periodo successivo all’esecuzione della pena detentiva (…) allo scopo di estendere nel tempo l’effetto di prevenzione speciale negativa gia’ esplicato dall’esecuzione della pena detentiva, oltre che di conferire maggior capacita’ deterrente all’incriminazione” (§ 8.3); la Corte Costituzionale ha, dunque, sottolineato la “funzione almeno in parte distinta” attribuita alle pene accessorie fallimentari rispetto alle pene detentive principali, in quanto “marcatamente orientata alla prevenzione speciale negativa – imperniata sull’interdizione del condannato da quelle attivita’ che gli hanno fornito l’occasione per commettere gravi reati”.

Ma la stessa Consulta, nel rilevare l’illegittimita’ della durata fissa delle pene accessorie fallimentari, ha posto l’accento sulla disomogeneita’, in termini di gravita’, delle diverse fattispecie riconducibili ai reati di bancarotta fraudolenta previsti dalla L.Fall., articoli 216 e 223, sia a livello astratto, come dimostrato dai diversi limiti edittali previsti per la bancarotta preferenziale, sia a livello di gravita’ dei fatti concreti, “in relazione se non altro alla gravita’ del pericolo di frustrazione delle ragioni creditorie (in termini sia di probabilita’ di verificazione del danno, sia di entita’ del danno medesimo, anche in termini di numero delle persone offese)” (§ 7.2).

Cio’ posto, va dunque affermato che la determinazione di un trattamento sanzionatorio accessorio realmente individualizzato, proporzionato alla concreta gravita’ dei fatti ed alla concreta personalita’ del reo, deve essere orientata dalla precipua funzione special – preventiva negativa che caratterizza le pene accessorie fallimentari, rivolta alla estromissione del condannato per reati di bancarotta fraudolenta dalle attivita’ economiche che hanno fornito l’occasione per commettere i gravi reati posti a fondamento dell’affermazione di responsabilita’.

Ebbene, nella concreta commisurazione della durata delle pene accessorie, il giudice deve, sulla scorta del criterio finalistico della special-prevenzione negativa, valorizzare – con il conseguente assolvimento dei correlativi oneri motivazionali -, i criteri fattuali sanciti dall’articolo 133 c.p., che si rivelino, nella fattispecie concreta, maggiormente pertinenti all’esercizio della discrezionalita’ riconosciuta dall’articolo 132 c.p., e con una valutazione calibrata sulla specificita’ delle pene accessorie fallimentari.

In tal senso, la gravita’ del reato assume un rilievo certamente significativo, potendo essere valutate, e valorizzate: a) le modalita’ dei fatti (ad es., commissione di fatti di bancarotta patrimoniale, mediante complesse operazioni infragruppo, o fittizi svuotamenti societari, o articolate operazioni di frodi fiscali); b) la gravita’ del danno o del pericolo cagionato, “in relazione se non altro alla gravita’ del pericolo di frustrazione delle ragioni creditorie (in termini sia di probabilita’ di verificazione del danno, sia di entita’ del danno medesimo, anche in termini di numero delle persone offese)” (Corte Cost., sent. 222/2018, § 7.2), venendo in rilievo, esemplificativamente, l’entita’ del depauperamento, il numero dei creditori coinvolti, ecc.; c) l’intensita’ del dolo, anch’essa desumibile dalle modalita’ dei fatti, e dalla insidiosita’ delle condotte.

Tuttavia, i criteri fattuali della gravita’ del reato non possono assumere un rilievo assorbente, essendo indispensabile altresi’ una valutazione dei criteri fattuali della capacita’ a delinquere del colpevole, soprattutto con riferimento alla determinazione della durata delle pene accessorie, ed alla funzione dalle stesse svolte di estromissione dalle attivita’ economiche che hanno consentito la commissione di reati di bancarotta.

In tal senso, il criterio dei precedenti penali e giudiziari, che gia’ di solito assume, nella valutazione della capacita’ a delinquere, un rilievo preminente, anche per la maggiore verificabilita’ processuale – in assenza, almeno di regola, di strumenti idonei, nell’attuale sistema processuale, a fornire il sapere criminologico in grado di “riempire di contenuto” gli altri criteri fattuali previsti dall’articolo 133, comma 2, nn. 1), 3) e 4) -, merita un particolare approfondimento, proprio nell’ottica di una individualizzazione del trattamento sanzionatorio accessorio, diretto ad interdire comportamenti economici pericolosi.

Invero, ai fini della determinazione della durata delle pene accessorie fallimentari, oltre ad una capacita’ a delinquere “generica”, desumibile da precedenti (penali o giudiziari) anche non specifici (di carattere patrimoniale o non), rileva una capacita’ a delinquere “specifica”, attinente allo svolgimento di attivita’ economiche ed imprenditoriali, e, dunque, alla funzione interdittiva coessenziale alle pene accessorie fallimentari.

Cio’ posto, i diversi criteri finalistici e fattuali devono essere oggetto di una concreta valutazione giurisdizionale – sia pur sinteticamente motivata, mediante una argomentazione che dia effettivamente conto della ratio decidendi – che combini, in un giudizio complessivo orientato alla funzione special-preventiva negativa, i diversi indici di commisurazione che vengono in rilievo nel caso concreto, ai fini della determinazione di un trattamento sanzionatorio accessorio realmente individualizzato: invero, per quanto la gravita’ oggettiva della bancarotta accertata (per la pluralita’ delle condotte, per l’insidiosita’ delle stesse, per il danno o per il pericolo cagionati, per il numero di persone offese coinvolte) possa assumere un rilievo eminente, la durata delle pene accessorie fallimentari non puo’ essere “automaticamente” correlata alla gravita’ oggettiva del reato, ma deve essere connessa alla concreta esigenza di estromettere il condannato dalle attivita’ economiche ed imprenditoriali che hanno consentito la commissione dei reati.

In tal senso, esemplificando, anche con riferimento ad una bancarotta di “modeste dimensioni”, puo’ assumere un rilievo essenziale l’accertata capacita’ a delinquere “specifica” dell’autore: si pensi al caso della mera “testa di legno” che abbia ripetutamente assunto la medesima veste imprenditoriale anche in altre vicende di bancarotta, per consentire una diversa allocazione delle responsabilita’ penali, ovvero dell’autore che abbia posto in essere complesse operazioni o artifici, dimostrando una spiccata dimestichezza con i meccanismi spoliativi (in tal senso, ad esempio, Sez. 5, n. 12052 del 19/01/2021, Amorello, Rv. 28089802, con riferimento ad una fattispecie relativa al reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, in cui la Corte ha ritenuto esente da censure la sentenza che aveva valorizzato sia l’entita’ delle spoliazioni accertate, sia la non occasionalita’ del coinvolgimento dell’imputato – gia’ condannato per fatti di bancarotta fraudolenta – quale concorrente, in un meccanismo collaudato di distrazione di denaro dalla fallita, mediante un sistema di false fatturazioni e di riscossione di assegni in assenza di prestazione; Sez. 5, n. 7034 del 24/01/2020, Murru, Rv. 278856, con riferimento ad una fattispecie in cui la Corte ha ritenuto adeguatamente motivata la decisione del giudice fondata sulla reiterazione delle condotte di frode in danno dei creditori, sul pregiudizio per la massa dei creditori e sui precedenti penali dell’imputato).

Al contrario, anche nel caso di una bancarotta di entita’ non insignificante, la gravita’ del reato non puo’ prescindere dal rilievo di un eventuale comportamento del reo, susseguente al reato, che abbia assicurato seri risarcimenti alle ragioni creditorie, o che abbia volontariamente e stabilmente abbandonato le attivita’ economiche ed imprenditoriali che hanno consentito la commissione dei reati.

4.3. Tanto premesso sotto il profilo della determinazione della durata delle pene accessorie fallimentari, va altresi’ evidenziato, sotto il connesso profilo degli oneri motivazionali, che, anche in tema di pene accessorie previste per i reati fallimentari, ove la durata sia determinata in misura superiore alla media edittale, e’ necessaria una specifica motivazione in ordine ai criteri soggettivi ed oggettivi di cui all’articolo 133 c.p., tenendo conto della funzione special – preventiva della pena, ancor piu’ ove sussista divaricazione nel trattamento sanzionatorio complessivo tra pena principale, irrogata nel minimo, e pene accessorie fissate nel massimo (in senso analogo, Sez. 5, n. 1947 del 03/11/2020, dep. 2021, Maddem, Rv. 280668).

Invero, pur essendo le funzioni della pena detentiva e delle pene accessorie fallimentari parzialmente diverse, come gia’ in precedenza evidenziato, nondimeno va rilevato che la determinazione di pene accessorie nel massimo edittale di dieci anni (o comunque in misura prossima al massimo), pur in presenza di una pena detentiva magari determinata nel minimo edittale (di tre anni di reclusione, magari ulteriormente ridotta in considerazione del riconoscimento di circostanze attenuanti), puo’ assumere connotazioni di irragionevolezza, in assenza di una motivazione specifica, concreta e logicamente salda sulle ragioni di una divaricazione cosi’ significativa delle rispettive durate.

4.4. Alla stregua delle considerazioni che precedono, vanno dunque affermati i seguenti principi di diritto:

– “in tema di pene accessorie fallimentari, in conseguenza della declaratoria di illegittimita’ costituzionale pronunciata dalla Corte Cost. n. 222/2018, la durata deve essere determinata sulla scorta del criterio finalistico della special-prevenzione negativa, valorizzando i criteri fattuali sanciti dall’articolo 133 c.p. che si rivelino, nella fattispecie concreta, maggiormente pertinenti all’esercizio della discrezionalita’ riconosciuta dall’articolo 132 c.p., con una valutazione calibrata sulla specificita’ delle pene accessorie fallimentari, avendo riguardo, sotto il profilo della gravita’ del reato, a: 1) le modalita’ dei fatti (ad es., commissione di fatti di bancarotta patrimoniale, mediante complesse operazioni infragruppo, o fittizi svuotamenti societari, o articolate operazioni di frodi fiscali); 2) la gravita’ del danno o del pericolo cagionato (entita’ del depauperamento, numero dei creditori coinvolti, ecc.); 3) Intensita’ del dolo, anch’essa desumibile dalle modalita’ dei fatti, e dalla insidiosita’ delle condotte; e, sotto il profilo della capacita’ a delinquere del colpevole, soprattutto con riferimento alla funzione di estromissione dalle attivita’ economiche che hanno consentito la commissione di reati di bancarotta, al criterio dei precedenti penali e giudiziari, che, nell’ottica di una individualizzazione del trattamento sanzionatorio accessorio, diretto ad interdire comportamenti economici pericolosi, deve essere valutato in quanto espressivo di una capacita’ a delinquere ‘specifica, attinente allo svolgimento di attivita’ economiche ed imprenditoriali, e, dunque, alla funzione interdittiva coessenziale alle pene accessorie fallimentari”;

– “ove la durata delle pene accessorie fallimentari sia determinata in misura superiore alla media edittale, e’ necessaria una specifica motivazione in ordine ai criteri soggettivi ed oggettivi di cui all’articolo 133 c.p., tenendo conto della funzione special-preventiva della pena, con un onere motivazionale maggiore, nel caso di significativa divaricazione nel trattamento sanzionatorio complessivo tra pena principale, irrogata nel minimo, e pene accessorie fissate nel massimo”.

4.5. Precisati i principi ai quali i giudici di merito devono conformarsi nella determinazione della concreta durata delle pene accessorie fallimentari, e nell’assolvimento dei connessi oneri motivazionali, va rilevato che, nel caso di specie, la Corte territoriale ha confermato la durata di 10 anni delle pene accessorie fallimentari, giustificandone la misura “in ragione della gravita’ del fatto e dell’intensita’ del dolo”.

Al riguardo, va innanzitutto rilevata l’estrema laconicita’ di tale motivazione, del tutto assertiva, e priva di un concreto confronto argomentativo con le vicende processuali, che pure hanno registrato un risarcimento degli imputati in favore della curatela, condotta susseguente al reato di indubbia rilevanza quale indice fattuale di valutazione della capacita’ a delinquere; inoltre, il richiamo alla gravita’ del fatto ed alla intensita’ del dolo non appare calibrato sulla concreta specificita’ delle condotte, ne’ sulla attitudine dimostrativa di una capacita’ a delinquere ‘specifica’ (in ambito imprenditoriale), risolvendosi dunque in una clausola di stile ed in una motivazione, che, nella sua ellitticita’, resta apparente, non risultando calibrato sulla peculiare funzione delle pene accessorie, e risolvendosi, in sostanza, in un tautologico riferimento allo stesso fatto-reato, senza alcuna successiva e concreta valutazione e delibazione funzionale, giustificativa della ragione per la quale le pene accessorie interdittive dovessero essere determinate nel massimo e non in diversa misura, anche considerando la significativa divaricazione della durata della pena detentiva, determinata nel minimo edittale di tre anni di reclusione.

Alla luce di tali considerazioni, il generico riferimento del giudice di merito ai richiamati parametri non appare sufficiente, dovendo egli dare conto in motivazione, in maniera autonoma ed indipendente rispetto alla pena principale (peraltro fissata nel minimo), delle modalita’ di esercizio degli ampi margini di discrezionalita’ astrattamente riconosciuti dalla norma penale (successivamente alla declaratoria di illegittimita’ costituzionale), e concretamente impiegati nella commisurazione delle pene accessorie.

La sentenza impugnata deve essere, pertanto, annullata limitatamente al punto della determinazione della durata delle pene accessorie fallimentari, con rinvio per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte d’Appello di Venezia.

Ne consegue, altresi’, che la richiesta della parte civile di condanna al pagamento delle spese processuali va rimessa al definitivo.

P.Q.M.

Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla durata delle pene accessorie L.Fall., ex articolo 216, u.c. e rinvia per nuovo esame sul punto ad altra sezione della Corte d’Appello di Venezia; rigetta nel resto il ricorso.

Corte di Cassazione|Sezione 5|Penale|Sentenza|1 luglio 2021| n. 25254

Bancarotta fraudolenta documentale – Occultamento scritture contabili – Dolo specifico – Bancarotta patrimoniale – Dolo generico

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUINTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE GREGORIO Eduardo – Presidente

Dott. BELMONTE Maria Teresa – Consigliere

Dott. DE MARZO Giuseppe – Consigliere

Dott. CALASELICE Barbara – rel. Consigliere

Dott. ROMANO Michele – Consigliere

ha pronunciato la seguente:


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS), nato a (OMISSIS);

avverso la sentenza del 26/11/2019 della CORTE APPELLO di CATANZARO;

visti gli atti, il provvedimento impugnato e il ricorso;

udita la relazione svolta dal Consigliere CALASELICE BARBARA;

Il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore ODELLO LUCIA che ha concluso chiedendo l’inammissibilita.’

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Catanzaro ha riformato la condanna, emessa dal Tribunale di Lamezia Terme, in data 16 marzo 2017, nei confronti di (OMISSIS), alla pena di anni uno mesi sei di reclusione, con il beneficio della sospensione condizionale della pena e della non menzione della condanna nel casellario giudiziale, oltre pene accessorie di cui alRegio Decreto 16 marzo 1942, n. 267, articolo 216, u.c. in relazione ai reati dibancarotta fraudolenta per distrazione (L.Fall., articolo 216, comma 1, n. 1, L.Fall., articolo 219 comma 1 e 2, capo a) e per aver aggravato il dissesto della societa’ non chiedendone il fallimento (L.Fall., articolo 217, comma 1 n. 3, L.Fall., 222, comma 1, capo b), dichiarando l’intervenuta prescrizione del reato di cui al capo b), rideterminando la pena principale in quella di anni uno mesi quattro di reclusione e le pene accessorie fallimentari nella durata di anni due, con conferma, nel resto, del provvedimento appellato.

1.1. Si tratta delle vicende relative alla (OMISSIS), di cui il ricorrente era socio accomandatario, dichiarata fallita il (OMISSIS), in relazione alle quali il primo giudice, nel pronunciare condanna limitatamente alle imputazioni sopra indicate, aveva dichiarato non doversi procedere, a carico del (OMISSIS), in relazione al reato di bancarotta fraudolenta documentale per precedente giudicato.

  1. Avverso la pronuncia propone ricorso per cassazione l’imputato, per il tramite del difensore, denunciando erronea applicazione della L.Fall.,articolo 216 e vizio di motivazione ai sensi dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e).

La Corte territoriale avrebbe, per la Difesa, omesso di motivare circa l’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta documentale risultando del tutto mancante la volonta’ di arrecare pregiudizio ai creditori, tanto che in analogo procedimento, definito dal giudice dell’udienza preliminare del medesimo Tribunale di Lamezia Terme, con sentenza n. 117 del 2015, il reato era stato derubricato in quello di bancarotta semplice, L.Fall., ex articolo 217 proprio per assenza di dolo specifico.

Si tratta del precedente a fronte del quale il primo giudice ha dichiarato non doversi procedere a carico di (OMISSIS), in relazione al reato di bancarotta fraudolenta documentale, per precedente giudicato.

Si sostiene, comunque, che anche in relazione al delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione per la punibilita’ del reato lo stato di insolvenza deve essere sorretto dal dolo, richiamando giurisprudenza di legittimita’ (Sez, 5 n. 3622 del 31.1.2007, n. 8997 del 26.10.2017) che reputa necessario che sussista la consapevole volonta’ di imprimere al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alle finalita’ dell’impresa e di compiere atti in danno ai creditori. Mancando, peraltro, le scritture contabili, non sarebbe stato possibile ricostruire le distrazioni.

Del resto, si assume che l’assenza di dolo di arrecare pregiudizio ai creditori, quanto alla bancarotta fraudolentadocumentale, in sostanza, si riverbererebbe anche sul delitto di bancarotta per distrazione, osservazioni contenute nell’atto di appello restate prive di motivazione.

  1. Il Procuratore generale ha fatto pervenire requisitoria scritta con la quale ha chiesto dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso e’ inammissibile in quanto manifestamente infondato.

1.In tema di elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta documentale va osservato che e’ costante l’indirizzo di questa Corte di legittimita’ secondo il quale l’occultamento delle scritture contabili, per la cui sussistenza e’ necessario il dolo specifico di recare pregiudizio ai creditori, consistendo nella fisica sottrazione delle stesse alla disponibilita’ degli organi fallimentari, anche sotto forma della loro omessa tenuta, costituisce una fattispecie autonoma ed alternativa, nell’ambito della previsione di cui alla L.Fall., articolo 216, comma 1, lettera b), rispetto alla fraudolenta tenuta di tali scritture, in quanto quest’ultima integra un’ipotesi di reato a dolo generico, che presuppone un accertamento condotto su libri contabili effettivamente rinvenuti ed esaminati dai predetti organi (Sez. 5, n. 26379 del 05/03/2019, Inverardi, Rv. 276650; Sez. 5, n. 18634 del 01/02/2017, Autunno, Rv. 269904; Sez. 5, n. 43966 del 28/06/2017, Rossi, Rv. 271611; Sez. 5, n. 43977 del 14/07/2017, Pastechi, Rv. 271753).

La bancarotta fraudolenta documentale di cui alla L.Fall., articolo 216, comma 1, n. 2, prevede infatti, due fattispecie alternative, quella di sottrazione o distruzione dei libri e delle altre scritture contabili, che richiede il dolo specifico, e quella di tenuta della contabilita’ in modo da rendere impossibile la ricostruzione del movimento degli affari e del patrimonio della fallita che resta a dolo generico.

Tanto premesso, si osserva che l’assenza di motivazione sul dolo specifico del delitto di bancarotta fraudolentadocumentale, nei termini puntuali con i quali e’ stata denunciata con il ricorso, non risulta, dall’incontestata sintesi dei motivi di appello di cui alla sentenza impugnata, oggetto di gravame. In ogni caso, con riferimento all’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta documentale, si rileva che, a fronte della contestazione di cui al capo di imputazione, dal tenore complessivo della motivazione si ricava l’esistenza di giustificazione, coerente e non manifestamente illogica, da parte del giudice di merito.

Dalla motivazione del provvedimento impugnato, invero, emerge che dalla documentazione contabile consegnata al curatore risultava l’esistenza di regolare attivita’, fatturata e contabilizzata, per l’iniziale triennio dalla costituzione dell’impresa. Risultano, poi, esaminate dagli organi fallimentari, per gli anni successivi, scritture contabili (registri Iva, fatture acquisti e vendite) e bilanci tenuti in modo incompleto, dai quali era stato possibile ricavare le attivita’ relative alle ingenti somme contestate come distratte, con impossibilita’ di ricostruzione completa del patrimonio e degli affari della societa’, stante l’inattendibilita’, nel suo complesso, della documentazione contabile consegnata.

Risulta, dunque, sufficiente a sostenere la condotta, nei termini precisati dai provvedimenti di merito, il dolo generico, la cui sussistenza si ricava dalla lettura complessiva della motivazione, ove si sottolinea proprio l’atteggiamento psicologico del ricorrente il quale, attraverso la mancata contabilizzazione di alcune operazioni, comprese quelle di prelievo, aveva, in sostanza, tenuto scritture contabili inattendibili attraverso le quali non aveva consentito agli organi del fallimento, la completa ricostruzione del volume di affari dell’ente.

1.1. A pag. 4 e 5 della sentenza, poi, i giudici di merito rendono motivazione adeguata e non manifestamente illogica, in ordine alla sussistenza dell’elemento soggettivo del delitto di bancarotta per distrazione, con ragionamento estensibile anche al reato di bancarotta documentale, tenuto conto dell’acclarato intento di non consentire agli organi sociali la ricostruzione del patrimonio e del volume di affari della societa’.

Sul punto si osserva che secondo i principi dettati da questa Corte di legittimita’, per il delitto di bancarotta per distrazione, e’ centrale la configurazione della fattispecie incriminatrice come reato di pericolo concreto (Sez. 5, n. 17819 del 24/03/2017, Palitta, Rv. 269562 Sez. 5, n. 38396 del 23/06/2017, Sgaramella, Rv. 270763). I giudici di merito, nella specie, hanno accertato l’elemento oggettivo della concreta pericolosita’ dei fatti distrattivi (valore di cassa per somme non rinvenute, vendita di tre appartamenti a stretti congiunti, per importi non versati nelle casse della societa’) nonche’ l’elemento soggettivo, rappresentato dal dolo generico, valorizzando, quale “indice di fraudolenza”, la condizione patrimoniale e finanziaria dell’impresa, il contesto in cui la societa’ operava, l’accertamento in capo all’agente della consapevolezza e volonta’ della condotta in concreto pericolosa.

Il reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale e’, infatti, reato di pericolo (ex multis, Sez. 5, n. 11633 del 8 febbraio 2012, Lombardi Stronati, Rv. 252307) nel senso che, essendo l’oggetto della tutela identificabile nell’interesse dei creditori all’integrita’ dei mezzi di garanzia, la L.Fall., articolo 216, prende in considerazione non solo la sua effettiva lesione dovuta al cagionamento di un danno al ceto creditorio, bensi’ anche il pericolo conseguente alla mera possibilita’ che questo si verifichi.

Pertanto, sul versante dell’elemento soggettivo del reato, il dolo necessario per la configurabilita’ della bancarotta patrimoniale e’ quello generico, integrato dalla volonta’ di distaccare il bene oggetto di distrazione dal patrimonio della fallita nella prevedibilita’ del pericolo che tale operazione puo’ determinare per gli interessi dei creditori. In altri termini, e’ sufficiente che la condotta di colui che pone in essere o concorre nell’attivita’ distrattiva sia assistita dalla consapevolezza che le operazioni che si compiono sul patrimonio sociale siano idonee a cagionare un danno ai creditori, senza che sia necessaria l’intenzione di causarlo o che la finalita’ di determinarlo colori il dolo del reato come specifico (Sez. 5, n. 51715 del 05/11/2014, Rebuffo, Rv. 261739 Sez. 5, n. 9807 del 13 febbraio 2006, Caimmi Rv. 234232).

Alla stregua di tali principi, corretta appare, dunque, la motivazione del provvedimento censurato nella parte in cui valorizza, ai fini del dolo, la carenza di indicazioni, da parte del fallito, della destinazione delle ingenti somme mancanti dalla cassa, nonche’ di quelle ricavate dalla vendita di immobili della societa’ a familiari, condotte accompagnate dal ritardo nella richiesta di dichiarazione di fallimento (condotta, comunque, dichiarata estinta per prescrizione), a fronte di consistenti perdite.

2.Segue alla pronuncia, la condanna del ricorrente alle spese processuali, nonche’ al pagamento dell’ulteriore somma indicata in dispositivo, in favore della Cassa delle ammende, non ricorrendo le condizioni previste dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 186 del 13 giugno 2000, importo che si ritiene di determinare equitativamente, tenuto conto dei motivi devoluti.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.

 

MINORE SOTTO INFLUENZA ALCOL UBRIACO NIENTE PATENTE SINO A 21 ANNI

 

MINORE SOTTO INFLUENZA ALCOL UBRIACO NIENTE PATENTE SINO A 21 ANNI
MINORE SOTTO INFLUENZA ALCOL UBRIACO NIENTE PATENTE SINO A 21 ANNI

MINORE SOTTO INFLUENZA ALCOL UBRIACO NIENTE PATENTE SINO A 21 ANNI
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BASTA UN 0.55 DI ALCOL, UNA DOSE BASSA E IL MINORE SINO A 21 ANNI NON PUO’ PRENDERE LA PATENTE B SINO A 21 ANNI!!!!

la guida in stato d’ebbrezza dei minorenni su due ruote. Dice il comma 7 dell’articolo 186-bis: “Il conducente di età inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente a un tasso alcolemico superiore a 0 (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non può conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del diciannovesimo anno di età. Il conducente di età inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente a un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non può conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di età”.

Art. 186 bis. * Guida sotto l’influenza dell’alcool per conducenti di eta’ inferiore a ventuno anni, per i neo-patentati e per chi esercita professionalmente l’attività di trasporto di persone o cose.

 

  1. E’ vietato guidare dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste per:
  2. a) i conducenti di eta’ inferiore a ventuno anni e i conducenti nei primi tre anni dal conseguimento della patente di guida di categoria B;
  3. b) i conducenti che esercitano l’attivita’ di trasporto di persone, di cui agli articoli 85, 86 e 87;
  4. c) i conducenti che esercitano l’attivita’ di trasporto di cose, di cui agli articoli 88, 89 e 90;
  5. d) i conducenti di autoveicoli di massa complessiva a pieno carico superiore a 3,5 t, di autoveicoli trainanti un rimorchio che comporti una massa complessiva totale a pieno carico dei due veicoli superiore a 3,5 t, di autobus e di altri autoveicoli destinati al trasporto di persone il cui numero di postia sedere, escluso quello del conducente, e’ superiore a otto, nonche’ di autoarticolati e di autosnodati.
  6. I conducenti di cui al comma 1 che guidino dopo aver assunto bevande alcoliche e sotto l’influenza di queste sono puniti con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma ((da € 168 a € 672)), qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a O (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (gli). Nel caso in cui il conducente, nelle condizioni di cui al periodo precedente, provochi un incidente, le sanzioni di cui al medesimo periodo sono raddoppiate. (114) (124) (133) (145) ((163))
  7. Per i conducenti di cui al comma 1 del presente articolo, ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettera a), le sanzioni ivi previste sono aumentate di un terzo; ove incorrano negli illeciti di cui all’articolo 186, comma 2, lettere b) e c), le sanzioni ivi previste sono aumentate da un terzo alla meta’.
  8. Le circostanze attenuanti concorrenti con le aggravanti di cui al comma 3 non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a queste. Le diminuzioni di pena si operano sulla quantita’ della stessa risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.
  9. La patente di guida e’ sempre revocata, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI, qualora sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi per litro (g/l) per i conducenti di cui alla lettera d) del comma 1, ovvero in caso di recidiva nel triennio per gli altri conducenti di cui al medesimo comma. E’ fatta salva l’applicazione delle disposizioni di cui al quinto e al sesto periodo della lettera c) del comma 2 dell’articolo 186.
  10. Si applicano le disposizioni di cui ai commi da 3 a 6, 8 e 9 dell’articolo 186. Salvo che il fatto costituisca piu’ grave reato, in caso di rifiuto dell’accertamento di cui ai commi 3, 4 o 5 dell’articolo 186, il conducente e’ punito con le pene previste dal comma 2, lettera c), del medesimo articolo, aumentate da un terzo alla meta’. La condanna per il reato di cui al periodo precedente comporta la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida per un periodo da sei mesi a due anni e della confisca del veicolo con le stesse modalita’ e procedure previste dal citato articolo 186, comma 2, lettera c), salvo che il veicolo appartenga a persona estranea al reato. Se il veicolo appartiene a persona estranea al reato, la durata della sospensione della patente di guida e’ raddoppiata. Con l’ordinanza con la quale e’ disposta la sospensione della patente di guida, il prefetto ordina che il conducente si sottoponga a visita medica secondo le disposizioni del comma 8 del citato articolo 186. Se il fatto e’ commesso da soggetto gia’ condannato nei due anni precedenti per il medesimo reato, e’ sempre disposta la sanzione amministrativa accessoria della revoca della patente di guida ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI.
  11. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a O (zero) e non superiore a 0,5 grammi per litro (g/1), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del diciannovesimo anno di eta’. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertato un valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di eta’”. Il conducente di eta’ inferiore a diciotto anni, per il quale sia stato accertatoun valore corrispondente ad un tasso alcolemico superiore a 0,5 grammi per litro (g/l), non puo’ conseguire la patente di guida di categoria B prima del compimento del ventunesimo anno di eta’.



 

MONOPATTINI IN CASO DI INCIDENTE SONO COME LE BICICLETTE

MONOPATTINI IN CASO DI INCIDENTE SONO COME LE BICICLETTE

INCIDENTI IN MONOPATTINO ORAMAI ALL’ORDINE DEL GIORNO , MOLTI PURTROPPO CON GRAVI LESIONI ALLA PERSONA

MIO PARERE PERSONALE E’ CHE OGGI IL MONOPATTINO ANDREBBE EQUIPARATO AL CICLOMOTORE PIU’ CHE ALLA BICICLETTA, VISTO CHE IL MONOPATTINO E’ VELOCE E PERICOLOSO cosi’ avrebbe obbligo assicurazione!!

OGGI VI SONO MOLTI INCIDENTE IN MONOPATTINO E IL MO STUDIO SI OCCUPA DI DANNI ALLA PERSONA PER INCIDENTI IN MONOPATTINO

 

L’utilizzo dei monopattini elettrici sta aumentando in tutto il mondo, tanto da essere considerato un vero e proprio mezzo di trasporto. L’utilizzo frequente di questi mezzi, però, ha anche portato ad una crescita degli incidenti tanto che la Legge di bilancio pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 304 del 30 dicembre 2019 ha dovuto precisare che i monopattini elettrici con potenza massima di 0,5 kW sono, dal primo gennaio 2020, sono equiparati alle biciclette. Chi utilizza un monopattino, come i ciclisti e i pedoni, è considerato un utente deboledal Codice della Strada (art. 3, comma 53-bis) ed è meritevole di una maggior tutela dai pericoli derivanti dalla circolazione stradale.

La disciplina dei monopattini oggi è ugale a quella della biciclette, un sorpasso di pedone la manovra col monopattino deve essere effettuata tenendo un ampio margine di distanza di sicurezza e segnalandola attraverso l’utilizzo di segnalatori acustici.

L’attraversamento di un pedone non può essere considerato un evento imprevedibile (sentenza della Cassazione n.2596 del 2019), di conseguenza, chi guida un veicolo ha il dovere di prevedere in anticipo anche le condotte imprudenti degli altri utenti della strada. Come ribadito nella sentenza n.13591 del 2020, anche ilcambio improvviso di direzione da parte di un pedone non è un evento imprevedibile che esclude la responsabilità dell’investitore, in quanto, come detto, soprattutto in prossimità di incroci e marciapiedi e all’interno di centri urbani e parchi cittadini dove è prevedibile la presenza di persone che camminano, chi guida un veicolo, come il monopattino, deve rispettare delle regole generali di prudenza e di diligenza che gli consentano di evitare le collisioni.

La colpa esclusiva dell’incidente può essere addebitata al pedone investito solo quando la sua condotta colposa ha reso il sinistro del tutto inevitabile e imprevedibile, come può essere un attraversamento improvviso fuori dalle strisce, in condizioni di scarsa visibilità e in stato di ebbrezza. Un concorso di colpa può essere ravvisato anche quando l’attraversamento della carreggiata sia stato effettuato in modo distratto ( ad es. dall’uso del cellulare).

SEMPRE PIU’ INCIDENTI IN MONOPATTINO

 

Mentre un concorso di colpa del pedone può essere ravvisato anche quando l’attraversamento della carreggiata sia stato effettuato in modo distratto, perché ad esempio impegnato ad utilizzare il cellulare mentre camminava (sentenza del Tribunale di Trieste n.3580 del 2019).

 

 

Il conducente di un’auto ha delle responsabilità maggiori rispetto agli utenti deboli, perché guida un veicolo potenzialmente pericoloso, tuttavia in caso di sinistro tra un’auto e un monopattino non sempre le responsabilità sono solo dell’automobilista.

Considerato che il monopattino è equiparato alle biciclette e quindi rientra nella categoria dei veicoli, quando non è possibile accertare concretamente le cause dell’incidente stradale e le percentuali di responsabilità si applica la presunzione di egual concorso di colpa prevista dall’articolo 2054 del Codice civile per i conducenti coinvolti.

Dove può circolare il monopattino  elettrico?

Il monopattino  elettrico può circolare nelle aree pedonali, in tal caso il  limite di  velocità è  di 6 km/h; può  circolare nelle aree urbane, ovvero  su  strade percorse da altri  veicoli, senza superare il limite di  25 km/h; inoltre,  può circolare anche nelle aree extraurbane, se sono presenti e all’interno  delle  piste ciclabili.

 

 

 

Autoarticolato sopraggiunto a velocità superiore ai limiti consentiti – Urto con conseguenza mortali

Autoarticolato sopraggiunto a velocità superiore ai limiti consentiti – Urto con conseguenza mortali

 

 

 

Violazione delle norme sulla circolazione stradale – Auto ferme sulla corsia di emergenza – Autoarticolato sopraggiunto a velocità superiore ai limiti consentiti – Urto con conseguenza mortali

 

Autoarticolato sopraggiunto a velocità superiore ai limiti consentiti – Urto con conseguenza mortali

MACERATA ASCOLI PICENO, PESARO, ANCONA incidente mortale risarcimento eredi, incidente mortale risarcimento parenti, incidente mortale risarcimento danni, calcolo risarcimento incidente mortale, risarcimento incidente stradale, risarcimento incidente mortale tabelle risarcimento incidente stradale mortale tempi , risarcimento danni morte congiunto tabelle milano tabella risarcimento danni fisici incidente stradale calcolo risarcimento incidente stradale calcolo risarcimento danni incidente stradale tabelle milano calcolo risarcimento danni incidente stradale 2015 calcolo risarcimento danni da incidente stradale di grave entità 10 punti invalidità risarcimento frattura tibia e perone risarcimento assicurazione invalidità temporanea totale definizione

I fatti accertati nei giudizi di merito possono essere cosi’ riassunti. Intorno alle ore (OMISSIS) (OMISSIS), mentre percorreva l’autostrada (OMISSIS) alla guida della propria auto Fiat Punto, sulla quale viaggiava come passeggero (OMISSIS), giungeva alla progressiva chilometrica (OMISSIS) e, per evitare l’investimento di un grosso volatile improvvisamente posatosi sulla carreggiata, sterzava bruscamente prima sulla propria sinistra e poi sulla propria destra, perdendo il controllo del veicolo che, dopo aver urtato il guardrail destro e poi quello centrale, si arrestava di traverso sulla corsia di sorpasso, rimanendo con le luci spente a causa dei danni riportati. Sopraggiungeva immediatamente un’auto Fiat Panda (che seguiva la Punto a circa 40-50 metri di distanza), condotta da (OMISSIS), il quale, accortosi del sinistro, dopo aver investito il volatile, si fermava circa 100 metri piu’ avanti sulla corsia di emergenza, azionando i dispositivi lampeggianti. Subito dopo sopraggiungeva anche un veicolo Toyota condotto da (OMISSIS), sul quale viaggiava Amanda (OMISSIS), che per prestare soccorsi si fermava a sua volta dietro la Fiat Panda, in corsia di emergenza, anch’egli azionando le quattro frecce intermittenti. Pochissimi minuti dopo (il tempo necessario alla (OMISSIS) e all’ (OMISSIS) per uscire entrambi dallo stesso lato della vettura e allontanarsi per qualche decina di metri, nonche’ al (OMISSIS) per uscire anch’egli dall’auto, prendere il giubbotto catarifrangente ed il triangolo) sopraggiungeva – ad una velocita’ stimata intorno ai 90-84 km/h anche un autotreno Volvo con rimorchio (carico in entrambe le sue componenti di scarti di legname), condotto dall’odierno imputato, il quale, notando in lontananza le vetture ferme sulla corsia di emergenza, si spostava verso la corsia di sorpasso, accorgendosi solo all’ultimo momento della presenza su tale corsia della Fiat Punto, che urtava percio’ violentemente, proiettandola in avanti per circa 35 metri. A sua volta la Fiat Punto colpiva e cagionava lesioni alla (OMISSIS), la quale ancora stava camminando sul margine della carreggiata e veniva scaraventata sotto il guardrail. Subito dopo il camionista perdeva il controllo del mezzo, che proseguiva la corsa dirigendosi verso destra, urtava violentemente la Toyota ferma sulla corsia di emergenza con i suoi occupanti ancora a bordo, trascinandola in avanti e poi schiacciandola con la motrice, ribaltatasi sulla vettura, cosi’ cagionando gravi lesioni al conducente (OMISSIS) e la morte – quasi immediata – per politraumatismo della trasportata (OMISSIS).

 

Autoarticolato sopraggiunto a velocità superiore ai limiti consentiti – Urto con conseguenza mortali

Corte di Cassazione|Sezione 4|Penale|Sentenza|14 settembre 2016| n. 38199

Omicidio colposo – Violazione delle norme sulla circolazione stradale – Auto ferme sulla corsia di emergenza – Autoarticolato sopraggiunto a velocità superiore ai limiti consentiti – Urto con conseguenza mortali – Orario notturno – Uso di anabbaglianti – Visibilità ridotta – Momento di percepibilità del pericolo – Tempo di reazione di fronte all’ostacolo – Perizia tecnica – Prova – Sussiste

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ROMIS Vincenzo – Presidente

Dott. D’ISA Claudio – Consigliere

Dott. DOVERE Slavatore – rel. Consigliere

Dott. BELLINI Ugo – Consigliere

Dott. CENCI Daniele – Consigliere

ha pronunciato la seguente:


SENTENZA

sul ricorso proposto da:

(OMISSIS) N. IL (OMISSIS);

avverso la sentenza n. 754/2012 CORTE APPELLO di FIRENZE, del 30/10/2014;

visti gli atti, la sentenza e il ricorso;

udita in PUBBLICA UDIENZA del 12/05/2016 la relazione fatta dal Consigliere Dott. SALVATORE DOVERE;

Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. CARDIA Delia, che ha concluso per l’inammissibilita’ del ricorso;udito il difensore avv. BARGAN CESARE, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso; in subordine, dichiarare l’estinzione del reato per prescrizione, previa conclusione dell’apparente contestata e ritenuta.

RITENUTO IN FATTO

  1. Con la sentenza indicata in epigrafe la Corte di Appello di Firenze ha parzialmente riformato la pronuncia emessa dal Tribunale di Lucca, sezione distaccata di Viareggio, con la quale (OMISSIS) era stato giudicato responsabile della morte di (OMISSIS), cagionata con violazione di norme in materia di circolazione stradale, ed era stato condannato alla pena, condizionalmente sospesa, di un anno di reclusione, con la sospensione della patente di guida per sei mesi e la condanna a risarcire il danno cagionato alla parte civile, cui veniva assegnata una provvisionale di 200.000 Euro.

La Corte di Appello e’ intervenuta sulla misura della pena, riducendola a nove mesi di reclusione, confermando ogni altra statuizione.

I fatti accertati nei giudizi di merito possono essere cosi’ riassunti. Intorno alle ore (OMISSIS) (OMISSIS), mentre percorreva l’autostrada (OMISSIS) alla guida della propria auto Fiat Punto, sulla quale viaggiava come passeggero (OMISSIS), giungeva alla progressiva chilometrica (OMISSIS) e, per evitare l’investimento di un grosso volatile improvvisamente posatosi sulla carreggiata, sterzava bruscamente prima sulla propria sinistra e poi sulla propria destra, perdendo il controllo del veicolo che, dopo aver urtato il guardrail destro e poi quello centrale, si arrestava di traverso sulla corsia di sorpasso, rimanendo con le luci spente a causa dei danni riportati. Sopraggiungeva immediatamente un’auto Fiat Panda (che seguiva la Punto a circa 40-50 metri di distanza), condotta da (OMISSIS), il quale, accortosi del sinistro, dopo aver investito il volatile, si fermava circa 100 metri piu’ avanti sulla corsia di emergenza, azionando i dispositivi lampeggianti. Subito dopo sopraggiungeva anche un veicolo Toyota condotto da (OMISSIS), sul quale viaggiava Amanda (OMISSIS), che per prestare soccorsi si fermava a sua volta dietro la Fiat Panda, in corsia di emergenza, anch’egli azionando le quattro frecce intermittenti. Pochissimi minuti dopo (il tempo necessario alla (OMISSIS) e all’ (OMISSIS) per uscire entrambi dallo stesso lato della vettura e allontanarsi per qualche decina di metri, nonche’ al (OMISSIS) per uscire anch’egli dall’auto, prendere il giubbotto catarifrangente ed il triangolo) sopraggiungeva – ad una velocita’ stimata intorno ai 90-84 km/h anche un autotreno Volvo con rimorchio (carico in entrambe le sue componenti di scarti di legname), condotto dall’odierno imputato, il quale, notando in lontananza le vetture ferme sulla corsia di emergenza, si spostava verso la corsia di sorpasso, accorgendosi solo all’ultimo momento della presenza su tale corsia della Fiat Punto, che urtava percio’ violentemente, proiettandola in avanti per circa 35 metri. A sua volta la Fiat Punto colpiva e cagionava lesioni alla (OMISSIS), la quale ancora stava camminando sul margine della carreggiata e veniva scaraventata sotto il guardrail. Subito dopo il camionista perdeva il controllo del mezzo, che proseguiva la corsa dirigendosi verso destra, urtava violentemente la Toyota ferma sulla corsia di emergenza con i suoi occupanti ancora a bordo, trascinandola in avanti e poi schiacciandola con la motrice, ribaltatasi sulla vettura, cosi’ cagionando gravi lesioni al conducente (OMISSIS) e la morte – quasi immediata – per politraumatismo della trasportata (OMISSIS).

  1. Ad avviso del primo giudice la condotta colposa del (OMISSIS) era consistita nella violazione delle norme di cui agli articoli 141 e 142 C.d.S., avendo egli viaggiato a velocita’ superiore a quella consentita (pari, su quel tratto autostradale e per quel veicolo, a 80 km/h) e comunque non consona alle concrete condizioni di tempo e di luogo, attesa la ridotta visibilita’ (procedendo con i fari anabbaglianti, che consentono una visibilita’ intorno ai 40-45 metri) e i tempi occorrenti per l’arresto di un veicolo di quel tipo, peso e dimensioni, cosi’ da non consentirgli ne’ di arrestare l’autotreno in tempo ne’ di effettuare una opportuna deviazione a destra per schivare l’ostacolo sulla corsia di sorpasso. L’imputato avrebbe dovuto tenere una velocita’ inferiore anche al limite degli 80 km/h, nei termini indicati dalla stessa consulenza tecnica difensiva, che affermava la necessita’ di procedere ad una velocita’ massima di 53 km/h per evitare il sinistro. Quanto al nesso causale tra la condotta tenuta dal (OMISSIS) e l’evento morte, il Tribunale affermava che la presenza della Fiat Punto ferma sulla corsia di sorpasso non poteva ritenersi un evento imprevedibile, tale da escludere la responsabilita’ colposa dell’imputato, anche tenuto conto del fatto che tra il momento in cui quell’auto si era fermata e quello in cui era stata colpita dall’autotreno erano intercorsi circa 3 minuti e varie altre vetture, non solo quelle del (OMISSIS) e del (OMISSIS),- erano transitate senza provocare alcun altro sinistro. Peraltro il (OMISSIS), diversamente dalle prime auto transitate, aveva potuto esser messo in allerta dalla presenza della Panda e della Toyota ferme, con luci lampeggianti, sulla corsia di emergenza.
  2. La Corte di Appello ha ribadito l’impianto della sentenza di primo grado, in particolare puntualizzando che:

– in orario notturno e viaggiando con fari anabbaglianti (che permettono un raggio di visibilita’ di 40 metri, rispetto agli 80 metri permessi dagli abbaglianti) l’imputato, che pochi attimi prima dell’evento procedeva ad una velocita’ intorno ai 90 km/h, avrebbe dovuto comunque tenere una velocita’ inferiore al limite massimo previsto in via generale; anche in considerazione del fatto che egli si era tempestivamente accorto della situazione di potenziale pericolo rappresentata dalle due auto ferme in corsia di emergenza; invece decise soltanto di spostarsi nella corsia di sorpasso, distanziandosi in tal modo dalle auto ferme;

– poiche’ la Fiat Punto si trovava ferma all’interno della corsia di sorpasso prima di essere urtata dall’autoarticolato, quest’ultimo, ove avesse proceduto a velocita’ piu’ contenuta, avrebbe potuto comunque evitare l’impatto con essa spostandosi nella corsia di marcia ordinaria, tenuto conto che la larghezza del mezzo (indicata dal medesimo consulente della difesa) e’ di mt. 2,5, mentre ciascuna corsia e’ assai piu’ larga (mt. 3,6) e pertanto anche quel mezzo pesante avrebbe potuto superare l’auto incidentata, come del resto avevano fatto molte altre auto transitate nel frattempo;

– doveva essere considerata dal (OMISSIS) la maggiore difficolta’ per l’autoarticolato di eseguire manovre di emergenza per regolare, in quelle concrete circostanze, la propria velocita’ di marcia in modo da non attenersi soltanto al limite massimo consentito (comunque superato), ma anche di ridurla ulteriormente al momento dell’avvistamento del pericolo annunciato dalle due auto ferme in corsia di emergenza con le quattro frecce accese;

– se il (OMISSIS) avesse mantenuto una velocita’ sensibilmente minore avrebbe comunque avuto con la Punto un urto meno intenso e quindi il secondo – e mortale – impatto non si sarebbe ragionevolmente verificato.

  1. Avverso tale decisione ricorre per cassazione l’imputato a mezzo del difensore di fiducia, avv. (OMISSIS)

Con unitario motivo deduce violazione di legge in relazione all’articolo 606 c.p.p., lettera c) e vizio motivazionale.

Rileva il ricorrente che non e’ stata acquisita la prova che ove il (OMISSIS) avesse mantenuto una velocita’ di marcia inferiore al limite di 80 km/h (in ipotesi, 79 km/h) l’incidente si sarebbe potuto evitare, sicche’ non sussiste il nesso causale tra la condotta dell’imputato e la morte della (OMISSIS).

Quanto alla necessita’ di procedere ad una velocita’ ulteriormente ridotta in ragione delle condizioni di tempo, di luogo, di marcia e alla presenza di segnali di pericolo (le due autovetture ferme nella corsia di emergenza con luci intermittenti), rileva l’esponente che la circostanza che il (OMISSIS) stesse viaggiando con i fari (an)abbaglianti e’ solo un’ipotesi del consulente tecnico del responsabile civile; che egli si sposto’ verso sinistra e non verso la corsia di emergenza proprio perche’ aveva percepito la presenza in essa di persone e veicoli; che la presenza di questi non segnalava necessariamente che si era verificato un incidente e non vi erano altri segnali di tale pericolo, essendo scarso il traffico; che non rispondeva al vero che altri veicoli che precedevano l’autoarticolato avevano superato la Fiat Punto ferma sulla corsia di sorpasso;

che l’affermazione secondo la quale tanto la Punto che il motore di questa erano interamente sulla corsia di sorpasso e’ fatta dalla Corte di Appello sulla scorta di una testimonianza imprecisa ed inattendibile (l’ (OMISSIS)), contraddetta da quella del (OMISSIS); la presenza della Punto non era percepibile, anche in considerazione della posizione delle auto ferme sulla corsia di emergenza e non e’ mai stato accertato da che punto del suo percorso il (OMISSIS) avrebbe dovuto accorgersi delle luci intermittenti delle auto in corsia di emergenza; tale percezione vi fu evidentemente poco prima dell’impatto con la Punto e la presenza delle auto nella corsia di emergenza non poteva indurre il (OMISSIS) ad operare una brusca frenata, sicche’ egli compi’ la sola manovra che risultava possibile ed adeguata rispetto alla situazione percepita. Aggiunge, l’esponente, che la corte territoriale non specifica quale sarebbe stata la velocita’ adeguata al caso e formula conclusioni tautologiche laddove asserisce che tal’era la velocita’ che avrebbe consentito di evitare l’incidente.

CONSIDERATO IN DIRITTO

  1. Il ricorso e’ infondato, nei termini di seguito precisati.

5.1. In linea generale va osservato che il ricorso attinge il merito della vicenda condotta all’esame dei giudici territoriali, rappresentando circostanze e dati probatori differenti da quelli riportati e fatti propri da quest’ultimi.

Giova quindi premettere che compito di questa Corte non e’ quello di ripetere l’esperienza conoscitiva del Giudice di merito, bensi’ quello di verificare se il ricorrente sia riuscito a dimostrare, in questa sede di legittimita’, l’incompiutezza strutturale della motivazione della Corte di merito; incompiutezza che derivi dalla presenza di argomenti viziati da evidenti errori di applicazione delle regole della logica, o fondati su dati contrastanti con il senso della realta’ degli appartenenti alla collettivita’, o connotati da vistose e insormontabili incongruenze tra loro ovvero dal non aver il decidente tenuto presente fatti decisivi, di rilievo dirompente dell’equilibrio della decisione impugnata, oppure dall’aver assunto dati inconciliabili con “atti del processo”, specificamente indicati dal ricorrente e che siano dotati autonomamente di forza esplicativa o dimostrativa tale che la loro rappresentazione disarticoli l’intero ragionamento svolto, determinando al suo interno radicali incompatibilita’ cosi da vanificare o da rendere manifestamente incongrua la motivazione (Cass. Sez. 2, n. 13994 del 23/03/2006, P.M. in proc. Napoli, Rv. 233460; Cass. Sez. 1, n. 20370 del 20/04/2006, Simonetti ed altri, Rv. 233778; Cass. Sez. 2, n. 19584 del 05/05/2006, Capri ed altri, Rv. 233775; Cass. Sez. 6, n. 38698 del 26/09/2006, imp. Moschetti ed altri, Rv. 234989).

5.2. Considerando analiticamente i diversi rilievi va rilevato che in ordine alla prova che ove il (OMISSIS) avesse mantenuto una velocita’ di marcia inferiore al limite di 80 km/h (in ipotesi, 79 km/h) l’incidente si sarebbe potuto evitare, la corte distrettuale ha richiamato le conclusioni della consulenza tecnica per affermare che alla velocita’ di 53 km/ l’urto tra l’autoarticolato e la Fiat Punto sarebbe stato evitato; erra il ricorrente quando sostiene che l’addebito e’ stato quello di non aver rispettato il limite degli ottanta chilometri orari perche’ la corte distrettuale ha chiaramente rimproverato all’imputato di non aver mantenuto una velocita’ di gran lunga piu’ ridotta (appunto quella di 53 km/h), giudicata doverosa in relazione alla ridotta visibilita’ assicurata, in ora notturna, dall’uso degli anabbaglianti (che permettevano la visibilita’ a circa quaranta metri), alla stazza del mezzo e al segnale di pericolo costituito dalle luci lampeggianti delle auto ferme nella corsia di emergenza.

Che l’uso dei fari anabbaglianti sia stata un’ipotesi del consulente tecnico del responsabile civile e non un dato processuale valutato come accertato e’ affermazione del solo esponente, poiche’ la corte territoriale quel dato lo pone come acclarato; e il ricorrente non investe tale acquisizione con adeguate censure.

L’esistenza di una situazione di pericolo e’ accertamento di merito in ordine al quale questa Corte non puo’ che limitarsi alla verifica di eventuale manifesta illogicita’; vizio che non ricorre nel caso di specie, essendo stato tratto quel giudizio da pertinenti e congrui dati di fatto: presenza di auto con luci lampeggianti attive nella corsia di emergenza, presenza di persone a piedi, tempo di notte. Ogni diversa valutazione, per quanto plausibile, non puo’ essere adottata da questa Corte senza sconfinare dai limiti impostigli. Altrettanto connotate da valutazioni di merito antagoniste a quelle fatte dai giudici territoriali sono le censure che si indirizzano alla verificata possibilita’ di passare oltre l’ostacolo costituito dalla Fiat Punto ferma in corsia di sorpasso, alla sua percepibilita’ da parte del (OMISSIS), alla posizione del motore della Fiat Punto.

Quanto al tema del momento in cui l’ostacolo divenne percepibile al (OMISSIS), i rilievi dell’esponente appaiono mal posti, poiche’ in questione non e’ la condotta che, avuta percezione della Fiat Punto, il camionista avrebbe dovuto tenere; e’ rispetto a questa che assumerebbe rilevanza il tempo di reazione di fronte all’ostacolo. I giudici di merito hanno invece ascritto all’imputato di non aver mantenuto una velocita’ di marcia consona alle circostanze del caso e quindi di non essere poi stato in condizione di evitare l’impatto; cosa che sarebbe stata possibile, anche in considerazione dello spazio lasciato libero sulla corsia di marcia ordinaria, qualora la velocita’ prescritta fosse stata rispettata.

5.3. La richiesta avanzata in udienza, di declaratoria di estinzione del reato per essere il reato estinto siccome prescritto, ma previa esclusione della circostanza aggravante contestata e ritenuta, non puo’ trovare accoglimento perche’ si tratta di statuizione sulla quale si e’ formata una preclusione, non essendo stata attinta dai motivi di ricorso (e, prima ancora, neppure dall’atto di appello). In ogni caso, alla luce di quanto sopra esposto risulta evidente la manifesta infondatezza della richiesta, essendo stata accertata una condotta trasgressiva alle norme in materia di circolazione stradale.

  1. In conclusione, il ricorso deve essere rigettato ed il ricorrente va condannato al pagamento delle spese processuali.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.

Violazione delle norme sulla circolazione stradale – Auto ferme sulla corsia di emergenza – Autoarticolato sopraggiunto a velocità superiore ai limiti consentiti – Urto con conseguenza mortali

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